Il senso dello spazio nella cultura medievale

Seppur con limitazioni e regole siamo tornati a vivere i nostri spazi: piazze, vie, monumenti storici, campo dei giochi. Spazi nostri, non solo perché viviamo nella dimensione spaziale, o come sarebbe più corretto affermare, spazio-temporale, ma anche, e soprattutto perché, questo spatium lo trasformiamo continuamente in qualcosa di nuovo e diverso; siamo proprio noi la discriminante che vivendolo lo rende una costruzione sociale. Ma il termine nel tempo ha assunto significati diversi.

In età altomedievale per esempio è completamente assente la nostra nozione di spazio: spatium indicava una distanza e non un concetto astratto o matematico; anzi il sistema di rappresentazione medievale si basava proprio sulle “distanze” generate dal binomio fondativo creatore-creazione (le creature vengono di conseguenza): il “perfetto” e l’ ”imperfetto” non possono condividere lo stesso piano e per questo si generano relazioni spaziali che danno origine ad un sistema gerarchico polarizzato da coppie di opposti (caro-spiritus, terra-coelum, intus-foris e così via) e caratterizzato dall’idea della diffusione (dal perfetto all’imperfetto). In particolare la relazione antinomica alto-basso costituisce l’asse che coordina lo spazio cristiano, asse che è discendente nell’incarnazione ed ascendente nella redenzione e assunzione): essa non solo è all’origine della verticalità dei mondi «al-di-là», ma spiega anche come nel mondo umano, per sua natura intermedio, lo spazio si carichi ed esprima una complessa simbologia. L’arte narnese offre notevoli esempi per capire come poi venissero messi in pratica questi concetti: chi non ha in mente il contrasto tra il giardino perfetto e la
ordinata architettura dentro le mura della casa di Maria contro il caos dell’incolta
vegetazione all’esterno nell’opera dell’Annunciazione di Benozzo Gozzoli?
(intus/foris e terra/coelum), oppure la forte carica di ascensione verticale
nell’Incoronazione della Vergine di Domenico Ghirlandaio? (terra/coelum e caro/spititus). Regaliamoci qualche minuto al Museo Eroli per osservare queste meravigliose opere.

In ogni tempo della relazione tra uomo e spazio fisico inteso come “contenitore” di azioni umane (coltivazione, residenziali, religiose) questo ha sempre avuto bisogno di essere analizzato nelle sue dimensioni geometriche e quantitative. Il finis (confine) e qualunque elemento lo rappresenti, dalla semplice pianta o pietra al cippo, trasformano lo spazio in un reticolo geometrico e divengono i soli strumenti utili per difenderlo e riconoscerlo nelle parti prescelte, compensando la perdita del tempo felice del regno di Saturno. La cartografia restituisce con generosità toponimi riferibili a località che devono il loro nome al fatto di essere stati luoghi di confine: Termini e Configni sono due tra gli esempi più semplici presenti nella toponomastica narnese. Su di essi in tempi remoti avrà sicuramente vegliato Terminus, divinità tutelare dei confini, emanazione di Giove, il dio dell’ordine che, succedendo al caotico Saturno, avrebbe liberato l’umanità dallo stato ferino primordiale attraverso una serie di stimoli, che portarono all’invenzione dell’agricoltura, della pro­prietà privata e naturalmente del segno di confine. I Romani probabilmen­te ereditarono questo modello cosmogonico dalla vicina cultura etrusca. Nel­la cosiddetta ‘profezia di Vegoia’ si racconta infatti che, quando Giove prese possesso di questa terra, provvide a delimitarla servendosi di cippi terminali, in modo tale da rendere «conosciuta ogni cosa» (terminis omnia scita esse voluit). Per questa ragione la loro rimozione è destinata a provocare crisi di natura sociale. Se non nella cultura religiosa medievale sicuramente nell’ordine delle cose ciò è ancora vero nel XIV°secolo, come testimonia la fonte dello Statuto narnese al Libro III cap. LXX De eo, qui exterminaverit terminum) e lo è ovviamente tutt’ora.

 “Ci siamo, se farò ancora un passo non sarò mai stato così lontano da casa mia”, dice preoccupato e impaurito Sam a Frodo prima di uscire da La Contea (Signore degli Anelli).

Il fines è anche una soglia che assume un preciso valore come archetipo del confine fra il noto e l’ignoto, fra ciò che ha ordine e ciò che ne è privo e si fa pertanto temibile e minaccioso. Non si tratta solo dei «confini del mondo» e del caos che vi si immagina al di là, ma anche della porta – o delle porte – della città.

La porta urbana non rappresenta, come spesso si è indotti a supporre, un limite rigido, bensì un permeabile confine di “civiltà”. Massimo Montanari ha dimostrato come, attraverso l’incontro fra civiltà romana e civiltà germanica, il bosco-foresta diventa compatibile con ‘cultura’ e città, in modo tale che terrae et silvae – colto e incolto – si armonizzano nello spazio.

Ma lo spazio medievale è anche realtà aperta. Segno di questa apertura sono gli scambi commerciali, le mercanzie che si vendono fuori e quelle che non possono invece entrare e a tal proposito sono numerosi i capitoli degli statuti che regolano tassazioni e sanzioni per chi contravviene (solo qualche esempio, libro I cap CCLXII- libro III Cap. CLV), indice che quindi la “vitalità” sul confine era alta. Segno di questa sono anche i religiosi e i pellegrini che misurano lo spazio anche con il tempo (percorrenza a giornata). E questo territorio pieno di significati, nei lunghi secoli che ci hanno preceduto, era spesso ritenuto da chi usciva dalla città per lavorare fuori le mura, ancora sicuro e conosciuto perché raggiunto dal suono della campana e diventava più ostile quando troppo ci si allontanava dal cuore della città e lo scampanio non si avvertiva più.

Eleonora Mancini