De Palio currendo in Festo Beati Juvenalis

L’altra corsa del  medioevo narnese

I capitoli IV e V  del primo libro degli Statuti narnesi indicano, rispettivamente, le modalità di effettuazione del Palio e della Corsa all’Anello, eventi che si tenevano tradizionalmente in onore del Santo Patrono Giovenale nel mese di Maggio.

E’ noto che la riscrittura degli Statuti Narnesi del 1371 è una conseguenza diretta del riordino legislativo che avvenne in tutto lo Stato Pontificio grazie alle cosiddette Costituzioni Egidiane, promulgate a Fano nel corso di un apposito parlamento, convocato il 29 aprile 1357, su ordine del cardinale Egidio Albornoz, legato e vicario generale dello Stato Pontificio, e su incarico del pontefice Innocenzo VI (1352-1362). Queste Constitutiones  (rimaste in vigore dal 1357 fino al 1816) fornivano, di fatto, un nuovo assetto legislativo all’intero Stato Pontificio, rivedendo le legislazioni precedenti, ponendo ordine all’enorme materiale a disposizione, ed eliminando  quelle ormai obsolete.

Dallo  studio dei documenti locali sappiamo infatti che un insieme di leggi e regolamenti “Comunali” doveva esistere da molti secoli; la presenza di strutture “autonome”, (che preannunciano la nascita di un vero e propio Comune) si fa risalire addirittura al 9° secolo:  nell’anno 846 – ad esempio –  la città doveva già disporre di proprie milizie regolari, visto che i soldati narnesi furono mandati in aiuto di Roma durante l’assedio dei Saraceni.

Altri documenti ci testimoniano poi dell’importanza della Diocesi di Narni già dal 10° secolo, visto che i Castelli del Comitatus narniensis erano legati al Capitolo della Cattedrale da rapporti  di tipo “feudale” in quanto pagavano tasse ed oneri  in misura diversa, secondo la loro grandezza.

Le autorità civili sembrano invece assestarsi in città più tardi, a partire dal 12° secolo, quando abbiano notizia dell’elezione dei boni homines, o consoli, ovvero le prime autorità locali elette dal popolo. E risale al 1143 il primo documento ufficiale di sottomissione di un castello (Miranda) tramite  il suo Comes (Transaricus) che “…conferma e sottomette alla potestà ed al dominio della città di Narni ed al suo popolo maggiore e minore..” le sue terre. Questo atto è trascritto in una pergamena ed è considerato la prima testimonianza dell’esistenza del Comune narnese, indipendente, autorizzato a stringere patti, alleanze, controllare dazi e pedaggi, ed accogliere donazioni da terze parti.

Dal 13° secolo (come testimonia il “Fondo diplomatico dell’archivio storico” di Narni) il Comune pubblica atti e decisioni che poi vengono trascritte in un “Liber Statutorum”.

Interessante – sotto questo punto di vista – è la trascrizione di alcune sentenze di condanna contro malfattori e criminali nello stesso Libro: nell’anno 1286 per una sentenza di condanna emessa dal “Comune e  popolo di Narni” contro un traditore della città si richiede esplicitamente che la sentenza “…venga trascritta nel libro degli statuti e in due grosse pergamene da affiggersi un nel Palazzo Comunale e l’altra nella Chiesa di San Giovenale…”.

La revisione degli Statuti del 1371 quindi accorpa e sistema tutti i vecchi provvedimenti, spesso anche di carattere transitorio,  che sono stati emessi dal Comune a partire (almeno) dal 13° secolo, suddividendoli in tre libri: il primo elenca provvedimenti di varia natura, attinenti alla vita quotidiana, religiosa, all’urbanistica, ed all’economia;  il secondo è dedicato alle cause civili, ed  il terzo a quelle penali.

L’ordine in cui appaiono i diversi provvedimenti sembra casuale, per cui i primi due articoli del libro  I° si occupano dei Mugnai e dei mulini (una delle maggiori fonti di ricchezza del Comune), per  poi essere seguiti da un terzo capitolo che si occupa invece della riparazione delle strade cittadine. Da ciò si evince che  – almeno per ciò che riguarda il primo libro – le leggi non sembrano seguire un ordine stabilito (a parte alcuni punti in cui  due o tre capitoli consecutivi si occupano della stessa materia…) ed è quindi interessante che il 4° ed il 5° capitolo degli Statuti presentino subito le due gare equestri organizzate per la Festa del Santo Patrono Giovenale, prima ancora di elencare tutte le feste religiose da “preservare” (lista che appare invece molto più  avanti, ai capitoli 28 e 210) nel Comune.

L’importanza della Corsa del Palio (capitolo 4) e dell’Anello (capitolo 5) è quindi palese: il legislatore / riordinatore delle leggi si premura di inserire subito la codifica delle due celebrazioni, con l’intento di “fissare” sulla carta un evento ormai tradizionale, dettandone per sempre regole e limiti.

Che Il Palio e l’Anello fossero i due eventi maggiori all’interno dei festeggiamenti narnesi è cosa nota da tempo, sebbene la prima testimonianza scritta (codificata, appunto) degli eventi risalga proprio alla stesura di questi Statuti, mentre precedentemente il rapporto tra il Comitatus ed il Santo è rappresentato esclusivamente dalla consegna dei Ceri. 

In alcuni documenti risalenti al 13° secolo si citano infatti i castelli che devono rendere omaggio al Comune nel giorno di San Giovenale recando dei ceri alla tomba del Santo (un’usanza tipica in molte città italiane, retaggio di un simbolico atto di vassallaggio), come nel caso del castello di Tarano che nel 1283 si pone sotto la potestà di Narni, e promette di portare ogni anno, il 3 Maggio, 40 libre di crea nuova.

La faccia “civile” della Festa appare quindi ben codificata nei “nuovi” Statuti cittadini  solo a partire dal 1370. Eppure la regolamentazione delle due manifestazioni equestri indica implicitamente  – soprattutto nel capitolo dedicato alla Corsa all’anello – una tradizione più antica: nel 5° capitolo, il testo recita infatti: “…omnes volentes currere ad anulum, debeant stare ab angulo Ecclesae Sancti Salvati, infra versus Fontem et posto anulo in loco solito…”, quindil’anello viene messo “nel solito luogo” un fatto noto evidentemente a tutti, così che il legislatore non ritiene utile dare ulteriori spiegazioni.

Il Palio è essenzialmente una corsa di fantini, simile a centinaia di altre  che si tengono sul territorio italiano sin dall’alto Medioevo, e che non implica un richiamo “militare”, di addestramento alle armi come succede invece per l’Anello.

E’ una corsa libera, presumibilmente a pelo, in cui i concorrenti devono percorrere un certo tratto di strada (anche extra urbano) per giungere ad un luogo dove è stato fissato il Drappo, il Palio appunto, che sarà assegnato al primo cavaliere che riuscirà a portarselo via.

Anche in questo caso – così come per l’Anello – la comunità ebraica della città è obbligata a pagare per “sovvenzionare”  i divertimenti dei “gentili”: una tassa di soggiorno e permanenza a cui sono sottoposte più o meno tutte le comunità ebraiche nel medioevo in Italia.  Anche nella vicina Terni, ad esempio, gli ebrei sono tenuti  a pagare il Palio che si corre in città il Lunedì di Pasqua, come testimoniano i documenti redatti nel 1427. 

A Narni i patti tra la comunità ebraica ed il Comune sono parte integrante degli Statuti, ed il capitolo 142 del libro I° specifica anche la somma da pagare: 4 fiorini d’oro per l’acquisto del Palio e dell’anello.

La corsa al Palio è aperta a tutti, locali e forestieri (contrariamente a ciò che viene per l’Anello, i cui cavalieri devono anche appartenere ai 3 Terzieri cittadini), e l’unica condizione è quella di partecipare con un buon cavallo, escludendo quindi  ronzini, giumenti (cavalli da soma) o cavali da traino (“ad vecturam” secondo la dicitura originale).

Il Vicario, o il suo Socius Miles (l’ufficiale che affianca il Vicario nelle funzioni militari) dovranno recarsi insieme ai currentes presso la Chiesa di S.Andrea in Lagia, e qui l’ufficiale dovrà controllare che ci siano almeno due cavalieri, per far sì che la gara  sia valida, e quindi dovrà metterli in fila, uno dietro l’altro, pronti per la partenza.

Mentre la storia della Corsa all’anello  è stata oggetto di grande interesse nel tempo, intorno alla Corsa del Palio ci sono ancora alcune curiosità che non sono state completamente chiarite, nostra intenzione è proprio quella di proporre alcune spiegazioni plausibili e nuovi spunti di riflessione che riguardano anche l’evoluzione urbanistica della nostra città.

La prima curiosità riguarda  proprio  il luogo di partenza della corsa: la chiesa di S.Andrea in Lagia; così  infatti recitano gli Statuti: “…Miles, seu socius Domini Vicarij […] accedere debeat ad Sanctum Andream in Lagia, cum volentibus ad palium currere, et ipsis adscriptis ibidem si fuerint saltem duo; ipsos citra et juxta Lagiam stare facet seriatim…”, quindi chiunque vorrà correre il Palio dovrà posizionarsi presso la Lagia (al di qua e presso la Lagia, secondo il testo) pronto per partire  verso Narni.

La chiesa di S. Andrea in Lagia all’epoca era posizionata lungo la Flaminia, ed il toponimo Lagia col tempo si è trasformato in Laia, il nome del lungo corso d’acqua che scorre lungo la Sabina per arrivare a Narni, dividendo la diocesi della Sabina da quella narnese.

Prima dell’ubicazione della chiesa è interessante notare che l’idronimo Lagia è un termine comune che indica spesso propio un corso d’acqua – cosa che ci è testimoniata anche dal volume “Sabina sagra e profana” di Francesco Paolo Sperandio, pubblicato nel 1790, e che raccoglie vari documenti inerenti la storia della Sabina nel corso dei secoli.

Qui, nella riproduzione di una breve  di Papa Clemente XII del 1708, nel chiarire i confini della regione, appare la seguente frase: “…terminum divisorium diocesis Sabinae, a diocesis Narniensis, esse quondam foveam seu fossa qui vulgariter dicitur la Laja…” (ringrazio Claudio Magnosi per la fonte storica).
Il termine latino fovea può essere tradotto come fossa, buca, ma anche antro (di una grotta), mentre il Du Cange suggerisce un’ulteriore significato al termine Lagia: semita, ovvero sentiero, viottolo, ma anche solco (del terreno).

Da tutto ciò si evince quindi la diruta chiesa di S. Andrea si trovava presso il torrente Lagia, e che questo toponimo può riferirsi sia ad una fossa che ad un corso (d’acqua o nel terreno in questo caso), ma dove era esattamente la chiesa?

Fino qualche anno fa’ – quando la vegetazione non aveva ancora modificato parte del territorio circostante  – i resti di un’arco di fattezze medievali erano ancora visibili proprio lungo il corso più accessibile del torrente, vicino la strada Flaminia. Oggi purtroppo la struttura sembra completamente occultata (o forse fagocitata) da altre costruzioni moderne, ma chi ha memoria può testimoniare della sua presenza, e quindi avvalorare la presenza della chiesa propio juxta Lagiam – come recitano gli statuti.

A questo punto abbiamo stabilito – con una certa sicurezza – il punto di partenza del Palio: dalla chiesa di S.Andrea,  lungo la vecchia Strada consolare, i fantini corrono verso Narni, risalendo la strada principale, un percorso abbastanza aspro e sicuramente non breve: quasi tre chilometri risalendo la Flaminia – che all’epoca era probabilmente in sterrato e piena di impedimenti – con gli spettatori assiepati lungo il percorso, pronti a  tifare o a cercare di ostacolare i fantini con ogni mezzo.

L’articolo degli statuti infatti mette in guardia gli eventuali “guastatori”:

…nullus de civitate Narniae, vel aliunde faciat aliquod impedimentum, seu obstaculum ad poena X librarum cortoniensium…”.

L’abitudine di ostacolare i fantini lungo il percorso era infatti pratica comune nelle feste popolari: anche nella corsa del Bravio di Terni (di cui abbiamo parlato sopra) c’è infatti un simile richiamo, quando si specifica che “nessun cittadino, di qualsiasi  condizione, sia abitante del comitato o anche forestiero e di qualsiasi sesso, osi o presuma dare o provocare qualche impedimento in qualsivoglia modo ai cavalli mentre corrono il bravio, sotto pene pecuniarie o personali…”.

Una volta giunti in città, il primo tra i currentes che riuscirà “toccare” il Palio, lo avrà come premio. Il fatto che il vincitore debba solo toccarlo è legato anche alla sua posizione: il Palio “…stare debeat supra Petronum, ubi est affixa catena, et qui primus attigerit, acque pervenerit ad ipsum Petronum ipsum Palium tradatur et detur per illum tenentem…”.

Ora, due sono le curiosità che sorgono dalla lettura di questo brano, e la prima riguarda proprio la modalità di attribuzione del Palio: il primo cavaliere che pervenerit (ovvero giungerà) o attigerit (toccherà) il Palio lo avrà in premio. Questa procedura si ripete anche nei sopraccitati documenti ternani del 1427, anche  in quel caso infatti “..il bravio verrà concesso al cavallo che primo sarà arrivato col fantino sopra di lui e il cui fantino avrà toccato quello..”.  L’annotazione sul fantino che dovrà arrivare sul suo cavallo fa pensare che – come avviene ancora oggi a Siena – potevano esserci anche cavali scossi, che avrebbero potuto arrivare prima degli altri, ma senza  ricevere il premio.

La seconda curiosità riguarda invece il termine Petromum: per molto tempo si è ipotizzato che questa parola indicasse genericamente una pietra, o un cumulo di pietre, su cui veniva issato il Palio. Sulla sua ubicazione in città non c’è mai stata un’ipotesi generalmente accettata, ma chiaro è che la linea dell’arrivo doveva trovarsi nel centro cittadino, come già accade in altre realtà simili (sempre per citare il caso di Terni la corsa finiva nella piazza delle Colonne “…sulla colonna dove viene misurato il grano..”, oggi Piazza del popolo).

Oggi proponiamo qui un’altra ipotesi: il termine Petronum  appare infatti in altri contesti urbani in Italia ed all’estero, spesso collegato ad un luogo dove si amministra la giustizia, un arcaismo che dal latino passa al Provenzale, e da qui torna nell’uso comune anche nell’Italia Comunale.

Come spesso accade per i vocaboli presenti negli Statuti del 1371, molti termini legali sono il frutto della contaminazione tra una radice tardo latina e la sua evoluzione nel volgare, per cui la lingua latina degli statuti redatti tra 13° e 14° secolo in Italia risente di questa necessità di arrivare ad un pubblico più ampio, non è ancora volgare (come sarà, invece, in parte dei più tardi statuti Ternani) ma non è più latino classico.

Ecco quindi che un termine come Petronum non è semplicemente traducibile come “cumulo di pietre”, ma si collega ad altre  tradizioni: nell’ambito francese medievale, ad esempio, il  termine Perron (proprio dal latino  petronus) indicava proprio la colonna presso cui i sovrani usavano ricevere  i loro vassalli, di norma posta di fronte al palazzo del potere, ed infatti di fronte a molti municipi c’era una simile colonna  dove si amministrava la giustizia, ovvero si leggevano le sentenze e si eseguivano le punizioni.

A  Liegi – ad esempio – il petronus (i.e. Perron) divenne il nome stesso di una scala sormontata da una colonna, presso cui venivano letti i decreti pubblici e si eseguivano alcune sentenze.

In altri luoghi, soprattutto nell’Italia subalpina, ed in ambito francofono, il perron era infatti una sorta di tribunale “open air”, municipale o comitale, presso cui si svolgeva parte dell’attività legislativa.

La particolarità del petronun narnese però è anche la presenza di una “catena” (cit. “…ubi est affixa catena..”), sopra la suddetta colonna, e quindi – osservando le strutture presenti in Piazza dei Priori – l’occhio non può che cadere sulla “gogna”, la parte centrale del Palazzo dei Priori, dove sono ancora ben visibili i segni degli anelli per le catene ed addirittura i solchi lasciati nella pietra riconducibili alla posizione assunta dal condannato.

Tra l’altro la forma originaria della tipica gogna è quella di una colonna, a cui è fissato un collare di ferro per mezzo di una catena.

A questo punto possiamo ipotizzare che il petronum narnese, su cui viene issato il palio che i cavalieri dovranno toccare, non sia altro che il tronco di colonna che oggi si trova all’interno del loggiato di Palazzo dei Priori (forse spostato qui per preservarlo dalle intemperie del tempo, in un passato  più recente) proprio dietro la colonna centrale, e che – curiosamente – somiglia molto ad un cippo usato per le decapitazioni che oggi è  ospitato all’interno della cattedrale di Salerno (anche per questa informazione ringrazio Claudio Magnosi), e a sua volta analogo ad altri manufatti simili in Italia ed in Europa.

Ora abbiamo alcune certezze in più riguardo al Palio narnese, e con questo intervento speriamo di aver soddisfatto anche qualche curiosità, e  di averne stimolato altre, in relazione alla gara ed all’assetto urbano della città medievale nei suoi spazi comuni.

Fabio Ronci