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Autore: Ente Corsa Narni

I canonici di Vienne

 

I CANONICI DI VIENNE
e il fuoco sacro a Narni

Il Fuoco e il Tau

Nel Tesoro della Cattedrale di Narni si conserva un busto d’argento di Sant’Antonio abate, ricollegabile alla omonima e perduta chiesa che sorgeva sulla piazza del Lago, oggi Garibaldi.

Un reliquiario del XVII secolo, esposto nel 1974 nella “Mostra di Arredi sacri delle Diocesi di Terni Narni Amelia”, curata da Mario D’Onofrio, sul quale compaiono la Fiamma e il Tau, ossia il ‘Fuoco Sacro’ e la lettera che identifica la Croce. Simboli che suggeriscono la consistenza dell’Ordine ospitaliero di sant’Antonio abate, detto di Vienne, e talvolta di Vienda, dalla città francese in cui era stato fondato nel 1070. Una ‘Religione’ riformata dopo oltre due secoli da papa Bonifacio VIII, e affidata a Canonici che seguivano la regola di sant’Agostino, e che si distinguevano per il Tau cucito sulle vesti.

 

I porci di sant’Antonio

Gli Antoniani di Vienne, che in seguito aprirono diversi ospizi in località di grande transito, come la piemontese Ranverso, furono anche definiti ‘Cavalieri del Fuoco Sacro’, in quanto esperti nel curare la malattia detta ‘Fuoco di sant’Antonio’, per cui avevano facoltà di accudire alcuni maiali tra le mura urbane, al fine di utilizzarne il lardo come medicamento. Ed è noto che tra le mura di Narni non potevano aggirarsi i maiali, ‘eccetto sei porci di Sant’Antonio’, ossia ‘Exceptis Porcis de Sancto Antonio in quantitatem VI’, come si legge negli Statuti del 1371, al 150 del Libro Terzo.

Tuttavia quegli animali dovevano essere muniti di un anello di ferro alle narici, per non devastare il manto stradale con il muso, e della regola ne rispondevano i custodi, passibili di una multa di venti soldi cortonesi.

 

La Precettoria

A dare evidenza ai ‘porci di sant’Antonio’, e ad avvalorare l’esistenza di un Ospedale, Precettoria o Casa, che di quell’uso poteva trarne un vantaggio, si cita una pergamena del 17 novembre 1399, in cui si porta come confine l’Ospedale di sant’Antonio, ossia un suo tenimento in località Alvanecte (Doc. 147 Arch. Capitolare di Narni).

Si ha quindi certezza che sul finire del Trecento a Narni esisteva una Casa ospitaliera antoniana, o Precettoria, retta dai Canonici di Vienne; e si aggiunge che la medesima era soggetta alla Precettoria generale di Firenze, come si ricava da una Lettera del 17 maggio 1412 dell’antipapa Giovanni XXIII, che intendeva appianare alcune questioni verificate in quegli anni di Scisma (Arch. Firenze).

La Casa di Narni, che si configurava nel complesso della chiesa del Lago, dipendeva pertanto da una Precettoria di maggior rilevanza, e a sua volta poteva essere a capo di altri ospizi esistenti nel circondario, come solitamente avveniva in quel sistema.

 

La Confraternita di Sant’Antonio

La Sede toscana diminuì di importanza verso i primi decenni del Cinquecento, e con essa si spegnevano le Precettorie collegate, e quella di Narni, tra le prime nell’elenco del ricordato Giovanni XXIII, era di certo tra le più importanti. E forse fu la sola a proseguire un percorso ricomponendosi in Confraternita, e tanto si desume dal manoscritto Brusoni (II, 1095. Bibl. Narni), che indica l’origine dell’Associazione al 15 aprile 1519, come da convalida, -confirmet et approbet-, di papa Leone X: quel Giovanni dei Medici che nel 1491 era Commendatario della Precettoria antoniana di Firenze (Manni), e poteva ben conoscere la realtà di Narni.

Dove, dalla Casa alla Confraternita si registrava una continuità di luogo e di beni, tra i quali la statua lignea dell’Abate, del 1475, e la tavola di san Giovenale, entrambi del senese Lorenzo di Pietro detto Vecchietta.

Non tutte le Precettorie scomparvero in quel periodo, e molte continuarono solo nella gestione dei patrimoni accumulati con offerte e lasciti. Mentre sulla loro decadenza poté incidere il peso di altri ospizi, come a Narni, dove predominava l”Hospitalis S. Iacobi’ (Statuti, I, 61 e vari), al quale era seguito l’Ospedale della Santissima Trinità, “deputato a curar infermi, ricever peregrini, viandanti, et a certo tempo si trova anco haver allevato li infanti esposti, et maritate alcune zitelle”, come riferiva nell’anno 1571 Pietro Lunel, vescovo di Gaeta e visitatore apostolico (Arch. Dioc.).

 

Segni di Devozione

Comunque sia stato, le rimanenti Case antoniane si protrassero fino al 16 dicembre 1775, quando papa Pio VI abolì l’Ordine, confluito con religiosi e proprietà in quello di Malta.

E della vasta rete di accoglienza che aveva attraversato l’Europa, insistendo anche su Narni, restava appena una memoria nel culto per il “Vertudioso Confessore Santo Antonio de Vienda” (Lauda di Assisi, sec. XIV, in AA-vv.), che essendo anche protettore di animali da tiro, da soma e da trasporto, coinvolgeva diversi strati sociali, dai bifolchi ai mercanti e naturalmente ai cavalieri, per i quali quei quadrupedi erano mezzi indispensabili per il lavoro e per gli spostamenti.

Tra i cavalieri, il Gattamelata, vissuto negli anni in cui operava la Precettoria narnese, si dichiarava devoto del “beatissimo sancto Antonio de Vienda” (Testamento, 1441). Una venerazione espressa anche dai pellegrini che andavano a Vienne, e tra loro Luca Panacta di Nepi, che il 7 aprile 1463, a scrittura del notaio Antonio Lotieri, procedeva “a lo viagio de sancto Antonio de Vienda, lo quale ad esso et ad noi faccia bona gratia et ad omne fedele christiano” (G. Levi, in A.S.R.S.P., VI, 1883).

 

Caffè e Spezieria

Sant’Antonio abate, o di Vienne, era celebrato il 17 gennaio, giorno in cui a Narni si procedeva alla benedizione degli animali, e dalla chiesa si snodava “il solenne e così detto strascino de’ travi”, rituale, forse associato al fuoco, del quale parlava Giovanni Eroli in una Lettera datata 1851 (L’Album, XXIII, 1857).

Inoltre, quasi a rapportarsi alle attività legate un tempo ai ‘porci di sant’Antonio’, si macellavano i maiali, la cui carne era “mangiata dai ‘festaroli’, dai canonici, dai ‘fratelloni’, dai padroni e anche da altri per divozione”, come annotava Gelindo Ceroni in “Castelli umbro sabini”, editi nel 1930.

Alla metà dell’Ottocento, quando Eroli scriveva sulla festa, i locali della chiesa erano già stati reinventati in un Caffè e in una Spezieria, o farmacia. Una trasformazione che attestava il declino della Fraternita, e concludeva l’avventura antoniana di Narni, della quale restano tracce nei documenti e quelle testimonianze d’Arte che oggi si trovano in Cattedrale, e che in origine erano nella chiesa del Lago, dove tutto è iniziato.

 

Claudio Magnosi

Leggi anche l’articolo su Capitolo della Cattedrale

Altre note:

-L.Torelli, Secoli agostiniani, 1678. -Doc. 147 in Le pergamene dell’archivio del Capitolo della Cattedrale di Narni (1047-1941) Regesti. C. Perissinotto, E .David, C. Carmi, V. Coronelli, -Sovrintendenza archivistica per l’Umbria, Perugia 2017.

-Arch. Dipl. di Firenze, Inv. 1913,79- I. Ruffino, Storia ospedaliera antoniana, Effatà 2006. -D. M. Manni, Delle Osservazioni, 1749 – G. Richa, Notizie istoriche delle chiese fiorentine, 1756.

 

Wiki

 

Igiene pubblica e pandemie nel Medioevo

Igiene pubblica e pandemie nel Medioevo

Assonanze fra pandemie del passato e del presente

Da quasi 2 anni ormai, siamo alle prese con una pandemia, causata da una malattia virale probabilmente partita in una remota regione dell’estremo Oriente, agevolata anche dalle precarie condizioni igieniche in cui vengono tenute alcune specie animali e propagatasi poi in tutto il mondo. Tante ci appaiono le assonanze tra il passato e la contemporaneità!

Come si diffondevano le pandemie nel Medioevo?

Una tale descrizione infatti l’avremmo potuta applicare ad eventi già accaduti nella storia dell’umanità, come attestato per esempio, sia nell’Alto che nel Basso Medioevo. La diffusione di queste epidemie era alimentata da vari fattori, quali ovviamente la presenza o meno di certi anticorpi nelle popolazioni, l’alimentazione, il clima, gli spostamenti di particolari categorie di persone come mercanti, pellegrini o uomini d’arme, le condizioni igieniche degli spazi abitativi, lavorativi ed aggregativi in genere.

Lo stesso termine latino virus indicava nel mondo antico una sorta di fluido velenoso e le parole epidemia e pandemia derivano dal greco classico e tramite il sostantivo demos, indicano un contagio esteso a larga parte del popolo. In effetti poi sembra che anche nel medioevo, nelle epidemie più conosciute, ci fosse un rilevante legame tra contagiosità e densità della  popolazione in determinati contesti e periodi.  Dopo l’anno mille, l’aumento demografico e degli scambi commerciali, la crescita delle realtà urbane, le stesse Crociate, portano con sé ovviamente maggiori occasioni di contatti più stretti e scambi tra le persone e di conseguenza maggiore possibilità di accelerare eventuali contagi. Contestualmente si moltiplicano le istituzioni assistenziali per i malati come i lebbrosari e gli ospedali, intitolati ai Santi che simbolicamente proteggevano da specifici malanni. Ne troviamo menzione in diverse fonti, cronache e componimenti del tempo, tra i quali celeberrimo è il Decamerone di Boccaccio, illustre testimonianza dei comportamenti delle popolazioni per salvarsi ed esorcizzare pericolosi contagi.

Il complottismo ai tempi delle pandemie, nel medioevo e non solo

Come spesso accade poi, assistere all’affermazione di un nemico subdolo ed ignoto, può condurre ad additare ed inventare senza prove dei colpevoli, a cercare fantomatici complotti per rassicurarci e dare un volto alle nostre paure; capri espiatori di allora per esempio, furono  spesso gli ebrei, accusati ingiustamente di spargere il contagio.

Il rapporto fra l’igiene pubblico e le pandemie nel medioevo

Ma non mancavano poi, già a quell’epoca, per la necessità di normare le varie attività umane, dei precetti ben chiari da seguire, che pur citando esplicitamente motivazioni di decoro nel limitare sgradevolezze alla vista ed aĺl’olfatto, risultavano utili anche a prevenire il diffondersi di varie pestilenze e pandemie nel medioevo. Ne abbiamo prova grazie anche alle numerose norme di “igiene pubblica” contenute negli Statuti di molte città.  Elenchiamone dunque alcune ricavate proprio dagli Statuti medievali della città di Narni, tramandati fino a noi grazie ad alcune copie successive e suddivisi in 3 libri.

Le norme che qui ci interessano si trovano soprattutto nel primo e nel terzo libro del codice, che semplificando, trattano rispettivamente di materia civile e penale e di conseguenza riportano i divieti e le relative sanzioni.

Ad esempio si stabilisce che nessuno getti sporcizia negli spazi tra le case e nelle pubbliche vie.  Inoltre le vie e le strade, sia della città che dei borghi limitrofi, dovevano essere tenute pulite a cura di coloro che vi abitavano nei pressi. Il giorno destinato a queste attività, era il sabato.

Diversi articoli si occupano delle fontane e dell’acquedotto. Per entrambi, il comune, esercita un particolare controllo, vista la loro importanza per la collettività.  Si trattava quindi di garantire la manutenzione dell’Acquedotto della Formina, realizzato in epoca romana ed in larga parte giunto fino ai nostri giorni, e delle fontane interne alla città ad esso collegate, che dovevano essere pulite almeno una volta al mese in inverno e due volte al mese d’estate. Ciò valeva pure per i fontanili situati in varie contrade del circondario narnese.  Era fatto specifico divieto di lasciare nei pressi delle fontane qualsiasi tipo di immondizia come anche di lavarci i panni o erbe e di immergervi barili o tinozze. Era vietato anche farci il bagno! Capitolo a parte era dedicato al Lacus, una sorta di bacino idrico che si trovava nell’attuale piazza  Garibaldi di Narni, che doveva essere periodicamente svuotato e ripulito a spese del comune e sul quale era severamente vietato gettare qualsiasi tipo di sporcizia. Pure le fogne erano oggetto di regolamentazione negli Statuti cittadini, laddove si ordina che siano adeguatamente coperte.

Attenzione è posta anche al controllo di alcuni particolari prodotti destinati alla vendita. Devono essere controllate le botteghe degli speziali affinché mantengano correttamente la loro preziosa merce e non vendano quella andata a male. A questo proposito erano normati e limitati anche i giorni destinati alla macellazione e vendita delle carni, soprattutto nei mesi più caldi; così come era vietato gettare scarti di animali nelle pubbliche strade e piazze ed era severamente proibito anche portare e vendere carni di animali malati, all’interno della città. I siti dove erano macellate e vendute le carni, dovevano essere tenuti accuratamente puliti ed erano soggetti a frequenti ispezioni delle autorità comunali. Un capitolo stabilisce inoltre che non si debbano tenere i maiali in giro per la città, ad eccezione dei porci di Sant’Antonio, in un numero di sei animali, che dovevano comunque essere trattati in modo compatibile con il decoro pubblico.

La gestione dei contagi

In tema di contagi, al terzo libro degli Statuti narnesi, vi è un capitolo che vieta ai lebbrosi di entrare e circolare in città, punendo anche i guardiani che ne avessero permesso l’ingresso, ad eccezione dei giorni delle principali festività religiose ( Natale, Pasqua, 3 maggio dedicato al patrono Giovenale, nelle feste mariane e in quella di tutti i Santi). Per loro il comune indicava un apposito ospedale e disponeva un contributo economico annuale, togliendogli però eventuali elemosine ricevute entrando illecitamente in città.

Un’ultima riflessione

Come sempre la storia è di grande insegnamento, se sappiamo coglierne le analogie col presente, perché i problemi di oggi potrebbero essere già stati affrontati in qualche forma nel passato e anche creduloni, approfittatori o divulgatori di false novelle, tornano ciclicamente a minare il benessere della comunità.

Marco Matticari


Bibliografia

Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae

G. Cosmacini, L’arte lunga, storia della medicina,  Editori laterza 1997

M. Bariéty, C. Coury, Tra una peste e l’altra, in “Kos” ,n.33 1987

Chiara Frugoni, Paure medievali, epidemie, prodigi, fine del tempo. Il Mulino 2020

E’ Luca Innocenzi il Miglior Cavaliere d’Italia

NARNI 27 novembre – E’ Luca Innocenzi il vincitore della quarta edizione del premio “Miglior Cavaliere d’Italia”. Le premiazioni si sono svolte oggi pomeriggio alla Rocca Albornoz di Narni ed il cavaliere folignate, che aveva vinto anche le passate edizioni, è stato incoronato miglior cavaliere di tutte le giostre storiche. Dietro a lui Alberto Liverani di Faenza e terzi ex aequo Riccardo Raponi di Recanati e Guido Gentili di Sarteano.

Durante il galà, al quale hanno partecipato l’ideatore del premio Roberto Parnetti, il sindaco di Narni Francesco De Rebotti, il presidente del Consiglio comunale di Narni Giovanni Rubini, il presidente dell’Associazione Corsa all’Anello Federico Montesi e rappresentanti dei terzieri e dell’Associazione Corsa all’Anello, sono stati premiati i cavalieri e le amazzoni che hanno vinto le giostre e quintane storiche (dove si corre in rappresentanza di una contrada, rione, terziere in un contesto storico) e non storiche (le gare ad iscrizione dove il cavaliere e l’amazzone corrono a titolo personale). L’edizione di quest’anno è particolare poiché sono state incluse le manifestazioni disputate nel 2020 (in totale sono state cinque le manifestazioni corse lo scorso anno) ed ovviamente quelle effettuate quest’anno, nel 2021.

Ai vincitori delle sei categorie in cui è articolato il premio unico nel suo genere in ambito nazionale, è stata consegnata la Pergamena d’Autore realizzata dall’artista narnese Fabiola Cornice. Durante la cerimonia, saranno premiati il ‘Miglior Cavaliere’, ‘Miglior Amazzone’, ‘Miglior Giovane Under 18’, ‘Binomio più vittorioso’, ‘Scuderia più vittoriosa’ e ‘Proprietario del cavallo più vittorioso’.

Fin dalla prima edizione del 2017, ideata per festeggiare il decimo anno del progetto nazionale ‘Si dia inizio al torneamento – Giostre, Quintane e Palii d’Italia’, la premiazione si svolge a rotazione in una delle città dove si disputano le più importanti manifestazioni storiche cavalleresche.

Nel 2017 la cerimonia si è tenuta ad Ascoli Piceno, nel 2018 a Foligno e nel 2019 a Sulmona.

CLASSIFICHE FINALI

Miglior Cavaliere (in classifica 29 candidati)

1° Luca Innocenzi di Foligno (PG)

(Giostra della Quintana di Foligno 2020, Torneo Cavalleresco di Castelclementino 2020, Quintana Ascoli luglio 2021, Giostra della Quintana della Sfida e della Rivincita di Foligno 2021, Torneo Cavalleresco di Castelclementino 2021)

2° Alberto Liverani di Faenza (RA)

(Giostra dei Rioni di Olmo + miglior cavaliere, 2°, 3° e 4° Tappa Campionato Giostra all’Anello Fitetrec-Ante)

3° ex aequo Riccardo Raponi di Recanati (MC)

(1 e 4 tappa Campionato Giostre Medievali di Moie 2020, 1 e 2 tappa Campionato Giostre Medievali di Moie 2021)

3° ex aequo Guido Gentili di Sarteano (SI)

(Giostra dei Rioni di Olmo più miglior Cavaliere 2020, Tappa Circuito Giostra all’Anello 2020, 1 Tappa Campionato Giostra all’Anello Fitetrec-Ante 2021)     

Miglior giovane under 18 (in classifica 2 candidati): non assegnato

Miglior amazzone (in classifica 5 candidati)

1° Ilaria Signorini di Pistoia

(partecipazione 1,2,3, 4 Tappa Campionato Giostra all’Anello Fitetrec-Ante 2021, Miglior Amazzone 2, 3 e 4 tappa Campionato)

2° Chiara Bartoletti di Pistoia

(partecipazione 1,2, 3, 4 Tappa Campionato Giostra all’Anello Fitetrec-Ante 2021, Miglior Amazzone 1 tappa Campionato Giostra all’Anello Fitetrec-Ante, Giostra dei Rioni di Olmo)

3° Claudia Salomone di Campli (TE)

(partecipazione 1,2,3,4 tappe Campionato Giostre Medievali di Moie 2020, partecipazioni 1,2 tappe Campionato Giostre Medievali di Moie 2021)

Binomio più vittorioso (in classifica 34 candidati)

Luca Innocenzidi Foligno (PG) su Guitto

(Giostra della Quintana di Foligno 2020, Quintana della Sfida e Rivincita 2021)

Proprietario cavallo più vittorioso (in classifica 20 candidati)

Alessandro Candelori di San Gemini (TR) per Zio Jonny e Sky Bridge

(Giostra dell’arme e Miglior Cavaliere)

Scuderia più vittoriosa (in classifica 5 candidati)

Scuderia Manfredo Orazi di Cagliole (MC) e Roberto Innocenzi di Foligno (PG) per Guitto (Giostra della Quintana di Foligno 2020, Quintana della sfida e rivincita 2021), Solo Amici (Torneo Cavalleresco di Castelclementino 2020), Love Story (Quintana di Ascoli) e Un’estate fa (Torneo di Castelclementino 2021).

La Rocca ospiterà il Miglior Cavaliere d’Italia

NARNI 24 novembre 2021 – La Rocca Albornoz ospiterà alle 16.30 di sabato 27 novembre la cerimonia di premiazione del premio nazionale ‘Miglior Cavaliere d’Italia’, giunto alla quarta edizione. In occasione del galà, saranno premiati i cavalieri e le amazzoni che hanno vinto le giostre e quintane storiche e non storiche. L’edizione di quest’anno vedrà incluse le manifestazioni disputate nel 2020 e quelle effettuate quest’anno, nel 2021. Il premio lo scorso anno non è stato disputato a causa della pandemia. Il regolamento del premio prevede la consegna della ‘Pergamena d’Autore’ realizzata dall’artista narnese Fabiola Cornice, ai vincitori delle sei categorie in cui è articolato il premio unico nel suo genere in ambito nazionale: ‘Miglior Cavaliere’, ‘Miglior Amazzone’, ‘Miglior Giovane Under 18’, ‘Binomio più vittorioso’, ‘Scuderia più vittoriosa’ e ‘Proprietario del cavallo più vittorioso’. I nomi dei candidati e dei vincitori saranno svelati in occasione della cerimonia. La premiazione si svolge ogni anno a rotazione in una delle città dove si disputano le più importanti manifestazioni storiche cavalleresche. Nel 2017 la cerimonia si è tenuta ad Ascoli Piceno, nel 2018 a Foligno e nel 2019 a Sulmona.

ROCCA ALBORNOZ – L’imponente edificio, che domina Narni, fa parte di quel sistema di fortezze che il Papato, dopo Avignone, pose a presidio dello Stato della Chiesa appena riconquistato. Il cardinale Egidio De Albornozla fece costruire nel 1367in una posizione molto favorevole per difendersi dagli attacchi militari. Il cardinale si adoperò per rafforzare il potere papale spesso progettando e facendo costruire castelli e rocche, quali simboli del potere della chiesa. La Rocca venne eretta sui resti di un originario insediamento militare costruito da Federico Barbarossa, e dopo solo cinque anni, nel 1371, Pietro o Giovanni di Nevico, il primo castellano, ne prese possesso. I lavori vennero ultimati nel 1378. Al progetto lavorarono diversi architetti tra i quali si presume Ugolino I di Montemarte e Matteo Gattapone, che lavorò a diverse costruzioni volute dal cardinale Albornoz. La Rocca fu dimora di papi, cardinali e condottieri e subì molti assedi tra cui quello nel 1527 dei Lanzichenecchi che, tornati vittoriosi da Roma, si rivoltarono contro Narni. Fra le figure più importanti che sono state ospitate alla Rocca di Albornoz ricordiamo il cardinale Duranti Durante, l’arcivescovo e astronomo Alessandro Piccolomini e il conte Francesco Cenci, che soggiornò qui come carcerato.

La Moneta Cortonese – Cortonese “Caput Monetae”

Nel “racconto” sulla circolazione monetaria a Narni, precedentemente inserito nelle uscite quindicinali delle Pergamene, abbiamo affrontato, tra l’altro, il Cortonese inteso come moneta. In questo nuovo proveremo, senza pretesa di essere esauriente, a capire perché questa moneta, nel periodo considerato, abbia goduto di tanta fortuna.

Gulielmino degli Uberti e la Zecca a Cortona

Dunque, sappiamo che il vescovo Guglielmino degli Uberti dovette aver installato una zecca in Cortona dopo aver sottomesso quel centro, (1258) tanto che ci giunge un documento del 1 ottobre 1262 con il quale il presule diffida i “dominis de moneta de Cortona” di coniare in quella zecca in assenza di un suo mandato. ( Guazzesi 1769. Scharf 2013)

Sappiamo, anche che la zecca coniò, per breve periodo, dal 1258 al 1289 e che le monete dette “cortonesi” vennero battute con “ legenda” di Arezzo, e con un numerario talmente basso, da far dire a Girolamo Mancini :
“ della moneta cortonese sono straordinariamente rari gli esemplari”.

 In alcuni atti cortonesi del 1272-1276, le cifre sono espresse nella valuta di “denariorum blancorum aretinorum qui volgo dicantur cortonenses”. In un contratto rogato nel dicembre 1283 dal notaio Orlando le monete vengono qualificate come “ libras bonorum denariorum alborum nunc usualium, qui dicuntur denari cortonensis”, dove  cortonensis sostituisce la parola  arretinos precedentemente cassata.    ( Stahl. Mancini. Montagano-Sozzi.)

Chiarito il tema della identificazione del cortonese, (vedi anche I Racconti delle Pergamene. N° 25) è bene identificare l’area monetaria dove la moneta esercitò il ruolo dominante. Per area monetaria si intende l’area geografica all’interno della quale, le specie monetarie prodotte da una determinata zecca, “dominavano” su tutte le altre monete circolanti nella regione.
La suddetta moneta guida avrebbe rappresentato una sorta di punto di riferimento per ogni altra moneta.
Questo implica di conseguenza un’attenzione per gli usi di una “moneta di conto” basati sulla moneta della zecca dominante, cui le diverse monete circolanti devono fare riferimento.

Ma quando una moneta si può definire dominante?  Ed il cortonese fu moneta dominante?

 Un lungo elenco di documenti, sembra accreditare la moneta cortonese come “caput moneta”. L’Alticozzi cita contratti stabiliti in moneta cortonese rogati a Castel del Piano 1268, a Montepulciano 1269, a Todi 1270. I capitoli conclusi nel 18 giugno 1269 fra Perugia e Orvieto menzionano soldi di denari cortonesi e nel maggio 1270 Orvieto prese in prestito lire 1232 di denari cortonesi. Luigi Fumi aggiunge che: “ la moneta cortonese dal 1260 al 1380 circa è adottata da quasi  tutte le città toscane e pontificie.

 Discorso a parte meritano gli statuti; infatti oltre a Narni, troviamo che, negli statuti dei comuni dell’Italia centrale molti usano il cortonese come moneta di riferimento, tra i quali, Castel del Piano, Montepulciano, Todi, Radicofani, Arcidosso, Chianciano, Città di Castello, Orvieto. A Foligno sono messi fuori corso nel 1322 e sostituiti con quelli di Perugia, così come ad Amelia nello statuto del 1346.

Ed è a questo punto che sorgono alcune perplessità sulla effettiva corrispondenza monetaria negli statuti alla reale portata economica del denaro cortonese.

 In molti documenti il denaro viene definito come buoni denari e cattivi denari ( mali piczioli, boni piczioli ) ;  per la differenza di intrinseco valore ( il valore del metallo contenuto nella moneta), vengono definiti, anche se con repentini spostamenti, buoni i denari di Siena, Lucca, Pisa, Firenze, Ravenna e Ancona. Vengono definiti cattivi i denari di Viterbo, Arezzo, Cortona, Santa Fiora, Volterra e Perugia.  (A. Rovelli).

I cattivi denari venivano, con delibere comunali, messi fuori dalla circolazione legale, perchè andavano a sostituire i buoni, che venivano tesaurizzati dai cittadini, in quanto coniati con maggior intrinseco di argento (legge di  Gresham, il cattivo denaro scaccia dalla circolazione il buono. Es. 500 lire d’argento e di carta) ma Cortona rimane sempre catalogata tra i cattivi denari. Se questo è vero, come può il denaro cortonese essere considerato di riferimento negli statuti comunali?

 I notai

La stesura degli statuti comunali veniva affidata, oltre che a “ boni homines” della città, ad un notaio;

 ……” uno di quei notai che girovagavano da una città all’altra come ufficiali, sia entro che fuori i confini dello Stato della Chiesa. E a cinquant’anni e un po’ di più, poteva dire di aver acquistato una bella esperienza. Aveva ricoperto incarichi di questo tipi nelle città marchigiane di Ancona, Jesi, Fano, Pesaro, Ascoli, Macerata, con le rispettive diocesi. In Romagna aveva servito sei mesi ogni volta a Rimini e Forlì, e aveva frequentato con il medesimo scopo o altro scopo, le città di Cesena, Forlimpopoli, Faenza. Era stato inoltre ufficiale nella provincia spoletana, precisamente a Spello, Montefalco, Bevagna, Foligno, ed in Toscana e nelle grandi città di Firenze e Siena. Aveva anche servito il re Roberto di Napoli, e per diciotto mesi a Manfredonia, Barletta, Bari, Trani, Napoli e altri luoghi”. 

(A. Luongo) .

……” I notai in rapido avvicendamento e spostamento da luogo a luogo (Gioacchino Volpe li paragonò ad uccelli migratori), ebbero verosimilmente una grande importanza nel plasmare il diritto statutario dei comuni del territorio ove operavano, proponendo modelli, suggerendo soluzioni altrove seguite, rappresentando istanze cittadine, mettendo il proprio bagaglio di conoscenza tecnica al servizio di locali organi deliberanti. Il loro ruolo può essere comunque valutato meglio considerandolo entro il tema, più generale, delle “influenze esterne” sui contenuti giuridici dello statuto. Vi sono d’altronde anche evidenti similitudini e in certi casi vere adozioni o “copiaticci”, in cui probabilmente giocarono un ruolo fondamentale i notai a servizio presso i comuni, in rapido spostamento da un luogo all’altro al termine del breve servizio di carica. 

( Alessandro Dani).

Chi erano dunque questi notai ?

Per noi tra molti, importante è Nicola di ser Marco, che faceva parte di una famiglia di notai. Il genitore, ser Marco Dovizi Alberghetti, fu console di Gubbio (1327, 1330, 1337 e 1342) e partecipò per otto volte alle commissioni straordinarie degli stessi decenni. La posizione di Marco consentì a due dei tre figli, Nicola e Francesco di diventare a loro volta notai. Il figlio di Nicola, Ghino o meglio Ser Ghino di ser Nicola di ser Marco, divenne notaio di fiducia del vescovo- rettore Gabriele Gabrielli, testimoniato dagli atti relativi alle trattative fra il vescovo e i fuoriusciti eugubini mediate dal comune di Perugia. Tra i registri giunti fino a noi, ser Ghino compare come “curie episcopali notari”. (Alberto Luongo).

 Lo stesso, ser Ghino di ser Nicola di ser Marco, che redasse in lingua latina gli statuti narnesi del 1371. (Giffoni- Mosca)

Può essere spiegato cosi, la presenza della moneta detta cortonese, nei tanti statuti medioevali?

 E se si quale fu lo statuto madre?

Domande a cui per ora non siamo in grado di dare risposta, ma poniamo invece ulteriori interrogativi.  Cosa circolava allora in Umbria?

Valore della moneta cortonese circolante

…..” Per l’oro, tutti i documenti sono espliciti: il fiorino costituiva la valuta comunemente accettata per i grossi pagamenti e come misura di valore per i beni importanti. Per la moneta d’argento, denari lucchesi, senesi, moneta di Ravenna, di Ancona e infine, e qui veniamo a un caso piuttosto singolare, i denari cortonesi, presenti non a Perugia, ma a Spoleto, come risulta soprattutto dagli statuti del 1296.

 Però la moneta di Cortona di questo periodo non esiste o almeno i pochissimi esemplari noti sono di autenticità molto dubbia, tanto da far pensare che come città non abbia mai battuto moneta.
Questione questa, ancora aperta, che necessita di ulteriori approfondimenti sui documenti e sulle collezioni numismatiche, che riguarda la circolazione monetaria in Umbria nel periodo comunale, “uno di quei casi di divergenza, tra documento scritto e documento moneta, tuttora insoluti.” (Francesco Pavini Rosati).

Che il ruolo della lira e del soldo cortonese, negli statuti, fosse invece solo semplice riferimento numerico delle monete effettivamente circolanti, è solo nostra ipotesi?  ……” i termini lira e soldo avevano un significato universalmente identico: ovunque, a Genova come a Milano, a Firenze come a Barcellona o a Marsiglia, essi significavano rispettivamente 240 e 12. I denari a cui facevano riferimento non erano gli stessi; ma il numero dei denari che essi rappresentavano era ovunque e sempre lo stesso…la gente usò sempre i termini lira e soldo per dire rispettivamente 240 volte e 12 volte la moneta di base effettiva, di solito cioè il denaro circolante.”  (Carlo M. Cipolla)

Che il denaro detto “cortonese” negli statuti abbia assolto, solo, questa funzione numerica?

Marco Carlini

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Corsa, tutte le nomine dei direttivi dei terzieri

NARNI 13 novembre 2021 – I terzieri di Mezule, Fraporta e Santa Maria hanno assegnato durante le riunioni che si sono svolte nei giorni passati, le cariche ai membri dei tre comitati eletti alle ultime elezioni. Il capo priore di Mezule è Cesare Antonini, quello di Fraporta Giuseppe Ratini, quello di Santa Maria Marco Matticari. Accanto a loro i priori: per Mezule Samuele Nevi, per Fraporta Andrea Massarelli e per Santa Maria Lorenzo Leonardi.

“Il nostro obiettivo per il futuro – ha spiegato Antonini – è quello di continuare il lavoro iniziato nei tre anni passati. Con queste elezioni abbiamo ringiovanito il direttivo del terziere con l’entrata di nuove leve e abbiamo confermato coloro che con esperienza hanno dato tanto al terziere, facendolo crescere”.

“Ci sono molto progetti per il futuro. Importante – ha affermato Ratini – sarà quello continuare il percorso formativo avviato negli anni passati, puntando a far crescere le persone del terziere sia attraverso la partecipazione ai workshop organizzati dall’Associazione Corsa all’Anello, sia internamente”.

“In ogni settore del comitato – ha detto Matticari – ci sono persone competenti ed affidabili e stiamo mettendo in campo diversi progetti. Ciò che ci interessa, prima di tutto, è tenere unito il terziere e riportare sempre più persone all’interno, dandogli nuove motivazioni e voglia di collaborare”.

TERZIERE MEZULE – Per il gruppo amministrativo sono stati nominati Luka Kenno, Barbara Di Erasmo, Brian Spadini e Simone Galletti. Per il gruppo coreograficoMariella Agri, Francesca Carlini, Alessandro Chiappalupi, Serenella De Arcangelis, Marco Lucci, Allegra Mercuri, Davide Ricciutelli e Vera Schwierz. Per il gruppo hosteria e ristorazione Giulio Bacci, Stefano Chieruzzi, Allegra Mercuri, Renato Paci, David Ricciutelli, Maria Vittoria Rossi e Brian Spadini. Il responsabile della scuderia è Simone Galletti, quello di social e comunicazione Saverio Scatolini. Un’ulteriore definizione è allo studio all’interno del terziere con specifiche riunioni per ogni area.

TERZIERE FRAPORTA – Nel ruolo di tesoriere è stato nominato Damiano Ruffini, come segretaria Liliana Dell’Aglio. I responsabili del settore ristorazione e hosteria sono Marco Vitelli e Leonardo Prete, il responsabile delle risorse umane è Alessio Rubini. I responsabili del forno sono Mirco Germondani, Marco Giovannetti ed Alessandro Fratini, quelli del settore coreografico sono Ambra Bianconi, Francesca Pei, Noemi Passone, Cesare Meloni, Lorenzo De Florio e Francesco Colasanti. Il coordinatore del settore coreografico è Pietro Bianconi. I responsabili della scuderia sono Edoardo Secondi e Luca Saltimbanco. All’amministrazione del settore scuderia c’è Alessio Rubini.

TERZIERE SANTA MARIA – I tesorieri sono Maurizio Venturini e Federico Ruffini, il responsabile della scuderia è Diego Cipiccia, i responsabili dell’osteria sono Marco Fucina, Raffaele Proietti e Giulia Cerenzia, quelli della taverna Riccardo Vittori e Giacomo Venturini, quelli del forno e arrosticini Sacha Biagetti e Francesco Menicocci, il responsabile del Saporetto è Riccardo Vittori. Agli acquisti ci sono Alberto Mascherucci e Paolo Pagnanelli, alla comunicazione e social Giorgia Latini, al corteo Caterina Biagetti, alla giornata medievale Francesca Raspi, all’ambiente Pamela Raspi, al gruppo danza Francesca Raspi, alla sicurezza Giorgia Latini, ai musici Matteo Veschitelli e Corrado Onofri, all’opificio Giulia Cerenzia.

E’ narnese l’artista della Pergamena d’Autore

NARNI 9 novembre 2021 – È Fabiola Cornice l’artista che dipingerà la Pergamena d’Autore, il riconoscimento che sarà assegnato ai vincitori delle varie categorie del premio nazionale “Miglior Cavaliere d’Italia”, in programma il prossimo 27 novembre a Narni. Il premio è stato ideato dall’aretino Roberto Parnetti, persona conosciuta per la sua passione nel mondo delle rievocazioni storiche cavallersche, attraverso il progetto “Si dia inizio al torneamento – Giostre, Quintane e Palii d’Italia”.

L’artista prescelta per questa quarta edizione del premio, il solo in ambito nazionale, è nativa di Narni. Autodidatta, ha iniziato a dipingere a 6 anni e, da allora è cominciato il suo percorso di ricerca della massima espressione.

Negli anni ha utilizzato varie tecniche e supporti: dalla tempera su carta al carboncino attraverso anche la tempera a china fino a quella ad olio su tela e tavola.

Nel corso degli ultimi anni ha inizato anche la pittura su tessuti, pietra legno e tamburi, realizzando lavori ed opere per il terziere Santa Maria della Corsa all’Anello di Narni. La collaborazione con il terziere ha permesso l’approfondimento delle conoscenze di stili e tecniche pittoriche antiche.

 Ammaliata dall’immensità della pittura di Leonardo da Vinci, nelle sue opere ama raccontare lo stato d’animo che sia gioia o tristezza, solitudine o felicità attraverso la perenne ricerca di un linguaggio personale.

L’albo degli artisti che hanno dipinto la Pergamena d’Autore riporta i nomi di Paola Imposimato di Firenze (prima edizione del premio del 2017 con la cerimonia di premiazione fatta ad Ascoli Piceno), Giuseppe di Camillo di Sulmona (seconda edizione 2018 a Sulmona) e Sara Guerrini di Firenze (terza edizione 2019 fatta a Foligno).

Le milizie comunali e le armi in uso nella Narni medievale

Alcuni fanno risalire la prima organizzazione comunale narnese alla data del 1111 allor quando il pontefice Pasquale II scrive una lettera a Enrico V, da poco incoronato imperatore, lamentandosi dell’inobbedienza delle autorità e del popolo narnese.

Altri posticipano questa data al 1143, anno della donazione al comune di Narni, da parte del Conte Transarico di Miranda, di tutti i suoi possedimenti. Ma poiché nel documento della donazione si legge che altri castelli avevano fatto già atto di obbedienza e sottomissione alla città di Narni, come Perticara, Collescipoli e il Castello dell’Isola, si può dire che “la prima associazione giurata tra gruppi di cittadini”, possa, tranquillamente, essere retrodatata.

Da un’ulteriore documentazione, lo storico locale Bruno Marone, individua la nascita di questo potere : “in un documento del 1082, i boni homines de Civitate Narniae, vengono chiamati come testimoni nella ricomposizione di una lite patrimoniale tra Farfa ed un importante gruppo parentale “.

Dunque in quel periodo Narni divenne più autonoma, elevandosi poi a comune forte e potente ed estendendo il proprio dominio e la sua giurisdizione nelle località e territori vicini; ciò presuppone che Narni disponesse di un consistente apparato militare e burocratico.

Per conoscere quale fosse l’organizzazione militare del Comune Narnese abbiamo due strade, i documenti e la storiografia. Per la prima abbiamo molti spunti proprio negli statuti comunali del 1371, dove troviamo elenchi di armi e normative varie, per la seconda possiamo avvalerci della prassi in uso nei comuni italiani.

Le armi, in uso, vengono elencate su più capitoli degli Statuti.

               Al libro I° cap. XIV, si stabilisce che…” castellani, podestà, sergenti, torrieri siano muniti di “cervelliera, gorghiera, lancia, balestra, coltello de perhide, corsetto” .

               Nel cap. XCV si obbliga che…” i Priori indaghino che, nella Camera del Comune, siano sempre disponibili, tra altro, 6000 quadrelli “.

               Nel cap. CCLXIV si vieta di portare armi in città e nei borghi, spada, stocco, quadrelletto, cavallotta, mandaria, roncola, coltello malizioso.

               Nel libro III° cap. X, fra le pene, chi reca offesa armato di…. lancia, spiedo, clavarena di ferro, mazza di ferro o legno, coltello, stocco, spada, mandaria, falcone o roncola, accetta o zappa.

               Nel cap. XI dello stesso libro, per chi percuote od uccide, con…coltello, spada, spuntone, stocco, rovaria, spiedo, lancia, mandarese, falcastro.

               Nel cap. LXXVI, si autorizzano i cittadini, che hanno inimicizie a proteggersi con…. corsetto, corazza, gorghiera, cervelliera.

               Nel cap. CCXXXV del medesimo libro III° si vieta ancora di portare in città… balestra, arco, pallottoliera.

Possiamo, ora, provare a conoscere come era strutturato l’oste comunale.

Gli eserciti comunali, organizzati in base ad unità civiche, sono per lo più costituiti da cittadini, montati o appiedati, reclutati in base alla suddivisione in quartieri e parrocchie.

In ragione della disponibilità di uomini validi e della loro ricchezza, le forze comunali si organizzavano a gruppi di venticinquine, in compagnie e secondo i terzieri, di cui ben conoscevano le insegne, combattendo sotto di esse sin dalla maggiore età.

La cavalleria, componente essenziale ed elemento risolutivo di ogni combattimento, appare come elemento principale dell’esercito comunale narnese. Era formata da cittadini soggetti all’imposta della cavallata e in possesso del ”cingolo militare”.  Gli statuti normano ambedue i casi.

               Nel libro I° cap. CXCIV si stabilisce che…” chiunque della citta, o del contado, sia voluto salire e salga al cingolo militare, nella festa di S. Giovenale…abbia e debba avere 100 fiorini d’oro dalla camera narnese.

Veniva poi stabilito, libro I° cap. LXXXIV che… “il Vicario della città, o qualche ufficiale o i suoi dipendenti, non possano, ne debbano ricevere, per cavalcare, dei cavalli d’accavallata del Comune”; che si presume venissero custoditi ed allevati, in contrada “Stallatorio” visto che questa assume un’importanza tale da essere, per la sua manutenzione, menzionata nel libro I° cap. LXXI.

Complesso è il discorso per quanto riguarda l’allevamento. È difficile infatti indagare come venissero allevati i cavalli necessari agli eserciti comunali e chi si sarebbe preso la responsabilità della loro custodia e mantenimento.  In Lombardia e nel veronese è stata evidenziata la presenza di un buon numero di “ feudi da cavallo” o ” feudi da ronzino”, i cui detentori erano tenuti ad allevare cavalli e a fornirli in caso di bisogno. Stesse difficoltà per conoscere i mercati dove potevano essere acquistati, visto che le attestazioni di mercati specializzati sono più tarde.  A Perugia, ad esempio, il mercato destinato ai cavalli si teneva il giorno di Ognissanti, nel borgo di S. Pietro.  ( Paolo Grillo. I cavalli in tempo di pace )

E sono i cavalli che assumono valore primario visto che si dispongono capitoli statutari che …”se qualche cavallo in qualche ambasciata, masnada, scorreria, battaglia, o scontro del Comune di Narni fosse morto, ferito, magagnato” ( da mangano)… sia fatto risarcimento o restituzione del cavallo con decreto del Consiglio “. libro I° cap CCIV.

Ma, per conoscer quale poteva essere il risarcimento adeguato per un cavallo perduto in guerra, dobbiamo rifarci alla documentazione di comuni più o meno vicini.

“Gli statuti di Viterbo del 1252 fissano per gli indennizzi un tetto di 40 lire, ma quelli bolognesi del 1282 lo alzano a 100 lire. Nei primi decenni del Trecento, quando le valutazioni sono fatte oramai in fiorini, gli indennizzi più bassi vanno da 8 a 16 fiorini per un ronzino, ma sono di 90 o addirittura di 120 fiorini per un destriero di valore”. ( Barbero, il cavallo come risorsa bellica. )

Di questa attenzione si ritrova riscontro anche nel libro III° cap .XLII, dove tra le pene da pagare per chi percuote gli animali, quella contro un cavallo riconosce la condanna maggiore, 25 libre di soldi cortonesi. Che il cavallo sia tra le preoccupazioni maggiori, si evince anche dal cap. LXXVI libro I°, dove per la fabbricazione di selle e finimenti, strumenti essenziali per la monta e addestramento, si stabilisce che……” nella città di Narni ci sia e ci debba essere un idoneo sellaio forestiero, che debba stare e rimanere nella città di continuo, per esercitare quell’arte per un compenso adeguato….”.

Alla cura dei cavalli e nelle cavallate, era posto un “Marescalco”, di cui lo statuto si occupa “ad personam” visto che …….”Menico Guglielmo figlio del mastro Poncio, maniscalco del Comune, è talmente debilitato per vecchiaia…… e Menico suo figlio, è idoneo ed utile, per la detta arte di maniscalco del Comune,….ed anche sostenitore del presente stato ecclesiastico di questa città, che detto Menico sia maniscalco del Comune. Però lo stesso Menico sia tenuto a partecipare personalmente, con i soldati della città, in guerra e nelle scorrerie a cavallo….” .

Detto della cavalleria, il resto della formazione militare comunale era composta da fanteria “ levata” per popolo, d’età compresa fra i 15 e 70 anni,  tra cittadini atti alle armi.  Erano registrati in gruppi, di venticinquine, con un soprintendente, il “Capocento”.

 Nel libro I° cap. LXXXIX si stabiliscono, modi di elezione e compiti

.

In base a questi raggruppamenti l’esercito si organizza in battaglia, ad eccezion fatta dei cavalieri, con gruppi di specialisti: balestrieri, arcieri, pavesari. Nella prassi bellica si nota come i pavesari, con i loro grandi scudi, siano sempre dislocati accanto ai tiratori, con compiti di copertura, anche dell’intero fronte dello schieramento di battaglia, pronti a sostenere e respingere, armati di armi in asta, la carica dei “feditori “ nemici.

Tra le armi in dotazione, ai corpi specialisti che troviamo tra gli Statuti Narnesi, spicca la balestra che assume un’importanza maggiore tra tutte visto che gli statuti obbligano i Priori a munirle di 6000 quadrelli, sempre disponibili. Ciò fa pensare ad un cospicuo numero di specialisti, visto che Firenze nel 1256 ne assoldava con un numero di 10 verrettoni per balestra.

Altra arma da lancio in uso a Narni, oltre a balestra e arco era la “pallottoliera” sorta di balestra che lancia gli “stromboli” ossia, palle di ferro.

Tra le armi in asta in uso ai pavesari e alla fanteria compaiono armi di derivazione contadina quali  falcione, mandaria, falcastro, rovaria, spiedo e la clavarena o chiaverina più idonea al lancio. Per le armi bianche, sempre in uso alla fanteria, il coltello “malizioso”che provoca ferite profonde e il coltello “ de perhide.

Discorso a parte meritano la spada e lo stocco. La spada usata prevalentemente per fendenti, si perfezionò nello stocco più efficace nel penetrare tra gli spazi di difese sempre in evoluzione. Quest’ultimo di importazione angioina, presente per la prima volta alla battaglia di Benevento nel 1266,  per l’alto costo di fabbricazione, era utilizzato solo dalla classe magnatizia.

Accanto alle truppe propriamente cittadine, che probabilmente fornivano all’esercito la maggior parte degli specialisti, una grossa quota di uomini era data dal contado. La prevalenza di queste truppe particolari, come marraioli, picconatori, palaioli, segatori, si nota, nel suo insieme, per l’uso di zappe, pale ecc. use al guasto del territorio nemico e ad opere di difesa e accampamento.

Sarebbe un errore pensare che il ruolo delle truppe ausiliarie si limitasse soltanto ad un impegno di supporto. Sappiamo che queste truppe, nel mezzo della mischia, si distinguessero per far cadere il cavaliere recidendo le cinghie della sella o trascinandolo a terra mediante falcioni, roncole o uncini. Come accadde, secondo cronache del tempo, a Guglielmo il Maresciallo a Drincourt, postosi in salvo dopo aver visto morire l’animale, o Filippo Augusto a Bouvines  disarcionato da “ uncines et lanceis gracilibus “ o ancora, quando, un “ vulgus “ armato di forconi mando’ a terra e uccise il maresciallo Riccardo, nel 1234, dove “ il quadrupede , sempre piu’ enervatus“ resistette allo sventramento e al dissanguamento fino a quando gli furono tranciate le zampe a colpi di scure, e solo allora Riccardo non potè più stare in sella e fu’ trafitto previo sollevamento dell’usbergo.

Il furore, poteva indurre ad abbattere i cavalieri perfino afferrandoli con le mani o a pugni, quest’ultimi presumibilmente rafforzati dalle protezioni metalliche dei meglio equipaggiati. Era chiaro a tutti che cadere da cavallo in combattimento comportasse normalmente gravi rischi e che l’animale era spesso più vulnerabile del cavaliere. Ne poteva conseguire la riluttanza a ingaggiare combattimenti rischiosi per la cavalcatura, di cui, come abbiamo visto, si aveva una concezione anche patrimoniale. Non è solo l’epica a deplorare la morte di tanti cavalli di gran pregio!

 Gli appartenenti all’oste comunale, godevano negli statuti comunali, del diritto di una sorta di  risarcimento ed assistenza. Nel libro I° cap. CCXII si stabilisce che… “ qualsiasi cittadino povero o contadino della città,  percosso, impedito o mal ridotto, in battaglia, masnada, o scorreria a cavallo al servizio del Comune di Narni, sia aiutato per le spese mediche, con i beni del Comune, e per la vita dello stesso, per una quantità di 200 libbre cortonesi”.

Con alti e bassi, dovuti alla mutevolezza della sorte, lo schema può ritenersi costante nel tempo, perlomeno fino a quando la crisi demografica, economica, sanitaria che attraverso tutto il trecento non impose cambiamenti definitivi. A Narni l’autonomia comunale cessò con la “ reconquista albornoziana “ a datare dalla metà del Trecento da quando, almeno, il Rettore del Patrimonio del Beato Pietro in Tuscia, impone il “ focatico “ di 200 libbre di denari paparini al Comune e la sottrazione amministrativa e giurisdizionale, di castelli  assoggettati o volontariamente sottomessi. E poi la Rocca e poi gli Statuti….

Marco Carlini

Corsa, tutti i nomi degli eletti nei comitati dei terzieri

NARNI 25 ottobre 2021 – Si sono svolte ieri, domenica 24 ottobre, le elezioni per il rinnovo dei comitati dei terzieri di Mezule, Fraporta e Santa Maria, che rimarranno in carica fino ad ottobre 2024. Buona l’affluenza alle urne che ha contato la presenza di 406 elettori (148 a Mezule, 126 a Fraporta e 132 a Santa Maria). Sono stati eletti 19 membri per ogni comitato ai quali verrà aggiunto un membro uditore (nominato dal comitato) per un totale di 20. Gli incarichi verranno decisi e comunicati in seguito, dopo l’insediamento dei nuovi comitati. Ecco tutti i nomi degli eletti (il numero tra parentesi indica i voti).

MEZULE – Simone Galletti (102), Giulio Bacci (101), Alessandro Chiappalupi (94), Cesare Antonini (94), Mariella Agri (93), Francesca Carlini (90), Luka Kenno (89), Marco Lucci (84), Samuele Nevi (81), Renato Paci (79), David Ricciutelli (78), Vera Schweirz (77), Allegra Mercuri (75), Barbara Di Erasmo (75), Maria Vittoria Rossi (73), Stefano Chieruzzi (73), Saverio Scatolini (72), Brian Spadini (69), Serenella De Arcangelis (66).

FRAPORTA – Francesca Pei (104), Andrea Massarelli (101), Giuseppe Ratini (98), Ambra Bianconi (96), Pietro Bianconi (92), Noemi Passone (92), Luca Saltimbanco (90), Cesare Meloni (88), Edoardo Secondi (87), Alessio Rubini (83), Marco Vitelli (79), Damiano Ruffini (77), Lorenzo De Florio (73), Liliana Dell’Aglio (69), Leonardo Prete (67), Francesco Colasanti (64), Mirco Germondani (62), Alessandro Fratini (53), Marco Giovannetti (48).

SANTA MARIA – Diego Cipiccia (98), Marco Matticari (92), Marco Fucina (88), Pamela Raspi (87), Giorgia Latini (74), Maurizio Venturini (73), Corrado Onofri (71), Giacomo Venturini (70), Francesca Raspi (68), Raffaele Proietti (68), Caterina Biagetti (61), Lorenzo Leonardi (56), Matteo Veschitelli (55), Alberto Mascherucci (52), Giulia Cerenzia (51), Riccardo Vittori (51), Paolo Pagnanelli (49), Francesco Menicocci (45), Sacha Biagetti (40).

Le Gole del Nera

E’ di prima mattina che passi sotto il ponte romano. Lo chiamano di Augusto ma di recente sono nate incertezze. Tecnica costruttiva dubbia. Sembra vada collocato più tardi. Forse Marziale lo vide poco dopo costruito. Più o meno sotto i Flavi. Venne giù oltre mille anni dopo. Sinistrato forse dal terribile terremoto visto da Benedetto del Soratte e sfinito da qualche piena del Nera. Rimane un’arcata. Imponente.

Più oltre un mulino, oggi diversamente utilizzato, possesso degli Eroli. Lassù in alto S. Casciano. Abbazia tardantica distrutta i primi anni del 900 dai saraceni e restaurata da Orso abile monaco, attivo forse anche a S. Pietro a Ferentillo. Abbazia vescovile ebbe una storia con Farfa. Poi , nel 14esimo secolo, un Eroli vescovo ne fece abbazia commendatizia. E questo potrebbe spiegare la proprietà attuale del mulino che era, prima, possesso abbaziale. Vai oltre nel fresco mattino.

A sinistra la grotta che accoglieva tombe romane. La zona si chiama funara ma nulla ha a che fare con le corde. Sentieri di cinghiali per l’abbeverata. A destra Il Nera adesso limpido e rumoroso. Gattici altissimi. Salici gentili. Rovi ovunque che qui nascondono altro mulino. Il sole, adesso, è sceso. Splendono corrusche le rupi abitate ab antiquo dall’eremita di San Jacobo. Vennero giù in pezzi dal terremoto evocato da Benedetto. Occuparono il Nera emergendo di un cubito. Scendiamo più oltre e biforchiamo la strada dell’Asse. ” Da Roma a Berlino un cipresso e un pino” rimangono, il cipresso e il pino, oltre a un nuovo sistema viario.

Più avanti centrali e centrali e fiume soggetto a torsioni. Da queste parti una delle centrali più antiche d’Italia. Sgorga acqua acidula. Gelida. Attraversiamo. Su, a media costa, il convento di S. Giovanni e miniere di ferro. A sinistra Stifone ed acque di singolare colore come diceva Claudiano. Laggiù, sullo sfondo, la strettoia ove Tiberio immaginava diga che difendesse Roma dalle piene del Tevere che erano, poi, quelle del Nera. Dopo: il porto fluviale di Narni da dove molti amavano imbarcarsi per l’ Urbe. Una poiana gira verso il sole. Il silenzio accarezza un alito di vento.

Bruno Marone

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