Mese: Maggio 2020

In taberna quando sumus

Le hanno chiamate Hostarie. E passi. Entri e ti trovi in un medioevo palpabile, per quanto approssimativo. Ambienti che viaggiano, ormai, oltre i mille anni. Incannucciati e laterizi, mattoni di riuso e materiali di spoglio. Va bene. Siedi su rustici sgabelli. Fanciulla che si avvicina. Ha in mano carte: il mangiar del giorno. “Bianco o Rosso”, “Blu” rispondo “ragazza mia, se non so cosa mangerò, come faccio a dirti?”. E’ poco più che bambina, arrossisce leggermente compunta, mia moglie mi guarda alla verme. “Su, dai, portalo rosso che fa sangue”. Anche lei, giovane, sa che la diceria è una sciocchezza e sorride. Equilibrio ristabilito. “Voglio braciola e salsicce”. Lei “Vabbè, avrei optato per i fagioli con le cotiche ma tant’è…andiamo sul leggero.

               Mangiamo sotto il livello di una chiesa benedettina. Ha 1028 anni quest’anno. Un tizio donò un monastero che era lì e loro, i farfensi, ne fecero una chiesa-capolavoro. Il portale di destra, scanso equivoci, ci misero due aquile. Cornu evangeli. Il loro abate, Berardo Ascarello, aveva affermato, nel bel mezzo della lotta per le investiture, che la prima obbedienza si deve a Cesare e la seconda a Dio “Perché nel Vangelo sta scritto -Date a Cesare…e dopo è aggiunto -E date a Dio…quel che è di Dio”.Così l’abate fissò le precedenze e le raffigurò nel portale di sinistra (ma di destra per chi officiasse) della chiesa. Imperatore e “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Questi era in principio…” e non come da traduzione di Umberto Eco!

               Arrivano le salsicce ma prima ascolto il vino. Brilla tremulo, vermiglio nella controluce dell’oscillante lampada. Riempie il gotto di terracotta. Traditoro quant’altri mai. Tiene un buon mezzo e sei portato a tirarlo giù di botto. Ma di botto in botto,poi le gambe reggono sempre peggio. C’è anche la braciola. Ancora soffrigge appena tolta della brace ardente.Mangi assorto:”Dove ti sei cacciato?” fa lei che sa bene come questa città rapisca troppo spesso la mia presenza.

E’ che sotto quella chiesa c’è una cisterna romana. In perfetta efficienza. Sta alla fine di una chiesa sotterranea, esattamente sotto la prima ma orientata in senso inverso, ove certe sere piovose non entra nessuno ed il silenzio ovatta. Te ne stai lì e senti gocciare. Lento. Prima, terza, sesta, nona, vespero e compieta. Poi, Prima et Secunda vigilia e….il monachello passava con la lucerna, nelle gelide notti invernali, per vedere se qualche giovane confratello continuasse il sonno. Trovava il miserello e gli passava la lucerna. Finito l’uffizio chi aveva in mano il lume rimaneva digiuno il giorno dopo. Al monastero si mangiava una sola volta al giorno. Quindi digiuno lunghissimo tranne se fosse stata estate, nella quale si mangiavano due pasti al giorno. Altri tempi!

               Arrivano nuovi commensali. L’hostaria si riempie. Ragazzi . Mangiano. Poi comincia un gioco per sbronze: si chiama Filomena. Intreccia prontezza di lingua e sveltezza di braccia. Se sbagli bevi. E più bevi, più ti sbagli. Finisce in sbornia com’è normale.

La chiesa ha capitelli che ammoniscono contro il peccato. La gola è peccato. E, nell’ultimo capitello di destra, che sarebbe poi di sinistra per l’officiante, c’è un’intreccio di diavoli peccatori che promuove angoscia. Alla luce delle tremolanti candele sembrano serpenti vivi. Lato epistulae. Si può rimediare. La richiesta di perdono (in quanti modi, nei secoli, è mutata la confessione!) riguarda anche i peccati di gola. In quell’angolo oscuro di Narni avvengono anche peccati di carne. Gli angeli sorridono, le aquile girano la regale testa e i demoni bestemmiano; sanno che Dante ha detto bugia quando ha spedito loro Paolo e Francesca. Mai pervenuti, laggiù ma si sa, i fiorentini mentono per la gola.

Si esce e piove autunno. E pensi al volvere irresistibile delle stagioni. Quanti amici, quante gioie, quante storie hanno intrecciato le vicende sotto il portico animato dai leoni ormai smozzicati dall’uso. Sale lentamente una nebbia nell’anima. E fino a quando, fino a quando non svanirai anche tu nella presenza e nella memoria? Prima, terza, sesta, nona, vespero e compieta…

Bruno Marone

Cassio e l’invenzione del Medioevo narnese

San Giovenale è il protettore di Narni.

Cassio pure.

Giovenale è stato vescovo di Narni.

Anche Cassio.

Giovenale non era narnese.

Forse neanche Cassio.

Giovenale è un uomo del IV secolo, Cassio del VI.

Tra i due ci sono circa 180 anni, un tempo durante il quale il mondo dell’occidente romano è cambiato. E dopo ancora tante volte sarebbe cambiato. Nel tempo umbri, etruschi e sabini a due passi, romani, goti, bizantini, longobardi, franchi, pure i saraceni… tutti hanno lasciato qualcosa in questo fazzoletto di terra. Il mondo medievale è quello che oggi chiameremmo un melting pot, ne sono testimonianza i nomi che abbiamo dato alle cose, tutta la toponomastica che utilizziamo,  i santi che preghiamo oggi e quelli che gli antenati concittadini hanno venerato in passato, anche la cucina e le superstizioni appartengono alle stratificazioni sociali e culturali di cui noi oggi siamo il prodotto. E ci piace. Tanto. Talmente tanto che da più di 50 anni ripetiamo “li riti e li giochi” in onore di San Giovenale.

I giochi sicuramente no ma i riti, Cassio, li officiava quotidianamente presso la sepoltura del predecessore probabilmente anche monumentalizzandola  in occasione della sistemazione delle mura urbiche delle quali, in qualità di vescovo, per una legge emanata da Giustiniano nel  530, aveva la cura.

Cassio è un uomo di fede e di azione in città.

Giovenale è un santo dentro le mura e diventa un tutt’uno con la cinta di difesa, facendo scudo col suo corpo alla città stessa. L’immagine è potente e segue logiche e ideologie di derivazione bizantina e Cassio è probabilmente l’artefice di una operazione ideologica e culturale che ha determinato il futuro della comunità religiosa e civile narnese.

Prova ne è l’articolo degli statuti dove si riportano le modalità dello svolgimento dei festeggiamenti ancora nel XIV° secolo, prova ne è l’esistenza,  oggi, nel XXI° secolo, delle stesse pratiche. Ma oggi lo facciamo utilizzando un tempo altro, guardiamo Giovenale attraverso il filtro della nostra precedente “vita mediavale” e Narni ha un “medioevo tutto suo”, in parte fatto di ricerca storica, in parte frutto di fantasia, sperimentalismo, memorie personali e collettive, saperi esperti e improvvisazioni e tanto di più.

Come tre specchi che si guardano  VI° XIV° e XXI° secolo si riflettono a vicenda e rimbalzano le immagini all’infinito… anche in questo anno strano in cui tutto e diverso, dove piazze e vicoli hanno qualcosa di metafisico e tutto ci mancherà, dal vento che muove le bandiere all’odore della pizza dei forni.

Eppure il banditore è uscito. Cassio sorride.

Eleonora Mancini

La pietra dei miracoli e l’acqua di San Giovenale

La scritta, “Ic est tumulus miraculorum”, che guardando da piazza Garibaldi appare in una pietra collocata al lato del portale della cattedrale, verso il campanile, è stata scolpita per indicare il “tumulo dei miracoli” interno alla chiesa, ovvero la tomba di san Giovenale immurata nella cinta urbana, quasi a costituirne le fondamenta.

E’ una epigrafe preceduta da una croce che sembra sostituire l’inespressa lettera “h” della prima parola; e che si osserva con difficoltà, per l’altezza e per la mancanza di contrasto nella parete. Per cui è poco nota, e l’evidenza si deve a Marco Bartolini, in “Relazione Corteo Fraporta” 2011; e a Quintilio Palozzi in “La cattedrale di Narni nell’anno Mille già esisteva”, del 2016.

Una iscrizione per additare quel sepolcro venerato dai fedeli e dal quale si riversava una sostanza liquida: una “sudoris aqua” che nel colore ricordava il sangue e che, raccolta con una spugna e conservata in un’ampolla, era applicata sugli infermi che confidavano in una guarigione. Come lo storpio Morico di origine irlandese il quale, di passaggio a Narni nel 1233, richiese il “licore” al custode Giacomo e al parroco Berardo, e dopo aver unto con il liquido la parte malata, subito recuperò l’uso delle gambe. E la guarigione avvenne alla presenza dell’incredulo Rufo, cittadino romano, e di alcuni narnesi, che furono testimoni di un evento codificato in un cartolario, poi trascritto negli “Acta Sanctorum”.

Una traccia del liquido si avvertiva ancora nel 1642, quando su richiesta del vescovo Giampaolo Bocciarelli nella notte del 17 aprile fu riaperto il sepolcro del Santo, e tra lo stupore dei presenti “fu trovato fino all’altezza della superficie di esso corpo, tinto di colore sanguigno”, come si trae dalle “osservazioni” del narnese Paolo Mangonio, riprodotte da Ludovico Iacobilli nelle “Vite” alla nota “Hist. de duobus SS. Iuvenal, fol. 28”.

Il contenuto del rinvenimento fu poi incastonato nel nuovo deposito costruito sotto la Confessione, dove tuttora richiama i tanti prodigi verificati nel corso dei secoli, che il citato Iacobilli alla metà del Seicento riassumeva in “render a Ciechi il lume, a Sordi l’udito, a Zopi l’andare, a l’infermi la sanità, a vessati da spiriti maligni la liberazione col solo contatto di quel sacro corpo”. Un “corpo santo” pure invocato per allontanare quei mali che nel tempo hanno minacciato e che ancora affliggono la comunità, quali il terremoto del 1703 e la calamità che stiamo atraversando.

L’insegna che annunciava “il tumulo dei miracoli”, affacciata su una piazza che era detta del “Lago” per la conserva d’acqua che vi stazionava, racchiude una memoria in qualche modo veicolata dall’acqua: e venivano dal mare anche quei quaranta mercanti che, salvati da un naufragio per mediazione del Santo narnese, con generose offerte contribuirono alla costruzione della primitiva basilica, come dagli “Acta Sanctorum” e dalle altre fonti che raccontano la storia di san Giovenale, primo vescovo e patrono di Narni.

Claudio Magnosi

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