Autore: Ente Corsa Narni

Vino ed acqua di Feronia nella Mensa dei canonici

De cereis

La cerimonia della consegna dei ceri, che il 2 maggio fa rivivere una pagina di storia narnese nel luogo e con le figure di un tempo, ricorda che fra i tributi che i soggetti dovevano per la festa di san Giovenale la cera rivestiva un ruolo importante. Tuttavia la reverenza verso il Capitolo dei canonici si manifestava anche in altri momenti del calendario liturgico, e con alcune modalità trascritte da Carlo Stefano Bocciarelli in “Cathedralis Narniensis Ecclesiae”, edita a Narni nel 1720; e da altri studi. Dai quali, tralasciando i versamenti in cassa, dai soldi agli oboli, dagli scudi ai “carolenos”, si può cogliere un aspetto meno noto della Mensa dei canonici, -ovvero i beni e i frutti che ne costituivano il patrimonio-, partendo da un testo che riguarda il pane.

Panectas

Pane che due volte l’anno la chiesa di san Lorenzo, “posita in Civitate Narniae prope Ecclesiam Cathedralem et muros canonicae”, -della quale rimane soltanto la dizione sant’Alò in via del Campanile-, doveva offrire al Capitolo della Cattedrale in numero di dodici pagnotte a Natale, ed altrettante a Pasqua, per un totale di 24 “panectas”.

La pratica di distribuire pani, non necessariamente legata a un’imposta, si riscontrava anche in altre chiese: a Roma san Biagio in via Giulia era “detto della Panetta, overo Pagnotta, perché nel giorno della festa si distribuisce il pane” (De Rossi, Ritratto di Roma, 1612). E accanto ai pani, nella Mensa del Capitolo canonicale, e in quella del vescovo, si potevano aggiungere dei pesci.

Pisces

Che erano nella Mensa già nel 1227, quando papa Gregorio IX in una bolla rivolta ai canonici di Narni confermava il “redditum centum piscium, quem habetis in Castro Modii”. Moggio, nella giurisdizione di Rieti e in diocesi di Narni, ogni anno per san Giovenale, o per l’Ascensione, doveva ossequiare la Cattedrale con “centum pisces”, ed altrove cento libbre di pesci. I quali, per facilitare il computo, non dovevano essere avvolti dalle foglie di salca, o salga, un’erba prossima al fiume Velino, utilizzata per tale scopo (Ceroni, Latina gens, 1939).

Circa la distribuzione si animò una lite tra il vescovo Raimondo Castelli e il Capitolo dei canonici, appianata intorno al 1662, quando “ebbe luogo una convenzione sulle cento libbre di pesce che il castel di Moggio deve contribuire annualmente, una parte al vescovo e due al capitolo”, come riassumeva Gaetano Moroni nel “Dizionario di erudizione storico ecclesiastica”, al 1857.

In un’ideale vicinanza tra i pani di san Lorenzo e i pesci di Moggio avrebbero trovato spazio la consistenza di un buon vino e la leggerezza di un’acqua che sfiorava il mito.

De bono vino, cum aqua de Feronia

E così accadeva: l”“Ecclesia parrocchialis S. Jacobi sita in dicta Civitate Narniae in suburbio”, il 25 luglio festa dell’Apostolo, oltre ad offrire cera e denaro, era invitata ad ospitare quattro canonici con quattro famigli e, “se piacerà”, a dissetarli con “de bono vino, cum aqua de Feronia”. E in un territorio con vigne e ricco di sorgenti, non povevano mancare un buon vino e quell’acqua che nella fonte di Feronia racconta un antichissimo culto, celebrato da poeti quali Pannonio e tramutato nel detto popolare “Chi beve l’acqua di Ferogna non parte più da Narni”, (Eroli, Miscellanea, 1858).

La perduta chiesa, che insisteva sull’attuale via XX Settembre, definita anche al titolo dei santi Filippo e Giacomo, condivideva con l’“Ecclesia S. Mariae de Visciano”, poi nota come santa Pudenziana, l’onere di ristorare una parte del Capitolo. Infatti anche quest’ultima chiesa, che possedeva alcuni vigneti già nel 1129 (Bolla di Onorio II), alla ricorrenza di santa Maria in agosto doveva invitare quattro canonici e altrettanti famigli, ma non era tenuta ad offrire loro vino ed acqua di qualità.

Additio

Dei tributi analizzati, scanditi nelle pergamene e confluiti nell’“Additio miscellanea” in “Cathedralis Narniensis Ecclesiae” del citato canonico Bocciarelli, ai nostri giorni si nutre una corretta memoria solo per i pesci di Moggio, evocati nel rito dei ceri alla Vigilia del Santo, a differenza del pane, del vino e dell’acqua di Feronia che cadevano in altre festività, legate a chiese non più esistenti.

Così nella diocesi di Narni, mentre in quella di Rieti, “certe regalie di alcuni Castrati in tempo di Carne, e di Pesci in tempo di Vigilie, e di Quaresima, e di certa quantità di Pane e di Vino”, rivolte ad alcuni conventi, nel 1438 avevano generato una lite tra quelle fraternite e diverse parrocchie, poi risolta dal “Dilecto filio Abbati Monasterij S. Angeli in Massa extra muros Narnien”, su incarico di papa Eugenio IV (L.Torelli, Secoli agostiniani, 1680).

Claudio Magnosi

In questa notte di mezza estate

Seta moneta

le donne di Gaeta

che filano la seta

la seta e la bambace

a me non mi piace

mi piace San Giovanni

che batte le castagne

le batte forte forte

da far tremar le porte

le porte son d’argento…

Chi non conosce questa vecchia filastrocca?

La memoria corre lontana e ci riporta a quando eravamo bambini e alle voci delle mamme e delle nonne che, cantandola, ci dondolavano sulle gambe.

Mamme e nonne non sapevano che ci stavano raccontando una delle storie più antiche del mondo. Perché ne parliamo proprio oggi?Perché tra martedì 23 e mercoledì 24 giugno sarà la notte di San Giovanni.

Notte di magia e di girotondi, di anime inquiete e aspettative, durante la quale i frutti e le erbe diventano malefici o purificatori e tutto può accadere…è la notte del climax del tempo balsamico, per questo alcuni di noi prepareranno l’acqua odorosa per lavarsi e rigenerarsi l’indomani, altri saranno  impegnati  a cogliere i

malli delle noci per preparare il Nocino migliore, mentre, i più superstiziosi metteranno una scopa di sagina fuori della porta di casa per evitare l’ingresso delle streghe…

questa è la notte più magica dell’anno!

La religione si fonde con la superstizione, insieme diventano tradizione, ma va bene così, sono tutti aspetti della nostra cultura che, attraverso i Santi Giovanni, il Battista (24 giugno) e l’Evangelista (27 dicembre) ha ancora bisogno di aprire le porte del Tempo per dar inizio al declino e all’ascesa del cammino solare.

Dall’alba dei tempi le chiavi delle porte erano appartenute a Giano, divinità infatti solare, che ha lasciato il compito di sorvegliare i “varchi solstiziali” a due santi speciali, quelli con la vicinanza fonetica più stringente.

Janus/Joannes, un binomio perfetto e necessario per accompagnare gli uomini dalla religione arcaico romana a quella cristiana in un mondo dove la vita, i ritmi e l’agricoltura erano dettati dalla stagionalità e dalla luce del sole.

Tutto questo era già tradizione almeno sette secoli fa, ce lo raccontano gli Statuti (Libro III, Cap.LXXXVII) “Nessuna persona nella festa del Beato Giovanni o in altra festa vada la corona”.

La corona non era di fiori ma di teste d’aglio, serviva ad allontanare il Maligno, aveva quindi la funzione di protezione contro il male ed il peccato ma serviva anche ad allontanare i dolori.

Se il divieto esisteva  è evidente che la pratica di festeggiare il santo così adornati doveva essere abbastanza diffusa e comune, ma da dove proveniva questa abitudine?

Difficile dire con certezza in quali tempi si sia formata questa mentalità magica e tra quali genti avesse più forza. Nei lunghi secoli dalla tarda antichità all’alto medioevo il territorio narnese, come tutta la penisola, aveva conosciuto una forte “carica sacrale” che la magia poi perderà nei secoli successivi. A portarla erano

stati soprattutto i Longobardi, ce lo raccontano due singolari e suggestivi monumenti della loro cultura, gli editti di Rotari (643) e di Liutprano(712).

Nel secondo documento soprattutto si percepisce in modo più chiaro un’idea della magia legata d’istinto alla nozione di natura, di forza, di valore, di dominio lecito o illecito; un passo è illuminante: “Nessun campione presuma, accingendosi al combattimento, di avere con se erbe malefiche o altre cose simili, ma soltanto le armi convenienti..”.

Gli elementi vegetali della natura quindi sono considerati armi, dotate di forza e di capacità di agire, esattamente come l’aglio delle corone di San Giovanni…uno dei santi più cari proprio ai Longobardi..ma sono solo tracce, deboli, affascinanti del tempo

Con il viso profumato dall’acqua odorosa o con un bicchierino di Nocino…

Buon San Giovanni a tutti !

Eleonora Mancini

La leggenda di Melusina

Miti e leggende del Medioevo: Melusina

Elinas, re di Albania (Scozia, nell’antico gaelico), durante una battuta di caccia, si innamora della bellissima Presine.
I due si sposano ma alla condizione che l’uomo non assista al parto degli eventuali figli. Alla rottura del patto, Presine fugge in Avalon con le tre figlie: Melusina, Melior e Palestina, le quali, scoperto il tradimento paterno dopo anni, decidono di punirlo. Presine però ama ancora Elinas, quindi rinchiude Melior e Palestina e condanna Melusina a trasformarsi in serpente alato ogni sabato.
Melusina incontra Raimondino, figlio del conte di Forez e nipote del conte di Poitiers.

Nella storia ciclica che si ripete, i due si sposano scambiandosi una duplice promessa: lei porterà in dote ricchezza e una lunga e potente dinastia, lui non dovrà mai vederla di sabato. Entrambi onorano la parola, e solo dopo anni, spinto dalle maldicenze, Raimondino spia la donna scoprendo il suo segreto…  “Ah, très fausse serpente!“, le dice, e lei vola via disperata. Melusina tornerà segretamente a Lusignano solo di notte, per accudire i suoi figli più piccoli.

La tradizione orale

I miti e le leggende nascono entrambi dalla tradizione orale, acquistando forza e contemporaneamente perdendo configurazioni storiche e geografiche nel tempo, prima di assumere una forma scritta.

Il mito trae la sua ragion d’essere nelle figure divine che vi compiono azioni sovrannaturali, mantenendo pur sempre elementi di verità e religiosità, astraendosi dal contesto temporale.

La leggenda, invece, pur assumendo contorni sacrali e misteriosi rimane più legata al contesto spazio-temporale, nonché umano; parte da un fatto reale, poi passa di bocca in bocca, di paese in paese, assumendo via via connotazioni sempre più fantastiche, ma nelle quali ciascuno si può riconoscere.

Melusina è mito e leggenda insieme, “invenzione” squisitamente medievale.

Come mito, affonda le sue radici all’origine del tempo, associata al pesce, all’acqua fecondatrice inizio di vita ed al serpente, simbolo di fertilità, astuzia e conoscenza.

Da Babilonia alla Bibbia, dai rituali dionisiaci alle tribù indiane, il serpente, nelle società patriarcali, ha sempre accompagnato la donna sul sentiero del male, donandole la conoscenza.

Come leggenda, prende vita nell’alto medioevo, quando al mito si cominciano ad associare personaggi e luoghi, in Francia prima e specificamente poi, nel Poitou, legata ad una donna che è essa stessa leggenda, Aliénor d’Aquitaine.

La tradizione orale sulle fate, diviene in Francia prima che altrove, letteratura, raccogliendo caratteri sia dal miracoloso cristiano, che dal sovrannaturale magico demoniaco, dipingendo creature ora buone ora demoniache a seconda del messaggio che l’autore vuole comunicare.
Walter Map nel De nugis curialium e Gervasio di Tilbury, negli Otia Imperialia, dotti chierici alla corte aglo-normana del XII secolo, ne restituiscono l’accezione demoniaca, negativa, che con il crescere del cristianesimo accompagnerà queste figure fino all’associazione sistematica alla parola “strix”, strega.

Da Riccardo Cuor di Leone a Aliènor

Henri II d’Inghilterra, (secondo marito di Aliénor d’Aquitaine, che in lei ha sempre visto un altro capo di stato di altre vedute, quindi una nemica), come riferito dal chierico gallese Giraud de Berri, amava raccontare la leggenda della contessa d’Anjou, ulteriore versione della storia, sostenendo che i suoi stessi antenati venivano quindi dal demonio.
Non solo, nel romanzo in versi su Riccardo Cuor di Leone, in Inghilterra, si arriva ad identificare Aliènor con la contessa, demonizzandola.

Nel Poitou, invece, terra colta, patria di Aliénor, di cui ella è stata mecenate e grande duchessa, (non ha mai ceduto i suoi diritti sull’Aquitaine a nessuno), l’accezione è benevola e legata alla parola “fata”… Aliénor, la donna due volte regina, finisce per incarnare la leggenda, per la similitudine fra i racconti sulla fata e la sua stessa vita… entrambe bellissime, ammalianti, portano allo sposo una immensa dote, il potere e una progenie numerosa, ma entrambe finiscono per rivelarsi agli occhi dello sposo diverse da quello che sembravano.
I Lusignano, vassalli dei duchi di Aquitania, legano il proprio nome a questa leggenda, nella tradizione orale.

Jean d’Arras nel 1392 fa ancor di più, narra per Jean de Berry, discendente degli estinti Lusignano, la nascita della sua dinastia nel Roman de Melusine.

La fata ora ha un nome, e la leggenda di Melusina ormai consegnata alla storia.

Correrà veloce, di bocca in bocca, di paese in paese, arrivando anche a Narni, dove la suggestione è tale da chiamare col suo nome una località.

Le origini del toponimo “Caste Melusine”

Il toponimo “Caste Melusine” compare in un documento datato 19 febbraio 1532, redatto presso la residenza magnificorum dominorum priorum, attestante che, tali Hieronimus Philippi, Lucas alias Lucaresse Antonii del castello di Sant’Urbano, chiesero ai priori della città di Narni Gabrielus quondam Loduvici Fieschi, Marinangelus quondam Bernardini e Cardulus de Cardulis, la lettera patente scritta in carta bambacina con la quale i vecchi priori avevano concesso una bandita al castello di Sant’Urbano. La lettera si trovava presso i suddetti priori in carica nel 1532 e nell’ordinare al cancelliere comunale di produrne una copia dell’originale redatta nel 1520 apportarono delle aggiunte.

Il testo della lettera patente copiata e consegnata agli uomini di Sant’Urbano è riportata di seguito.

1520, Narni

I priori della città di Narni Iacubus Piermartini, Iohannes Baptista Francisci Iuliani, Virgilius Mascus, Felix Olivieri e il sindaco Robertus Pacis, concedono agli uomini di Sant’Urbano che ne avevano fatto richiesta, il permesso di fare una bandita nelle loro pertinenze per la conservazione degli animali dentro i seguenti confini: usque ad confinia et confines castri Vasciani comitatus eiusdem et Morrones seu monte a capite et via a pedem et castellum usque at collem Agliole e i aggiunta se intenda dicta bandita ultra dicti confini fino alli cataoni et le cose de Lario et fino alla valle Pergula et fino allo Morrone Pezuto et fino alla via che va a San Pancratio et fino allo piano delle Caste Melusine, rispettando i vecchi capitoli cioè : i buoi possono entrare nella bandita il giorno di San Francesco del mese di ottobre; le altre bestie vaccine e cavalline possono entrarvi il giorno di tutti i Santi, e in aggiunta, che un mese dopo la detta festa possano entrarvi le bestie pecorine e si paghino 6 quattrini per la capra e 5 per la percora; per il pascolo nella bandita si paghino 2 baiocchi per i buoi aratori, 4 per le vacche e 7 per le bestie cavalline; se le bestie verranno trovate a pascolare in tempo diverso da quello stabilito si paghino 8 baiocchi di giorno e il doppio di notte; i soldi ricavati dalle pene dovranno essere utilizzati per le riparazioni delle mura di Sant’Urbano; nessuno può tagliare la legna nella bandita e per e per tutte le denunce delle trasgressioni si deve dare piena fede al guardiano deputato.

Actum Narnie in Palatio solite residentie magnificorum dominorum priorum, de voluntate sopradictorum dominorum priorum.

Ego Michelangelus Ascani de Arronibus de Narnia publicus et imperiali auctoritate notarius et nunc cancellarius reformationum dicte magnifice communitatis Narnie, dictas supra patentas litteras quasi in toto laceratas cum suis predictis capitulis et additionibus premissis, iussu dictorum magnificorum dominorum priorum esidentiam ac etiam numeri cernite civium commune et consensu dicto die XIX mensis februarii et millesimo quingentesimo et trigesimo secundo currente et hic transcripti, copiavi et fideliter de originalibus ipsis exemplavi.

Testimoni: Antonius e Petrus Antonius di Collescipoli.

Non è facile sintetizzare secoli e secoli di tradizioni orali, di consuetudini trasformate in leggende, di antropologismi che han creato i miti, di paesi che han creato leggende, di uomini che han creato storia, di donne divenute leggenda… Tutti sono stati e sono tutt’ora oggetto di studio. Innumerevoli libri son stati scritti. Innumerevoli storie da raccontare…

Patrizia Nannini

In taberna quando sumus

Le hanno chiamate Hostarie. E passi. Entri e ti trovi in un medioevo palpabile, per quanto approssimativo. Ambienti che viaggiano, ormai, oltre i mille anni. Incannucciati e laterizi, mattoni di riuso e materiali di spoglio. Va bene. Siedi su rustici sgabelli. Fanciulla che si avvicina. Ha in mano carte: il mangiar del giorno. “Bianco o Rosso”, “Blu” rispondo “ragazza mia, se non so cosa mangerò, come faccio a dirti?”. E’ poco più che bambina, arrossisce leggermente compunta, mia moglie mi guarda alla verme. “Su, dai, portalo rosso che fa sangue”. Anche lei, giovane, sa che la diceria è una sciocchezza e sorride. Equilibrio ristabilito. “Voglio braciola e salsicce”. Lei “Vabbè, avrei optato per i fagioli con le cotiche ma tant’è…andiamo sul leggero.

               Mangiamo sotto il livello di una chiesa benedettina. Ha 1028 anni quest’anno. Un tizio donò un monastero che era lì e loro, i farfensi, ne fecero una chiesa-capolavoro. Il portale di destra, scanso equivoci, ci misero due aquile. Cornu evangeli. Il loro abate, Berardo Ascarello, aveva affermato, nel bel mezzo della lotta per le investiture, che la prima obbedienza si deve a Cesare e la seconda a Dio “Perché nel Vangelo sta scritto -Date a Cesare…e dopo è aggiunto -E date a Dio…quel che è di Dio”.Così l’abate fissò le precedenze e le raffigurò nel portale di sinistra (ma di destra per chi officiasse) della chiesa. Imperatore e “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Questi era in principio…” e non come da traduzione di Umberto Eco!

               Arrivano le salsicce ma prima ascolto il vino. Brilla tremulo, vermiglio nella controluce dell’oscillante lampada. Riempie il gotto di terracotta. Traditoro quant’altri mai. Tiene un buon mezzo e sei portato a tirarlo giù di botto. Ma di botto in botto,poi le gambe reggono sempre peggio. C’è anche la braciola. Ancora soffrigge appena tolta della brace ardente.Mangi assorto:”Dove ti sei cacciato?” fa lei che sa bene come questa città rapisca troppo spesso la mia presenza.

E’ che sotto quella chiesa c’è una cisterna romana. In perfetta efficienza. Sta alla fine di una chiesa sotterranea, esattamente sotto la prima ma orientata in senso inverso, ove certe sere piovose non entra nessuno ed il silenzio ovatta. Te ne stai lì e senti gocciare. Lento. Prima, terza, sesta, nona, vespero e compieta. Poi, Prima et Secunda vigilia e….il monachello passava con la lucerna, nelle gelide notti invernali, per vedere se qualche giovane confratello continuasse il sonno. Trovava il miserello e gli passava la lucerna. Finito l’uffizio chi aveva in mano il lume rimaneva digiuno il giorno dopo. Al monastero si mangiava una sola volta al giorno. Quindi digiuno lunghissimo tranne se fosse stata estate, nella quale si mangiavano due pasti al giorno. Altri tempi!

               Arrivano nuovi commensali. L’hostaria si riempie. Ragazzi . Mangiano. Poi comincia un gioco per sbronze: si chiama Filomena. Intreccia prontezza di lingua e sveltezza di braccia. Se sbagli bevi. E più bevi, più ti sbagli. Finisce in sbornia com’è normale.

La chiesa ha capitelli che ammoniscono contro il peccato. La gola è peccato. E, nell’ultimo capitello di destra, che sarebbe poi di sinistra per l’officiante, c’è un’intreccio di diavoli peccatori che promuove angoscia. Alla luce delle tremolanti candele sembrano serpenti vivi. Lato epistulae. Si può rimediare. La richiesta di perdono (in quanti modi, nei secoli, è mutata la confessione!) riguarda anche i peccati di gola. In quell’angolo oscuro di Narni avvengono anche peccati di carne. Gli angeli sorridono, le aquile girano la regale testa e i demoni bestemmiano; sanno che Dante ha detto bugia quando ha spedito loro Paolo e Francesca. Mai pervenuti, laggiù ma si sa, i fiorentini mentono per la gola.

Si esce e piove autunno. E pensi al volvere irresistibile delle stagioni. Quanti amici, quante gioie, quante storie hanno intrecciato le vicende sotto il portico animato dai leoni ormai smozzicati dall’uso. Sale lentamente una nebbia nell’anima. E fino a quando, fino a quando non svanirai anche tu nella presenza e nella memoria? Prima, terza, sesta, nona, vespero e compieta…

Bruno Marone

Cassio e l’invenzione del Medioevo narnese

San Giovenale è il protettore di Narni.

Cassio pure.

Giovenale è stato vescovo di Narni.

Anche Cassio.

Giovenale non era narnese.

Forse neanche Cassio.

Giovenale è un uomo del IV secolo, Cassio del VI.

Tra i due ci sono circa 180 anni, un tempo durante il quale il mondo dell’occidente romano è cambiato. E dopo ancora tante volte sarebbe cambiato. Nel tempo umbri, etruschi e sabini a due passi, romani, goti, bizantini, longobardi, franchi, pure i saraceni… tutti hanno lasciato qualcosa in questo fazzoletto di terra. Il mondo medievale è quello che oggi chiameremmo un melting pot, ne sono testimonianza i nomi che abbiamo dato alle cose, tutta la toponomastica che utilizziamo,  i santi che preghiamo oggi e quelli che gli antenati concittadini hanno venerato in passato, anche la cucina e le superstizioni appartengono alle stratificazioni sociali e culturali di cui noi oggi siamo il prodotto. E ci piace. Tanto. Talmente tanto che da più di 50 anni ripetiamo “li riti e li giochi” in onore di San Giovenale.

I giochi sicuramente no ma i riti, Cassio, li officiava quotidianamente presso la sepoltura del predecessore probabilmente anche monumentalizzandola  in occasione della sistemazione delle mura urbiche delle quali, in qualità di vescovo, per una legge emanata da Giustiniano nel  530, aveva la cura.

Cassio è un uomo di fede e di azione in città.

Giovenale è un santo dentro le mura e diventa un tutt’uno con la cinta di difesa, facendo scudo col suo corpo alla città stessa. L’immagine è potente e segue logiche e ideologie di derivazione bizantina e Cassio è probabilmente l’artefice di una operazione ideologica e culturale che ha determinato il futuro della comunità religiosa e civile narnese.

Prova ne è l’articolo degli statuti dove si riportano le modalità dello svolgimento dei festeggiamenti ancora nel XIV° secolo, prova ne è l’esistenza,  oggi, nel XXI° secolo, delle stesse pratiche. Ma oggi lo facciamo utilizzando un tempo altro, guardiamo Giovenale attraverso il filtro della nostra precedente “vita mediavale” e Narni ha un “medioevo tutto suo”, in parte fatto di ricerca storica, in parte frutto di fantasia, sperimentalismo, memorie personali e collettive, saperi esperti e improvvisazioni e tanto di più.

Come tre specchi che si guardano  VI° XIV° e XXI° secolo si riflettono a vicenda e rimbalzano le immagini all’infinito… anche in questo anno strano in cui tutto e diverso, dove piazze e vicoli hanno qualcosa di metafisico e tutto ci mancherà, dal vento che muove le bandiere all’odore della pizza dei forni.

Eppure il banditore è uscito. Cassio sorride.

Eleonora Mancini

La pietra dei miracoli e l’acqua di San Giovenale

La scritta, “Ic est tumulus miraculorum”, che guardando da piazza Garibaldi appare in una pietra collocata al lato del portale della cattedrale, verso il campanile, è stata scolpita per indicare il “tumulo dei miracoli” interno alla chiesa, ovvero la tomba di san Giovenale immurata nella cinta urbana, quasi a costituirne le fondamenta.

E’ una epigrafe preceduta da una croce che sembra sostituire l’inespressa lettera “h” della prima parola; e che si osserva con difficoltà, per l’altezza e per la mancanza di contrasto nella parete. Per cui è poco nota, e l’evidenza si deve a Marco Bartolini, in “Relazione Corteo Fraporta” 2011; e a Quintilio Palozzi in “La cattedrale di Narni nell’anno Mille già esisteva”, del 2016.

Una iscrizione per additare quel sepolcro venerato dai fedeli e dal quale si riversava una sostanza liquida: una “sudoris aqua” che nel colore ricordava il sangue e che, raccolta con una spugna e conservata in un’ampolla, era applicata sugli infermi che confidavano in una guarigione. Come lo storpio Morico di origine irlandese il quale, di passaggio a Narni nel 1233, richiese il “licore” al custode Giacomo e al parroco Berardo, e dopo aver unto con il liquido la parte malata, subito recuperò l’uso delle gambe. E la guarigione avvenne alla presenza dell’incredulo Rufo, cittadino romano, e di alcuni narnesi, che furono testimoni di un evento codificato in un cartolario, poi trascritto negli “Acta Sanctorum”.

Una traccia del liquido si avvertiva ancora nel 1642, quando su richiesta del vescovo Giampaolo Bocciarelli nella notte del 17 aprile fu riaperto il sepolcro del Santo, e tra lo stupore dei presenti “fu trovato fino all’altezza della superficie di esso corpo, tinto di colore sanguigno”, come si trae dalle “osservazioni” del narnese Paolo Mangonio, riprodotte da Ludovico Iacobilli nelle “Vite” alla nota “Hist. de duobus SS. Iuvenal, fol. 28”.

Il contenuto del rinvenimento fu poi incastonato nel nuovo deposito costruito sotto la Confessione, dove tuttora richiama i tanti prodigi verificati nel corso dei secoli, che il citato Iacobilli alla metà del Seicento riassumeva in “render a Ciechi il lume, a Sordi l’udito, a Zopi l’andare, a l’infermi la sanità, a vessati da spiriti maligni la liberazione col solo contatto di quel sacro corpo”. Un “corpo santo” pure invocato per allontanare quei mali che nel tempo hanno minacciato e che ancora affliggono la comunità, quali il terremoto del 1703 e la calamità che stiamo atraversando.

L’insegna che annunciava “il tumulo dei miracoli”, affacciata su una piazza che era detta del “Lago” per la conserva d’acqua che vi stazionava, racchiude una memoria in qualche modo veicolata dall’acqua: e venivano dal mare anche quei quaranta mercanti che, salvati da un naufragio per mediazione del Santo narnese, con generose offerte contribuirono alla costruzione della primitiva basilica, come dagli “Acta Sanctorum” e dalle altre fonti che raccontano la storia di san Giovenale, primo vescovo e patrono di Narni.

Claudio Magnosi

Corsa all’Anello, successo per l’edizione virtuale

NARNI 30 aprile 2020 – Successo per l’edizione virtuale della Corsa all’Anello che nella prima settimana di programmazione ha contato diversi eventi molto seguiti e che nei prossimi giorni entrerà nel clou con il fine settimana del patrono San Giovenale e con la presenza di ospiti speciali, tra cui spicca il famoso storico Franco Cardini che aveva partecipato alla Corsa all’Anello del 2017, con un convegno sul Medioevo che ebbe un grande consenso e che avrebbe dovuto essere presente alla conferenza del 2 maggio sul Gattamelata. Cardini, che ha voluto essere comunque presente all’edizione virtuale, parteciperà con un video che parlerà della festa di Narni e del Medioevo in Umbria. Si tratta di un contributo straordinario da parte della Commissione Cultura dell’Associazione Corsa all’Anello che ha collaborato attivamente anche alla realizzazione dei talk.

 “Sono molto soddisfatto – ha commentato il responsabile delle pubbliche relazioni dell’associazione Corsa all’Anello Emiliano Luciani – della partecipazione che ho potuto riscontrare da parte di tutti i contradaioli agli eventi che abbiamo proposto sui canali social e sul sito. Devo dire che sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla risposta che abbiamo avuto, a testimonianza di quanto i narnesi tengano alla nostra festa. Sono andati bene sia i videoparty di facebook, ai quali hanno partecipato molti utenti, sia i talk che allo stesso modo hanno interessato molte persone”.

Successo anche il video emozionale di apertura, un omaggio a tutto il popolo della Corsa all’Anello e quello della lettura del bando da parte di Don Sergio Rossini, che ha fatto risuonare la sua voce in un centro storico deserto. “Grande seguito – ha aggiunto Luciani – ha avuto anche la ‘catena di brindisi’ dedicata alla festa, lanciata dai contradaioli dei terzieri. Un gesto nato spontaneamente, che non era nel nostro programma, ma che si è rivelato un prezioso valore aggiunto”. Un’emozione in più, un ulteriore atto d’amore e di passione verso la festa al quale hanno partecipato grande e piccoli. E il programma dell’edizione virtuale continuerà nei prossimi giorni con molti eventi.

TALK – Dopo il successo dei talk della scorsa settimana, il programma continuerà con altri interessanti appuntamenti. Oggi alle 19 ci sarà “Le prix du bonheur, il prezzo della felicità”, anteprima di Ars Palliorum e della mostra personale di Xavier Vantaggi, con Lorenzo Barbaresi e Xavier Vantaggi. Venerdì 1 maggio alle 17 ci sarà “Eroi di carta. Il fumetto storico”, con Filippo Cenni e Mauro Laurenti, seguito alle 19 da “La danza nel Medioevo”. Sabato 2 maggio alle 16 sarà la volta di “Narnia me genuit” con Giovanna Baldissin Molli, Sara Piccolo Paci, Luigi Nicoli, Paolo Gazzara, Fabio Ronci, Carlo Capotosti e Stefano Gattamelata, discendente di Erasmo. Lunedì 4 maggio alle 17 ci sarà “Repertori e usanze musicali nella Narni del Medioevo” con Simone Sorini e Claudia Viviani. Giovedì 7 maggio alle 17 ci sarà “Narni parla con… Il museo della Canapa di Sant’Anatolia di Narco”, mentre alle 21 sarà la volta di “Erasmo Gattamelata: figlio di Narnia”, visita multimediale a cura del Museo Eroli. Venerdì 8 maggio alle 18 spazio per “Un’avventura da capitano: Gattamelata a Narnia”, per bambini. Alle 18,30 sarà la volta della presentazione del libro “Virtù della Vanità. Il Trecento” con Sara Piccolo Paci e Francesca Baldassarri. Sabato 9 maggio alle 21,30, dopo il videoparty del corteo storico, ci sarà “Il costume medievale a Narni”. Al programma potrebbero essere aggiunti altri talk che verranno comunicati nei prossimi giorni.

MERCATO MULTIMEDIEVALE E SPETTACOLI – A partire da oggi alle 18, sarà on line, sul sito ufficiale della Corsa all’Anello, il mercato multimedievale. Alcuni dei mercanti che avrebbero dovuto partecipare al mercato medievale di piazza dei Priori, presenteranno una serie di prodotti artigianali. Ci sarà un link che rimanderà ai loro siti, dove si potrà acquistare la merce. Domani, venerdì 1 maggio, alle 18, su facebook ci sarà il primo video spettacolo della Compagnia de lo Grifone “Il risveglio del grifone”. Il secondo video spettacolo intitolato “Racconti di draghi, dame e cavalieri” ci sarà giovedì 7 maggio alle 18.

FINE SETTIMANA DEL PATRONO – Sabato 2 maggio, giornata in cui si sarebbe dovuta svolgere la suggestiva offerta dei ceri in Cattedrale, l’associazione Corsa all’Anello invita tutti i narnesi, alle 21, a mettere una candela sulla finestra, proprio per ricordare l’emozionante evento, prologo della giornata dedicata al patrono. Sempre il 2 maggio , alle 23,55, verrà trasmesso in videoparty su facebook il brindisi a San Giovenale e l’inno goliardico dell’edizione 2019. Alla stessa ora ci sarà il brindisi in diretta su instagram. Domenica 3 maggio, giornata del patrono, alle 11 verrà trasmessa in diretta su facebook la santa Messa in onore di San Giovenale ed alle 16,25 ci sarà, sempre su facebook, un videoparty della corsa storica. Alle 16,30 sarà la volta di un nuovo appuntamento di “Le domeniche dell’anello” con la Sfida 2019.  Sempre in videoparty alle 18 avrà luogo l’omaggio dei contradaioli al patrono. Il programma relativo al 3 maggio potrebbe riservare sorprese che verranno comunicate a breve.

GIORNATE MEDIEVALI, BENEDIZIONI CAVALIERI E CORTEO – Alle giornate medievali dei terzieri saranno dedicati tre videoparty in tre giornate differenti in cui verranno trasmesse le repliche di manifestazioni degli ultimi anni. Lunedì 4 maggio alle 18 si inizierà con Mezule, seguita il 5 maggio da Fraporta ed il 6 da Santa Maria. Spazio anche alle benedizioni dei cavalieri che nelle giornate in cui si sarebbero dovute svolgere da programma, troveranno spazio con tre suggestive fotogallery su facebook e su instagram. Mercoledì 6 maggio toccherà a Fraporta, giovedì 7 a Santa Maria, venerdì 8 a Mezule. Sabato 9 maggio alle 21 ci sarà un videoparty su facebook dedicato al grande corteo storico. Il programma si concluderà domenica 10 maggio alle 16,30 con l’ultima puntata di “Le domeniche dell’anello”, in videoparty verrà riproposta la Rivincita 2019.

RUBRICHE – Su instagram continueranno le due rubriche in programma. Il 2 ed il 9 maggio alle 12 ci sarà “Le donne del Medioevo”, mentre il 3 ed il 10 maggio alle 12 sarà la volta della rubrica di cucina medievale. Venerdì 8 maggio verrà pubblicato sul sito e su facebook anche il terzo appuntamento con “I racconti delle pergamene” (approfondimenti sulla storia di Narni) che continueranno nelle prossime settimane.

Bestiario narnese

Spunti e riflessioni sul rapporto tra Narni e mondo animale nel Medioevo.

Partiamo da un dato di fatto: per l’uomo medievale l’unicorno ha lo stesso valore e la stessa credibilità del cane di casa. A noi, uomini e donne della modernità, sembrerà strano, ma per un lungo periodo (diciamo dall’antichità classica all’Illuminismo, a grandi linee..) il confine tra reale ed irreale nel mondo animale è piuttosto labile.

La possibilità che nelle favolose terre di “Prete Gianni” esistano unicorni, sirene, grifoni è ritenuta plausibile da chi vive la propria vita all’interno delle mura civiche, e che – al massimo – ascolta le storie narrate da viaggiatori e dai pellegrini che tornano con le loro ”mirabilia” dalla Terra Santa.

Non a caso “Il Milione” di Marco Polo viene spesso letto alla stregua di una enciclopedia veritiera  dai cittadini stanziali all’avida ricerca di novità provenienti da quei mondi lontani. Il viaggiatore Veneziano non li delude: a Giava vede alcuni rinoceronti. Si tratta di animali che lui non ha mai visto, salvo che, per analogia con altri animali noti, ne distingue il corpo, le quattro zampe, e il corno.

Siccome la sua cultura gli mette a disposizione la nozione di unicorno, come appunto di quadrupede con un corno sul muso, egli designa quegli animali come unicorni. Poi però, siccome è cronista onesto e puntiglioso, si affretta a dirci che questi unicorni sono abbastanza strani, dato che non sono bianchi e snelli ma hanno “pelo di bufali e piedi come leonfanti”, il corno è nero e sgraziato, la lingua spinosa, la testa simile a quella di un cinghiale: Ella è molto laida bestia a vedere: Non è, come si dice di qua, ch’ella si lasci prendere alla pulcella, ma è il contrario.” (Milione 143 – cit. da Umberto Eco).

Il mondo animale medievale si muove insomma tra questi poli opposti: quello della vicinanza, della quotidianità, per cui l’animale è parte integrante del sistema domestico e familiare, della stessa economia cittadina (per cui le strade in terra battuta delle città sono popolate di asini, galline, cavalli, mucche e maiali) e quello ideale, dove l’unicorno ed il grifone (non caso simbolo di Narni) viaggiano a braccetto appena fuori la  porta principale della città, oltre le mura, verso quei campi arati in cui si muovono i contadini rappresentati nell’allegoria del Buon Governo del Lorenzetti.

In città un posto speciale lo occupano i cosiddetti “porcelli di S. Antonio”, maiali legati al culto del Santo da Padova che sono liberi di scorrazzare tra vicoli e piazze senza timore di essere trafitti e trasformati in porchetta, uno status sociale che li pone quasi al livello delle vacche sacre in India!

La loro “intangibilità” è legata alla tradizione del Santo e dei suoi discepoli (i frati Antonini) che proteggono il popolo dal temutissimo herpes zoster, o fuoco di S. Antonio, creando ospedali a ridosso delle mura civiche, al fine di prendersi cura dei malati di questa – e successivamente anche di altre malattie contagiose.

I maiali rappresentano  originariamente proprio il primo sostentamento dei frati, e devono portare al collo una campanella per distinguerli dagli altri porci di città, che ovviamente non godranno della stessa protezione.

La loro fortuna passa ben presto anche nell’iconografia del Santo, il quale  verrà sempre  più spesso rappresentato con il maialino ai suoi piedi, come dimostrano molti affreschi medievali anche in Umbria, fino a far assurgere il Santo a protettore degli animali “tout-court”.

Nella Narni medievale gli Statuti riservano un capitolo speciale proprio a questi maiali: nel libro III° al capitolo 150 si legge infatti: “…considerando che la natura dei porci è di scavare, affinché essi non devastino vie e piazze, stabiliamo che il responsabile dei maiali di S. Antonio sia tenuto a mettere a questi un anello alle narici, e se qualche maiale sarà trovato senza anello, il responsabile sia punito con 20 soldi cortonesi. E di sopra quanto predetto, che il sig. Vicario trovi i colpevoli e li facia punire, e prenda i suddetti porci, e se entro due giorni non trovasse di chi fosse il porco lo faccia vendere..

Il maiale è sicuramente l’animale più utile e completo per l’economia della civitas medievale: quelli di S.Antonio fungono da “spazzini” delle strade, mangiando gli scarti e l’immondizia dei mercati, ma rappresentano – qui come un po’ in tutta l’Umbria – anche l’alimento principale delle famiglie allargate, per cui l’uccisione e la macellazione del maiale a Dicembre diventa un happening che coinvolge tutta la “vicinanza”, il Terziere, o la Parrocchia, ognuno con i suoi compiti e mansioni.

La presenza di una corporazione di macellai d’altronde è ben documentata anche nella toponomastica, per cui la stessa Via Marcellina richiama alla mente proprio il marcellus, ovvero il nome tardo latino del maiale, a testimonianza di botteghe di macelleria in zona.

Ancora gli Statuti comunali del 1371 regolano il mercato e la vendita delle carni di ogni tipo (dai maiali ai bovini, a varie tipologie di volatili che oggi noi escluderemmo da una dieta ideale..) ordinando la pulizia costante dei banchi e delle botteghe, per cui il Vicario doveva mandare i suoi notai a verificare tali condizioni igieniche due volte a settimana.

Le carni di bassa macellazione potevano essere vendute ma solo fuori porta; in città i banchi dove si vendevano le carni animali erano sempre sotto osservazione, anche per evitare che i macellai gonfiassero le carcasse appese ai ganci al fine di aumentarne il peso, mentre d’estate la vendita all’aperto di tale carne veniva limitata per evitare il fetore, e concessa solo di domenica e nei giorni festivi.

Fin qui il rapporto tra narnesi ed animali da mercato (per lo più morti quindi, sotto forma di carne) ma cosa sappiamo del rapporto tra uomo ed animale vivo? Le cronache – e la letteratura – ci testimoniano dello stretto rapporto tra uomo e cavallo ad esempio, per cui la caccia  (alta, nobile, come la falconeria di cui fu maestro Federico II, o bassa, spesso di frodo esercitata per pura sopravvivenza…) vede il connubio cacciatore – cavallo al centro dell’azione. Una sinergia utilitaristica che spesso si trasforma in vero affetto.

Se è vero che tutti gli animali sono sottoposti all’uomo per volere divino, è altrettanto vero che nemmeno gli animali possono essere considerati tutti sullo stesso piano. Secondo Giordano Ruffo, nobile addetto alle scuderie di Federico II e autore del “De Medicina Equorum”, un vero e proprio trattato di veterinaria, il cavallo rappresenta il più nobile tra tutti gli animali, perché “attraverso quello i principi, i magnati e i cavalieri possono essere distinti dai minores”. Non stupisce, perciò, che i trattati relativi alla cura degli animali riguardino principalmente questo vero e proprio status symbol del tempo.

Altra coppia indissolubile è quella rappresentata tra uomo e cane, che vanta già una lunga tradizione: basti pensare all’affetto del cane Argo verso Ulisse, ed alle tante fabulae che sorgono dalla cultura classica, laddove il cane è exemplum di fedeltà ed amore incondizionato. Un rapporto che sopravvive anche nel medioevo, e che si trasforma, se vogliamo, anche grazie all’azione del santo più ambientalista: il nostro conterraneo  San Francesco, che ammansendo il lupo lo  riporta ad una dimensione domestica, affiancandolo ad altri cani che già popolano le case dell’Umbria.

Gli Statuti narnesi dedicano particolare attenzione al rapporto tra  uomo ed animale, un’attenzione molto “moderna” che non ci attenderemmo da un mondo così violento, in cui la tortura e la pena capitale era spesso la regola e non l’eccezione. Eppure i legislatori sono consapevoli del fatto che gli animali domestici rappresentano una ricchezza per la stessa comunità, e chiunque li avesse  colpiti solo per collera veniva punito duramente.

Il capitolo 4 del III° libro recita infatti: “…se qualcuno abbia percosso qualche animale con armi da offesa, cioè coltello, spada e simili, e ne sia uscito sangue con conseguente morte, se bove, vacca, asino o somaro, paghi 15 soldi alla Camera e risarcisca il danneggiato. Se invero sia capra, becco, castro, cane o scrofa paghi 100 soldi e risarcisca  il danno.(…) Se abbia percosso un cavallo, un mulo o bestia da soma paghi 24 libbre e risarcisca il  danno. Se la morte non ne sia conseguita, ma non fossero più buoni a nulla, risarcisca comunque come detto..”.

Tali pene non i applicavano invece ai cani nel contado in quanto  – si suppone – questi erano molto numerosi fuori delle mura civiche.

Come si vede anche dai nostri Statuti quindi, l’utilità dell’animale è in primis la misura del suo valore puramente economico. All’interno di un’economia domestica  che vive anche di piccoli allevamenti privati, magari negli orti di vicinanza, la presenza degli animali è una costante, ed il valore è direttamente proporzionale alla loro utilità per costruire ricchezza familiare.

Un discorso a parte merita il gatto: l’animale più enigmatico e polisemico del medioevo, attributo immancabile delle streghe e del mondo demoniaco, ma invocato e ricercato per la sua abilità di cacciare i topi, che all’epoca erano untori portatori di peste, e quindi proprio per questo motivo una necessità nelle città sporche ed a rischio epidemico; i felini non hanno però goduto di buona fama nemmeno grazie a questa loro peculiarità.

Una delle ragioni forse è da ricercarsi nell’amore che invece lega il mondo islamico ed orientale in generale (basti pensare alla loro sacralità in Egitto) al gatto: secondo una leggenda popolare il profeta Maometto aveva costantemente al suo fianco una gatta chiamata Muezza, a cui voleva molto bene.

Muezza un giorno si addormentò sulla veste di Maometto e, giunta l’ora della preghiera, Maometto indeciso sul da farsi, per non svegliare la gatta, tagliò il pezzo di veste dove essa dormiva. Al ritorno di Maometto la gatta gli andò incontro e per ringraziarlo gli fece tante fusa.

Egli, lieto e contento di tale accoglienza, elargì doni per Muezza e i gatti a venire.

Ecco quindi che in un’Europa medievale, dove le Crociate alla riconquista della Terra Santa sono l’humus dell’epos cavalleresco, l’uomo tende a dimenticare l’eredità culturale che l’Islam ha invece lasciato in Italia (dai califfati in Sicilia all’attenzione di Federico II, dalla scoperta dei numeri primi alla scienza della navigazione) e rifiuta ogni ideale religioso che possa vagamente ricordare il mondo arabo, ormai relegato a minaccia “saracena” da rifiutare in toto.

Eppure una leggenda vuole che la Madonna stessa avesse un gatto, forse un soriano, perché nel manto di quest’ultimo vi sono striature a forma di M, come Maria. Il gatto, del resto, compare in molte opere d’arte a soggetto religioso e con diversi significati. Nel Medioevo il gatto fu spesso cacciato e ucciso perché associato alla malignità e al demoniaco, ma dal XIV secolo, dopo la peste nera diffusa in Europa attraverso le pulci dei topi, il gatto iniziò essere rivalutato.

Anche in questo caso quindi, il rapporto tra uomo ed animale domestico supera le ideologie e le superstizioni per sostanziarsi nella pura utilità, una costante della vita quotidiana nel medioevo.

Fabio Ronci

Corsa all’Anello, al via l’edizione virtuale

NARNI – La Corsa all’Anello non si ferma e diventa virtuale. L’associazione Corsa all’Anello lancia infatti il programma che da oggi, 23 aprile, si snoderà in una serie di eventi on line. La 52esima edizione della Corsa all’Anello, sarebbe dovuta iniziare domani per terminare il 10 maggio con la gara equestre, ma è stata rinviata a causa dell’emergenza covid-19. L’associazione però, ha deciso però di organizzare comunque un’edizione virtuale che tra i canali social ufficiali (facebook ed instagram) e il sito, farà vivere tutte le emozioni della festa. Un gesto dedicato alla città, ai contradaioli della Corsa all’Anello e a tutti coloro che avranno il “gusto di vivere la storia”, anche se da dietro uno schermo. Ma ecco gli eventi principali del programma che senza dubbio sarà incrementato con altre manifestazioni che verranno organizzate in corso d’opera.

GLI EVENTI PRINCIPALI – Si inizierà oggi, 23 aprile, sui social ufficiali della Corsa, con la tradizionale lettura del bando che verrà effettuata dal parroco della Cattedrale Don Sergio Rossini, dal campanile del Duomo. Ci sarà anche un contributo dei musici dell’associazione Corsa all’Anello che hanno registrato un video inedito da trasmettere in onore della città e della festa. Sempre domani, tutti i contradaioli, seguendo l’evento “La superba Narnia” esporranno come da tradizione dalle loro finestre le bandiere dei terzieri.

 Il 29 aprile verrà trasmesso, sempre sulla pagina facebook, un video che racconterà tutte le ricostruzioni degli ambienti medievali dei terzieri di Mezule, Fraporta e Santa Maria. Il 2 maggio, giornata dell’offerta dei ceri, l’associazione Corsa all’Anello inviterà tutti i cittadini ad accendere una candela da mettere dietro ai vetri delle finestre delle proprie abitazioni, gesto simbolico che ricorderà l’importante evento della tradizione. A mezzanotte ci sarà un videoparty sulla pagina facebook che riguarderà l’”acali a San Giovenale” (brindisi dedicato al patrono che ogni anno viene fatto sulle scale della Cattedrale dai contradaioli) dell’edizione 2019. Su instagram ci sarà un evento in diretta, proprio sul brindisi.

Il 3 maggio, giorno del patrono San Giovenale, il vescovo Giuseppe Piemontese celebrerà la messa e sul campanile del Duomo verrà intonato l’inno del santo, con successiva benedizione con le reliquie di San Giovenale. Potrebbero esserci anche altre sorprese che verranno svelate a breve. Il 4, 5 e 6 maggio, verranno pubblicati sulla pagina facebook i video integrali di tre giornate medievali rispettivamente di Mezule, Fraporta e Santa Maria degli anni passati. Il 9 maggio, sempre in videoparty sulla pagina facebook, si potrà vedere il video del corteo storico 2019, con delle immagini inedite. Il 10 maggio, giornata in cui si sarebbe dovuta disputare la gara equestre al Campo de li Giochi, si potrà assistere in videoparty all’edizione 2019 della Rivincita, grazie all’evento “Le Domeniche dell’Anello”, iniziato lo scorso 7 aprile. A questo proposito, il 26 aprile verrà trasmessa la Rivincita 2018 ed il 3 maggio la Sfida 2019.

Durante l’edizione virtuale della Corsa all’Anello, verranno organizzati una serie di incontri divulgativi e talk show di carattere culturale e scientifico con ospiti speciali, che saranno comunicati a brevi e che verranno trasmessi sui social e sul sito. Nelle giornate della festa verranno pubblicate molte foto di archivio che ricorderanno eventi tradizionali, come le benedizioni dei cavalieri e la corsa storica, insieme a momenti emozionanti della Corsa vissuti dai contradaioli.

Ci sarà spazio anche per delle rubriche fisse. Oltre a “I racconti delle pergamene”, approfondimenti tematici e divulgativi sulla storia di Narni, sui personaggi, e gli eventi in onore di San Giovenale e più in generale, sugli usi e costumi del Basso Medioevo che, iniziati la scorsa settimana, verranno pubblicati ogni quattordici giorni di venerdì sul sito ufficiale della Corsa all’Anello e sui social, ci saranno altri due appuntamenti fissi su instagram, uno sul cibo medievale, con ricette inedite e uno sulle donne più importanti del Medioevo. L’associazione Corsa all’Anello sta organizzando anche altre rubriche che verranno comunicate a breve.  

Gli statuti medievali narnesi

I Racconti delle Pergamene dedica il primo contributo al documento più noto della Narnia medievale: gli Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae del 1371, gli statuti medievali di Narni.

GLI STATUTI NEI COMUNI DEL MEDIOEVO

Gli statuti furono tra le principali fonti del diritto dei Comuni sin dal Duecento. Andarono a razionalizzare, in una forma scritta, una serie di norme, consuetudini, azioni amministrative e giudiziarie, che regolavano la vita dei cittadini e dei forestieri. Fu proprio grazie a questo strumento che i comuni si rafforzarono come istituzione,  rivendicando autonomia e autorevolezza politica.

É interessante notare come in questo processo, il ceto dei giuristi, che in precedenza si era dimostrato diffidente verso un sistema normativo non esclusivamente legato alla tradizione del diritto, dal Duecento in avanti, si renda protagonista del rafforzamento di potere del Comune stesso, contribuendo ad armonizzare la nuova e più libera produzione statutaria, con i principi giuridici già esistenti.   

GLI STATUTI MEDIEVALI NARNESI

Il testo in latino degli statuti medievali narnesi, è stato  analizzato da valenti studiosi e docenti universitari per fornire i contenuti ai rievocatori narnesi. E successivamente, partecipando in qualità di giurati, nel valutare le ricostruzioni di ambienti, di rievocazioni e cortei storici dei tre Terzieri.

IL CONTESTO STORICO

Il 1371, data di redazione degli statuti, coincide con la costruzione della Rocca dell’Albornoz nell’ambito di quell’azione politica di affermazione del papato. L’obiettivo era quello di frenare la spinta autonomista comunale del secolo precedente, determinando di fatto una condizione di ritrovata stabilità.

LA SUDDIVISIONE IN TRE LIBRI

Gli statuti narnesi sono divisi in tre libri:

  • Il primo tratta diversi argomenti quali l’amministrazione pubblica, le competenze delle magistrature cittadine, le festività, le attività commerciali ed artigianali, la manutenzione delle vie e l’edilizia, il comportamento dei forestieri, le questioni economiche e le gabelle, i rapporti con i castelli;
  • il secondo tratta di giustizia civile;
  • il terzo di quella penale.

COSA CI DICONO GLI STATUTI DI NARNI

Per quanto riguarda la traduzione in italiano di seguito riportata, ci si basa principalmente sul lavoro del compianto concittadino Raffaello Bartolucci, che ci piace omaggiare anche in quest’occasione e sulla consulenza storica di Bruno Marone.

Libro I Cap.V De anulo argenteo currendo in festo beati Iuvenalis de mense maij

Stabiliamo che ad onore e reverenza del gloriosissimo Giovenale martire, patrono, governatore e difensore del popolo e del Comune della città, nel giorno della sua festività, che si celebra il terzo giorno del mese di maggio, si debba correre l’anello d’argento. Che sia del valore e stima di cento soldi cortonesi, e il palio, di cui è fatta menzione nel capitolo precedente, sia del valore di tre libbre d’oro, in questo modo:

il Vicario della città faccia annunciare pubblicamente per la città tre giorni prima della festa, una volta al giorno, che chiunque possieda un cavallo si debba preparare, come e dove riterrà opportuno, per correre l’anello e il palio in quel giorno, e che quelli che vogliono correre si debbano presentare nella piazza maggiore della città, e che a coloro che stanno lì si debba mandare a dire, che tutti quelli che vogliono correre all’anello, debbano stare dall’angolo della chiesa di San Salvato, all’interno verso la fontana, e, dopo che l’anello sia stato posto nel solito luogo, debbano correre uno dopo l’altro con l’asta o bordone, uno per volta, secondo la volontà del Vicario o dell’ufficiale presente, e al cavaliere, che correndo avrà lanciato la sua asta nell’anello, secondo il giudizio dello stesso Miles, si debba dare e assegnare l’anello in segno di vittoria e onore.

Tuttavia  ronzini da soma o giumente non possano correre ne conquistare l’anello.

Aggiunto questo che per primo a correre sia uno delle potestà delle brigate di Mezule, secondo a correre sia uno delle potestà di Fraporta, il terzo sia uno delle potestà del terziere di Santa Maria.

Alcune importanti considerazioni

In questo brano, tradotto dal capitolo originale degli statuti medievali narnesi, troviamo varie informazioni, alcune note, altre meno:

  • Il 3 maggio è la ricorrenza del patrono Giovenale ed intorno a quella data si svolgevano i festeggiamenti a lui dedicati. A Narni negli anni del basso medioevo, si utilizzava il denaro cortonese, che si ritrova nominato in numerevoli capitoli degli statuti stessi.
  • Due figure con alti compiti istituzionali citate nel testo sono il vicario ed il miles. Il primo era una sorta di governatore pro tempore della città, di nomina pontificia. Il secondo un uomo d’arme, ufficiale del vicario stesso, incaricato dell’ordine pubblico.
  • Sappiamo inoltre che tali competizioni, nelle quali, come accade oggi, occorreva molta destrezza, erano anche occasione per alcuni giovani cavalieri, di mantenere una solida preparazione militare, sempre utile alle milizie comunali.
  • Chi poteva disputare la gara, doveva quindi recarsi nella piazza maggiore della città e i binomi cavallo e cavaliere, partivano al galoppo dalla chiesa di San Salvato, oggi non più esistente,  nei pressi della fontana di piazza dei Priori. Viene specificato che giumente e cavalli da soma non potevano essere utilizzati, a ribadire il buon livello richiesto alla competizione.
  • Altra nota è che l’acquisto dell’anello d’argento che andava in premio al vincitore, era a carico della comunità ebraica narnese. È testimoniata in città la presenza di alcune famiglie di religione ebraica, che risiedevano nella zona tra Santa Maria Impensole e San Domenico e svolgevano attività di commercianti ed artigiani, vantando anche medici ed intellettuali. Gli ebrei erano obbligati a finanziare l’iniziativa. Si ritiene che fosse anche un modo per essere partecipi di un importante evento cittadino e vedersi più benevolmente consentita la legittimità delle loro attività economiche.

Marco Matticari

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