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Mese: Luglio 2021

Cavalli nelle Giostre Medievali

Questa “conversazione” porta con sé una difficoltà già evidente nel coniugare un’argomento così vasto, pur ponendosi limiti temporali e territoriali.

Affrontando il tema per coordinate essenziali, andiamo a considerare soltanto quelle tipologie di cavalli, utilizzati in Italia nelle manifestazioni equestri come tornei, quintane, gare all’anello, pali, inoltre  termini ricorrenti saranno,” forse, si ipotizza, si crede,” perché non tutto è chiaro e condiviso.

Tra la documentazione studiata sui tornei in Italia, il professor Franco Cardini interviene nel merito lasciando la parola a Ludovico Antonio Muratori che dice: “ sappiamo da Ennodio (vescovo di Pavia +521 )  nel panegirico di Teodorico, ( + 451 ) che questo principe, affinchè i soldati e la gioventù non s’avvezzassero all’ozio, istituì finti combattimenti  con i quali teneva in esercizio la loro bravura e si dava al popolo un gustoso spettacolo”.

Abbiamo già in queste poche righe, e in felice sintesi, la compresenza di tutti quegli elementi che andiamo cercando e che ci servono.

Lo stesso Muratori, però, ipotizza che il torneo fosse stato introdotto dai francesi dopo 1266, con la conquista dell’Italia meridionale da parte degli Angioini di Carlo d’Angio, nella battaglia di Benevento che li vide contrapposti agli svevi di Manfredi di Sicilia figlio di Federico II.

Ancora, in un intervento, il professor Duccio Balestracci ricorda che:

“le prime testimonianze italiane di tornei, risalgono a ben prima della spedizione angioina, infatti le cronache pisane della guerra delle Baleari, combattuta tra il 1113 e il 1115, ricordano Ugo Visconti, che morì in quella guerra, del quale si dice che primeggiava fra gli altri cavalieri della sua città in “hastarum ludibus e nei cursibus equorum.  E possiamo fermarci a queste tre ipotesi, rimandando al ulteriori approfondimenti.      

 Ma chi erano i cavalieri? E chi si cimentava in  questi giuochi?

Pur tenendo in grande considerazione il torneo “come simulazione della guerra” descritto efficacemente in “homo ludens” di Huizinga e altrettanto efficacemente troviamo rappresentato in  Guglielmo il Maresciallo” di Georges Duby , si distinguono due manifestazioni che ci interessa raccontare; il palio e la giostra.

Questi giuochi richiedevano una buona forma fisica, un regolare allenamento e un’individuale abilità a maneggiare la lancia. Nelle società comunali la classe più impegnata nel partecipare ai giuochi era sicuramente la classe magnatizia, in genere con titoli nobiliari e ancora più chi in città deteneva una posizione influente.

Fra i tanti, come esempio, Giovanni di Bernardone di Assisi, meglio conosciuto come Francesco , e Durante Degli Alighieri meglio conosciuto come Dante. Giovani rampolli di famiglie arricchitesi spesso con il commercio. Questi due esempi famosi, sappiamo che furono investiti cavalieri tanto da partecipare in questo ruolo, alla guerra tra Assisi e Perugia nello scontro di (Collestrada fine 1100) e alla guerra tra Firenze ed Arezzo a ( Campaldino 1289).

 Torneo e giostra rappresentano, dunque, la valvola di sfogo per una gioventù turbolenta, pericolosamente armata, vogliosa di mettere in mostra la propria grandezza familiare e che, quando non ha una guerra vera da combattere, deve pur dar prova della sola cosa che sa fare: menare le mani. Questi sono i protagonisti!

Dove si svolgono?

In tutta Italia. Nel nord, al centro caratterizzato dalla presenza di un forte ceto borghese nelle società comunali, e al sud normanno – svevo.

Come si svolgono?

Come abbiamo detto, l’abilità a combattere in sella ad un cavallo si acquisisce attraverso alcuni esercizi che possono essere considerati parenti stretti del torneo, si sviluppa allora quella forma di giuoco che consiste nel colpire con la lancia un manichino o nell’infilare la punta stessa della lancia entro un anello sospeso a mezz’aria. Si tratta come si vede, di un esercizio che deve sviluppare nel cavaliere la mira e la sua forza nell’infliggere il colpo di lancia all’avversario.

Le similitudini con il torneo-giostra sono ampie, nel caso della quintana oltre ad evitare di essere disarcionati dal contraccolpo del bersaglio, è importante colpirlo in certe parti, a ciascuno delle quali corrisponde un punteggio. Il giuoco dell’anello è soprattutto un esercizio di mira poiché l’anello da infilzare e da vincere è un cerchio d’argento sostenuto in aria da due corde, a loro volta attaccate ad una fune tesa tra due palazzi. Quintana ed anello si trovano non di rado collegati con il palio dei cavalli.

Il palio si corre ovunque, nelle piccole come nelle grandi comunità, molte sono le occasioni per organizzare un palio, dalla festa patronale, al carnevale, alla festa di una corporazione. Il palio ha bisogno di uno spazio particolare dove potersi svolgere. Occorrono strade ampie e lunghe dove il pubblico possa assistervi in sicurezza. A Genova si corre lungo il mare, a Roma si sceglie quella strada che ancora oggi porta il nome di Corso. A Siena, infine, al palio alla “lunga” si affiancherà un altro palio che ha come protagonisti i cavalli delle contrade che si svolgerà nella piazza del Campo.

Quali erano allora i cavalli che venivano utilizzati nelle manifestazioni descritte. Sappiamo o meglio non sappiamo come venivano classificati i cavalli, al quel tempo genericamente si dividevano in cavalli da guerra, destriero o corsiero, da sella palafreno, da tiro o da soma, ronzino. Presumiamo che per quintana e anello venissero utilizzati cavalli come il destriero o palafreno più maneggevoli ed addestrati. Possiamo anche azzardare che potessero misurare al garrese una misura tra i  150 – 160 cm.

Ma in ordine all’aspetto morfologico ed alla misura al garrese, confrontando le rappresentazioni artistiche di monumenti equestri, e le ipotesi poste, può sorgere il sospetto che qualcosa di non chiaro ci sia.

 Quali sono all’ora  i monumenti in questione ?  

In ordine cronologico:  1350, Cangrande della Scala.   1363 – 1350, Barnabò Visconti.                                 1436 – 1363, Giovanni Acuto. 1450 Erasmo da Narni – 1463, Il Gattamelata. 1480  – 1450, e Bartolomeo Colleoni.

Ora tralasciando Cangrande, che appare in fattezze realistiche e congrue, gli altri sembrano smentire le conclusioni morfologiche ipotizzate, a meno che non assumiamo come convincenti le osservazioni degli specialisti che affermano, nel caso del monumento equestre del Gattamelata, ma valide per tutti, che  “ Donatello realizza un animale massiccio, molto potente, dove facendo un rapido confronto si vede chiaramente che le proporzioni del cavallo sono doppie rispetto a quelle del condottiero, lo scultore  vuole mettere in risalto così, il valore del Gattamelata, il quale con le sue abilità riesce a domare anche cavalli selvaggi e giganteschi.” In sostanza il monumento, più che una rappresentazione realistica, sembra suggerire una rappresentazione politica.

I cavalli che corrono il palio sono invece cavalli selezionati, ricercati nei migliori allevamenti e pagati fior di quattrini. Già a partire dalla metà del Duecento a Padova, nel palio che si corre l’undici di luglio, possono partecipare solo cavalli che non abbiano valore inferiore a 50 lire o libbre e che sono stati stimati da un pubblico ufficiale o da un fiduciario del Podestà. Per il palio di Verona a sua volta, si richiedono esplicitamente cavalli che siano sani e che non abbiano riportato infortuni. Nella città di Narni il palio aveva inizio fuori dalle mura cittadine fino a raggiungere una colonna posta nella piazza principale dove era collocato. Potevano partecipare solo cavalli, erano esclusi giumente e ronzini. I cavalli che partecipano alla corsa, in genere, vengono esaminati in precedenza e, onde evitare brogli o sostituzioni durante lo svolgimento, vengono segnati. A Terni nel Quattrocento, le regole sono severe. Dopo che è stata bandita la corsa, chi vuole partecipare deve recare il proprio cavallo presso il palazzo dei Priori. Là il cancelliere registra l’animale mettendo per iscritto, in un documento, il mantello, segni particolari, il nome del padrone e il soprannome del fantino.  I cavalli migliori, del resto, non si limitano a gareggiare in una sola località ma, al contrario, vengono impegnati nei vari pali che si corrono nelle piazze più importanti. A Terni nel Quattrocento, concorrono cavalli che vengono da tutta l’Italia centrale (Perugia, Foligno, Urbino, Rieti, Roma, Narni, Città di Castello, Todi, Amelia ,ecc.). Frequentemente, i proprietari dei cavalli migliori sono gli aristocratici. Fra quelli che iscrivono i loro al palio di Terni, troviamo i Baglioni, Savelli, Trinci e Malatesta. Possedere cavalli, curarli e indirizzarli alle varie piazze nelle quali si disputa il palio è una occupazione che impegna seriamente e personalmente alcuni di questi personaggi. Lorenzo dei Medici ( 1449 -1492 ) è capace di andarlo a cercare fin dentro le stalle di Ferrante di Aragona (1458-1494 ) re di Napoli che, con i Gonzaga e i Malatesta, risultavano essere i migliori allevatori di cavalli da palio. Le scuderie medicee ospitavano cavalli famosi come: Sfacciatello, Gentile, Gazzellino, e soprattutto la famosa Lucciola, uno dei cavalli, un berbero, più veloci dell’epoca, la metà del Quattrocento. Il costo di uno di loro può attestarsi su cifre ragguardevoli: Lorenzo acquista, un leardo pomellato ( grigio )  di cinque anni per la cifra di 200 fiorini d’oro (700gr.circa).

Come si è visto non compare in nessun caso, salvo Lucciola cavalla berbera, indicazione di razza. Questo perché nei documenti si ha la descrizione del nome, del mantello, del proprietario, e a volte della provenienza. Possiamo dire però che le corse al palio avevano bisogno di cavalli veloci, forti, nevrili che primeggiassero ovunque. Il duca di Mantova nel Quattrocento possedeva 300 cavalli di cui 100 berberi o turchi. Il cavallo, generalmente chiamato arabo si diffonde in Italia, prima con i commerci di Venezia, poi con gli arabi in Spagna, con le crociate ed infine subentra con gli aragonesi .

 In conclusione sui tipi di cavalli :

 sappiamo che, storicamente, l’Italia è stata sempre un crocevia di culture, migrazioni, e scambi grazie alla sua posizione strategica al centro del mediterraneo. Allo stesso modo anche i cavalli hanno subito movimenti, scambi, incroci. Per ricostruire la storia delle razze italiane, in mancanza di documenti, l’uso delle loro caratteristiche morfologiche è insufficiente e oggi con l’utilizzo delle più moderne tecnologiche che si basano su l’analisi genomica è possibile conoscere la loro origine.

Grazie ad uno studio portato avanti da ricercatori italiani della università di Perugia, Pavia e Roma, analizzando circa 400 cavalli è emerso che, la differenza genetica tra le diverse razze è piuttosto bassa e che l’influenza dell’arabo sulle nostre linee materne sia del tutto marginale, confermando il fatto che è soprattutto con l’incrocio di stalloni arabi più che con l’uso di fattrici, che è stato introdotto in Italia sangue arabo.

Quindi nonostante che, da un punto di vista delle caratteristiche morfologiche le diverse razze italiane si differenzino fra loro anche considerevolmente, da un punto di vista genetico hanno molto in comune. Sono derivate dall’introduzione di cavalli nel nostro paese che provenivano dall’Asia e dall’Europa e, solo nel caso che questi cavalli si siano trovati a isolarsi dal resto della popolazione a causa di barriere geografiche, si è riusciti ad individuare anche una chiara separazione genetica.

Tra le razze esaminate la maggiore variabilità genetica è stata individuata nel Maremmano e nell’ Anglo Arabo Sardo mentre il valore più basso nel Monterufolino

( Toscana Pisa ).

Marco Carlini

Dal Medio – Evo all’Olio Evo, la cultura medievale dell’olio a Narni

“…Madonna Gentile di Somarello donò al monastero una croce d’argento dorato con bottoni d’argento, un oliveto con molino situato sotto l’ospedale e vicino ai beni di S. Bernardo e di S. Francesco, desiderando la testatrice che si rivedessero bene i confini dell’oliveto posto tra S. Bernardo e S. Maria[1]

(Memoria di frate Andrea Jucoli di Narni, priore del convento di S. Maria Maggiore, riferita all’anno 1379 riportata dal Brusoni nel manoscritto “Documenti sopra la città di Narni”, del sec. XVIII).

Questa semplice annotazione, porta ad una miriade di considerazioni.

Ben due oliveti, possiede la donna (e già questo aprirebbe un’ampia discussione sulla situazione femminile nel medioevo) addirittura con mulino.

Possedere un mulino, sopratutto ad acqua, nel medioevo è un po’ come possedere una grande azienda con i macchinari che consentono di sostituire la manodopera. Nato comunque prima di Cristo (il più antico esempio di mulino ad acqua figura intorno al 18 a. C. a Cabira, nel Ponto), si diffuse lentamente, sia a causa del costo elevato quando la manodopera costava poco più di zero, che dell’installazione in zone specifiche (fiumi, che oltretutto non subissero secche o gelate) che non tutti potevano avere, e non ultime le numerose guerre. Di conseguenza tutti i mulini ad acqua erano di origine signorile e molti dipendevano da monasteri. Non a caso, il mulino oggetto di testamento è situato tra i beni di Chiese che erano, e sono, disposte sul versante che scende degradando sul Narico (il Nera riportato negli Statuti)… Probabilmente la pressione sull’acquisizione del bene è tale da far decidere la testatrice a cedere il mulino, anche se dopo la sua morte, in cambio della revisione dei confini dell’altro oliveto. Perché anche possedere un oliveto è sinonimo di ricchezza, molta ricchezza.

La coltivazione dell’olivo, e conseguentemente la produzione dell’olio, segue le sorti dell’impero romano, il cui sistema alimentare era fondato sulla “triade di valori produttivi e culturali che quelle civiltà avevano assunto a simbolo della propria identità” (“La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa” M. Montanari, 1997) composta da cereali, vite, olivo.

Roma diffuse in tutto il suo impero, dove ovviamente le condizioni lo permettevano, la coltivazione dell’olivo così come il consumo dell’olio. Parimenti, con la sua caduta entrambi andarono scemando in tutta Europa.

Ma anche per altri motivi. Vero è che i barbari che affondarono l’impero, nello stesso modo portarono le proprie usanze alimentari che non conoscevano l’olio, ma solo grassi animali come il burro e il lardo che lo soppiantarono, ma non è vero, che la cucina romana non conoscesse anche l’uso ed il consumo dei grassi animali, come la “succidia”, carne salata, sorta di precorritrice della famosa “carbonata” di Mastro Martino, vale a dire lardo o meglio ancora pancetta cotta.

L’uso dei grassi animali prevalse quindi su quello dell’olio, per due motivi, sia perché era molto più facile ed economico il loro reperimento, sia perché culturalmente l’olio veniva identificato con la civiltà romana. Paradossalmente però proprio quest’ultimo punto lo portò pian piano a “risorgere”. Olivo ed olio, vennero a questo punto indistricabilmente associati al Cristianesimo, sia nei riti che nella simbologia, ritrovando importanza man mano che la religione si diffondeva. Sempre più olivi vennero piantati in prossimità delle Chiese, per avere la Palma Benedetta e per ricavare l’olio, che non solo era indispensabile per i giorni di magro, che tanto influenzavano la dieta monastica e non solo, ma anche per essere usato nei riti e nell’illuminazione.

Gli oliveti abbandonati, rifiorirono nelle zone dove erano più facili da gestire, nelle regioni dal clima e territorio più propizi, in Italia centrale e in Liguria, dove era forse la cultura più prospera e remunerativa.

L’olio rimase comunque un prodotto per classi agiate e ambienti monastici, nelle classi inferiori veniva usato solo in ricorrenze particolari, sottolineandone in tal modo, la ricchezza. Teofilo Folengo, tra i principali esponenti della poesia maccheronica, ancora nel 1500 descrive il contadino Picada che versa l’olio a piccole gocce nell’insalata dalla fiaschetta tenuta da parte per le grandi occasioni…[2]

E’ facile pensare allora quanta ricchezza possa essere stata prodotta dalla Narni del tardo medioevo. Il versante collinare sul Nera pullula di oliveti, come testimonia la Memoria del Priore di S. Maria Maggiore, la riva del fiume di mulini, ampiamente dimostrati dagli Statuti dei quali qualche traccia è presente ancor oggi, la presenza del porto di Stifone, per la veicolazione dei prodotti, tramite le caratteristiche “sandalae”  (G. Bolli), con scafo  a fondo piatto e lunghezza limitata,[3],sono una testimonianza inconfutabile della ricchezza del mercato dei prodotti dei mulini narnesi. Ricchezza che giungeva a Roma, dal Nera al Tevere, lungo quella splendida “strada” di acqua utilizzata a lungo nei secoli…

Olio, farine, carta, panni, funi, tegole e mattoni, canapa… Già nel medioevo ai piedi di Narni, sorgeva quella che potremmo definire un’”industria fiorente”!

Non a caso gli articoli che gli Statuti dedicano all’Arte dei Molendini, sono i più numerosi e dettagliati in assoluto, a dimostrazione dell’importanza dell’Arte (che merita un “Racconto delle Pergamene” specifico). In essi si normano le misure per la struttura del mulino, il salario dei mugnai, i controllori del rispetto delle norme ed i loro salari, il divieto di corruzione, la volontà di protezione e di incremento dell’Arte con la garanzia dell’incolumità di chi andava a macinare ed il divieto di andarvi in altre località, soprattutto la nemica Terni, nonché la volontà di disciplina delle norme riguardanti cause dell’Arte perché ancora troppo indefinite ed infine, fra le tante altre, l’esenzione, parziale o totale, denotante un’importanza pressoché unica in tutti gli Statuti, dalle norme per due particolari mulini, Polletra e Cerasae….[4]

Uno in particolare riguarda esclusivamente il “mulino per le olive”, cioè l’articolo CXXXVI del Libro III:

Inoltre stabiliamo che, nessuna persona permetta che l’acqua delle olive esca, o fluisca, o scorra per qualche via pubblica della città di Narni, ma quello del quale è il mulino, o il locale del Molino faccia, e curi, a sue spese, di mandare la medesima acqua sotto terra, e la ricopra in modo tale, che non appaia sopra la via. Quello, che abbia trasgredito, paghi alla Camera, come condanna, 100 soldi cortonesi, e chiunque possa denunciare ed accusare i trasgressori, e gli sia dato credito.

Aggiungiamo che, qualche tintore, o proprietario del mulino delle olive non possa fare defluire il pastato, o l’acqua del vascello, o delle olive sopra la terra, presso qualche Porta, dove si riscuote la gabella, né presso la stessa Porta a 15 pedali. E sulle cose predette, e qualcuna delle predette si stia alla parola, e alla relazione dell’ufficiale del signor Vicario, e si abbia per piena prova.

Si evince facilmente che i frantoi, o “mulini per le olive” erano presenti anche in città e in numero considerevole se è sorta la necessità di limitarne la defluizione delle acque di scarico. L’olio era la ricchezza di ogni casa, tanto che molte ne avevano di propri, con spinta da uomo o animale, o al massimo di vicinato, tanto che ancora oggi se ne possono trovare nelle abitazioni, denotando ancora una volta, una notevole prosperità diffusa.

Ne emerge anche un’altra nozione circa il modo di lavorazione che sembra non differire da quanto noto… il pastato potrebbe corrispondere alla nostra sansa e l’acqua del vascello quella di scolatura e ripulitura dei fiscoli.

E quindi, una volta ottenuto l’olio?…

Gli Statuti non riportano ricette gastronomiche ovviamente, ma sicuramente danno un’immagine di quanto il prodotto sia caro alla città.

L’Articolo LII del Libro III vieta ai pizzicagnoli, di fare incetta, per la rivendita di formaggio, uova, polli, uccelli e altra cosa commestibile, all’infuori di pane, sale, olio, fichi secchi, carni e pesci salati, pena 40 soldi cortonesi. La prima associazione è quella di bene di prima necessità, data la comunanza a pane e sale, non sfugge tuttavia l’accostamento anche a fichi secchi e pesce e carne salata, cibo indispensabile in caso di assedio, e in questo caso l’olio avrebbe anche la funzione di “arma da difesa”, anche se visto il notevole costo, appare più probabile l’utilizzo in sua vece di acqua bollente.

L’olio era inoltre usato nella lavorazione della cera per torce, candele e quant’altro, anche se non avrebbe dovuto. L’articolo CXXIV del Libro III, vieta infatti l’utilizzo della morchia dell’olio mischiata alla cera.

In una sorta di tema tanto caro al medioevo quale la “Battaglia fra Carnasciale e Quaresima” insomma, l’olio in tavola, potrebbe essere il simbolo del mondo alla Rovescia, una volta simbolo di Quaresima, per la religione, così come burro e lardo lo sono per l’abbondanza tipica del Carnasciale, e subito dopo simbolo del Carnasciale, per la ricchezza che lo relega solo alle classi più abbienti, mentre le povere si devono accontentare dei grassi animali. Nella religione è simbolo sacro, benedizione divina, sapienza, amore, elezione divina e Spirito Santo. Per la società indubbiamente simbolo di ricchezza, tanto che ancora esiste il detto popolare, “Chi vuol fare invidia al suo vicino pianti l’olivo grosso e il fico piccolino”. Sicuramente a Narni, dove ancora è forte la tradizione e l’amore per l’olio “buono”, l’olio è tutto ciò, ed anche di più. E’ simbolo che posto sulla porta della taberna, autorizza l’oste a vendere vino, ma è addirittura “il” Simbolo della Città, rappresentandola alla Prima Esposizione Nazionale del Regno d’Italia nel 1861. (Contributo di Claudio Magnosi). E’ “Storia”.

Patrizia Nannini


[1] E. Martinori, Cronistoria Narnese, Editoriale Umbra, Terni, 1987.

[2] E.Carnevale Schianca, “La cucina medievale – Lessico, storia, preparazioni”, Florencia, Leo S. Olschki, 2011.

[3] M. T. Caciorgna, La ricchezza scorre a fiumi, Articolo tratto da Medioevo n. 9, Settembre 1999.

[4]LIBRO I.

Cap. I. Dei Molinari e dei Molini, e dell’ordine dei Molinari.

Cap. II Della molitura, la quale debbono ricevere i Molinari in grano, che macinano.

Cap. L. Degli screzi, e questioni da terminare tra i Comproprietari, Proprietari dei Mulini e coloro che hanno le proprietà in Fluminata.

Cap. CXVI Che coloro che vengono a Narni per macinare vengano salvi e sicuri.

LIBRO II

Cap. XXVIII Della riparazione di qualche Casa, Mulino, o Edificio comune tra alcuni comproprietari.

Cap. LVIII Che da qualsiasi dei Molini diventati inservibili non sia pagata la dativa.

LIBRO III.

Cap. LIV. Che nessuno tagli legna, o guasti le macine di qualche Molino.

Cap. CXXXVI. Dell ‘acqua dei mulini delle olive che non fluisca per la città di Narni.

Cap. CXXXIX. Che nessuno cittadino, o Comitatense vada a macinare ad altri mulini, se non a quelli dalla città di Narni.

Cap. CLV. Che nessuna persona vada, o mandi a macinare a Terni.

Corsa, il 5 settembre si disputerà la giostra equestre

NARNI – L’Associazione Corsa all’Anello ha ufficializzato la disputa della Corsa all’Anello al Campo de li Giochi domenica 5 settembre alle 18. La gara equestre, quindi, si farà ed i cavalieri dei terzieri di Mezule, Fraporta e Santa Maria torneranno in campo per battersi e conquistare l’ambito anello di argento. Dopo due anni di fermata, a causa dell’emergenza covid – 19, torna quindi una delle giostre equestri più belle d’Italia, clou della manifestazione “Secondo Aevo” che inizierà il 27 agosto con tanti eventi.

E sabato 10 luglio inizierà il percorso che porterà all’attesa gara equestre del 5 settembre, con le visite ai cavalli delle tre scuderie. Ogni terziere potrà sottoporre alle visite 6 cavalli (18 complessivi) e quest’anno, per aggiungere un importante tassello alla cura ed all’attenzione che sia le scuderie, sia l’Associazione Corsa pongono nei confronti dei cavalli, verrà effettuato un prelievo di sangue a sorteggio ad un cavallo per terziere, valido come test antidoping. La commissione veterinaria è stata confermata e sarà formata dal professore dell’Università di Perugia Marco Pepe, dalla veterinaria della Fitetrec Stephanie Rouge e dal dottor Guido Castellano.

 Si procederà, poi, con tre prove ufficiali prima della giostra equestre che si terranno al Campo de li Giochi. La prima si terrà domenica 8 agosto alle 17, la seconda sabato 21 agosto alle 17 e la terza venerdì 3 settembre alle 17.

 “E’ una grande soddisfazione – ha affermato il presidente dell’Associazione Corsa all’Anello Federico Montesi – poter finalmente tornare con la Corsa al campo. Il mio ringraziamento va ai terzieri per aver ripreso in pieno le attività ed aver mantenuto in vita ed in piena efficienza le scuderie, nonostante tutte le difficoltà legate all’emergenza covid – 19”.

 “Siamo indubbiamente molto felici – hanno spiegato i responsabili della segreteria tecnica dell’Associazione Corsa all’Anello Filippo Miliacca e Giovanni Cipiccia – del ritorno in campo de cavalieri che dopo lungo tempo torneranno a disputare la Corsa all’Anello. La possibilità di correre è davvero preziosa e rappresenta un ritorno alla normalità che attendevamo da tempo. Il Campo de li Giochi è stato già sottoposto a manutenzione e nelle prossime settimane verrà preparato sia per le prove che per la gara equestre, in modo tale che potrà presentare le migliori condizioni possibili per la disputa della Corsa. Per quanto riguarda il numero dei posti a dispisizione e la vendita dei biglietti – hanno concluso –  verranno date a breve tutte le comunicazioni necessarie, seguendo il corso dell’emergenza covid e dei decreti del governo ad essa collegati”.

L’appuntamento è quindi per il 27 agosto con Secondo Aevo che si concluderà il 5 settembre con la Corsa all’Anello. E finalmente sarà di nuovo “Cavalli agli stalli”.

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