Mese: Ottobre 2020

Dieci denari per cento libbre.

Appunti per una storia dell’uva passa di Narni

1956 Le origini

Nella storia della nostra città, c’è un capitolo ancora tutto da studiare: riguarda un prodotto narnese di tale eccellenza, che nel corso del XIV secolo fu largamente esportato oltralpe. Un capitolo che può iniziare nel 1956, quando la rivista di Economia e Storia, pubblicata a Milano per l’editore Giuffré, riportò un lavoro di Federigo Melis, intitolato “Malaga sul sentiero economico del XIV e XV secolo”, fondato sulle corrispondenze commerciali tra Francesco di Marco Datini, mercante di Prato, e le compagnie, a lui riconducibili, aventi sede in diverse città italiane ed estere.

Il lavoro di Melis

Nel suo lavoro Melis, analizzando il corpus dell’archivio datiniano e soffermandosi sulle lettere, ricostruì il commercio e le rotte mercantili di svariati prodotti dell’agricoltura e dell’artigianato diretti a Malaga o da essa provenienti, e ciò tenuto conto del fatto che il mezzo epistolare era l’unico, nel Medioevo, per la diffusione di notizie di qualsiasi natura. La “piazza” di Malaga, nella quale Datini non ebbe mai interessi diretti, né rappresentanti propri, era comunque nel raggio d’azione del mercante pratese, per mezzo dell’intervento della sua Compagnia di Valenza. Tra gli innumerevoli prodotti dei quali Melis seguì le rotte mercantili, c’era la cosiddetta “fructa”, termine utilizzato nei carteggi datiniani per indicare esclusivamente l’uva passa e i fichi secchi.
Per quanto riguarda l’uva passa, chiamata in molte lettere anche “panza” e “raime”, Melis afferma che “Narni era il maggior centro italiano di produzione di uva passa” e che “L’Italia – l’Adriatico,
Pisa e Genova – era raggiunta dall’uva passa di Levante; ma essa ne era anche produttrice, a Narni e nell’Isola di Pantelleria, con esportazione in Provenza”.

In “Appunti di metrologia mercatile genovese. Un contributo della documentazione aziendale Datini”, Firenze, University Press, 2014, Maria Giagnacovo ribadisce: “Le aziende del pratese importavano da Genova e sulle altre piazze della Penisola la cosiddetta “frutta”, sostantivo utilizzato nei rapporti commerciali fissati nelle carte Datini per indicare i fichi secchi e l’uva passa prodotti nella Penisola iberica e distribuiti soprattutto nelle Fiandre e in Inghilterra.
A queste produzioni, caratteristiche della regione che da Valenza si estendeva fino a Malaga, si affiancavano i fichi secchi provenienti dalla Provenza, da Marsiglia, da Nimes e da Arles, e l’uva passa di Narni, il maggior centro di produzione italiano, dove essa era chiamata “raime”, termine però talvolta impiegato anche per richiamare quella spagnola.

Per l’uva passa di Narni, già esportata in Provenza e che sul mercato
di Genova trova spaccio “a folate”, le carte aziendali offrono dettagliate informazioni sul tipo di imballaggio da preferire per il trasporto via mare. L’azienda Datini di Avignone, che ne aveva chieste a Pisa quattro balle “di quele pichole”, invitando i commissionari ad “avere righuardo che sieno novele e chiare e non sieno muffite”, precisava a scanso di equivoci: “sogliono venire in picchole balete e però farete de le due una e mettere intorno un pogho di paglia e una scharpigliera poi di suso

10 denari per 100 libbre

Negli Statuti di Narni vi è un chiaro riferimento alla produzione di uva passa nei nostri territori.
Nel Capitolo CLXXI del Libro I, al titolo “De gabella colligenda de fructibus a Civibus et Comitanensibus Civitatis Narniae”, sono elencati diversi prodotti agricoli rispetto ai quali, sulla base di pesi o misure specifiche, il Comune esigeva il pagamento di una gabella.

Tra questi, per ogni: “centenario Uvarum passarum 10 den.”, ovvero 10 denari per 100 libbre.
A parte un generico rimando ai “frutti, che si rapportano periodicamente nelle gabelle e un accenno rinvenuto nelle Riformanze comunali del 1531, circa l’offerta di uva passerina agli ospiti di rilievo, questa norma degli Statuti è l’unica conferma negli archivi locali dell’effettiva produzione di uva passa nelle nostre campagne.

Alla ricerca di nuovi documenti

Tenuto conto che i catasti e i documenti economici della Narni tardo medievale sono andati perduti, risulta difficile specificare l’entità della produzione, le dinamiche di esportazione, la precisa localizzazione dei terreni nei quali era coltivata l’uva “narnese” e l’eventuale esistenza di compagnie narnesi e di fondaci nei quali doveva avvenire lo stivaggio del prodotto. Allo stato attuale di questa ricerca dunque, la vastità e l’importanza delle coltivazioni sono testimoniate solo dalle lettere commerciali dell’Archivio Datini. Ciò non esclude che si possano raggiungere altri risultati con un riscontro più approfondito di queste lettere ed estendendo la ricerca ai Registri di contabilità e finanza degli Archivi Storici di Roma.

I Narnesi la chiamavano “Passolina”

A prescindere da ciò, tutte le fonti sono concordi nell’affermare che l’uva passa di Narni aveva acini piccoli, dolci, bianchi, privi di semi ed era chiamata dalla popolazione locale “passerina” o “passolina”, termine che ancora oggi sopravvive nel nostro dialetto.

Del vitigno “narnese” si trovano tracce anche nei secoli successivi al XIV: Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III, in un minuzioso racconto circa i vini degustati da sua santità durante il viaggio dall’Emilia a Roma, passando per le Marche e per l’Umbria, testimonia che “Narni ha vino cotto et anche qualche vinetto crudo, et qui si fanno uve passoline assai”.
E l’uva passolina, di Narni e di altre località, oltre ad arricchire le tavole, era utilizzata anche in medicina, come si può dedurre dalle “Osservazioni” del celebre Girolamo Calestani, il quale peraltro, verso la metà del Cinquecento, fu farmacista nell’Ospedale di Narni e, tra “i semi necessarii” per uno speziale elencava, appunto, l’uva passa.

Durante lo stesso secolo, Leandro Alberti, in “Descrittione di tutta Italia, nella quale si contiene il sito di essa, l’origine, et le Signorie delle Città et più gli huomini famosi che l’hanno illustrata” (Venezia, 1551), scrive di Narni: “Sono questi colli per maggior parte ornati di viti, olivi, fichi & altri alberi producevoli de frutti. Anche qui veggonsi alcune topie dalle quali pendono, nei tempi idonei, l’uva Passarina (così dagli abitatori del paese nomata quella uva picciola de granelle senza acino), la qual issiccata molto artificiosamente ella è portata a Roma, & è stimata assai preciosamente, tanto quella ch’è condotta di Napoli di Romania. Vero è che quella è negra & quella bianca”. E Antonino da Sangemini, citando l’Alberti, riporta: “Questo Autore parla eziandio vantaggiosamente di quell’uva piccola senza granella dentro e della dolcezza dell’uva moscadella, che in Amelia, Narni, Geminopoli, volgarmente Sangemino, e altrove, è denominata Passarina, e come di cosa rara e stimata, così egli si esprime nella sua Descrizione dell’Italia parlando dell’Umbria e delle sue prerogative”.

L’uva passa di Narni – prodotto D.O.C.

L’uva passa di Narni, che nel Trecento era smerciata soprattutto in Provenza e due secoli dopo era considerata una peculiarità del territorio, alla metà del Seicento trovava riscontro sul mercato romano, dove era stimata al pari di quella proveniente da Corinto e dall’attuale Nauplia. Alla metà del secolo successivo l’uva “narnese” fu anche oggetto di una sorta di contraffazione, almeno stando a quanto si legge in L’Umbria vendicata negli antichi e naturali suoi diritti, Perugia, presso Carlo Baduel e Figli, 1798: “i Mercanti Italiani per lo più con l’Uva di Corinto mescolano certa picciola Uva, detta Passerino, che cresce nelle Campagne di Narni, e non ha acini”. Una pratica che sminuiva il nome di Narni a favore di altri centri di produzione ed un uso di mercato che deteriorava l’immagine della nostra uva, la quale sarà comunque ancora contemplata tra le preminenze locali nella metà dell’Ottocento.

Famosa in tutta Europa

Si hanno notizie dell’uva passa narnese anche in contesto europeo: in “Almanach du Commerce de Paris, des Departiments de la France et des principales Villes du Monde, 1837, Biblioteca Nazionale di Francia, Gallica, si legge: “grand commerce de vins de son territoire et de raisins secs, entre Terni et Narni, culture de l’uva passa, raisins sans pepin, à grains très petits, ressemblant pour la forme et le goùt au raisins dé Corinthe.”

Ciò nonostante, l’uva passa di Narni non figurerà tra le eccellenze presentate all’Esposizione Agraria, Industriale e Artistica del 1861, nella quale si scommetteva sulle diverse tipicità del territorio e quell’assenza sembrerebbe testimoniare l’inarrestabile declino oppure la scomparsa di uno storico “marchio” del quale si è perduta la memoria.

Il vitigno “Narnese” è perduto per sempre o attende solo di essere riconosciuto?

Un marchio, ovvero un vitigno “narnese” che potrebbe essere scomparso nel corso di una devastante invasione di fillossera avvenuta negli ultimi decenni del XIX secolo, anche se questa non è che una mera ipotesi. Forse il vitigno è ancora presente in qualche territorio, laddove tra i “colli sottostanti l’Appennino, nei siti aprici, si fanno vini più puri e bianchi e rossi e moscatelli”, come descrivono gli “Annali di viticultura ed enologia italiana” nel 1876. E attende solo di essere riconosciuto.


Mariella Agri – Claudio Magnosi

Pergamene Mariella Agri
Pergamene Mariella Agri

Corsa, bene le assemblee dei terzieri e dell’associazione

NARNI – Lo scorso fine settimana si sono svolte le assemblee generali dei terzieri di Mezule, Fraporta e Santa Maria e l’assemblea dell’associazione Corsa all’Anello (formata dal direttivo della stessa, dai consigli direttivi dei terzieri e dal collegio dei probiviri), in occasione della quale sono stati approvati il bilancio consuntivo 2019 e quello preventivo 2020. In un momento estremamente difficile a causa dell’emergenza covid, tutti i componenti dell’assemblea si sono dimostrati coesi nel raggiungimento degli stessi obiettivi, per il bene della città e della Corsa all’Anello.

“L’assemblea – ha spiegato il presidente dell’associazione Corsa all’Anello Federico Montesi – è stata molto partecipata e propositiva. I bilanci sono stati approvati all’unanimità e sono state gettate le basi per gli stati generali della Corsa all’Anello che si terranno a breve. E’ stata improntata anche la programmazione riguardante le linee guida sull’evoluzione dell’evento. Ci sono ipotesi e progetti da condividere, che rappresentano il futuro della festa. L’evento che si è svolto a settembre, il Festival delle Arti del Medioevo, ha funzionato e siamo molto soddisfatti. Siamo riusciti a mettere in scena una manifestazione compatibile con le restrizioni derivanti dall’emergenza covid, con contenuti inediti, di diversa natura rispetto alla Corsa all’Anello, ma di grande valore. La manifestazione – ha concluso –  era stata poi anticipata dall’edizione digitale di aprile, della quale andiamo ugualmente orgogliosi. Nel panorama delle feste storiche siamo gli unici ad avere offerto i due eventi, di spessore e nel rispetto delle regole. Ora guardiamo al futuro, tutti nella stessa direzione”.

Soddisfazione anche nei terzieri. Nel mese di novembre avrebbero dovuto svolgersi le elezioni per il rinnovo dei comitati. Le cariche, visto il momento di emergenza, sono state prorogate di un anno e le elezioni si terranno a fine 2021.

“I mezulani – ha affermato il capo priore di Mezule Cesare Antonini – hanno dato fiducia per un altro anno all’attuale direttivo e li ringraziamo con tutto il cuore. È una grande assunzione di responsabilità per la grave crisi che ha investito la Corsa all’Anello per l’annullamento dell’edizione 2020 causa covid-19. Per questo siamo già al lavoro per risolvere tutti i problemi che questo tsunami ha causato.  Noi siamo pronti ad affrontare qualsiasi sfida per difendere la nostra passione e i nostri valori e chiediamo il supporto totale del popolo bianconero. Noi ci siamo e anche l’associazione Corsa all’Anello ha mosso passi epocali verso i terzieri. Lanciamo un appello alle istituzioni affinché si metta in campo qualsiasi sforzo per tutelare l’evento principale della città e chiediamo anche in questa sede una profonda riflessione sul futuro della festa in onore di San Giovenale. Stati Generali o no rimettiamoci subito al lavoro per garantire il futuro della Corsa all’Anello”.

“Abbiamo deciso – ha aggiunto il capo priore del terziere Fraporta Giuseppe Ratini – di darci un anno in più. Si è trattato di un grande gesto di responsabilità. Non ce la siamo sentita di lasciare i terzieri in un momento così complicato. Dare un segnale di continuità ci è sembrato il minimo in una situazione di emergenza che si spera possa finire presto. Quello che siamo riusciti ad evincere sia dall’assemblea di terziere che da quella generale è un profondo senso di collettività, di unità di intenti, di comunità. L’associazione Corsa all’Anello è coesa e l’intenzione è quella di mettere in campo progetti in sinergia. Lasciare da parte i protagonismi e lavorare per un unico obiettivo, per la festa e per Narni è l’obiettivo di tutti e ci impegneremo al massimo per raggiungere nuovi traguardi. Ci sono tante idee da mettere in campo e nei prossimi mesi lavoreremo per questo. Il covid, ovviamente ha rappresentato e rappresenta un grave problema, ma da una parte di ha dato anche la possibilità di fermarci e di riflettere sul futuro della festa”.

“La nostra assemblea – ha spiegato il capo priore del terziere Santa Maria Danilo Regis – è stata molto partecipata e quindi ci riteniamo soddisfatti. C’è stato dibattito, condivisione di idee, confronto tra tutti i partecipanti. Siamo arrivati ad una decisione molto importante per il terziere. Abbiamo infatti fatto una proposta che è stata accolta da tutto il direttivo. Da ora in poi le riunioni di comitato di Santa Maria potranno partecipare tutti i contradaioli, non sono i membri del direttivo. Si tratta di un gesto di estrema trasparenza nei confronti di tutti i simpatizzanti del terziere. Vogliamo che tutti possano essere partecipi di quelli che potremmo chiamare comitati allargati, facendo proposte ed esprimendo le proprie idee. Il nostro auspicio è che soprattutto i giovani, che rappresentano il futuro del terziere, possano essere partecipi degli incontri. La volontà è di integrarli il più possibile, in vista di un futuro ricambio. Siamo anche soddisfatti dell’assemblea generale dell’assemblea e delle idee proposte. Siamo pronti ad affrontare il futuro, in estrema unione”.

Erbe e spezie in Umbria, dalle verdure spontanee agli orti comuni

Il paesaggio urbano medievale

Il paesaggio urbano medievale, così’ come ci è testimoniato dall’architettura e dall’arte (basti pensare alla celebre Allegoria del Buon Governo del Lorenzetti a Siena) si presenta come  un alternarsi continuo di chiusure ed aperture: dalle mura civiche – che racchiudono la vita urbana, la definiscono e la limitano – ai campi, fino al bosco il passo è breve.

Le Porte d’accesso alla città murata segnano anche il passaggio tra la natura “salvatica” ed inospitale (il bosco, così come ci è narrato anche nei racconti e nelle favole…) e la sua domesticazione, tramite il lavoro dell’uomo, e portano alla comparsa degli orti, dei campi arati, che si estendono fino alle mura civiche.

Questo passaggio non è indolore, spesso è il risultato di espropriazioni, di guerre e di carestie, di un’urbanizzazione “forzata” per cui la città, il Comune medievale, tende a rinchiudersi dietro la sicurezza delle mura e dei castelli, delle torri e dei camminamenti di ronda, da cui la milizia cittadina osserva e controlla l’esterno, mentre il paesaggio rurale si modifica, si stringe, ed a stento sopravvive.

Nei periodi di carestia, durante le frequenti guerre, nei casi in cui è difficile muoversi da città a città, il Comune deve sopravvivere all’interno delle proprie mura, così come avveniva nei castelli dei Signori feudatari, ed allora l’acqua (il pozzo) ed il cibo sono necessità che costringono la  popolazione ad inventarsi nuove strategie di sopravvivenza.

Essendo difficile uscire dalle proprie mura, in questi casi un’importanza cruciale la assumono gli orti ed i campi coltivati in città, ed allora ecco nascere piccoli “orti urbani”, un sorta di micro-agricoltura gestita da gruppi di famiglie – o Parrocchie, quartieri – che coltivano piccoli appezzamenti di terra per i bisogni comuni.

Gli animali (maiali, ovini, mucche ed animali da cortile) possono muoversi spesso liberamente  in città, ma l’approvvigionamento di carne per tutti richiede spazi più aperti di quelli forniti da orti e giardini (dove a malapena si possono tenere oche e galline..), quindi le verdure rappresentano spesso gran parte del sostentamento pubblico. 

A tavola fra tradizione e contaminazioni “straniere”

La cucina e l’alimentazione si adeguano a tali bisogni, ed allora nascono tradizioni culinarie ricche di contaminazioni tra carne e verdura, e l’Umbria gioca una parte importante in questa mutazione.

La tradizione culinaria in Umbria viaggia infatti lungo due percorsi abbastanza definiti: quello vegetale e quello animale, che spesso  si incontrano  e si contaminano a vicenda. L’Umbria è può infatti essere definita come lo spartiacque geografico tra la “Romania” e la “Longobardia”, con una lunga storia di sovrapposizioni ed incroci  politici tra lo Stato della Chiesa ed il ducato Longobardo (si pensi a Spoleto), ed entrambe le dominazioni hanno contribuito  a formare una sorta di koinè alimentare: dall’uso dei cereali, con i diversi tipi di panificazione, allo sfruttamento del maiale (per cui Norcia diventa addirittura una “capitale” culturale della lavorazione),  questi due mondi si incontrano sulle nostre tavole da secoli.

Il maiale, in ogni sua declinazione (dall’arrosto ai salumi) gioca un ruolo importante nelle nostre cucine: la lavorazione della sua carne è da tempo immemorabile  un momento di unione, di convivio, di “pacificazione” tra famiglie e vicinanze addirittura, ed ogni operazione relativa alla sua preparazione coinvolge interi gruppi familiari sia in campagna che nelle piccole città.

La carne però è spesso un lusso, e durante i periodi di carestia – dal medioevo al 19° secolo –  il loro uso è fortemente limitato,  quindi alla base dell’alimentazione “di massa” ci sono le verdure, le erbe, i frutti della terra che vengono cucinati e serviti in ogni combinazione possibile.

Dalle “verdure basse” all’erba della “Provvidenza”, l’importanza dei vegetali

L’importanza delle “verdure basse”, quelle che ogni cittadino può coltivare nel proprio orto, è ancora fondamentale per la nostra cucina, e ben prima dell’arrivo dei frutti esotici e del pomodoro – che arricchiranno i nostri giardini  solo a partire dal 17° secolo – le erbe naturali entrano nella nostra cultura popolare, come sinonimo di cibo povero ma essenziale,  per cui, quando dalle  nostre parti si fa riferimento al cibo semplice, si dice “mangiare pane e cicoria” !

Alcune erbe di campo sono da sempre alla base della cucina umbra, e la conoscenza di un territorio e delle sue piante sono fondamentali per trasmettere cultura locale,  prima a livello orale, quindi in forma scritta, nelle ricette casalinghe, ed infine nei ricettari.

Certe erbe non hanno nemmeno un nome definito, vengono infatti definite col termine “misticanza” – che indica anche un’insalata mista – eppure le donne e gli uomini della nostra terra le conoscono dall’alba dei tempi, mentre spesso i botanici e gli scienziati ne ignorano l’uso e la stessa esistenza. in questo senso la cultura  popolare le ha veicolate verso il presente, senza bisogno di definizioni ufficiali.

Nei periodi di magra, o in pieno inverno, le erbe prendono il posto della carne, o – se possibile – la accompagnano abbondantemente per supplire alla carenza di calorie; l’orto privato, domestico, o vicinale gioca in questo senso un ruolo fondamentale per l’alimentazione del gruppo-famiglia;  la stessa geografia urbana delle nostre città  (almeno fino al primo ‘900) è caratterizzata da un continuo alternarsi di mura ed orti, di giardini privati e semplici passaggi naturali verso le porte della città.

La tradizione delle passeggiate “extra moenia” a caccia di cicoria, raponzoli, valeriana, asparagi ed altre erbe è sopravvissuta fino ai giorni nostri, e soprattutto nei piccoli centri medievali non è raro imbattersi in anziani signori che si calano in fossi e percorrono strade poco battute durante le ore più calde del giorno, alla ricerca delle preziose erbe.

Si dice “erbe di campo” e si pensa ai fossi, ai prati, alla vegetazione spontanea che arricchisce le tavole, per preparare insalate dai gusti diversi, più amare di quelle coltivate e dai nomi curiosi, popolari (visto che – come abbiamo detto – non ne hanno di scientifici) che richiamano alla memoria il loro “uso” o la forma particolare: bietole, puntarelle, caccialepri, raponzoli, che si sposano all’aceto bollito, all’aglio, alla salsa di acciughe ed aceto, seguendo anch’esse quella “nobilitazione” tanto cara ai cuochi di corte…

Nel Medioevo i monaci chiamavano queste erbe “Provvidenza”, legando la loro  comparsa alla benevolenza di Dio, un alimento che non necessita di lavoro quindi, un dono inatteso della terra, e mentre la regola benedettina spinge al lavoro nei campi (ora et labora) gli eremiti preferiscono vivere di elemosina, ed amano di conseguenza questo cibo “divino”.

La maggior parte degli uomini (in campagna, e nelle nuove città nel medioevo) cercano però una sintesi, e così coltivano il campo, zappano, arano, ma poi accolgono con gioia anche queste erbe spontanee.

Bizzarre sperimentazioni Medievali, dall’orto Mistico, al pane senza farina.

Gli orti nel medioevo sono anche straordinari luoghi di sperimentazione, dove i saperi agronomici e le pratiche  di coltivazione si incrociano, e danno vita a veri e propri percorsi ideali e materiali. L’orto fornisce  il cibo (erbe, frutta, verdura e spesso cereali per preparare  il pane) ed assolve così alla sua funzione primaria, ma allo stesso tempo ripropone  uno spazio ideale, mistico (si pensi ai giardini zen della tradizione orientale), dove  il credente può addirittura ripercorrere i sentieri dell’eden, circondato da piante, colori ed odori che richiamano una spiritualità ascetica.

Le piante selvatiche, di campo, vengono lentamente addomesticate, e così i finocchi ed i cardi vengono  addolciti dagli orticoltori, che li trapiantano nei giardini strappandoli alla natura “salvatica” del bosco, del campo appunto.

Nei secoli le erbe selvatiche hanno persino contribuito alla ricerca affannosa del pane, il vero elemento culturale italiano, tanto importante nella nostra storia da aver contaminato il linguaggio, per cui l’italiano è l’unica lingua che  prevede l’espressione “pane e companatico” da cui si desume che l’alimento centrale è il pane, il resto accompagna il pane.  Questa centralità del pane (insieme a quella dell’olio) è – in parte – retaggio del cristianesimo, per cui la stessa transustanziazione vede il corpo di Cristo farsi pane per noi, ed il pane quotidiano è l’elemento portante addirittura del Padre Nostro.

Nei tempi  di carestia però, soprattutto nell’alto Medioevo e durante i lunghi periodi bellici, i cereali alti (grano) e quelli bassi (spelta, miglio..) scompaiono dalla tavola, ed allora non sono rari i casi di improbabili tentativi di panificazione con erbe di campo, persino con erbacce, che vengono macinate e trasformate in pagnotte, dal dubbio potere nutritivo e sostanzialmente immangiabili, se  non nocive per l’uomo. L’unico succedaneo del grano (naturalmente prima della comparsa del mais in Europa)  che ha avuto fortuna è la castagna: cotta, sminuzzata, tritata e trasformata in farina, con  essa si crea quello che forse è il primo dolce nazionale: il castagnaccio.  Non è un caso che il castagno sia anche chiamato “albero del pane” e la sua presenza all’interno degli orti vicinali o in quelli privati diventa nei secoli una costante anche in Umbria, accanto all’ulivo.

Fabio Ronci

Convocazione Assemblea

Convocazione dell’Assemblea dell’Associazione Corsa all’Anello

Narni, 05/10/2020

Il Presidente Federico Montesi convoca per domenica 25 ottobre 2020, alle  ore 9,00 in prima convocazione e alle ore 10,00 in seconda convocazione, presso  l’Auditorium Bortolotti, l’Assemblea dell’Associazione Corsa all’Anello invitando i componenti l’Assemblea dell’Associazione Corsa all’Anello: 
Terziere Mezule (20 componenti consiglio direttivo)
Terziere Fraporta (20 componenti consiglio direttivo)
Terziere Santa Maria (20 componenti consiglio direttivo) 
I membri del consiglio direttivo 
I membri del collegio dei Probiviri 

Argomenti all’ordine del giorno: 
Comunicazioni del Presidente;
Approvazione bilancio consuntivo 2019 e preventivo 2020;
Varie ed eventuali. 

N.B.: in caso di restrizioni per emergenza Covid-19 l’Assemblea si svolgerà tramite collegamento  on–line. In presenza è obbligatorio indossare la mascherina.

San Francesco, Narni, le chiese dei mendicanti

Dall’enciclica Laudato sì di Papa Francesco

 “ il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode”.

Ottobre è il mese  in cui si ricorda San Francesco d’Assisi ( 1182 – 1226), ricorrendo la sua memoria  liturgica, proprio il quarto giorno di questo mese.

Nel libro primo, capitolo ventotto, degli Statuti trecenteschi della città di Narni, si elencano una serie di festività da osservare e tra queste la festa di San Francesco. In tali festività, erano vietate la maggior parte delle attività artigianali, di commercio e della giustizia civile, mentre le poche attività concesse erano specificate chiaramente, come alcune particolari ed inderogabili mansioni legate al nutrimento di persone e bestiame. Trasgredire tali norme comportava vedersi  comminare forti sanzioni pecuniarie. 

 San Francesco ha dei legami rilevanti con Narni ed il territorio circostante, negli anni a cavallo tra il primo ed il secondo decennio del XIII secolo. E’ infatti attestato il suo passaggio a Narni e la memoria della sua presenza riscontrabile nelle antiche biografie come gli scritti di Tommaso da Celano ed altre fonti e in varie opere dipinte disseminate tra l’Umbria meridionale e  l’alto Lazio. Sappiamo di sue predicazioni e miracoli nella nostra zona, come della sua permanenza in quel luogo ameno noto come Sacro Speco, vicino alla località di Sant’Urbano. Viene tramandato poi che, il Santo si fermò anche sotto ai castelli di San Vito e Guadamello, dove il Tevere fa da confine tra Umbria e Lazio, di ritorno da Roma, dove si era incontrato col potente papa Innocenzo III; siamo nel 1210, quando Francesco andò dal pontefice per discutere le modalità con le quali condurre la comunità dei suoi già numerosi seguaci, ottenendo il permesso di predicare e quindi il riconoscimento come comunità evangelica, che poi, circa dieci anni più tardi portò alla stabilizzazione ed istituzione dell’Ordine francescano, con la conseguente approvazione della Regola.

Saranno quindi narnesi alcuni dei suoi primi confratelli ed in città venne poi fondato il convento e la grande chiesa a lui intitolata. Inoltre sembra sia narnese uno tra quei protomartiri francescani, tutti comunque provenienti dal nostro territorio, che unitisi al nascente ordine francescano, partirono a predicare il Vangelo in Marocco, subendo il martirio nel 1220.

Le comunità dei frati minori si distribuivano in varie custodie, che erano sostanzialmente delle organizzazioni territoriali con funzione anche di tutela di luoghi particolarmente simbolici per il culto del santo e dei suoi primi seguaci, tra i quali frate Matteo da Narni. Proprio la città di Narni ospitava uno di questi insediamenti di riferimento per tutto il territorio limitrofo.   

     Della chiesa e del convento all’interno delle mura cittadine, dove si riunirono i frati minori francescani, abbiamo riscontri a partire dalla seconda metà del Duecento. La chiesa, che presenta elementi originali, sia nella collocazione, che nella facciata e nell’interno, rispetto ad altre chiese medievali narnesi, reca caratteristiche riscontrabili in molti edifici religiosi voluti dagli ordini mendicanti dell’epoca : un interno ampio e tendenzialmente unitario degli spazi, l’area del coro volutamente in evidenza rispetto a quella dei fedeli, la grande dimensione pur senza eccessive concessioni alla decorazione complessiva.   

Gli ordini mendicanti ( francescani, domenicani e agostiniani tra quelli presenti a Narni ) in effetti erano portatori di una nuova radicale religiosità fortemente riformista, ad esempio promuovendo l’ideale della  povertà e quindi anche nelle loro costruzioni, solevano marcare le istanze dei loro movimenti, cercando autonomia, pur con ovvi elementi di derivazione, rispetto al tradizionale assetto della chiesa medievale con la complessa spazialità romanica e al confronto coi grandi esempi dei complessi monastici benedettini e con il rigore delle proporzioni dei cistercensi.  Tali peculiari nuove caratteristiche, riscontrabili suprattutto nelle chiese mendicanti del Duecento, saranno poi via via attenuate, basti pensare alla crescente complessità dell’area presbiteriale, per la caratteristica di questi movimenti di sapersi anche ben confrontare e quindi dialogare con le varie realtà locali e con le classi che rappresentavano la società del tempo. Ecco allora che le chiese mendicanti ebbero un ruolo nel diffondersi del linguaggio figurativo gotico e dell’edificio religioso come contenitore e palcoscenico favorevole alla funzione della predicazione alla moltitudine dei fedeli, che proprio gli ordini mendicanti perseguivano. Superavano comunque un’articolazione più complessa degli spazi, il rispetto assoluto delle proporzioni e di possenti e statiche strutture, uno stile più dotto e un utilizzo scenografico delle decorazioni, per favorire una più diretta fruibilità,  una lettura più immediata, in sostanza un luogo di incontro anche talvolta imperfetto, dove, facendo un paragone con la letteratura del tempo, si parlasse una lingua più “volgare” e comprensibile.  

E infatti anche nella chiesa narnese troviamo la diffusa grande aula ( le navate laterali hanno uno sviluppo che forma omogeneità rispetto a quella centrale) con copertura a tetto e con il coro in risalto, con volta in muratura ed elementi gotici nell’abside.  Le navate laterali sono delimitate dal ritmo dei grandi pilastri cilindrici, mentre sul loro lato esterno si aprono delle cappelle che ancor più dilatano lo spazio. Sia nei pilastri che nelle cappelle laterali si sono conservati molti affreschi, attribuiti a vari artisti e datati a partire dal Trecento fino al Manierismo, che rappresentano temi mariani e santi venerati nel nostro territorio.

Nonostante i frati minori nel medioevo, come altri ordini mendicanti, insediassero le loro comunità nel tessuto cittadino e cercassero il rapporto fruttuoso con le componenti sociali delle realtà comunali, non disdegnavano comunque la ricerca di siti anche più solitari. Tra questi merita di essere preso in considerazione il Santuario denominato Sacro Speco, dove risiedono ancor oggi stabilmente dei frati minori francescani, situato in posizione dominante ed incastonato nei boschi vicino alla località di Sant’Urbano nel comune di Narni. In questo luogo suggestivo si trovava già un antico eremo legato ai benedettini e sappiamo che Francesco vi soggiornò intorno al 1213 con alcuni suoi compagni. Qui, inseriti sia all’interno che all’esterno del santuario stesso, troviamo diversi luoghi che la tradizione vede legati alla sua presenza. Alcuni dei più significativi sono un piccolo oratorio preesistente dedicato a San Silvestro; un pozzo di raccolta dell’acqua piovana dove per intercessione del  santo che si trovava in stato di malattia, avvenne il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino rigenerante; la profonda fenditura della roccia, quello specus da cui prende nome il luogo, dove il santo soleva ritirarsi in preghiera e meditazione ; un riparo in pietra dove poteva riposarsi durante la sua convalescenza.

Il personaggio Francesco d’Assisi, ha lasciato quindi delle tracce tangibili e delle memorie importanti nella nostra storia e al di là delle fede e dell’esempio che ci ha testimoniato nella sua intensa e breve vita, merita di essere festeggiato e ricordato proprio dalle terre dell’Umbria, che trasudano il suo messaggio di amore, pace, semplicità e rispetto del creato.

Marco Matticari

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