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Mese: Gennaio 2023

Galeotto Marzio: appunti per una rilettura

Galeotto Marzio: appunti per una rilettura

Il ‘4o0 Narnese

Il ‘400 Narnese  è essenzialmente un’epoca di riassestamento, sia a livello urbanistico (dopo le modifiche imponenti dell’ultimo scorcio del 14° secolo, a partire dall’erezione dell Rocca Albornoziana, ed il successivo spostamento dell’asse pubblico anche verso il “Monte”), che politico, dopo il rientro della città ribelle nell’alveo dello Stato della Chiesa.

E’  questo un periodo  in cui le famiglie illustri forniscono più soldati che letterati al paese, anche grazie alle innumerevoli guerre di potere ai confini del Patrimonio di S. Pietro, e tra questi spicca sicuramente Erasmo (il Gattamelata), il più celebre, ma non l’unico Soldato di Ventura della città. 

Non esiste invece un’ altrettanto imponente emigrazione di cervelli.

Narni sembra mostrare poca sensibilità verso le aperture dell’Umanesimo italiano, gli apporti sono sovente esterni e sporadici, prevalentemente sotto forma artistica (il Maestro da Narni del 1409 è sicuramente uno spirito proto-rinascimentale, rispetto alla cultura letteraria formalmente inesistente…).

Galeotto Marzio, l’umanista eretico

Figura di spicco, eccezione alla regola, è proprio Galeotto Marzio, della famiglia dei Marzi: i suoi vari interessi, dalla medicina alla chiromanzia, dalla cultura scritta a quella orale, ne fanno un uomo moderno, europeo, interessante sotto molti aspetti.

Della famiglia Marzi poco sappiamo dai documenti: solo nel 1400 viene nominata una tale Francesca Martius, figlia di Paolo, che sposa un Rodolfini, mentre il nome sull’architrave dell’abitazione gentilizia, tuttora visibile in Via Mazzini, è posteriore a quest’epoca, sebbene forse la casa-torre appartenesse a quella famiglia già da tempo.

Nato a Narni nel 1427, Galeotto può aver frequentato le scuole locali, ma di sicuro sappiamo che già nel 1447 si trova presso la scuola di Guarino Veronese, a Ferrara, a studiare le arti liberali, poi lo ritroviamo a Bologna, dal 1462 al 1477, dove già  ricopre la carica di lettore di Retorica e Poesia presso l’Università.

A seguito della pubblicazione dell’opera “De incogniti Vulgo” nel 1477 viene accusato di eresia dall’Inquisizione, e – come tanti intellettuali prima e dopo di lui – è costretto a ritrattare pubblicamente le sue tesi, dopo essere stato messo alla berlina.

Attorno alla sua figura di intellettuale nasce però un problema di ricostruzione filologica: ci rimangono infatti solo 10 lettere autografe, mentre mancano completamente le trascrizioni delle sue lezioni a Padova, o i ricordi dei suoi alunni.   Restano invece alcune polemiche con altri Umanisti dell’epoca, spesso a causa della sua professione di medico, suo primo interesse, ed è proprio questa sintesi tra letteratura e medicina un segno della modernità dell’umanesimo di Galeotto Marzio.

Galeotto Marzio medico e poeta

Alcuni umanisti lo attaccano perché lui – caso quasi unico nella cultura ufficiale dell’epoca – è accusato di non conoscere il greco, né la cultura ellenistica, sebbene il Marzio dichiara di averla invece imparata da Giano Pannonio, che gliela insegnò nella sua casa di Montagnana (fatto poi smentito). 

Nell’opera “De Homine” (una ricognizione della fisicità dell’uomo sotto l’aspetto medico – filosofico) si preoccupa del bene fisico degli uomini, ed indica alcune ricette per curare malattie quali la sciatica, sbagliando l’etimo delle parole greche (disonorevole colpa!), eppure egli stesso rileverà più volte l’esigenza (umanistica, questa sì) di studiare il greco.

Esiste anche una raccolta di Carmina di Galeotto, troppo esigua però per ricostruire la sua fisionomia di poeta della lingua latina. Si interessa sicuramente di filologia, è antiquario nell’accezione umanistica, almeno fino al 1476, anno in cui rinuncia a pubblicare opere di carattere filologico – letterario.

Con il libro “De doctrina Promiscua” (1489), dedicato a Lorenzo de Medici, Galeotto cerca di ristabilire un contatto con l’ambiente Mediceo e con l’avanzato umanesimo fiorentino, ma senza successo: troppo distante è il suo umanesimo da quello Fiorentino. 

Galeotto intuisce la distanza di un Umanesimo italiano forse corretto filologicamente (per così dire alla Bembo), ma sterile, e mai vicino ad esprimere un Erasmo da Rotterdam, mentre il suo ideale resta quello di una perizia universale nelle arti e nelle scienze.

I soggiorni ungheresi

Medico in un periodo in cui la medicina umanistica sfocia spesso in altre materie: lettere, filologia, astrologia, chiromanzia, filosofia. 

Il Serdonati, traduttore in volgare fiorentino del “De Doctrina Promiscua”, lo dipinge, infatti, come “…interessato alla filosofia ed alla medicina, astrologia, arti matematiche ed arte oratoria e poetica…”

Un interesse particolare Galeotto lo dimostra anche per le scienze alchemiche, fatto non raro in questo periodo in cui chimica ed alchimia spesso coincidono nelle tesi degli Umanisti.

Per alcuni scienziati però questa rimane fortemente legata alla magia, all’idea di imbroglio. 

Anche l’ambiente ungherese, quella corte di Mattia Corvino che lo vede protagonista a Budapest, offre nel 15° secolo la compresenza di molte personalità a metà strada tra arti mediche e magiche, che vanno a sovrapporsi con l’anatomia vera e propria.

Galeotto alla corte di Budapest: alcune suggestioni

Grazie all’interesse di Re Mattia per la filosofia di Ficino, Budapest nel ‘400 diventa una sorta di succursale della scuola platonica fiorentina. 

Il Re simpatizza però anche con alcune forme di religiosità ereticale, mentre accoglie nelle scuole del regno molti maestri dominicani. 

Re umanista in toto dunque, che accetta e favorisce lo scambio di idee culturali e religiose, ma anche fortemente impegnato a difendere le frontiere orientali del cristianesimo contro il pericolo turco, come il padre Giovanni, il quale utilizzò a questo scopo, supportato dal placet del Pontefice Pio II, personaggi di dubbia moralità, veri e propri guerrieri sanguinari, tra cui il conte Vlad III di Valachia, passato alla leggenda come Dracul.

Questo personaggio storicamente attestato, diverrà poi incubo leggendario, mago ed alchimista, esaltato difensore del suo piccolo regno, combattente contro i crudeli turchi, la cui crudeltà egli volle emulare fino a raggiungere la fama di impalatore. 

Dracul sarà quindi messo da parte, e persino imprigionato proprio da Mattia nel 1463. 

Precedentemente a questa data egli però frequenta la corte quale strano umanista, che legge i Platonici e studiava Ficino, discutendo di filosofia con altri ospiti di riguardo, provenienti da altre nazioni, tutti convenuti a quell’ultimo lembo orientale di accademia umanistica. 

E’ interessante rilevare  che anche Galeotto frequenta la corte di Mattia almeno a partire dal 1461, e quindi egli stesso potrebbe aver sperimentato almeno alcuni anni di compresenza a Corte con questo, leggendario strano personaggio…

Il periodo Montagnanese

Montagnana, in provincia di Padova, è il luogo che ospita Galeotto Marzio, almeno dal 1456, epoca a cui si riferiscono alcuni contratti stipulati da lui, ed altri conclusi dalla moglie mentre lui era docente a Bologna.

Non è un caso che la scelta sia caduta su Montagnana, in quanto qui si era già stabilita  una colonia di Narnesi a seguito del Gattamelata, il quale proprio in città  ebbe la sua dimora a spese della Repubblica di Venezia, tanto è vero che la vedova stessa del Gattamelata restò a Montagnana, dopo la morte di Erasmo, e da quel momento sono riscontrabili diversi cognomi “Gatteschi” in città, in contratti e stipule legali.

Qualcuno pensa addirittura che la città sia poi divenuta una sorta di meta di pellegrinaggio dei Narnesi, sulla scorta della memoria Erasmiana, per cui – nel momento in cui insegna a Padova – anche Galeotto si sentì attratto dal luogo di residenza del suo illustre concittadino.

All’interno del Duomo di Montagnana, si può ancora ammirare un affresco in una cappella laterale, attribuito proprio a Galeotto Marzio: esso raffigura strani disegni alchemici, tra cui un serpente, una stella a cinque punte ed altri animali fantastici, una rara testimonianza (se effettivamente opera di Galeotto) su cui bisognerebbe indagare più approfonditamente.

L’immagine di Galeotto Marzio

Tra le medaglie ungheresi pervenuteci, molte lo  ritraggono nella usuale forma tondeggiante, mentre altre testimonianze circa il suo aspetto fisico ci pervengono dai contemporanei che lo conobbero, anche quando fu messo alla berlina in piazza S.Marco a Venezia, consegnato all’Inquisizione prima di abiurare il suo testo tacciato di eresia.

In questa occasione la plebe riunita lì per godersi lo spettacolo gridava: “Che bel porco grasso!”, a che il nostro rispose: “meglio un porco grasso che una capra mingherlina!”.

Questa testimonianza concorda completamente con le usuali effigi in cui è raffigurato con pancia e doppio mento, nonché una folta capigliatura con riccioli; di particolare importanza è anche l’affresco celebrativo all’interno della sala consiliare del Comune, dietro la cui figura si intravede la città di Narni, come appariva attorno al XV° secolo.

Una ultima immagine appare anche in un codice miniato ungherese, dove è descritta la consacrazione del Vescovo Giovanni Vitez (circa 1489), in cui Galeotto appare alle spalle del Vescovo, confuso tra la folla, comunque ben preciso nelle fattezze.

Fabio Ronci 

 

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Delle cose che si mangiano: i dolci del basso Medioevo

Delle cose che si mangiano: i dolci del basso Medioevo

Tra i Racconti delle Pergamene alcuni si soffermano sui prodotti e sulla cucina di Narni, e tra questi si ricorda il percorso dell’uva passa, o raime, che si incontra nelle carte di Francesco Datini di Prato, tra i più noti mercanti del XIV secolo.

E un altro Racconto parla del panpepato, che per tradizione e componenti si colloca nel periodo invernale, in un procedimento che raccoglie ricette familiari e formule provenienti dai monasteri e dai conventi, i cui profili tuttora si avvertono nel tessuto urbano.

 

Nel Cathalogo delli inventori

Sulla medesima linea si procede con un antico ‘Cathalogo delli inventori delle cose che si mangiano’ in cui tra i dolci si elencano quelli preparati per la prima volta da Abrone da Narni, ovvero i ‘bericoccoli, canistrelli e caviadine, guardiani, confortini fatte con zuccaro, cannella, uova fresche e butiro fresco’, che si assegnano ai secoli XIV e XV, e che qui sono stati elencati da Ortensio Lando, frate agostiniano vissuto nella prima metà del Cinquecento.

Dolci famosi, come gli ‘anici confettati’ e simili impasti con mandorle detti ‘treggea’, citati tra uva passa e nocelline da Simone Prodenzani, nato ad Orvieto nel 1351, e autore di ‘Sollazzo e Saporetto’. E altri confetti insieme ai marzapani sono nominati nelle Riformanze comunali del 1531, ed erano noti a Reale Fusoritto da Narni che a fine secolo ne ‘Il Trinciante’ li evocava inserendoli nella cucina di corte.

 

Bericoccoli

Ma era una pratica alquanto comune quella che riguarda ‘il conciare dei bericoccoli’, inventati, proprio a Narni. E che in un’area, che comprende anche la Toscana, erano chiamati cavallucci, per forma, o perché molto richiesti nelle stazioni di cambio dei cavalli.

La ricetta, che è stata riprodotta e attualizzata in grammi, ne vuole trecento di farina e altrettanti di ‘zuccaro stemperato’, inoltre cento grammi di noci sgusciate, e cinque di spezie tra coriandolo, pepe, chiodi di garofano e noce moscata. Infine un cucchiaio di anice e una buccia grattugiata di arancia amara, ossia di melangola.

Se necessario, si aggiunge farina, a formare palline grandi come noci da cuocere con fuoco moderato, senza indorare troppo. Ed è questa è la ricetta dei Bericoccoli, che erano mangiati a Narni, a Siena e in tante città ancora.

 

Canestrelli e Ciambelle di Narni

Ma Abrone da Narni aveva creato anche i canestrelli, con zuccaro e farina, butiro fresco appena ammorbidito e due tuorli d’uovo di giornata, a impastare a forma di palla tenuta in un panno umido, poi stesa e tagliata a losanghe infornate per pochi minuti, e da gustare subito a fine cottura.

Poi, accanto a bericoccoli e canistrelli, e oltre le caviadine, guardiani e confortini, ideati dall’estrosità di Abrone, sempre in Terra di Narni si collocano le ciambelle all’anice cotte al forno, la cui memoria si riallaccia ad antichi culti resi tra Itieli e Sant’Urbano.

Quindi ciambelle di carattere sacrale, tuttora offerte nelle feste dei Santi collegati, e delle quali ancora al primo Novecento era venduta una variante, per cui si scriveva che ‘a Narni v’ha la specialità dei biscotti, ciambelle dolci, con semi d’anice, cotte nell’olio’ in una Guida gastronomica d’Italia, che le poneva quale prodotto tipico.

 

Con vino cotto o crudo

Quelle citate, ed altre, sono ricette che hanno attraversato i secoli, interessando non solo Narni e il suo Contado, e la cui preparazione si attuava seguendo un calendario di feste e di stagioni.

Ma in ogni tempo nel gustare i dolci si può proporre un accostamento, sapendo che a Visciano, Alvenino e in altre contrade erano citate vigne già nelle bolla del 1129 di Onorio II, e che ‘Narni ha vino cotto et anco qualche vinetto crudo’, come attestava al 1538 Sante Lancerio, che fu bottigliere di Sua Santità Paolo Terzo. Consolidando in tal modo le eccellenze del Territorio.

 

Riformanze comunali, 1531 -O, Lando, Commentario delle più notabili e mostruose cose d’Italia, 1548 -D. Romoli il Panonto, La singolar dottrina, 1560 -D. Romoli Il Panonto, La singolar dottrina, 1637 -TCI, Guida gastronomica d’Italia, Milano 1931 -Sante Lancerio, I vini d’Italia, msc, prima ed. 1876.  -P. Corelli, Savonarola, in app, 1831.

Dosando ricette e datazioni, hanno cucinato questo Racconto

Carla Chiuppi e Claudio Magnosi

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