La pietra dei miracoli e l’acqua di San Giovenale

La scritta, “Ic est tumulus miraculorum”, che guardando da piazza Garibaldi appare in una pietra collocata al lato del portale della cattedrale, verso il campanile, è stata scolpita per indicare il “tumulo dei miracoli” interno alla chiesa, ovvero la tomba di san Giovenale immurata nella cinta urbana, quasi a costituirne le fondamenta.

E’ una epigrafe preceduta da una croce che sembra sostituire l’inespressa lettera “h” della prima parola; e che si osserva con difficoltà, per l’altezza e per la mancanza di contrasto nella parete. Per cui è poco nota, e l’evidenza si deve a Marco Bartolini, in “Relazione Corteo Fraporta” 2011; e a Quintilio Palozzi in “La cattedrale di Narni nell’anno Mille già esisteva”, del 2016.

Una iscrizione per additare quel sepolcro venerato dai fedeli e dal quale si riversava una sostanza liquida: una “sudoris aqua” che nel colore ricordava il sangue e che, raccolta con una spugna e conservata in un’ampolla, era applicata sugli infermi che confidavano in una guarigione. Come lo storpio Morico di origine irlandese il quale, di passaggio a Narni nel 1233, richiese il “licore” al custode Giacomo e al parroco Berardo, e dopo aver unto con il liquido la parte malata, subito recuperò l’uso delle gambe. E la guarigione avvenne alla presenza dell’incredulo Rufo, cittadino romano, e di alcuni narnesi, che furono testimoni di un evento codificato in un cartolario, poi trascritto negli “Acta Sanctorum”.

Una traccia del liquido si avvertiva ancora nel 1642, quando su richiesta del vescovo Giampaolo Bocciarelli nella notte del 17 aprile fu riaperto il sepolcro del Santo, e tra lo stupore dei presenti “fu trovato fino all’altezza della superficie di esso corpo, tinto di colore sanguigno”, come si trae dalle “osservazioni” del narnese Paolo Mangonio, riprodotte da Ludovico Iacobilli nelle “Vite” alla nota “Hist. de duobus SS. Iuvenal, fol. 28”.

Il contenuto del rinvenimento fu poi incastonato nel nuovo deposito costruito sotto la Confessione, dove tuttora richiama i tanti prodigi verificati nel corso dei secoli, che il citato Iacobilli alla metà del Seicento riassumeva in “render a Ciechi il lume, a Sordi l’udito, a Zopi l’andare, a l’infermi la sanità, a vessati da spiriti maligni la liberazione col solo contatto di quel sacro corpo”. Un “corpo santo” pure invocato per allontanare quei mali che nel tempo hanno minacciato e che ancora affliggono la comunità, quali il terremoto del 1703 e la calamità che stiamo atraversando.

L’insegna che annunciava “il tumulo dei miracoli”, affacciata su una piazza che era detta del “Lago” per la conserva d’acqua che vi stazionava, racchiude una memoria in qualche modo veicolata dall’acqua: e venivano dal mare anche quei quaranta mercanti che, salvati da un naufragio per mediazione del Santo narnese, con generose offerte contribuirono alla costruzione della primitiva basilica, come dagli “Acta Sanctorum” e dalle altre fonti che raccontano la storia di san Giovenale, primo vescovo e patrono di Narni.

Claudio Magnosi