Autore: Ente Corsa Narni

Alle origini del Panpepato. Un dolce, una Storia, un mondo

Alle origini del Panpepato. Un dolce, una Storia, un mondo.

Il Panpepato, la “vera” storia del tradizionale dolce Umbro. Un pane arricchito di spezie, pepe e tanta simbologia.

Aglais Tibicina fu la prima che facesse marzapani, calissoni, pignocate, zuccherini, e pane pepato, ma molto diverso di quello che si fa hoggidì a Firenze”: così scriveva Ortensio Lando nel suo “Commentario de le più notabili e mostruose cose d’Italia e altri luoghi di lingua Aramea in Italiana tradotto”, edito a Venezia nel 1548, con ripetute edizioni. Ortensio Lando è lo stesso autore secondo il quale “Abrone da Narni fu il primo che mangiasse bericoccoli, canistrelli e caviadine, guardiani, confortini fatte con zuccaro, cannella, uova fresche e butiro fresco”: dobbiamo credergli. (Contributo di Claudio Magnosi)

Il PaNpepato

Come si deve affermare che il dolce natalizio narnese per eccellenza, è il pampepato. O meglio, paNpepato.
Questa distinzione è fondamentale, perché il paNpepato affonda le sue radici nella storia antica, quando diventa, nel tardo medioevo, il pane arricchito (da frutta secca, spezie e miele) di Natale, quando per festeggiare si univano al pane, simbolo della vita, gli altri elementi simbolo di ricchezza e prosperità, come per ogni “capodanno” che si rispetti, per ogni nuovo inizio. Il panpepato o speziato, è talmente importante, per quanto ricco di simbologia (oltre che di bontà), da diffondersi in tutti i paesi europei, acquisendo caratteristiche particolari e nomi diversi, ma tutti riconducibili alla stessa matrice, a seconda della zona di produzione… Troveremo così a Ferrara, Siena, Anagni, altri panpepati con ricette diverse, a Roma il pangiallo, a Genova il pandolce, a Milano il panettone, ed ancora in Tirolo lo zelten, a Norimberga il lebkuchen, a Gertwiller e Dijon il pan d’epices, nello Shropshire il gingerbread, e così via… Questo piccolo dolce, è diventato nei secoli quasi il simbolo della diversità che unisce, soprattutto nelle atmosfere natalizie.

Ma come nasce quindi la popolarità e la diffusione di questo dolce, all’apparenza “semplice”, rispetto ad altri?.. Sicuramente da lontano.

Alla tavola degli antichi romani erano presenti dolci preparati con latte, uova, frutta secca e vino, dolcificati con acqua melata, vale a dire l’acqua derivante dal risciacquo di recipienti che avevano contenuto miele, fino ad arrivare al melatello, semplice dolce a base di farina acqua melata.

Poi anche i pani speziati a base di miele riportati dall’Oriente dal senese Niccolò de’ Salimbeni nel XII secolo sembra abbiano contribuito, almeno a Siena, alla creazione di ulteriori combinazioni.

Le prime tracce scritte del Panpepato

Infatti, in Italia le prime tracce scritte si hanno da una cronaca del 7 febbraio 1205, nella quale si riporta che le monache del Monastero di Montecelso, nei pressi di Fontebecci (Siena), ricevevano come censo dai coloni “panes piperatos et melatos”, cioè pani elaborati con pepe e miele. Esistevano anche pandolci allo zenzero, e panpepati o pane impepati o pan spaziali, dolci diffusi in Toscana e resi pregiati dalla presenza di pepe, zucchero e spezie assieme a farina di grano, canditi, miele, fichi secchi, marmellata, pinoli. “Panforte” e “pan pepal” figuravano anche, tra molti altri dolci, negli Annali veneziani di fine Duecento. (La cucina medievale: umori, spezie e miscugli. Laura Malinverni).
Il panforte senese infatti nel 1370 figura come  prodotto da esportazione, consumato anche a Venezia durante le festività di Natale.

L’attribuzione ad ambienti monastici è propria anche del panpepato ferrarese, che pone la nascita del proprio dolce nel monastero di clausura del convento del Corpus Domini di Ferrara, nonché del Lebkuchen, che risulta menzionato per la prima volta nel XI secolo nel monastero di Tegernsee, come “phefforceltum”.

Questa matrice comune è dovuta alle spezie, in primis il pepe (tanto che spesso il lemma “pepe” era utilizzato per designare le spezie in generale, così dire pan pepato può anche voler dire pan speziato), minimo comune multiplo di tutte le ricette. Esse, notoriamente costose e pregiate, sono introvabili negli ambienti più poveri, ma usuali in quelli dei monasteri più ricchi e sulle tavole nobiliari.

Le proprietà curative delle spezie

Nel medioevo, oltre ad essere considerate simbolo di ricchezza e ottimi aromatizzanti, alle spezie venivano attribuite anche proprietà curative. Ad esempio lo zenzero, considerato “caldo” per via del suo sapore piccante, veniva proposto come rimedio per i disturbi digestivi, come antinfiammatorio e depurativo. Santa Ildegarda lo consigliava infatti per i fisici indeboliti e come antidolorifico, mentre pepe e cumino, sempre per Ildegarda, erano l’ideale, (mescolati con pimpinella, pan grattato e un tuorlo d’uovo) per combattere la nausea. E dall’unione di zenzero e farina, nasce il primo ginger bread, non ad opera di Ildegarda, che si limita a mettere polvere di zenzero sul pane ma, ancor prima, quasi un secolo, di Gregorio, vescovo armeno, (ancora un ambiente religioso) che invece aggiunge lo zenzero alla farina prima della cottura, esportando poi il biscotto in Francia, in particolare al monastero francese di Pithiviers.

Non stupisce quindi che i panpepati venissero preparati, nei conventi e nelle spezierie (come altre preparazioni definite di credenza), luoghi ove si praticavano principi di medicina, e che per questo motivo la ricetta fosse pressochè inesistente nei primi ricettari, stilati da cuochi che acquistavano direttamente le pietanze per il servizio di credenza.

C’è panpepato e panpepato

A questo punto si potrebbe delineare una doppia tipologia di panpepati.

PRIMA TIPOLOGIA
La prima riconducibile direttamente al pane arricchito con qualsiasi tipo di “condimento”, che potremmo assimilare alle “pizze” medievali, (niente a che vedere con le moderne ovviamente) prodotti di pasticceria che secondo l’accezione del Tanara (1644) sono a loro volta riconducibili a “varie sorti di pane, che ognuno può comporre a suo gusto”, aggiungendo alla pasta del pane “ogn’unto, come grasso, butiro e oglio, indi mandorle, over noci rotte, similmente in queste pizze si può misticar ogni frutto, ogni carne e ogni herba”, come la “pagnotta ovata” bolognese, impastata con zafferano e uva passa. Il tutto trova ampi precedenti nei medievali pan de noci, pantossa e placenta.

Potremmo assimilare a questa categoria il panes piperatos delle monache di Montecelso, il pan speciato, dell’Anonimo Padovano, (fine XV secolo) arricchito di “specie camelline” (1 libbra di cannella, mezza ciascuno di zenzero e di noci moscate, 6 once ciascuno di pepe e di garofani, 4 once ciascuno di galanga e di fusti, e 2 once di zafferano) e generalmente il pan speziato che ancor oggi in Francia ed Inghilterra, imperversa sulle tavole.

SECONDA TIPOLOGIA
La seconda riconducibile alle confetture, anch’esse preparate dagli speziali, come metodo di conservazione della frutta sia secca che fresca. Si tratta di preparazioni che tendono a sottoporre i frutti a trattamenti con zucchero o miele, mirati a protrarne la conservazione. Fanno parte generalmente dell’ultimo servizio di credenza, come il pignoccato, sorta di torrone a base di pinoli, o il nucato, miscuglio di noci, miele e spezie, servizio che insieme al vino speziato, accompagna gli ospiti alla porta. Frutta secca, o spezie rivestite di zucchero, aiutano la digestione e rinfrescano l’alito.

A questa categoria potremmo far appartenere il panpepato di norimberga, il panforte senese, il payn ragoun (pan speziato come traduzione ma richiamante l’italico “pignoccato” nei fatti) inglese, di cui riportiamo la “ricetta” essendo fra le prime a comparire nei ricettari scritti, nella fattispecie nel “The forme of cury” databile intorno al 1390, scritto dai Master-Cooks del re Riccardo II d’Inghilterra”:

“Prendi miele e zucchero di Cipro e chiarificali assieme, e tai bollire a fuoco lento affinché non bruci. Dopo un po’, prendi con le dita una goccia di composto e immergila in un po’ d’acqua e verifica se rimane compatta; togli dal fuoco e aggiungi un terzo di pinoli e zenzero in polvere, mescola finché comincia ad addensarsi, poi versalo su un tavolo bagnato; taglialo e servilo con cibo fritto, sia nei giorni di grasso, sia in quelli di magro.”

Finalmente il punto d’incontro

Poi, ad un certo punto della lunga storia del dolce, in Italia, entrambe andranno a confluire in quella che ancor più tardi, diverrà la versione moderna (1700/1800) del pampepato.

Il punto di unione dovrebbe trovarsi nel basso medioevo, fra trecento e quattrocento, in quanto le ricette che testimoniano questo passaggio cominciano a far capolino nei ricettari circa un secolo dopo, a testimonianza dell’uso ormai radicato. Va sottolineato che la data del 1492 che universalmente sancisce la fine del medioevo, non è uno spartiacque assoluto e varia a seconda delle discipline e delle localizzazioni geografiche. In campo gastronomico, è la cucina cinquecentesca che cancella le tradizioni culinarie medievali delle quali il “Libro de arte Coquinaria” di Mastro Martino, il primo ad aver lasciato un ricettario non anonimo, si configura come transizione verso la cosiddetta cucina moderna. Le sue ricette, pur presentando delle innovazioni, rispetto alle due “tradizioni” a cui fa capo la letteratura gastronomica medievale (la Meridionale e quella dei “Dodici ghiotti” fiorentini), in confronto a quelle della cucina di corte cinquecentesca, mostrano ancora tutto il sapore della “medievalità” a cui attingono. (Enrico Carnevale Scianca –  “La cucina medievale. Lessico, storia, preparazioni”)

Stefano Francesco di Romolo Rosselli, speziale di Firenze, ci lascia intorno al 1593 una ricetta del panpepato fiorentino che ancora è evidentemente figlia della tradizione medievale del pane speziato inteso come “confettura”, che richiama molto, se non fosse infatti per l’omissione delle mandorle il già famoso all’epoca, panforte senese:

PANE INPEPATO AL’USANZA DI FIRENZE

Pigliate conserve di zuche fatte in mele come ti dirò in questo a cap… libbre 300 con la quantità di mele che vi sta bene, che non vole essere troppo perché quanto è più pieno di ochi più è bello [alcuni ci agiungono ranciata libre 25 che è migliore]. Polle sopra fuoco di bracie che si scaldino in una caldaia da lavorare alla tonda: et quando sono ben calde poco più che tiepide che si possa sofrire la mano, gettavi sopra sale libre I1, pepe libre II rimenando sempre con mestatoio e  comincerai a dare la farina a poco a poco sempre menando. Et quando è rasodato alquanto che non si può più menare con il mestatoio, spianalo et abia zafferano nostrale pesto sottile infuso in libre 6 di acqua vite et datoli un poco di calduccio. Di poi gettalo sopra la pasta et 2 hominj galiardj rimenino galiardamente che il zafferano si incorpori bene. Et incorporato et bene menato comincia a dare e resto della farina a poco a poco che tucta si incorpori, che vorrà essere circha libre 200 o poco mancho. Quando la pasta è soda abastanza, alora spiana la faccia et spruzavi su della farina et cuoprilo et lascialo cosi per una ora. Poi comincia a spianarlo et porlo sopra l’asse. Sono alcuni per farlo migliore vi mettano once VIII delle spezie da bericuocoli retro scritto. Avertj che il forno non l’avampi ma lo rasciughi bene.

Mentre da un Manoscritto del Fondo Palatino della Biblioteca di Firenze, contenente un insieme di parti assemblate in epoche diverse, dal XV al XVII secolo, si trova quella che, pur non conoscendone la datazione precisa, (come Mastro Martino) potrebbe essere la ricetta che costituisce la transazione dal panpepato medievale e a quello moderno, attraverso l’unione delle due tipologie di panpepato individuate:

AFFARE PANI IN PEPATI

Recipe mele colato et cotto libre 20., conserva di zucca libre 20. conserva di melangolata libre 15 di poi mescolate ogni cosa insieme et faretegli dare un bollore insieme e quando vi pare ed odi che sia cotto a sutticientia li darai le spetie. pepe once ll. zenzero once ll. sandali rossi pestati sottilmente once 1 ½, noce moscade once 1/2. E tutte queste spetie che sieno ben peste et incorporatele in detta e di poi dategli farina q.s. et faretene buona pasta che sia duretta con il crescento e di poi faretene pagniotte de dua o tre libre et di poi fate pagniotte stenderete di sopra una lasagnia di pasta che voi ci possiate intagliare et fare arme d’ogni sorta e di poi mandategli in forno cotti che sono li tingnerete con un poco di zafferano e di poi ungneteli con un poco di mele lungo chiarito per dare lustro e anchora si può agiugnere in detta compositione noce tagliate. libre 1O buone e cie sono molto buone, le darete inanzi che date la farina.

Il fatto che nel manoscritto vengano citate per la maggior parte ricette di medicina, potrebbe indicare ancora una volta le proprietà terapeutiche attribuite al panpepato.

Le origini Narnesi del Pampepato Umbro

Parliamo di zone di influenza a livello gastronomico, e non solo, dell’Umbria in generale ed anche di Narni stessa, che possono aver dato vita ad un processo di sovrapposizioni di tradizioni e cultura culinaria non indifferenti. Il tutto, fino ad arrivare, passando attraverso la rivoluzione degli ingredienti portati dalle Americhe e della cucina moderna propriamente detta, al panpepato narnese, con una ricetta, ancora una volta delle monache, di San Bernardo dei primi dell’ottocento.

Giovanni Eroli ne riporta in un foglio sciolto del suo “Memoriale per cucina e pasticceria e altro per uso di Giovanni Eroli di Narni, gastronomo dilettante, approvato all’Esposizione Universale del Giappone con diploma di onore e medaglia di ricotta. Nell’anno di Redenzione 1840” semplicemente gli ingredienti, come se il modo di preparazione fosse talmente scontato da non meritarne menzione (come del resto le ricette medievali non recano tracce, se non sporadiche, di come si facessero pasta e pane per quanto fosse uso comune farne):

Nota per fare li pampepati in n. di dodici circa

  • Farina basta un sediciano
  • Noce un sediciano
  • Miele libre 10
  • Pepe libra mezza
  • Sultanina due libbre
  • Garofano soldi 5
  • Candito una lira
  • Per fare il gielo sopra zucchero fioretto
  • Una libbra e mezza di cioccotalla

Da dolce per i ricchi a dolce per tutti

Da dolce per i ricchi, il panpepato è diventato per tutti, tanto da essere definito “dolce della tradizione contadina”, ma che invece conserva una ricchezza di contenuti, degna dei suoi primi antenati e di essere un dolce natalizio, per la simbologia che racchiude e la preziosità dei suoi ingredienti, a tutt’oggi alquanto cari, che vanno ad aggiungersi, in occasione della festività, al companatico.

Il pane è da sempre simbolo di vita, del corpo di Cristo nell’ultima cena, ma da ancor prima, l’utilizzo di un pane votivo durante le festività del solstizio invernale è attestato già presso le popolazioni celtiche ed era anch’esso un pane arricchito con frutta secca e miele, simbolo di abbondanza e ricchezza. Il culto mitraico, fusosi con il Sol Invitcus romano, non a caso trasmutatosi poi in Gesù, praticava un rito di consumazione di pane, vino e acqua.

L’uva passa (la passerina narnese) è simbolo di morte e rinascita, per l’essiccazione e la reidratazione a cui viene sottoposta, la sua importanza a Narni è stata già evidenziata.

Il simbolismo sacro della frutta secca

La frutta secca è da sempre, un simbolo di fortuna, fin dalla Roma antica, dove si spargevano noci in terra per i matrimoni, per il cristianesimo simboli di interiorità e misticismo (grazie alla protezione del guscio). Le noci, le più preziose (a Narni le uniche sottoposte a gabella, pari a 4 denari a rasiere – Lib. I Cap. CLXXI) rappresentano la trinità sacra di corpo, spirito e anima, essendo composte rispettivamente da guscio, mallo, gheriglio, la fecondità e fertilità, per la somiglianza all’organo genitale maschile, nonché uovo filosofico alchemico.
La mandorla è simbolo di morte e resurrezione, dell’uovo cosmico, di saggezza.
Le nocciole sono da sempre legate alla magia e all’ultraterreno, fin dai celti per i quali erano anche simbolo di saggezza, fecondità e preveggenza.
L’arancio e il cedro, la frutta candita più usata, rappresentano ricchezza, fertilità, intraprendenza, sensualità, ma anche perfezione e continuità, grazie alla forma sferica.
Essendo uno dei pochi frutti invernali, erano per molti popoli pagani un simbolo di abbondanza, che bene annunciava la prosperità dei frutti primaverili, simbolismo poi assimilato dalla religione cristiana nei festeggiamenti natalizi di ricchi e potenti prima, e universale poi quando l’industria moderna ha reso le arance accessibili a tutti.
Il miele, sempre per il mitraismo non a caso, veniva usato per purificare insieme al fuoco, ed era simbolo di conoscenza ed elemento prezioso, talmente tanto che gli sciami d’ape erano a protetti (a Narni da statuto non potevano essere vendute, ne esportate ne tanto meno rubate od uccise, pena 25 libbre di cortonesi, e se il miele fosse raccolto indebitamente il colpevole doveva restituire al proprietario dello sciame il doppio del danno  – Lib. III, Cap. CXLVII).
Oltre alle già citate peculiarità, perfino nella Bibbia le spezie sono citate in abbondanza a riprova del loro utilizzo massiccio anche in campo religioso, sia nei riti di adorazione, o di imbalsamazione, fino alla simbologia massima di nutrimento celeste (manna miscelata con semi di coriandolo), associate all’oro, alle pietre preziose e alle perle per la loro rarità, preziosità dell’aroma e segretezza del loro potere magico. (Alex Revelli Sorini)

Pertanto mangiare un panpepato, non è solo degustare un ottimo dolce, ma compiere un vero e proprio gesto sacrale, con la consapevolezza che è lo stesso dei nostri antenati, con il perpetuarsi delle stagioni, delle culture e delle tradizioni, cambiando si un ingrediente o una quantità, ma comunque in perfetta comunione con il resto del creato, qualsiasi sia il nome con cui lo si chiami… quindi, buon panpepato a tutti!

Patrizia Nannini

Lo spirito DiVino di Narni e San Martino

Il vino non è solo una bevanda

Il vino non è solo una bevanda, più o meno pregiata, ma una ricca simbologia carica di significati. Dal sacrificio del sangue di Cristo, alla liberazione sfrenata delle libagioni di Bacco, alla verità di Dioniso (In vino veritas), alla forza e sapienza del mitraismo.

Il vino è compagno dell’uomo fin dalla sua creazione, in tutte le religioni, in particolare in quella Cristiana, dove è bevanda di vita dall’Antico Testamento, (e comunque già conosciuto sia in Egitto che in Israele) che diviene bevanda di salvezza, dopo l’ultima Cena di Cristo, comunque sempre simbolo di gioia, vita, festa, amore. Simbolo che non può non accompagnare S. Martino, in quella sorta di capodanno contadino (echi celtici del Samhain, cristianizzati dalla Chiesa, nei festeggiamenti del Santo) nel quale si celebrano tutte le simbologie di cui il Santo è carico.

S.Martino e l’oca

Martino, fra i santi più onorati del medioevo, fu vescovo di Tours nel IV secolo, è ad oggi celebrato sia dalla Chiesa Cattolica che dalla Ortodossa e Copta. Si ricorda essenzialmente per i miracoli che poi lo legarono ai fenomeni stagionali che ancora oggi lo contraddistinguono. L’aver donato, in pieno inverno metà del suo mantello ad un povero, originando la conversione, ha dato vita alla tiepida invernale “Estate di S. Martino”, premio divino per la rinuncia, l’esser scoperto dalla sua “fuga” dalla carica di Vescovo, alla quale non ambiva, dallo starnazzare delle oche, lo fa sempre accompagnare da un’oca, sia in iconografia, che sulle tavole dell’11 Novembre, giorno a lui dedicato, corrispondente ai suoi funerali a Tours. L’accostamento all’oca potrebbe altresì derivare anche dalle celebrazioni celtiche in cui venivano sacrificate le oche sacre simboli del Messaggero divino, per accompagnare le anime dei defunti nell’aldilà.

S. Martino, un pò “befana” un pò cornuto

Ma il Santo, quasi una “befana”, portava anche doni ai bambini, e nel suo giorno si festeggiavano anche le corna, tanto che il detto è ancora vivo anche dalle nostre zone, cioè che S. Martino è anche la “Festa dei Cornuti”. Ulteriore eco di festività pagane, durante le quali si consumavano i piaceri della carne finendo spesso in adulteri. Ma sopratutto, la festa dei cornuti deriva dalle corna animali, non solo per le fiere che si tenevano nel periodo ma per l’antica connotazione di potere che le circonda, simbolo di luce e di abbondanza. Il “corno dell’abbondanza” della tradizione greco-romana è simbolo di fertilità e felicità ed il primo frutto che esce dal corno è l’uva, della quale ancora oggi contare gli acini a capodanno, è sinonimo di abbondanza futura.

Festeggiare S. Martino a Narni

Fatto sta che anche a Narni la data dell’11 Novembre era assolutamente da festeggiare secondo Statuto, come retaggio della profondità del culto già presente da secoli nel territorio. Ben due chiese sono presenti a Narni e nel territorio limitrofo, agli inizi del millennio.
Quella entro le mura, oggi distrutta, contigua a San Salvato, anch’essa perduta, e quella protoromanica a Taizzano, probabilmente possesso dell’Abbazia di Farfa, come la vicina abbazia di Sant’Angelo in Massa. Entrambe testimoniano le origine antiche e profonde di un culto verso un santo “francese”, primo non martirizzato, definito “europeo” da Sulplicio Severo, gallo-romano di Bordeaux, che ben ha saputo radicarsi infatti in tutta Europa grazie alla sua promozione del monachesimo e lotta agli antichi dei pagani, ponendosi come “antidoto all’arianesimo” franco, dopo il longobardo S. Severino (“Narni, da Odoacre agli Ottoni”, Guerriero Bolli).

Data la forza del culto, è del tutto naturale quindi la cristianizzazione dei miti e delle tradizioni pagane che da sempre accompagnavano i primi giorni di Novembre, dal capodanno celtico Samhain, alle tradizioni contadine legati ai riti di madre Terra, che divengono un tutt’uno con la figura di S. Martino. “Oche, castagne e vino”, citando solo uno solo dei numerosi proverbi che lo vedono protagonista, così come il vino e quanto lo circonda, è un protagonista degli Statuti, forse tra i frutti della terra il più citato, con una serie minuziosa di prescrizioni che ben dimostrano l’attenzione narnese ad esso dedicata.

Il vino e le sue zone di origine

Il vino si lega spesso alla sua zona di origine, in modo così inestricabile da conoscere a volte prima il vino della zona piuttosto che viceversa… Vini esteri famosi ancor oggi, medievali, sono lo Chablis, il Beaune, lo Chateauneuf du Pape, la Malvasia di Monemvasia e i vini Greci in generale, tanto che il nostro Grechetto, famoso quello di Todi, prende il nome proprio dal generico “Greco”. Ed ancora di maggior pregio il vino di La Rochelle, e su tutti il Bordeaux, che grazie ad Alienor d’Aquitaine diviene il vino più esportato d’Europa nel XII secolo. Ma anche in Italia i vini più conosciuti vengono dal Sud, (anche se debite eccezioni si trovano anche al nord con la Ribolla e il Terrano per esempio) e dalle zone centrali, per ovvi motivi climatologici. Così accanto ai moscati di Pantelleria e Lipari e al Primitivo di Manduria, sulle tavole dei Papi e dei potenti, spopolano i vini dell’Italia centrale, come l’Est, Est, Est, che proprio ad un Papa deve il nome e la fama, l’Orvieto, il Montepulciano, la Vernaccia, il Trebbiano, il Sangiovese e il suo parente prossimo… il Ciliegiolo, vitigno che a Narni prosperava e prospera essendo come il Sangiovese, da cui sembra derivasse, cultivar di provenienza ellenica.

La vigna infatti a Narni, quando erano presenti i grappoli, (da aprile al 15 ottobre) era protetta e tutelata, tanto che era prevista una pena per i cacciatori e non che vi portassero i cani, di 100 soldi cortonesi (Lib. III, Cap. XCIV). Grappoli non solo di ciliegiolo, o del suo antenato prossimo, ma anche di passerina, per il ricavo del “raime”, dell’uva passa cioè, che da essa prende direttamente il nome più comune. A Narni dire “passerina” equivaleva a dire “uva passa”. La città ne vantava una produzione talmente importante e di qualità, da essere considerata dal noto mercante di Prato, Francesco Datini, maggior centro di produzione italiano addirittura in concorrenza con la famosa uva di Corinto. (Al Racconto di Claudio Magnosi e Mariella Agri, il rimando per gli approfondimenti)

La gabella per il vino

Quindi è più che normale che a Narni e nel suo contado, si vendesse, rigidamente regolamentato, tutto quello che era prodotto dalla vigna, dall’uva passa appunto, al mosto, l’aceto, il vino, il chiaretto…
Essendo una notevole fonte di reddito, innanzitutto, tutto era sottoposto a gabella.
La gabella per l’uva passa era di 10 denari ogni centinaio (100 libbre) di grappoli (Lib. I, Cap. CLXXI)
La gabella per il mosto al minuto era di 6 denari a salma (soma), mentre all’ingrosso diventava di 2 soldi cortonesi a libbra; per il chiaretto, o nettare cioè il novello quando è il suo tempo, (l’etimologia, potrebbe tuttavia anche suggerire un vino speziato preparato con vino bianco, tanto più che è associato alla parola “nettare” = idromele? O più semplicemente miele, ingrediente che compare comunque spesso nella composizione del vino speziato) di 12 denari a libbra per il venduto, pena 40 soldi cortonesi (Lib. II, Cap. LXXXIII)

La gabella per il vino, che poteva essere venduto o all’ingrosso, o al minuto o a salme, si basava sulla dichiarazione della quantità del vino da vendere, che doveva essere fatta sotto giuramento alla Camera del Comune e al Notaio, ogni volta che ci si accingeva a vendere, direttamente dal proprietario del vino se uomo, se donna invece dal taverniere che avrebbe poi venduto il vino. Il prezzo della gabella veniva deliberato e ordinato dal Consiglio del Popolo all’inizio di ogni mese, tanto che al momento della stesura di questo articolo del Libro I (CCLVIII), si pone il prezzo di vendita di 28 denari a boccale, mentre nel seguente articolo, nel Libro III (LXXX), aggiunto successivamente, sui dettagli delle vendite, il prezzo massimo a boccale diventa di 15 denari.
La discrepanza è giustificata anche dal fatto che il valore delle monete nel frattempo è cambiato, parallelamente al diminuire del potere del comune narnese. “Nel corso del tempo la libbra (lira) si è assimilata al fiorino, battuto a grammi 3,5 circa. Un quarto di fiorino corrisponde all’incirca a cento soldi cortonesi che vanno declassati in denari dal valore ponderale di grammi 1,5. In effetti 150 – 160 grammi d’argento, che sarebbero i cento soldi cortonesi,valgono un più o meno un singolo singolo fiorino di Firenze.” (Studio di Bruno Marone)

La concessione a vendere, l’apodissa, (documento scritto che attesta un atto) rilasciata dal comune deve essere apposta, entro tre giorni, dopo il pagamento della gabella, direttamente sulle botti contenenti il vino da vendere da qualcuno nominato dai Priori dei Terzieri, con due bolle e marcata da due sigilli ordinati dai Sei Signori Eletti. Non era permesso ovviamente riutilizzare la stessa botte con apodissa e sigilli per vendere altro vino, ne tanto meno togliere l’apodissa dalla botte “concessa” per metterla su un’altra. Il controllo veniva effettuato due volte alla settimana dagli emissari del Vicario sulle dichiarazioni effettuate e una volta la settimana sulla fedeltà delle misure dichiarate.

Una solenne “frasca” di vino

Il taverniere, dopo aver ottenuto la dichiarazione in regola con tanto di sigilli, era innanzitutto obbligato ad esporre un’insegna o un ramo d’olivo, dove era la vendita del vino, che poteva anche essere una casa, che in dialetto è divenuto “frasca”, altrettanto sinonimo di solenne ubriacatura! Quindi, oltre a cessare la vendita dopo il terzo suono della campana, e chiudere la taverna al primo suono della campana di notte, aveva l’obbligo di non far portare armi all’interno della propria taverna.
La milizia del Vicario, poteva irrompere in qualsiasi momento, insieme al Notaio, per controllare e punire gli eventuali trasgressori. Per la vendita diretta infine, il taverniere doveva tenere una serie di misure di bicchieri e boccali regolamentate ed approvate per le quali aveva anche limiti di prezzo. Non più di 15 denari a boccale. Il boccale era il petitto, poi veniva il mezzo petitto, la foglietta (un quarto di petitto) e la nummata, bicchiere corrispondente al valore di acquisto al compratore di un denaro, in proporzione forse un quarto di foglietta, che costituiva la misura base. In assenza di nummata, bastava avesse una “misura” corrispondente a quella dichiarata e sigillata.

Il boccale di Siena

A Siena la metadella, cioè il boccale, secondo gli statuti del XIV secolo, confortati dai ritrovamenti archeologici del Carmine di Siena, aveva la capacità di l 1,4 ca, (VIII Congresso Nazionale di Archeologia Medievale – Matera 2018) quindi considerando una capacità analoga per il petitto, la nummata, bicchiere da un denaro, conterrebbe 87,5 ml, praticamente all’incirca come un moderno bicchierino da liquore. Se si attesta per buona la ricerca pubblicata sul British Medical Journal, nella quale si dimostra che “Dal 1700 ad oggi, le dimensioni medie del bicchiere da rosso o da bianco sono cresciute di quasi 7 volte, passando dai 66 ml di capienza di un calice di 300 anni fa ai 449 ml di oggi. Un tipico bicchiere di vino settecentesco ne conteneva la metà rispetto al più piccolo calice disponibile (da 125 ml)”, la proporzione, scevra comunque di qualsiasi valore scientifico, potrebbe avere una qualche possibilità di verosimiglianza, in attesa di dati comprovati.

Similmente a quanto avviene ancor oggi, nelle nostre taverne, molti avventori amavano rientrare nelle proprie abitazioni con un souvenir della serata, vale a dire boccali e bicchieri, ma se colti in fragrante, dovevano pagare amaramente il loro furto, pena di 40 soldi cortonesi, così come chi li abbia deliberatamente rotti o sia andato via senza pagare… e qui le leggi erano a favore del taverniere, la cui parola veniva prima di quella degli avventori. (Lib. III, Cap. LXXX e LXXXI)

E a proposito di osti narnesila loro presenza su una importante via di transito come la Flaminia è certificata da tempo immemorabile, come attesta Sant’Ansovino, vescovo camerinese del IX secolo, che nella sua sosta a Narni si fermò in una locanda in cui incontrò un oste non particolarmente corretto nel proporre il vino, a riscontro delle “Effemeridi sacre di marzo” del 1690. (Contributo di Claudio Magnosi)

Non stupisca quindi che S. Martino sia, ancor oggi, il protettore di albergatori, bottai, cavalieri, mariti traditi, mendicanti, militari, osti, ubriachi e viaggiatori, e che nel suo giorno si assaggi il buon novello, accompagnato da fumanti castagne arrostite.
E non può sfuggire che a Narni dagli anni Novanta si ripropone la Festa della castagna e del vino novello: a volte è bello poter dire che “certe cose non cambiano mai”. Questa è una di quelle volte…

Patrizia Nannini

Dieci denari per cento libbre.

Appunti per una storia dell’uva passa di Narni

1956 Le origini

Nella storia della nostra città, c’è un capitolo ancora tutto da studiare: riguarda un prodotto narnese di tale eccellenza, che nel corso del XIV secolo fu largamente esportato oltralpe. Un capitolo che può iniziare nel 1956, quando la rivista di Economia e Storia, pubblicata a Milano per l’editore Giuffré, riportò un lavoro di Federigo Melis, intitolato “Malaga sul sentiero economico del XIV e XV secolo”, fondato sulle corrispondenze commerciali tra Francesco di Marco Datini, mercante di Prato, e le compagnie, a lui riconducibili, aventi sede in diverse città italiane ed estere.

Il lavoro di Melis

Nel suo lavoro Melis, analizzando il corpus dell’archivio datiniano e soffermandosi sulle lettere, ricostruì il commercio e le rotte mercantili di svariati prodotti dell’agricoltura e dell’artigianato diretti a Malaga o da essa provenienti, e ciò tenuto conto del fatto che il mezzo epistolare era l’unico, nel Medioevo, per la diffusione di notizie di qualsiasi natura. La “piazza” di Malaga, nella quale Datini non ebbe mai interessi diretti, né rappresentanti propri, era comunque nel raggio d’azione del mercante pratese, per mezzo dell’intervento della sua Compagnia di Valenza. Tra gli innumerevoli prodotti dei quali Melis seguì le rotte mercantili, c’era la cosiddetta “fructa”, termine utilizzato nei carteggi datiniani per indicare esclusivamente l’uva passa e i fichi secchi.
Per quanto riguarda l’uva passa, chiamata in molte lettere anche “panza” e “raime”, Melis afferma che “Narni era il maggior centro italiano di produzione di uva passa” e che “L’Italia – l’Adriatico,
Pisa e Genova – era raggiunta dall’uva passa di Levante; ma essa ne era anche produttrice, a Narni e nell’Isola di Pantelleria, con esportazione in Provenza”.

In “Appunti di metrologia mercatile genovese. Un contributo della documentazione aziendale Datini”, Firenze, University Press, 2014, Maria Giagnacovo ribadisce: “Le aziende del pratese importavano da Genova e sulle altre piazze della Penisola la cosiddetta “frutta”, sostantivo utilizzato nei rapporti commerciali fissati nelle carte Datini per indicare i fichi secchi e l’uva passa prodotti nella Penisola iberica e distribuiti soprattutto nelle Fiandre e in Inghilterra.
A queste produzioni, caratteristiche della regione che da Valenza si estendeva fino a Malaga, si affiancavano i fichi secchi provenienti dalla Provenza, da Marsiglia, da Nimes e da Arles, e l’uva passa di Narni, il maggior centro di produzione italiano, dove essa era chiamata “raime”, termine però talvolta impiegato anche per richiamare quella spagnola.

Per l’uva passa di Narni, già esportata in Provenza e che sul mercato
di Genova trova spaccio “a folate”, le carte aziendali offrono dettagliate informazioni sul tipo di imballaggio da preferire per il trasporto via mare. L’azienda Datini di Avignone, che ne aveva chieste a Pisa quattro balle “di quele pichole”, invitando i commissionari ad “avere righuardo che sieno novele e chiare e non sieno muffite”, precisava a scanso di equivoci: “sogliono venire in picchole balete e però farete de le due una e mettere intorno un pogho di paglia e una scharpigliera poi di suso

10 denari per 100 libbre

Negli Statuti di Narni vi è un chiaro riferimento alla produzione di uva passa nei nostri territori.
Nel Capitolo CLXXI del Libro I, al titolo “De gabella colligenda de fructibus a Civibus et Comitanensibus Civitatis Narniae”, sono elencati diversi prodotti agricoli rispetto ai quali, sulla base di pesi o misure specifiche, il Comune esigeva il pagamento di una gabella.

Tra questi, per ogni: “centenario Uvarum passarum 10 den.”, ovvero 10 denari per 100 libbre.
A parte un generico rimando ai “frutti, che si rapportano periodicamente nelle gabelle e un accenno rinvenuto nelle Riformanze comunali del 1531, circa l’offerta di uva passerina agli ospiti di rilievo, questa norma degli Statuti è l’unica conferma negli archivi locali dell’effettiva produzione di uva passa nelle nostre campagne.

Alla ricerca di nuovi documenti

Tenuto conto che i catasti e i documenti economici della Narni tardo medievale sono andati perduti, risulta difficile specificare l’entità della produzione, le dinamiche di esportazione, la precisa localizzazione dei terreni nei quali era coltivata l’uva “narnese” e l’eventuale esistenza di compagnie narnesi e di fondaci nei quali doveva avvenire lo stivaggio del prodotto. Allo stato attuale di questa ricerca dunque, la vastità e l’importanza delle coltivazioni sono testimoniate solo dalle lettere commerciali dell’Archivio Datini. Ciò non esclude che si possano raggiungere altri risultati con un riscontro più approfondito di queste lettere ed estendendo la ricerca ai Registri di contabilità e finanza degli Archivi Storici di Roma.

I Narnesi la chiamavano “Passolina”

A prescindere da ciò, tutte le fonti sono concordi nell’affermare che l’uva passa di Narni aveva acini piccoli, dolci, bianchi, privi di semi ed era chiamata dalla popolazione locale “passerina” o “passolina”, termine che ancora oggi sopravvive nel nostro dialetto.

Del vitigno “narnese” si trovano tracce anche nei secoli successivi al XIV: Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III, in un minuzioso racconto circa i vini degustati da sua santità durante il viaggio dall’Emilia a Roma, passando per le Marche e per l’Umbria, testimonia che “Narni ha vino cotto et anche qualche vinetto crudo, et qui si fanno uve passoline assai”.
E l’uva passolina, di Narni e di altre località, oltre ad arricchire le tavole, era utilizzata anche in medicina, come si può dedurre dalle “Osservazioni” del celebre Girolamo Calestani, il quale peraltro, verso la metà del Cinquecento, fu farmacista nell’Ospedale di Narni e, tra “i semi necessarii” per uno speziale elencava, appunto, l’uva passa.

Durante lo stesso secolo, Leandro Alberti, in “Descrittione di tutta Italia, nella quale si contiene il sito di essa, l’origine, et le Signorie delle Città et più gli huomini famosi che l’hanno illustrata” (Venezia, 1551), scrive di Narni: “Sono questi colli per maggior parte ornati di viti, olivi, fichi & altri alberi producevoli de frutti. Anche qui veggonsi alcune topie dalle quali pendono, nei tempi idonei, l’uva Passarina (così dagli abitatori del paese nomata quella uva picciola de granelle senza acino), la qual issiccata molto artificiosamente ella è portata a Roma, & è stimata assai preciosamente, tanto quella ch’è condotta di Napoli di Romania. Vero è che quella è negra & quella bianca”. E Antonino da Sangemini, citando l’Alberti, riporta: “Questo Autore parla eziandio vantaggiosamente di quell’uva piccola senza granella dentro e della dolcezza dell’uva moscadella, che in Amelia, Narni, Geminopoli, volgarmente Sangemino, e altrove, è denominata Passarina, e come di cosa rara e stimata, così egli si esprime nella sua Descrizione dell’Italia parlando dell’Umbria e delle sue prerogative”.

L’uva passa di Narni – prodotto D.O.C.

L’uva passa di Narni, che nel Trecento era smerciata soprattutto in Provenza e due secoli dopo era considerata una peculiarità del territorio, alla metà del Seicento trovava riscontro sul mercato romano, dove era stimata al pari di quella proveniente da Corinto e dall’attuale Nauplia. Alla metà del secolo successivo l’uva “narnese” fu anche oggetto di una sorta di contraffazione, almeno stando a quanto si legge in L’Umbria vendicata negli antichi e naturali suoi diritti, Perugia, presso Carlo Baduel e Figli, 1798: “i Mercanti Italiani per lo più con l’Uva di Corinto mescolano certa picciola Uva, detta Passerino, che cresce nelle Campagne di Narni, e non ha acini”. Una pratica che sminuiva il nome di Narni a favore di altri centri di produzione ed un uso di mercato che deteriorava l’immagine della nostra uva, la quale sarà comunque ancora contemplata tra le preminenze locali nella metà dell’Ottocento.

Famosa in tutta Europa

Si hanno notizie dell’uva passa narnese anche in contesto europeo: in “Almanach du Commerce de Paris, des Departiments de la France et des principales Villes du Monde, 1837, Biblioteca Nazionale di Francia, Gallica, si legge: “grand commerce de vins de son territoire et de raisins secs, entre Terni et Narni, culture de l’uva passa, raisins sans pepin, à grains très petits, ressemblant pour la forme et le goùt au raisins dé Corinthe.”

Ciò nonostante, l’uva passa di Narni non figurerà tra le eccellenze presentate all’Esposizione Agraria, Industriale e Artistica del 1861, nella quale si scommetteva sulle diverse tipicità del territorio e quell’assenza sembrerebbe testimoniare l’inarrestabile declino oppure la scomparsa di uno storico “marchio” del quale si è perduta la memoria.

Il vitigno “Narnese” è perduto per sempre o attende solo di essere riconosciuto?

Un marchio, ovvero un vitigno “narnese” che potrebbe essere scomparso nel corso di una devastante invasione di fillossera avvenuta negli ultimi decenni del XIX secolo, anche se questa non è che una mera ipotesi. Forse il vitigno è ancora presente in qualche territorio, laddove tra i “colli sottostanti l’Appennino, nei siti aprici, si fanno vini più puri e bianchi e rossi e moscatelli”, come descrivono gli “Annali di viticultura ed enologia italiana” nel 1876. E attende solo di essere riconosciuto.


Mariella Agri – Claudio Magnosi

Pergamene Mariella Agri
Pergamene Mariella Agri

Corsa, bene le assemblee dei terzieri e dell’associazione

NARNI – Lo scorso fine settimana si sono svolte le assemblee generali dei terzieri di Mezule, Fraporta e Santa Maria e l’assemblea dell’associazione Corsa all’Anello (formata dal direttivo della stessa, dai consigli direttivi dei terzieri e dal collegio dei probiviri), in occasione della quale sono stati approvati il bilancio consuntivo 2019 e quello preventivo 2020. In un momento estremamente difficile a causa dell’emergenza covid, tutti i componenti dell’assemblea si sono dimostrati coesi nel raggiungimento degli stessi obiettivi, per il bene della città e della Corsa all’Anello.

“L’assemblea – ha spiegato il presidente dell’associazione Corsa all’Anello Federico Montesi – è stata molto partecipata e propositiva. I bilanci sono stati approvati all’unanimità e sono state gettate le basi per gli stati generali della Corsa all’Anello che si terranno a breve. E’ stata improntata anche la programmazione riguardante le linee guida sull’evoluzione dell’evento. Ci sono ipotesi e progetti da condividere, che rappresentano il futuro della festa. L’evento che si è svolto a settembre, il Festival delle Arti del Medioevo, ha funzionato e siamo molto soddisfatti. Siamo riusciti a mettere in scena una manifestazione compatibile con le restrizioni derivanti dall’emergenza covid, con contenuti inediti, di diversa natura rispetto alla Corsa all’Anello, ma di grande valore. La manifestazione – ha concluso –  era stata poi anticipata dall’edizione digitale di aprile, della quale andiamo ugualmente orgogliosi. Nel panorama delle feste storiche siamo gli unici ad avere offerto i due eventi, di spessore e nel rispetto delle regole. Ora guardiamo al futuro, tutti nella stessa direzione”.

Soddisfazione anche nei terzieri. Nel mese di novembre avrebbero dovuto svolgersi le elezioni per il rinnovo dei comitati. Le cariche, visto il momento di emergenza, sono state prorogate di un anno e le elezioni si terranno a fine 2021.

“I mezulani – ha affermato il capo priore di Mezule Cesare Antonini – hanno dato fiducia per un altro anno all’attuale direttivo e li ringraziamo con tutto il cuore. È una grande assunzione di responsabilità per la grave crisi che ha investito la Corsa all’Anello per l’annullamento dell’edizione 2020 causa covid-19. Per questo siamo già al lavoro per risolvere tutti i problemi che questo tsunami ha causato.  Noi siamo pronti ad affrontare qualsiasi sfida per difendere la nostra passione e i nostri valori e chiediamo il supporto totale del popolo bianconero. Noi ci siamo e anche l’associazione Corsa all’Anello ha mosso passi epocali verso i terzieri. Lanciamo un appello alle istituzioni affinché si metta in campo qualsiasi sforzo per tutelare l’evento principale della città e chiediamo anche in questa sede una profonda riflessione sul futuro della festa in onore di San Giovenale. Stati Generali o no rimettiamoci subito al lavoro per garantire il futuro della Corsa all’Anello”.

“Abbiamo deciso – ha aggiunto il capo priore del terziere Fraporta Giuseppe Ratini – di darci un anno in più. Si è trattato di un grande gesto di responsabilità. Non ce la siamo sentita di lasciare i terzieri in un momento così complicato. Dare un segnale di continuità ci è sembrato il minimo in una situazione di emergenza che si spera possa finire presto. Quello che siamo riusciti ad evincere sia dall’assemblea di terziere che da quella generale è un profondo senso di collettività, di unità di intenti, di comunità. L’associazione Corsa all’Anello è coesa e l’intenzione è quella di mettere in campo progetti in sinergia. Lasciare da parte i protagonismi e lavorare per un unico obiettivo, per la festa e per Narni è l’obiettivo di tutti e ci impegneremo al massimo per raggiungere nuovi traguardi. Ci sono tante idee da mettere in campo e nei prossimi mesi lavoreremo per questo. Il covid, ovviamente ha rappresentato e rappresenta un grave problema, ma da una parte di ha dato anche la possibilità di fermarci e di riflettere sul futuro della festa”.

“La nostra assemblea – ha spiegato il capo priore del terziere Santa Maria Danilo Regis – è stata molto partecipata e quindi ci riteniamo soddisfatti. C’è stato dibattito, condivisione di idee, confronto tra tutti i partecipanti. Siamo arrivati ad una decisione molto importante per il terziere. Abbiamo infatti fatto una proposta che è stata accolta da tutto il direttivo. Da ora in poi le riunioni di comitato di Santa Maria potranno partecipare tutti i contradaioli, non sono i membri del direttivo. Si tratta di un gesto di estrema trasparenza nei confronti di tutti i simpatizzanti del terziere. Vogliamo che tutti possano essere partecipi di quelli che potremmo chiamare comitati allargati, facendo proposte ed esprimendo le proprie idee. Il nostro auspicio è che soprattutto i giovani, che rappresentano il futuro del terziere, possano essere partecipi degli incontri. La volontà è di integrarli il più possibile, in vista di un futuro ricambio. Siamo anche soddisfatti dell’assemblea generale dell’assemblea e delle idee proposte. Siamo pronti ad affrontare il futuro, in estrema unione”.

Erbe e spezie in Umbria, dalle verdure spontanee agli orti comuni

Il paesaggio urbano medievale

Il paesaggio urbano medievale, così’ come ci è testimoniato dall’architettura e dall’arte (basti pensare alla celebre Allegoria del Buon Governo del Lorenzetti a Siena) si presenta come  un alternarsi continuo di chiusure ed aperture: dalle mura civiche – che racchiudono la vita urbana, la definiscono e la limitano – ai campi, fino al bosco il passo è breve.

Le Porte d’accesso alla città murata segnano anche il passaggio tra la natura “salvatica” ed inospitale (il bosco, così come ci è narrato anche nei racconti e nelle favole…) e la sua domesticazione, tramite il lavoro dell’uomo, e portano alla comparsa degli orti, dei campi arati, che si estendono fino alle mura civiche.

Questo passaggio non è indolore, spesso è il risultato di espropriazioni, di guerre e di carestie, di un’urbanizzazione “forzata” per cui la città, il Comune medievale, tende a rinchiudersi dietro la sicurezza delle mura e dei castelli, delle torri e dei camminamenti di ronda, da cui la milizia cittadina osserva e controlla l’esterno, mentre il paesaggio rurale si modifica, si stringe, ed a stento sopravvive.

Nei periodi di carestia, durante le frequenti guerre, nei casi in cui è difficile muoversi da città a città, il Comune deve sopravvivere all’interno delle proprie mura, così come avveniva nei castelli dei Signori feudatari, ed allora l’acqua (il pozzo) ed il cibo sono necessità che costringono la  popolazione ad inventarsi nuove strategie di sopravvivenza.

Essendo difficile uscire dalle proprie mura, in questi casi un’importanza cruciale la assumono gli orti ed i campi coltivati in città, ed allora ecco nascere piccoli “orti urbani”, un sorta di micro-agricoltura gestita da gruppi di famiglie – o Parrocchie, quartieri – che coltivano piccoli appezzamenti di terra per i bisogni comuni.

Gli animali (maiali, ovini, mucche ed animali da cortile) possono muoversi spesso liberamente  in città, ma l’approvvigionamento di carne per tutti richiede spazi più aperti di quelli forniti da orti e giardini (dove a malapena si possono tenere oche e galline..), quindi le verdure rappresentano spesso gran parte del sostentamento pubblico. 

A tavola fra tradizione e contaminazioni “straniere”

La cucina e l’alimentazione si adeguano a tali bisogni, ed allora nascono tradizioni culinarie ricche di contaminazioni tra carne e verdura, e l’Umbria gioca una parte importante in questa mutazione.

La tradizione culinaria in Umbria viaggia infatti lungo due percorsi abbastanza definiti: quello vegetale e quello animale, che spesso  si incontrano  e si contaminano a vicenda. L’Umbria è può infatti essere definita come lo spartiacque geografico tra la “Romania” e la “Longobardia”, con una lunga storia di sovrapposizioni ed incroci  politici tra lo Stato della Chiesa ed il ducato Longobardo (si pensi a Spoleto), ed entrambe le dominazioni hanno contribuito  a formare una sorta di koinè alimentare: dall’uso dei cereali, con i diversi tipi di panificazione, allo sfruttamento del maiale (per cui Norcia diventa addirittura una “capitale” culturale della lavorazione),  questi due mondi si incontrano sulle nostre tavole da secoli.

Il maiale, in ogni sua declinazione (dall’arrosto ai salumi) gioca un ruolo importante nelle nostre cucine: la lavorazione della sua carne è da tempo immemorabile  un momento di unione, di convivio, di “pacificazione” tra famiglie e vicinanze addirittura, ed ogni operazione relativa alla sua preparazione coinvolge interi gruppi familiari sia in campagna che nelle piccole città.

La carne però è spesso un lusso, e durante i periodi di carestia – dal medioevo al 19° secolo –  il loro uso è fortemente limitato,  quindi alla base dell’alimentazione “di massa” ci sono le verdure, le erbe, i frutti della terra che vengono cucinati e serviti in ogni combinazione possibile.

Dalle “verdure basse” all’erba della “Provvidenza”, l’importanza dei vegetali

L’importanza delle “verdure basse”, quelle che ogni cittadino può coltivare nel proprio orto, è ancora fondamentale per la nostra cucina, e ben prima dell’arrivo dei frutti esotici e del pomodoro – che arricchiranno i nostri giardini  solo a partire dal 17° secolo – le erbe naturali entrano nella nostra cultura popolare, come sinonimo di cibo povero ma essenziale,  per cui, quando dalle  nostre parti si fa riferimento al cibo semplice, si dice “mangiare pane e cicoria” !

Alcune erbe di campo sono da sempre alla base della cucina umbra, e la conoscenza di un territorio e delle sue piante sono fondamentali per trasmettere cultura locale,  prima a livello orale, quindi in forma scritta, nelle ricette casalinghe, ed infine nei ricettari.

Certe erbe non hanno nemmeno un nome definito, vengono infatti definite col termine “misticanza” – che indica anche un’insalata mista – eppure le donne e gli uomini della nostra terra le conoscono dall’alba dei tempi, mentre spesso i botanici e gli scienziati ne ignorano l’uso e la stessa esistenza. in questo senso la cultura  popolare le ha veicolate verso il presente, senza bisogno di definizioni ufficiali.

Nei periodi di magra, o in pieno inverno, le erbe prendono il posto della carne, o – se possibile – la accompagnano abbondantemente per supplire alla carenza di calorie; l’orto privato, domestico, o vicinale gioca in questo senso un ruolo fondamentale per l’alimentazione del gruppo-famiglia;  la stessa geografia urbana delle nostre città  (almeno fino al primo ‘900) è caratterizzata da un continuo alternarsi di mura ed orti, di giardini privati e semplici passaggi naturali verso le porte della città.

La tradizione delle passeggiate “extra moenia” a caccia di cicoria, raponzoli, valeriana, asparagi ed altre erbe è sopravvissuta fino ai giorni nostri, e soprattutto nei piccoli centri medievali non è raro imbattersi in anziani signori che si calano in fossi e percorrono strade poco battute durante le ore più calde del giorno, alla ricerca delle preziose erbe.

Si dice “erbe di campo” e si pensa ai fossi, ai prati, alla vegetazione spontanea che arricchisce le tavole, per preparare insalate dai gusti diversi, più amare di quelle coltivate e dai nomi curiosi, popolari (visto che – come abbiamo detto – non ne hanno di scientifici) che richiamano alla memoria il loro “uso” o la forma particolare: bietole, puntarelle, caccialepri, raponzoli, che si sposano all’aceto bollito, all’aglio, alla salsa di acciughe ed aceto, seguendo anch’esse quella “nobilitazione” tanto cara ai cuochi di corte…

Nel Medioevo i monaci chiamavano queste erbe “Provvidenza”, legando la loro  comparsa alla benevolenza di Dio, un alimento che non necessita di lavoro quindi, un dono inatteso della terra, e mentre la regola benedettina spinge al lavoro nei campi (ora et labora) gli eremiti preferiscono vivere di elemosina, ed amano di conseguenza questo cibo “divino”.

La maggior parte degli uomini (in campagna, e nelle nuove città nel medioevo) cercano però una sintesi, e così coltivano il campo, zappano, arano, ma poi accolgono con gioia anche queste erbe spontanee.

Bizzarre sperimentazioni Medievali, dall’orto Mistico, al pane senza farina.

Gli orti nel medioevo sono anche straordinari luoghi di sperimentazione, dove i saperi agronomici e le pratiche  di coltivazione si incrociano, e danno vita a veri e propri percorsi ideali e materiali. L’orto fornisce  il cibo (erbe, frutta, verdura e spesso cereali per preparare  il pane) ed assolve così alla sua funzione primaria, ma allo stesso tempo ripropone  uno spazio ideale, mistico (si pensi ai giardini zen della tradizione orientale), dove  il credente può addirittura ripercorrere i sentieri dell’eden, circondato da piante, colori ed odori che richiamano una spiritualità ascetica.

Le piante selvatiche, di campo, vengono lentamente addomesticate, e così i finocchi ed i cardi vengono  addolciti dagli orticoltori, che li trapiantano nei giardini strappandoli alla natura “salvatica” del bosco, del campo appunto.

Nei secoli le erbe selvatiche hanno persino contribuito alla ricerca affannosa del pane, il vero elemento culturale italiano, tanto importante nella nostra storia da aver contaminato il linguaggio, per cui l’italiano è l’unica lingua che  prevede l’espressione “pane e companatico” da cui si desume che l’alimento centrale è il pane, il resto accompagna il pane.  Questa centralità del pane (insieme a quella dell’olio) è – in parte – retaggio del cristianesimo, per cui la stessa transustanziazione vede il corpo di Cristo farsi pane per noi, ed il pane quotidiano è l’elemento portante addirittura del Padre Nostro.

Nei tempi  di carestia però, soprattutto nell’alto Medioevo e durante i lunghi periodi bellici, i cereali alti (grano) e quelli bassi (spelta, miglio..) scompaiono dalla tavola, ed allora non sono rari i casi di improbabili tentativi di panificazione con erbe di campo, persino con erbacce, che vengono macinate e trasformate in pagnotte, dal dubbio potere nutritivo e sostanzialmente immangiabili, se  non nocive per l’uomo. L’unico succedaneo del grano (naturalmente prima della comparsa del mais in Europa)  che ha avuto fortuna è la castagna: cotta, sminuzzata, tritata e trasformata in farina, con  essa si crea quello che forse è il primo dolce nazionale: il castagnaccio.  Non è un caso che il castagno sia anche chiamato “albero del pane” e la sua presenza all’interno degli orti vicinali o in quelli privati diventa nei secoli una costante anche in Umbria, accanto all’ulivo.

Fabio Ronci

San Francesco, Narni, le chiese dei mendicanti

Dall’enciclica Laudato sì di Papa Francesco

 “ il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode”.

Ottobre è il mese  in cui si ricorda San Francesco d’Assisi ( 1182 – 1226), ricorrendo la sua memoria  liturgica, proprio il quarto giorno di questo mese.

Nel libro primo, capitolo ventotto, degli Statuti trecenteschi della città di Narni, si elencano una serie di festività da osservare e tra queste la festa di San Francesco. In tali festività, erano vietate la maggior parte delle attività artigianali, di commercio e della giustizia civile, mentre le poche attività concesse erano specificate chiaramente, come alcune particolari ed inderogabili mansioni legate al nutrimento di persone e bestiame. Trasgredire tali norme comportava vedersi  comminare forti sanzioni pecuniarie. 

 San Francesco ha dei legami rilevanti con Narni ed il territorio circostante, negli anni a cavallo tra il primo ed il secondo decennio del XIII secolo. E’ infatti attestato il suo passaggio a Narni e la memoria della sua presenza riscontrabile nelle antiche biografie come gli scritti di Tommaso da Celano ed altre fonti e in varie opere dipinte disseminate tra l’Umbria meridionale e  l’alto Lazio. Sappiamo di sue predicazioni e miracoli nella nostra zona, come della sua permanenza in quel luogo ameno noto come Sacro Speco, vicino alla località di Sant’Urbano. Viene tramandato poi che, il Santo si fermò anche sotto ai castelli di San Vito e Guadamello, dove il Tevere fa da confine tra Umbria e Lazio, di ritorno da Roma, dove si era incontrato col potente papa Innocenzo III; siamo nel 1210, quando Francesco andò dal pontefice per discutere le modalità con le quali condurre la comunità dei suoi già numerosi seguaci, ottenendo il permesso di predicare e quindi il riconoscimento come comunità evangelica, che poi, circa dieci anni più tardi portò alla stabilizzazione ed istituzione dell’Ordine francescano, con la conseguente approvazione della Regola.

Saranno quindi narnesi alcuni dei suoi primi confratelli ed in città venne poi fondato il convento e la grande chiesa a lui intitolata. Inoltre sembra sia narnese uno tra quei protomartiri francescani, tutti comunque provenienti dal nostro territorio, che unitisi al nascente ordine francescano, partirono a predicare il Vangelo in Marocco, subendo il martirio nel 1220.

Le comunità dei frati minori si distribuivano in varie custodie, che erano sostanzialmente delle organizzazioni territoriali con funzione anche di tutela di luoghi particolarmente simbolici per il culto del santo e dei suoi primi seguaci, tra i quali frate Matteo da Narni. Proprio la città di Narni ospitava uno di questi insediamenti di riferimento per tutto il territorio limitrofo.   

     Della chiesa e del convento all’interno delle mura cittadine, dove si riunirono i frati minori francescani, abbiamo riscontri a partire dalla seconda metà del Duecento. La chiesa, che presenta elementi originali, sia nella collocazione, che nella facciata e nell’interno, rispetto ad altre chiese medievali narnesi, reca caratteristiche riscontrabili in molti edifici religiosi voluti dagli ordini mendicanti dell’epoca : un interno ampio e tendenzialmente unitario degli spazi, l’area del coro volutamente in evidenza rispetto a quella dei fedeli, la grande dimensione pur senza eccessive concessioni alla decorazione complessiva.   

Gli ordini mendicanti ( francescani, domenicani e agostiniani tra quelli presenti a Narni ) in effetti erano portatori di una nuova radicale religiosità fortemente riformista, ad esempio promuovendo l’ideale della  povertà e quindi anche nelle loro costruzioni, solevano marcare le istanze dei loro movimenti, cercando autonomia, pur con ovvi elementi di derivazione, rispetto al tradizionale assetto della chiesa medievale con la complessa spazialità romanica e al confronto coi grandi esempi dei complessi monastici benedettini e con il rigore delle proporzioni dei cistercensi.  Tali peculiari nuove caratteristiche, riscontrabili suprattutto nelle chiese mendicanti del Duecento, saranno poi via via attenuate, basti pensare alla crescente complessità dell’area presbiteriale, per la caratteristica di questi movimenti di sapersi anche ben confrontare e quindi dialogare con le varie realtà locali e con le classi che rappresentavano la società del tempo. Ecco allora che le chiese mendicanti ebbero un ruolo nel diffondersi del linguaggio figurativo gotico e dell’edificio religioso come contenitore e palcoscenico favorevole alla funzione della predicazione alla moltitudine dei fedeli, che proprio gli ordini mendicanti perseguivano. Superavano comunque un’articolazione più complessa degli spazi, il rispetto assoluto delle proporzioni e di possenti e statiche strutture, uno stile più dotto e un utilizzo scenografico delle decorazioni, per favorire una più diretta fruibilità,  una lettura più immediata, in sostanza un luogo di incontro anche talvolta imperfetto, dove, facendo un paragone con la letteratura del tempo, si parlasse una lingua più “volgare” e comprensibile.  

E infatti anche nella chiesa narnese troviamo la diffusa grande aula ( le navate laterali hanno uno sviluppo che forma omogeneità rispetto a quella centrale) con copertura a tetto e con il coro in risalto, con volta in muratura ed elementi gotici nell’abside.  Le navate laterali sono delimitate dal ritmo dei grandi pilastri cilindrici, mentre sul loro lato esterno si aprono delle cappelle che ancor più dilatano lo spazio. Sia nei pilastri che nelle cappelle laterali si sono conservati molti affreschi, attribuiti a vari artisti e datati a partire dal Trecento fino al Manierismo, che rappresentano temi mariani e santi venerati nel nostro territorio.

Nonostante i frati minori nel medioevo, come altri ordini mendicanti, insediassero le loro comunità nel tessuto cittadino e cercassero il rapporto fruttuoso con le componenti sociali delle realtà comunali, non disdegnavano comunque la ricerca di siti anche più solitari. Tra questi merita di essere preso in considerazione il Santuario denominato Sacro Speco, dove risiedono ancor oggi stabilmente dei frati minori francescani, situato in posizione dominante ed incastonato nei boschi vicino alla località di Sant’Urbano nel comune di Narni. In questo luogo suggestivo si trovava già un antico eremo legato ai benedettini e sappiamo che Francesco vi soggiornò intorno al 1213 con alcuni suoi compagni. Qui, inseriti sia all’interno che all’esterno del santuario stesso, troviamo diversi luoghi che la tradizione vede legati alla sua presenza. Alcuni dei più significativi sono un piccolo oratorio preesistente dedicato a San Silvestro; un pozzo di raccolta dell’acqua piovana dove per intercessione del  santo che si trovava in stato di malattia, avvenne il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino rigenerante; la profonda fenditura della roccia, quello specus da cui prende nome il luogo, dove il santo soleva ritirarsi in preghiera e meditazione ; un riparo in pietra dove poteva riposarsi durante la sua convalescenza.

Il personaggio Francesco d’Assisi, ha lasciato quindi delle tracce tangibili e delle memorie importanti nella nostra storia e al di là delle fede e dell’esempio che ci ha testimoniato nella sua intensa e breve vita, merita di essere festeggiato e ricordato proprio dalle terre dell’Umbria, che trasudano il suo messaggio di amore, pace, semplicità e rispetto del creato.

Marco Matticari

Maddalena e le altre

La prostituzione nel medioevo

“La donna pubblica è, nella società, ciò che la sentina è sulla nave, e la cloaca nel palazzo. Togli la cloaca e tutto il palazzo diventerà fetido e marcio”. (Tommaso D’Aquino, De regimine principum)

Maddalena da Narni querelata dalla cortigiana e modella di Caravaggio

In “Caravaggio assassino. La carriera di un Valenthuomo fazioso nella Roma della Controriforma”, Donzelli, 1994, gli autori, Riccardo Bassani e Fiora Bellini, riportano la seguente notizia: nel 1599, Fillide Melandroni, famosa cortigiana e modella del Caravaggio, querelò Maddalena di Narni, prostituta a Roma, a causa di una lite degenerata. Tra le accuse, Fillide pose l’accento sul linguaggio volgare di Maddalena, la quale faceva parte di quella cerchia di ternani e narnesi che gravitavano nell’ambiente di Michelangelo Merisi.

Si trattava dei fratelli Tomassoni, uomini d’arme di piccola nobiltà, originari di Terni, che gestivano nel Rione Campo Marzio l’organizzazione e il controllo di un giro di cortigiane destinate ad una clientela scelta di gentiluomini, cardinali e nobili e di Girolomano Crocicchia, un sarto originario di Narni, che contribuì, insieme ad altri amici a trarre il pittore dal carcere di Tor di Nona, prestando la propria garanzia personale e pagando la cauzione fissata in 10 scudi.

La narnese Maddalena

La narnese Maddalena, cortigiana nella Roma rinascimentale è, al pari di altre delle quali si è perduto il nome, una testimonianza della tendenza alla migrazione dalla propria città di origine di donne che esercitavano l’arte del “meretricare”. La povertà di nascita oppure acquisita a seguito di una vedovanza, o ancora le violenze sessuali subite da serve e da donne di umili origini che non avevano una famiglia che le sostenesse, veicolavano le donne verso il mondo della prostituzione. Nella maggior parte dei casi era la fame dunque o l’impossibilità di maritarsi perché sprovviste di dote o non più vergini, a spingerle al meretricio.

“Donne cortesi” a Pistoia, “putas” in Castiglia, “mammole” a Ferrara, “bagasse” e “filles perdue” nel Sud della Francia, le meretrici, termine di chiara derivazione latina, si distinguevano il pubbliche e segrete, laddove le seconde, seppure vivevano nel costante timore di essere denunciate da “boni cives et honeste mulieres”, non erano costrette a sottostare alle leggi vigenti. Mantenevano perciò una sorta di autonomia e potevano anche scegliere, nel tempo, di abbandonare la professione per rifarsi una vita, possibilità assolutamente preclusa alle prostitute pubbliche.

Legislazione medievale e prostituzione

I legislatori medievali utilizzavano una precisa formula per definirle: “corpus suum libidini praebet pro prestio, lucro et questu”, laddove la parola “questu” indicava la specifica ricerca del guadagno attraverso il commercio sessuale, allo stesso modo con il quale si indicava, allora come oggi, il gesto di elemosinare: andare questuando.

Le disposizioni contenute negli Statuti narnesi sono poche e non offrono la possibilità di comprendere appieno le reali condizioni di vita delle meretrici pubbliche a Narni. Purtroppo, la dispersione e distruzione degli archivi storici conseguente al sacco dei Lanzichenecchi, ha generato un vuoto incolmabile per i lavori di ricerca. Sappiamo tuttavia che le pene previste per i reati di stupro e tentato stupro variavano a seconda dello status sociale della vittima. Si trattava in ogni caso di reati perseguibili solo in caso di querela, presentata, beninteso, non dalla donna violata ma dal marito, o padre o fratello carnale o da un altro consanguineo o parente uomo fino al secondo grado.

La pena capitale era comminata solo a coloro che avevano stuprato una vedova, una vergine o una donna sposata, mentre il tentato stupro era punito con una semplice pena pecuniaria di 200 libbre cortonesi. Nel caso in cui la vittima fosse stata una donna di cattiva reputazione, la somma era ridotta alla metà e, qualora si fosse trattato di una pubblica meretrice, non si comminava alcuna pena.

Nei secoli XIII e XIV, le donne pubbliche furono sottoposte a restrizioni ed obblighi sia per quanto riguardava i luoghi che potevano frequentare, sia in materia di abbigliamento. La situazione mutò parzialmente alla fine del XIV secolo e nel XV, quando le municipalità iniziarono a progettare e a realizzare spazi riservati e veri e propri postriboli, ma segni e distinzioni non scomparvero del tutto.

A Narni era fatto divieto alle meretrici di dimorare presso i monasteri e altri luoghi religiosi a meno di 10 case, alla pena di 100 soldi cortonesi e qualora qualcuna non fosse stata in grado di pagare la somma, veniva sottoposta alla fustigazione pubblica. Il meretricio non poteva essere praticato dal mercoledì santo fino a Pasqua e nel giorno di San Marco e, in ogni caso, le prostitute potevano andare per la città soltanto il sabato e fino all’angolo del Palazzo del Vicario e per il Palazzo Comunale (lontano dunque dai luoghi pubblici). Al di fuori del giorno stabilito ed oltre i confini fissati, erano punite con una pena di 20 soldi cortonesi.

Le disposizioni statutarie di Narni si conformavano a quelle stabilite anche nel resto d’Italia, dove si tendeva a proibire l’accesso delle prostitute nei centri cittadini e nelle vie che conducevano alle porte della città, e ciò nell’intento di non mostrare, a quanti venivano da fuori, lo spettacolo indecente di donne che mettevano in vendita il proprio corpo.

Una questione di look

L’abbigliamento imposto alle prostitute pubbliche (inteso come vero e proprio segno distintivo), variava a seconda dei luoghi. Rispetto a Narni purtroppo non si hanno notizie, ma sappiamo ad esempio che a Perugia si trattava di una striscia di panno rosso cucita sulla spalla destra, lunga tre dita e larga uno. A Venezia era prescritto un fazzoletto giallo legato al collo, mentre a Padova un cappuccio rosso. Alcune città aggiungevano ai segni distintivi particolari di natura infamante, come l’altissimo copricapo dotato di due corna lunghe almeno mezzo piede, inventato dal duca Amedeo VIII di Savoia, oppure il sonaglio da falcone applicato su una spalla a Siena. A Firenze il sonaglio andava invece applicato su un particolare cappuccio che copriva la testa. Queste due ultime prescrizioni rimandano al segno distintivo imposto ai lebbrosi: una campanella che serviva ad annunciare il loro passaggio.

Per quanto sottoposte a forme di controllo e di restrizione, le meretrici, sia pubbliche che segrete, facevano comunque parte della comunità ed in alcuni casi partecipavano anche a particolari celebrazioni, soprattutto quelle concernenti le feste in onore dei Santi Patroni. Seppure non si hanno notizie della eventuale presenza di prostitute narnesi alla corsa del palio per San Giovenale, sappiamo che in altre città italiane la loro partecipazione non era desueta: nel salone d’onore di Palazzo Schifanoia a Ferrara, nel ciclo degli affreschi dei mesi, fu rappresentato anche il palio annuale che comprendeva, oltre alla nobile gara di corse dei cavalli, anche quella degli asini, degli ebrei e delle prostitute. Per restare nei confini della nostra Regione, a Foligno, durante la metà del Quattrocento, le donne pubbliche correvano in occasione del palio di San Feliciano dalla porta del Governatore fino al palazzo dei Priori. La prostituta che arrivava per prima, doveva afferrare e riportare indietro gli oggetti lì depositati: un mannello di canapa, una libbra di pepe e due fasci di porri. E’ evidente che, in ogni caso, si trattava di tradizioni imposte alle meretrici al solo scopo di umiliarle pubblicamente ancora una volta.

Ciò nonostante, l’atteggiamento della  società e della Chiesa nei loro confronti rimaneva decisamente ambiguo, la prostituzione era condannata ma anche tollerata perché considerata necessaria: a veicolare “l’insopprimibile urgenza della lussuria maschile”, a contrastare gli stupri perpetrati ai danni di donne oneste e a combattere “comportamenti contro natura”. “Sodomita del diavolo”, dice San Bernardino quando si scaglia contro gli omosessuali. Fu per tale motivo che i legislatori di molti Paesi europei, fra Tre e Quattrocento, si convinsero di poter trovare un rimedio opportuno attraverso il consolidamento o la creazione di postriboli pubblici. Con il tempo fu però evidente che la soluzione posta in essere non aveva portato alcuna utilità: il commercio di donne, la corruzione di giovani serve e schiave e gli stupri ai danni di donne “onorate” continuavano, mentre i bordelli avevano iniziato a palesare il loro vero volto di luoghi inquieti, nei quali circolava gente di infima condizione, impegnata spesso in traffici illeciti e risse.

Mariella Agri

Corsa, successo per il Festival delle Arti del Medioevo

NARNI 9 settembre 2020 – Il bilancio è senza dubbio positivo. Il Festival delle Arti del Medioevo, che si è svolto dal 3 al 6 settembre ha fatto centro, mescolando la storia e la tradizione della Corsa all’Anello con un attento sguardo al futuro, in attesa dell’edizione 2021. Il centro storico di Narni e le sue meravigliose location hanno fatto da sfondo a mostre, installazioni, workshop ed ancora spettacoli, conferenze ed eventi gastronomici che hanno calamitato in città centinaia di visitatori che hanno potuto partecipare ad una manifestazione curata nei minimi dettagli sia sotto l’aspetto del programma, che sul fronte sicurezza, nel complicato momento di emergenza covid.

 “La Corsa all’Anello – ha spiegato il presidente dell’Associazione Corsa all’Anello Federico Montesi – ha saputo mettersi ancora una volta in gioco. Il festival è stato un evento di livello, un format nuovo che ha avuto successo e che rappresenta solo il primo passo di un percorso che si svilupperà nel tempo. Parlo dei seminari, con docenti di alto livello, ma anche delle mostre e delle installazioni, che continueranno durante l’anno, andando a valorizzare lo splendido contenitore di Palazzo dei Priori, come da progetto. Così come le collaborazioni avviate, in primis quella con l’Associazione Celiachia Italia Umbria. La nostra squadra è stata coerente con il percorso tracciato e continuerà a cercare di perseguire gli obiettivi da raggiungere, cercando sempre di migliorarsi e dando nuovo vigore alla Corsa all’Anello. Per questo voglio ringraziare tutti, l’associazione Corsa all’Anello, anche ovviamente il settore amministrativo e quello tecnico ed i terzieri che hanno collaborato, in un momento di grande difficoltà, alla riuscita del festival. Il mio ringraziamento va anche alle scuderie che hanno lavorato, come sempre, tutto l’anno, con grande professionalità. Ora non resta che pensare all’edizione 2021, ma anche a tante novità legate proprio al percorso iniziato con il festival”. 

“Il bilancio del festival – hanno affermato i responsabili della segreteria coreografica Sandro Angelucci e Patrizia Nannini – è senza dubbio positivo. Il programma è stato messo in piedi in poco tempo, ma abbiamo vinto la scommessa, raggiungendo due obiettivi: la buona riuscita delle manifestazioni e la possibilità data ai terzieri di crescere e formarsi attraverso gli workshop ed agli “esterni” di partecipare a laboratori con docenti di alto livello che in futuro potranno diventare il fulcro del cosiddetto ‘medioevo ricostruito’. Questo è stato solo il primo passo. C’è ovviamente ancora tanto da fare, ma il nostro obiettivo è quello di far vivere la Corsa all’Anello tutto l’anno proprio attraverso laboratori, mostre ed installazioni che hanno dimostrato grazie al festival, di funzionare e che potranno diventare produttive anche economicamente. L’evento, tra l’altro, è stato un mezzo importante per la collaborazione di tutti i terzieri, soddisfatti di ciò che hanno saputo creare insieme. Se si fanno cose intelligenti, si riescono a coinvolgere tante persone ed il successo del festival ne è la prova”.

“Sono molto soddisfatto – ha aggiunto il responsabile della segreteria pubbliche relazioni Emiliano Luciani – di come è andata la comunicazione del festival. Abbiamo avuto oltre 53mila visite sulla pagina facebook solo per l’evento ed anche gli accessi al sito web ufficiale sono stati alti. Stessa cosa per instagram che sta crescendo in maniera visibile. I media ci hanno dato molta attenzione e durante il festival abbiamo potuto contare su fotografi di livello, come Fabio Oddi, Moreno Faina, Alessandro Montanari e Marco Menciotti. Non dimenticando ovviamente la nostra squadra. Si tratta di un percorso iniziato con l’edizione virtuale della Corsa all’Anello di aprile, on line durante il lockdown, che è stata in qualche modo precursore del festival, attraverso appuntamenti che da virtuali sono diventati fisici proprio durante il festival. Parliamo ad esempio dei ‘Racconti delle Pergamene’ (racconti che riguardano la storia di Narni e della Corsa all’Anello) che hanno trovato spazio in un interessante caffè letterario o degli incontri virtuali che hanno animato il sito e la pagina facebook con la presenza di importanti studiosi: Elena Percivaldi, Antonio Musarra e Maria Grazia Nico Ottaviani”.

Anche sotto il punto di vista della sicurezza – ha spiegato il responsabile organizzazione e sicurezza Umberto Di Loreto – tutto è andato per il meglio. L’organizzazione ha funzionato bene grazie alla nostra squadra ed ai volontari della Prociv, che ringrazio per la preziosa collaborazione. Le difficoltà, legate alle norme imposte dall’emergenza covid, sono state molte, ma siamo soddisfatti per come abbiamo gestito gli eventi. Gli spettatori sono stati ligi al dovere e siamo riusciti a mettere in campo un evento in assoluta sicurezza in un momento senza dubbio complicato a causa dell’emergenza sanitaria. Sono stati rispettati numeri e tutele e gli obiettivi sono stati pienamente raggiunti”.    

Rivivi i momenti più interessanti del Festival delle Arti del Medioevo

Corsa all’Anello, firmato il protocollo d’intesa con Aic

NARNI 7 settembre 2020 – L’associazione Corsa all’Anello e l’associazione Celiachia Italia Umbria hanno firmato un protocollo d’intesa finalizzato alla promozione all’interno della Corsa all’Anello della cultura dell’alimentazione senza glutine. Il documento è stato firmato nell’ambito di un evento in programma per il Festival delle Arti del Medioevo che si è concluso domenica scorsa, dal presidente dell’associazione Corsa all’Anello Federico Montesi e dal segretario dell’Aic Umbria Marta Sargeni.

L’intento è quello di promuovere eventi culturali sull’alimentazione senza glutine all’interno della cucina medievale e del territorio umbro e di svolgere eventi di formazione e informazione destinati ai volontari della Corsa all’Anello sulle procedure da attuare per poter preparare e somministrare alimenti senza glutine. L’obiettivo è inoltre quello di promuovere mediante i canali di comunicazione e tramite i mass media le attività congiunte che verranno svolte dalle associazioni e realizzare nell’ambito della Corsa all’Anello un punto di somministrazione, denominato “taverna medievale” che possa preparare e somministrare alimenti senza glutine e che possa essere aperto nelle date di svolgimento della manifestazione. Infine, uno degli intenti sarà quello di creare un comitato comune alle due associazioni con delegati di ciascuna, con sede presso il Palazzo dei Priori di Narni, che possa organizzare e promuovere le attività che sono state definite.

“Sono doppiamente orgogliosa della firma di un così importante documento – ha spiegato Marta Sargeni –  come celiaca e come narnese. Il protocollo è un primo passo sostanziale verso la costruzione di una collaborazione che porterà Narni a poter essere un punto di riferimento per i celiaci umbri e non solo nell’ambito delle rievocazioni storiche della nostra regione. In passato,  alcune altre manifestazioni avevano offerto proposte senza glutine nei menù di qualche taverna, ma  la firma del protocollo di intesa con l’associazione Corsa all’Anello va ben oltre, sia garantendo la possibilità di avere un’offerta strutturata, sicura e monitorata nella taverna medievale, sia per l’impegno a collaborare ad eventi culturali che ci consentono di diffondere la cultura sulla celiachia, sulla cucina naturalmente senza glutine in un percorso innovativo ed inclusivo che speriamo possa essere uno stimolo per la regione intera. Ed ora al lavoro –ha aggiunto –  verso l’edizione 2021 della Corsa all’Anello, cercando di avere sempre un approccio positivo anche in un anno così complesso per il nostro paese. Penso che questa collaborazione sia la dimostrazione di saper sfruttare la crisi e guardare avanti”.

“La collaborazione con Aic – ha affermato Federico Montesi – rientra perfettamente nel percorso di studio sulla cucina medievale che l’associazione Corsa all’Anello sta portando avanti da tempo con i terzieri. La cucina medievale nasce predisposta a non avere contaminazioni e ad essere adatta ai celiaci. Con l’adeguata formazione al personale addetto e facendo questo percorso insieme ad Aic, creeremo importanti momenti di fusione tra la cucina medievale ed il cibo senza glutine. Si tratterà di un percorso inclusivo che avrà come uno degli obiettivi quello di dare vita ad una taverna medievale che preparerà cibi senza glutine. Verrà condotta – ha concluso –  una ricerca proprio sulle ricette della cucina medievale prive di glutine, per preparare piatti autentici della tradizione, adatti ai celiaci. Proprio per questo motivo verrà istituito anche un comitato per la promozione di tutte le attività che verranno organizzate nel percorso fatto in sinergia tra Aic e associazione Corsa all’Anello”.

Corsa, su il sipario sul Festival delle Arti del Medioevo

NARNI 2 settembre 2020 – Mostre, installazioni e workshop saranno l’anima del Festival delle Arti del Medioevo che inizierà domani, giovedì 3 settembre e terminerà domenica 6 settembre. Non dimenticando una ricca offerta gastronomica che conterà anche un’importante collaborazione con l’Associazione Italiana Celiachia Umbria. Una quattro giorni di eventi che catapulteranno il centro storico nel Trecento attraverso una serie di manifestazioni che conservando la storia e la tradizione, guarderanno al futuro, in attesa dell’edizione 2021 della Corsa all’Anello.

WORKSHOP – I sette laboratori avranno sede in tutte le strutture già predisposte in tema di sicurezza covid. I laboratori di teatro saranno tre e si svolgeranno alla Rocca Albornoz. Il primo, di lettura drammatica, si intitola “Testimonianze dal contagio” e sarà tenuto da Paolo Gazzara con la partecipazione di Francesca Michelini. Il secondo, di mimica e gestualità da teatro di piazza, si chiama “Il giullare dall’insipiens all’arlecchino” e sarà tenuto da Andrea Mengaroni. Il terzo, di regia teatrale, si intitola “Regia e copione, coesistenza di un problema” e sarà tenuto da Germano Rubbi. I laboratori di musica saranno due e si svolgeranno nella sala consiliare del palazzo comunale. Il primo, di percussioni, sarà tenuto da Simone Sorini. Il secondo, di fiati, sarà tenuto da Fabrizio Antonelli. Il laboratorio di danza, chiamato “Di atti ben composti e di dolci gesti” sarà tenuto da Maria Cristina Esposito e si svolgerà al teatro comunale. Il laboratorio di costume antico, intitolato “Tessuti e colori: il loro utilizzo nel Trecento” sarà tenuto da Sara Piccolo Paci e si svolgerà alla Sala Digipass di Palazzo dei Priori.

PROGRAMMA DEGLI EVENTI – Il programma completo degli eventi è consultabile sul sito ufficiale della Corsa all’Anello www.corsallanello.it.  Si inizierà domani alle 17 alla Rocca Albornoz con l’inaugurazione della mostra “De festivitatibus custodiendis: La consegna dei ceri” ed alle 17,30 alla torre campanaria della Cattedrale di San Giovenale verrà inaugurato “I Suoni della Corsa all’Anello”, momenti di ritmo e musicalità dai gruppi musici del terziere Mezule e dei Milites Gattamelata. Alle 18 al teatro comunale si terrà “La meraviglia del Teatro tra Devozione e Rappresentazione”, note sulle rappresentazioni teatrali tra medioevo e rinascimento, una conferenza a cura del Centro Studi Teatro Medievale e Rinascimentale. Alle 18,30 in centro storico (partenza e prenotazioni in loco dalla Loggia dei Priori) ci sarà l’inaugurazione di “De festivitatibus custodiendis: Il popolo delle Arti e dei Mestieri”, percorso fra le ricostruzioni degli ambienti medievali. A partire dalle 19 all’Orto di poca considerazione del Palazzo dei Priori ci sarà “Le pergamene raccontano…”  “Ante-Caffè letterario”, lettura degli inediti articoli della rubrica della Corsa all’Anello, che verrà ripetuta anche i giorni seguenti alla stessa ora. Alle 19,30 alla Sala Digipass di Palazzo dei Priori sarà la volta di “Recitar cantando”, proiezioni degli spettacoli teatrali “Centro Studi Teatro Medievale e Rinascimentale”. Alle 21 al Palazzo del Podestà di Palazzo dei Priori si terrà la proiezione inaugurale del Festival delle Arti del Medioevo ed alle 21,30, sempre in Piazza dei Priori ci sarà l’overture “Dante e Petrarca a Narni. La Musica della Poesia e la Poesia della Musica”, concerto a cura del Centro Studi sull’Ars Nova Marcello Masini di Certaldo e l’associazione culturale la Terzina. Venerdì 4 settembre alle 17.30  alla torre campanaria della Cattedrale di San Giovenale ci sarà “I Suoni della Corsa all’Anello”, momenti di ritmo e musicalità dal gruppo musici del terziere Fraporta. Alle 18 in centro storico (partenza e prenotazioni in loco dalla Loggia dei Priori) si terrà l’naugurazione di “De festivitatibus custodiendis: i nobili della vita cortese”, percorso fra le riproposizioni dei momenti della Corsa all’Anello. Alle 18 al teatro comunale si terrà “Di Atti ben composti e di dolci gesti”, conferenza su nuovi studi sulla danza medievale a cura di Maria Cristina Esposito, mentre dalle 18 alla sala Digipass di Palazzo dei Priori ci sarà “Recitar cantando”, proiezioni degli spettacoli teatrali del “Centro Studi Teatro Medievale e Rinascimentale”. Alle 21 alla Loggia dei Priori al  Palazzo dei Priori si terrà “Giullarate dal 1214”, animazione a cura del Paggio dei Clerici Vagantes. Sabato 5 settembre, a partire dalle 16 in piazza dei Priori verrà allestito il mercato medievale delle Arti e dei Mestieri con animazione. Alle 16 alla Sala Digipass del Palazzo dei Priori ci sarà “Recitar cantando”, proiezioni degli spettacoli teatrali del “Centro Studi Teatro Medievale e Rinascimentale”. Alle 17,30 alla torre campanaria della Cattedrale di San Giovenale, nuovo appuntamento con “I Suoni della Corsa all’Anello”, momenti di ritmo e musicalità dal gruppo musici del Terziere Santa Maria. Alle 21 in piazza Marconi ci sarà “Alchimie di fuoco”, spettacolo della Compagnia de lo Grifone. Domenica 6 settembrea partire dalle 10 verrà allestito in piazza dei Priori il mercato medievale delle Arti e dei Mestieri con animazione. Alle 10.30 alla torre campanaria della Cattedrale di San Giovenale si terrà “I Suoni della Corsa all’Anello”, momenti di ritmo e musicalità dal Gruppo Musici Comunale. Alle 11 all’Auditorium Bortolotti si terrà “Evoluzione del Tamburo, dalla Corsa all’ Anello prima edizione in poi”, laboratorio tecnico a cura di Claudio Capitoli sul miglioramento armonico dello strumento e presentazione del suo nuovo modello. Alle 21 in Piazza dei Priori, Palazzo del Podestà ci sarà la proiezione chiusura Festival delle Arti del Medioevo.

OFFERTA GASTRONOMICA – Il terziere Mezule proporrà tutti i giorni insieme al Ristorante il Gattamelata a piazza Pozzo della Comunità il menù tipico della tradizione locale e delle osterie mezulane e la tipica focaccia bianca al forno medievale in vicolo I Aspromonte. Il terziere Fraporta, venerdì 4 settembre alle 20,30 proporrà “Banchetto a Palazzo”, fedele riproposizione di banchetto medievale con pietanze dai ricettari originali e intrattenimenti fra i vari servizi. Sabato 5 settembre alle 20 in Piazza XIII Giugno ci sarà “Sodales convivium”, cena dei soci del terziere Santa Maria.

CILIEGIOLO FOR ART – Venerdì 4 settembre alle 19.30 al Chiostro di Sant’Agostino si terrà “Ciliegiolo 4 Art”. La cantina Leonardo Bussoletti inaugurerà il restauro della seconda lunetta al chiostro della Chiesa di Sant’Agostino. Seguirà degustazione dei vini dell’azienda curata da Antonio Boco di Gambero Rosso, ospite Andrea Amadei di Decanter Rai Radio 2.

DEGUSTAZIONI – Venerdì 4 settembre alle 21,30 all’ Orto di poca considerazione del Palazzo dei Priori ci sarà “Al contadino non far sapere… Quando i piatti della tradizione diventano per tutti”, cooking show con degustazione gratuita su prenotazione dei piatti tipici delle taverne in versione senza glutine. In collaborazione con l’Associazione Italiana Celiachia, su prenotazione. Sabato 5 settembre alle 18 alla Sala Digipass di Palazzo dei Priori si terrà “Riso, miglio, castagne e cannella. Viaggio nella cucina medioevale senza glutine”, conferenza a cura della Associazione Italiana Celiachia Umbria. Degustazione gratuita su prenotazione.

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