Mese: Dicembre 2020

Il Natale, i doni e i giochi…sembra una storia semplice

Dagli antichi festeggiamenti in onore di Saturno ai rituali moderni del Natale

Molti sono i retaggi dei festeggiamenti dedicati a Saturno dai Romani, che possiamo ritrovare nei nostro Natale moderno: doni, frutta secca, giochi d’azzardo e molto altro.

La data del Natale è inesatta

«I Romani stabilirono la festa del Natale del Sole non nel giorno esatto della conversione solare, ma nel giorno in cui il ritorno del sole, dal sud al nord, appare agli occhi di tutti. Nell’ignoranza in cui si trovavano ancora delle leggi scoperte dai Caldei e dagli Egizi, e condotte alla loro perfezione da Ipparco e Tolomeo, si fondarono sulle testimonianze sensibili e sulle semplici apparenze, imitati poi dai loro successori che, come ho già detto, hanno adottato questo punto di vista».

Dalla festa del dio-Sole a Natale in un decreto

Così l’imperatore Giuliano (331-363), l’ultimo dichiaratamente pagano, spiegava la festa del 25 dicembre, il Natalis Solis, una delle più sentite e partecipate celebrazioni del mondo romano che il suocero Costantino, dopo la sua conversione, attraverso un decreto, trasformò nella festa della nascita di Gesù. A Roma al Sol Invictus era stato consacrato un tempio da Aureliano in una data non tramandata precisamente dalle fonti ma attestata alla  fine dicembre del 274, facendo del dio-Sole la principale divinità del suo impero e, come altri prima di lui, fu raffigurato con una corona a raggi. Si presume che a lui risalga la festa solstiziale del Dies Natalis Solis Invicti, “Giorno di nascita del Sole Invitto”. La scelta di questa data poteva rendere più importante la festa, in quanto la inseriva, concludendola, sulla festa romana più antica, i Saturnali.

Saturno, l’origine misteriosa di un dio

Questi festeggiamenti in onore di Saturno sono noti per gli eccessi, per lo scambio dei ruoli sociali, per i doni soprattutto ai bambini, per le abbuffate a tavola, il gioco d’azzardo e una pronunciata licenziosità dei costumi…ma cosa significava esattamente tutto questo? E cosa rappresentava Saturno per i romani? Ma soprattutto, chi era?

Per gli stessi antichi l’origine del dio era difficile da stabilire; Varrone faceva derivare il nome Saturnus da sero/ satum (seminare) e della stesso opinione erano Festo, Lattanzio, Sant’Agostino e Macrobio. Cicerone da satura o saturare ma a livello linguistico bisogna piuttosto accogliere una derivazione dall’etrusco Satre che per effetto della latinizzazione restituisce l’onomastica in –arnus,-urnus, –erna (Volturnus, Mastarna, Saserna). Conferma di ciò si ha da un famoso reperto archeologico noto con il nome di Fegato di Piacenza, dove un dio Satre compare nella 14°regione, tra due regioni ctonie, la 13° dedicata agli dei Mani e la 15°a Veiove, un dio appartenente al mondo infero.

Saturno quindi apparteneva al mondo dei morti e per questo quando gli si rendeva omaggio bisognava farlo in modo adeguato: lui pretendeva vittime in dono!

I romani non si erano sottratti del tutto ai desideri divini ma quando potevano, con il giusto escamotage, cercavano di eludere l’obbligo di uccidere, soprattutto i più piccoli.

Ciò dipendeva dal mito collegato all’arrivo del culto di Saturno in area laziale e dai rituali che ne erano derivati e, secondo Macrobio, solo Ercole, passando per l’Italia, insegnò il modo di aggirare il volere del dio: offrire degli oscilla di terracotta a imitazione della figura umana e dei ceri; da qui si sviluppò la festa dei Saturnalia e l’usanza di offrire in dono statuine e ceri/torce .

Saturno e gli eccessi a lui dedicati

Sappiamo che il ciclo dei festeggiamenti comprendeva almeno sette giorni, dal 17 al 23 dicembre. Vi risultavano quindi compresi, oltre agli stessi Saturnalia del 17, gli Opalia del 19, i Sigillaria del 20, i Divalia in onore di Angerona del 21 e i Larentalia, in onore di Acca Larenzia madre dei Lari,del 23. C’erano poi i Compitalia, una festa mobile ma fortemente legata ai Larentalia che cadeva tra gli ultimi giorni di dicembre ed i primi di gennaio. E’ chiaro che è tutto un ciclo strettamente legato al solstizio d’inverno.

Proprio durante i Compitalia avveniva lo scambio delle Maniae, piccole bambole che si appendevano alle porte delle case per onorare i morti e Macrobio ce ne svela il significato vero: «anticamente si immolavano dei bambini a Mania, madre dei Lari, usanza che fu interrotta da Bruto, primo console, il quale ordinò di sostituire le teste di bambini con teste di papavero». Sappiamo anche che durante i Compitalia si appendevano sulle porte tante statuine quanti erano gli abitanti di una casa: si offriva quindi una bambola per riscattare una vita umana; più tardi essi divennero dei semplici giocattoli, delle frivolezze che ci si scambiava in dono. Il commercio di queste bambole era assai attivo, e pare addirittura che il prolungamento dei Saturnalia con i Sigillaria, della durata di 7 giorni, si spiegasse in una certa misura con la volontà di favorirlo. A Roma ci furono dei negozi specializzati, dei veri e propri mercatini, prima nel Portico di Agrippa, nel Campo Marzio, e quindi nelle terme di Traiano sul Celio. Col tempo ci si donarono non solo bambole, ma un’infinità di oggettini di modico prezzo. Leggi speciali addirittura indicavano il prezzo massimo che era lecito spendere per fare i doni più importanti.

Le divinità a cui si rendeva omaggio nel periodo dei Saturnalia erano tutte poste idealmente e fisicamente (almeno come sede del culto), nei luoghi critici di confine di due mondi, tra la morte e la rinascita del sole e tra il mondo dei morti e quello dei vivi.

La fine dell’anno e il disordine cosmico

Tutti i passaggi implicano una crisi e la fine dell’anno è un periodo di disordine cosmico che deve essere esorcizzato. L’uomo vive nel timore di vedere esaurite le forze che lo circondano, nel timore per esempio che il sole si spenga definitivamente nel solstizio invernale, che il grano non rinasca. La vegetazione ha dei momenti di estinzione apparente che lo turbano. La forza sacra operante nei raccolti va accresciuta, rigenerata. E allora si devono pregare i morti, perché i morti hanno sotto la loro giurisdizione il seme seppellito e anche i raccolti ammassati nei granai, alimento dei vivi per tutto l’inverno. Ma i morti, come i semi, potenzialmente aspettano di rinascere. Per questo si accostano ai vivi specie nei momenti in cui la tensione vitale della collettività raggiunge il massimo.

A questa si aggiunge il vigore della fiamma delle torce e delle candele che va in soccorso al sole nel momento in cui questo è più debole proprio nel periodo del solstizio d’inverno.

L’importanza del gioco d’azzardo

Durante i festeggiamenti una parte importante la svolgeva il gioco d’azzardo, soprattutto quello legato ai dadi ed ha un carattere fortemente ctonio (funerario) e legato al ciclo della natura.
Erodoto racconta la storia di un re egizio che, sceso nel regno dei morti, gioca a dadi con Demetra, la dea del grano. Interessante è un altro racconto dello stesso relativo alla invenzione stessa dei dadi. Sarebbero stati i Lidii a inventare questo gioco allorché, colpiti da una carestia, un giorno mangiavano e il successivo giocavano a dadi per distrarsi e scordare la fame. E probabile che Erodoto abbia qui banalizzato un contenuto simbolico molto più complesso. Il dado è espressione del gioco intrapreso dai mortali con le potenze della profondità. La semenza viene considerata come la posta, e si gioca nella speranza di vincere un buon raccolto. Il contadino che ha finito di seminare non ha più da lavorare. Costretto all’inerzia, al lavoro non può che subentrare l’azzardo, l’alea di una scommessa ingaggiata con la natura.

In definitiva è questa l’essenza dei Saturnalia, da un lato è la celebrazione del lavoro della semina e del riposo che la succede ma dall’altra è necessaria per sistemare il rapporto tra i vivi e i morti perché in quella società e in quei tempi questo rapporto doveva giocarsi come una delicata “crisi sacrale” che doveva assolutamente risolversi a favore dei vivi.

I saturnalia quasi un carnevale

Quindi, in definitiva, i Saturnalia, spesso accostati per vari aspetti al carnevale, altro non sono una grandiosa “festa dei morti”, ma allora perché sono più famosi per lo scambio dei ruoli tra servi e padroni e per i doni ai bambini? Perché queste due categorie non essendo pienamente integrate nella società dei vivi, da un punto di vista dei rapporti sociali, rappresentano “gli altri”, cioè i morti e conviene festeggiarli.

Nella nostra società sono ancora molti i retaggi di questo antichissimo e complesso sistema di festeggiamenti anche se sono mutati i significati e gli intenti ma…quante candele accenderemo a Natale? Quanti doni scambieremo, quanta frutta secca, quindi idealmente morta, mangeremo? Quante volte lanceremo i dadi sperando che il futuro sia migliore? Buon Natale e “Io Saturnalia”, come dicevano i nostri antenati.

Eleonora Mancini 

Corsa all’Anello, buon Natale con “a cartolina”

Cartoline di buon Natale

NARNI – Cartoline di buon Natale, il cui ricavato andrà in progetti di solidarietà. L’associazione Corsa all’Anello ed i terzieri insieme al Comune di Narni hanno messo in campo l’iniziativa che prevede la messa in vendita delle cartoline natalizie a partire da domenica scorsa.
I proventi della vendita saranno devoluti in particolare al progetto “Dispense solidali” con il quale l’amministrazione provvede da tempo ad acquistare beni alimentari da distribuire alle famiglie in difficoltà.

Le cartoline sono in vendita nelle quattro edicole fra centro storico e scalo e al punto vendita del Digipass di Palazzo dei Priori. La gestione dell’iniziativa è stata affidata alla pro loco.

La Corsa è la nostra identità


“L’apprezzato coinvolgimento di Corsa all’Anello in questa originale iniziativa – ha affermato il responsabile della comunicazione dell’associazione Corsa all’Anello Emiliano Luciani –  dimostra ancora una volta quanto la manifestazione storica possa essere non solo elemento identificativo della nostra identità, ma anche e soprattutto veicolo di coesione sociale. L’idea di dedicare le cartoline della Corsa ai terzieri nasce con l’intento di omaggiare la vera anima della festa: i contradaioli attraverso modi di dire, personaggi e luoghi che speriamo di poter tornare a vivere presto”.  

L’obiettivo è coinvolgere


“Una delle cose importanti è stato il coinvolgimento dei tre terzieri della Corsa all’Anello, ossia Mezule, Fraporta e Santa Maria”, ha spiegato l’assessore a turismo e cultura, Lorenzo Lucarelli. “I contradaioli – ha puntualizzato l’assessore – hanno raccolto le frasi, le parole e i detti da inserire nelle cartoline”. Sempre l’assessore sottolinea che “l’iniziativa ha l’obiettivo di coinvolgere i cittadini soprattutto in questo Natale un po’ particolare per via del covid-19 e delle restrizioni in atto. E’ un modo per far sentire tutti protagonisti e per ribadire la coesione sociale della nostra città”. 

Le metamorfosi di Babbo Natale, da San Nicola a Santa Claus

La vera storia Babbo Natale


Da antico vescovo di Myra a partono di Bari

San Nicola fu vescovo di  Myra (nell’attuale Turchia) durante il  3° secolo,  quindi uno dei primi vescovi cristiani scelti dalla Chiesa dopo l’editto di Costantino.
Della sua vita abbiamo pochissime notizie certe. Nato probabilmente a Pàtara di Licia, in Asia Minore, è come vescovo di Mira che si inizia a parlare di lui,  per aver compiuto un miracolo dopo l’altro.

Come accade alle forti personalità cristiane dei primi secoli, quasi ogni suo gesto è trasfigurato in prodigio, così – ad esempio –  strappa miracolosamente tre ufficiali al supplizio; preserva la città di Mira da una carestia, ecc…   Tra i suoi “miracoli” si rammenta anche un’azione di intermediazione per liberare alcuni ufficiali, per i quali ottenne la grazia dall’imperatore Costantino (al quale poi chiederà anche sgravi d’imposta per la sua città, sempre Mira). Un altro suo miracoloso intervento contro una carestia può essere invece la memoria di un’azione che lo vide a capo dell’organizzazione di soccorso che fece arrivare rifornimenti tempestivi. Si narra pure che abbia placato una tempesta in mare, e resuscitato tre giovani uccisi da un oste che li aveva prima rapinati…

Secondo la vulgata Nicola muore il 6 dicembre, di un anno incerto, ma il suo culto si diffonde velocemente dapprima in Asia Minore (25 chiese dedicate a lui a Costantinopoli nel VI secolo), poi nel resto d’Europa.

A  partire dal 5° secolo abbiamo infatti notizie sempre più frequenti  di  pellegrinaggi alla sua tomba, posta fuori dell’abitato di Mira, mentre – contemporaneamente – moltissimi scritti in greco e in latino esportano il suo culto dal mondo bizantino-slavo all’ Occidente, cominciando da Roma e dal Sud d’Italia.

Dopo la morte le sue spoglie furono portate a Bari e proprio qui inizia  un culto particolare della venerazione di San Nicola, infatti  la religiosità  popolare lo accosta sempre di più al mondo infantile, fino ad essere universalmente  ricordato come benefattore dei bambini e delle ragazze nubili in difficoltà.

Uno dei prodigi che accrescono questa fama di “protettore dell’infanzia” narra di un San Nicola che essendo venuto a conoscenza di  tre povere bambine, a cui le famiglie non potevano assegnare una dote (elemento necessario affinché, divenute grandi, avrebbero potuto sposarsi) e quindi rischiavano di esser vendute come schiave dagli stessi genitori. Allora il vescovo si recò, di nascosto nella notte, fino alla casa delle bambine e posò sulla finestra tre sacchetti pieni d’oro. – Secondo altre leggende invece Nicola depose i soldi in tre scarpe, che poi, col passare dei secoli, diventano  delle “calze” soprattuto nelle raffigurazioni pittoriche.


Oltre sette secoli dopo la sua morte, quando in Puglia è subentrato il dominio normanno, “Nicola di Mira” diventa ufficialmente “Nicola di Bari”, ma ciò  avviene  grazie all’azione predatoria di  62 marinai baresi, i quali  – sbarcati nell’Asia Minore ancora soggetta ai Turchi – arrivarono al sepolcro di Nicola e s’impadronirono dei suoi resti, e con tali Sante spoglie  giunsero a Bari il 9 maggio 1087 e furono accolti in trionfo: ora la città aveva un suo patrono.

L’azione fortemente supportata dalla Chiesa locale fu giustificata dall’opinione che tale furto avrebbe però impedito una razzia “turca” delle stesse spoglie. Dopo la collocazione provvisoria in una chiesa cittadina, il 29 settembre 1089 esse trovano finalmente una sistemazione definitiva nella cripta, già pronta, della basilica che si sta innalzando in suo onore. E’ il Papa in persona, Urbano II, a deporle sotto l’altare.

San Nicola ed i suoi aiutanti: il Krampus ed il servo Ruprecht

Da Bari, attraverso il porto ed i collegamenti marittimi dell’area Normanna col Nord Europa, il Santo inizia ad essere invocato anche come protettore dei marinai: le gomene delle navi spesso sono intarsiate con la sua effige in abiti vescovili e barba lunga.

In quasi ogni città portuale Europea, persino dove c’è solo un porto fluviale, nascono chiese dedicate a San Nicola (persino a Berlino, c’è il quartiere di san Nicola, sebbene il fiume oggi lì nemmeno si vede più), ed i marinai cominciano ad esportare effigi del santo anche oltre oceano.

Durante il Medioevo la sua iconografia resta  semplice, abbastanza aderente alle immagini originali del Vescovo di Myra: magro, con mitra e bastone pastorale, abito bianco, verde  e rosso, dove però il rosso è ancora sporadico…

In Europa, soprattutto nel Nord, oltre le Alpi, il santo curiosamente  inizia ad essere  associato soprattutto ai bambini e quindi alla distribuzione di doni, soprattutto ai bambini buoni, e col tempo gli viene affiancato anche un losco aiutante, che in Germania chiamano Knecht Ruprecht, un mostro a metà strada tra un Troll ed un diavolo (sicuramente un retaggio pagano) il cui dovere invece è quello di  spaventare i bambini cattivi con una frusta!

La festa di San  Nicola (alla vigilia del 6 Dicembre) prende piede principalmente lungo l’arco alpino (in Tirolo, Baviera, Austria), e culmina in una sfilata per le vie del paese. La sfilata solitamente segue questo ordine: in primis sfila lo stesso San Nicolò, a piedi o su di un carro, accompagnato dagli angeli e dal suo servo Davide, che distribuiscono dolci e caramelle ai paesani.

Quei diavoli dei Krampus

A seguire, una masnada di diavoli inferociti, armati di fruste e catene: i krampus. I Krampus sono uomini-caproni scatenati e molto inquietanti che si aggirano per le strade alla ricerca dei bambini “cattivi”. Le loro facce sono coperte da maschere diaboliche e paurose; i loro abiti sono laceri, sporchi e consunti. I Krampus, vagando  per le vie dei paesi, provocano rumori ottenuti da campanacci o corni, che li accompagnano nel tragitto che li porta in giro. L’origine di questa usanza, mantenuta con fiero orgoglio in molti comuni dell’Alto Adige, si perde nella notte dei tempi. Una delle poche cose di cui si è a conoscenza è che probabilmente  è legata al solstizio invernale.

Una leggenda sui Krampus 

L’apparizione di San Nicola tra le Alpi è legata ad un’usanza antichissima:  nei periodi di carestia, i giovani pastori di montagna si travestivano con pellicce formate da piume e pelli, e con corna di animali. Così, irriconoscibili, andavano in giro a terrorizzare gli abitanti dei villaggi vicini, derubandoli delle provviste necessarie per la stagione invernale. Dopo un po’ di tempo, i giovani si accorsero però, che tra di loro vi era un impostore: era il diavolo in persona, che approfittando del suo reale volto diabolico si era inserito nel gruppo rimanendo riconoscibile solo grazie alle zampe a forma di zoccolo di capra.

Venne dunque chiamato il Vescovo Nicola, per esorcizzare l’inquietante presenza. Sconfitto il diavolo, tutti gli anni i giovani, travestiti da demoni, sfilarono lungo le strade dei paesi, non più a depredare ma a portare doni o a “picchiare i bambini cattivi”, accompagnati dalla figura del vescovo che aveva sconfitto il male.

Appena il sole tramonta però  –  ancora oggi – San Nicola lascia la sfilata, lasciando incontrollati i diavoli, che senza inibizioni rispondono colpo su colpo alle provocazioni dei ragazzi e degli adolescenti.

Nella sua trasmigrazione verso il Nord Europa il Santo ha poi  ereditato un altro aiutante dalla tradizione pagana: nella tradizione germanica è infatti presente un servo (Knecht, appunto), vestito di nero, che porta una frusta legata alla cintura ed un  sacco pieno di frutta (mandarini, noci, cioccolata e Lebkuchen) per i bambini.

Lo sbarco di San Nicola nel Nuovo Mondo

E’ stato grazie ai frequenti viaggi dei marinai olandesi (poi inglesi) tra il 17° ed il 18° secolo  che figura di San Nicola giunge in America, dove viene conosciuto con il nome olandese di Sankt Nikolaus, un nome che  però risultava ancora ostico alle orecchie degli abitanti del New England e quindi si iniziò a chiamarlo solo Saint Claus, poi – per una strano fenomeno di mutazione di genere per un aggettivo –  Santa Claus.

La figura resta però ancora marginale, finchè – all’inizio del 20° secolo – l’aspetto moderno di Santa Claus assume la sua forma definitiva grazie alla pubblicazione della poesia “A visit form Saint Nicholas”, più nota con il titolo “La notte di Natale” (The Night Before Christmas), apparsa su un giornale della zona di New York,  The Sentinel,  nel 1823.

In questo racconto Santa Claus viene descritto come un signore un po’ tarchiato che possiede ben otto renne, che per la prima volta acquistano dei nomi: Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder e Blitzen.

Santa Claus e il Marketing

L’evoluzione definitiva dell’immaginario collettivo moderno, dall’etereo San Nicola di Myra, poi  di Bari, al paffuto Babbo Natale del presente avviene solo agli esordi del 20° secolo, grazie alla scelta oculata di una nota bevanda “para-medicinale” che aspirando ad essere venduta ad un pubblico più vasto, verrà pubblicizzata  soprattuto come drink per le feste natalizie (è l’inizio  del marketing moderno) e che sceglie proprio quell’immagine  del 1823, affidandola però alle mani dell’artista Huddon Sundlbom (di origine svedese) che sfrutta le proprie rotondità fisiche e le esalta con i colori delle vesti di San Nicola, aumentando però la porzione di rosso a discapito della bianca veste originale del Vescico medievale. 

Così  le immagini di Santa Claus si sono ulteriormente fissate nell’immaginario collettivo grazie alla sua apparizione nelle pubblicità natalizie della bevanda, al punto che  la popolarità di tale immagine ha fatto sì che si diffondessero varie leggende urbane che addirittura attribuirebbero alla Coca-Cola l’invenzione stessa di Santa Claus.

Dopo la guerra i soldati americani importano in Europa le loro tradizioni, che prendono velocemente piede anche da noi, ed ecco quindi come quel vecchio vescovo turco, magro e quasi ascetico, che nel Medioevo italiano abbandonò il continente a bordo delle navi che andavano a nord, portandosi dietro solo la propria fama di Protettore di bambini e marinai, dopo 1000 anni è finalmente tornato  in Europa come Santa Claus.

Fabio Ronci

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