Le milizie comunali e le armi in uso nella Narni medievale

Alcuni fanno risalire la prima organizzazione comunale narnese alla data del 1111 allor quando il pontefice Pasquale II scrive una lettera a Enrico V, da poco incoronato imperatore, lamentandosi dell’inobbedienza delle autorità e del popolo narnese.

Altri posticipano questa data al 1143, anno della donazione al comune di Narni, da parte del Conte Transarico di Miranda, di tutti i suoi possedimenti. Ma poiché nel documento della donazione si legge che altri castelli avevano fatto già atto di obbedienza e sottomissione alla città di Narni, come Perticara, Collescipoli e il Castello dell’Isola, si può dire che “la prima associazione giurata tra gruppi di cittadini”, possa, tranquillamente, essere retrodatata.

Da un’ulteriore documentazione, lo storico locale Bruno Marone, individua la nascita di questo potere : “in un documento del 1082, i boni homines de Civitate Narniae, vengono chiamati come testimoni nella ricomposizione di una lite patrimoniale tra Farfa ed un importante gruppo parentale “.

Dunque in quel periodo Narni divenne più autonoma, elevandosi poi a comune forte e potente ed estendendo il proprio dominio e la sua giurisdizione nelle località e territori vicini; ciò presuppone che Narni disponesse di un consistente apparato militare e burocratico.

Per conoscere quale fosse l’organizzazione militare del Comune Narnese abbiamo due strade, i documenti e la storiografia. Per la prima abbiamo molti spunti proprio negli statuti comunali del 1371, dove troviamo elenchi di armi e normative varie, per la seconda possiamo avvalerci della prassi in uso nei comuni italiani.

Le armi, in uso, vengono elencate su più capitoli degli Statuti.

               Al libro I° cap. XIV, si stabilisce che…” castellani, podestà, sergenti, torrieri siano muniti di “cervelliera, gorghiera, lancia, balestra, coltello de perhide, corsetto” .

               Nel cap. XCV si obbliga che…” i Priori indaghino che, nella Camera del Comune, siano sempre disponibili, tra altro, 6000 quadrelli “.

               Nel cap. CCLXIV si vieta di portare armi in città e nei borghi, spada, stocco, quadrelletto, cavallotta, mandaria, roncola, coltello malizioso.

               Nel libro III° cap. X, fra le pene, chi reca offesa armato di…. lancia, spiedo, clavarena di ferro, mazza di ferro o legno, coltello, stocco, spada, mandaria, falcone o roncola, accetta o zappa.

               Nel cap. XI dello stesso libro, per chi percuote od uccide, con…coltello, spada, spuntone, stocco, rovaria, spiedo, lancia, mandarese, falcastro.

               Nel cap. LXXVI, si autorizzano i cittadini, che hanno inimicizie a proteggersi con…. corsetto, corazza, gorghiera, cervelliera.

               Nel cap. CCXXXV del medesimo libro III° si vieta ancora di portare in città… balestra, arco, pallottoliera.

Possiamo, ora, provare a conoscere come era strutturato l’oste comunale.

Gli eserciti comunali, organizzati in base ad unità civiche, sono per lo più costituiti da cittadini, montati o appiedati, reclutati in base alla suddivisione in quartieri e parrocchie.

In ragione della disponibilità di uomini validi e della loro ricchezza, le forze comunali si organizzavano a gruppi di venticinquine, in compagnie e secondo i terzieri, di cui ben conoscevano le insegne, combattendo sotto di esse sin dalla maggiore età.

La cavalleria, componente essenziale ed elemento risolutivo di ogni combattimento, appare come elemento principale dell’esercito comunale narnese. Era formata da cittadini soggetti all’imposta della cavallata e in possesso del ”cingolo militare”.  Gli statuti normano ambedue i casi.

               Nel libro I° cap. CXCIV si stabilisce che…” chiunque della citta, o del contado, sia voluto salire e salga al cingolo militare, nella festa di S. Giovenale…abbia e debba avere 100 fiorini d’oro dalla camera narnese.

Veniva poi stabilito, libro I° cap. LXXXIV che… “il Vicario della città, o qualche ufficiale o i suoi dipendenti, non possano, ne debbano ricevere, per cavalcare, dei cavalli d’accavallata del Comune”; che si presume venissero custoditi ed allevati, in contrada “Stallatorio” visto che questa assume un’importanza tale da essere, per la sua manutenzione, menzionata nel libro I° cap. LXXI.

Complesso è il discorso per quanto riguarda l’allevamento. È difficile infatti indagare come venissero allevati i cavalli necessari agli eserciti comunali e chi si sarebbe preso la responsabilità della loro custodia e mantenimento.  In Lombardia e nel veronese è stata evidenziata la presenza di un buon numero di “ feudi da cavallo” o ” feudi da ronzino”, i cui detentori erano tenuti ad allevare cavalli e a fornirli in caso di bisogno. Stesse difficoltà per conoscere i mercati dove potevano essere acquistati, visto che le attestazioni di mercati specializzati sono più tarde.  A Perugia, ad esempio, il mercato destinato ai cavalli si teneva il giorno di Ognissanti, nel borgo di S. Pietro.  ( Paolo Grillo. I cavalli in tempo di pace )

E sono i cavalli che assumono valore primario visto che si dispongono capitoli statutari che …”se qualche cavallo in qualche ambasciata, masnada, scorreria, battaglia, o scontro del Comune di Narni fosse morto, ferito, magagnato” ( da mangano)… sia fatto risarcimento o restituzione del cavallo con decreto del Consiglio “. libro I° cap CCIV.

Ma, per conoscer quale poteva essere il risarcimento adeguato per un cavallo perduto in guerra, dobbiamo rifarci alla documentazione di comuni più o meno vicini.

“Gli statuti di Viterbo del 1252 fissano per gli indennizzi un tetto di 40 lire, ma quelli bolognesi del 1282 lo alzano a 100 lire. Nei primi decenni del Trecento, quando le valutazioni sono fatte oramai in fiorini, gli indennizzi più bassi vanno da 8 a 16 fiorini per un ronzino, ma sono di 90 o addirittura di 120 fiorini per un destriero di valore”. ( Barbero, il cavallo come risorsa bellica. )

Di questa attenzione si ritrova riscontro anche nel libro III° cap .XLII, dove tra le pene da pagare per chi percuote gli animali, quella contro un cavallo riconosce la condanna maggiore, 25 libre di soldi cortonesi. Che il cavallo sia tra le preoccupazioni maggiori, si evince anche dal cap. LXXVI libro I°, dove per la fabbricazione di selle e finimenti, strumenti essenziali per la monta e addestramento, si stabilisce che……” nella città di Narni ci sia e ci debba essere un idoneo sellaio forestiero, che debba stare e rimanere nella città di continuo, per esercitare quell’arte per un compenso adeguato….”.

Alla cura dei cavalli e nelle cavallate, era posto un “Marescalco”, di cui lo statuto si occupa “ad personam” visto che …….”Menico Guglielmo figlio del mastro Poncio, maniscalco del Comune, è talmente debilitato per vecchiaia…… e Menico suo figlio, è idoneo ed utile, per la detta arte di maniscalco del Comune,….ed anche sostenitore del presente stato ecclesiastico di questa città, che detto Menico sia maniscalco del Comune. Però lo stesso Menico sia tenuto a partecipare personalmente, con i soldati della città, in guerra e nelle scorrerie a cavallo….” .

Detto della cavalleria, il resto della formazione militare comunale era composta da fanteria “ levata” per popolo, d’età compresa fra i 15 e 70 anni,  tra cittadini atti alle armi.  Erano registrati in gruppi, di venticinquine, con un soprintendente, il “Capocento”.

 Nel libro I° cap. LXXXIX si stabiliscono, modi di elezione e compiti

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In base a questi raggruppamenti l’esercito si organizza in battaglia, ad eccezion fatta dei cavalieri, con gruppi di specialisti: balestrieri, arcieri, pavesari. Nella prassi bellica si nota come i pavesari, con i loro grandi scudi, siano sempre dislocati accanto ai tiratori, con compiti di copertura, anche dell’intero fronte dello schieramento di battaglia, pronti a sostenere e respingere, armati di armi in asta, la carica dei “feditori “ nemici.

Tra le armi in dotazione, ai corpi specialisti che troviamo tra gli Statuti Narnesi, spicca la balestra che assume un’importanza maggiore tra tutte visto che gli statuti obbligano i Priori a munirle di 6000 quadrelli, sempre disponibili. Ciò fa pensare ad un cospicuo numero di specialisti, visto che Firenze nel 1256 ne assoldava con un numero di 10 verrettoni per balestra.

Altra arma da lancio in uso a Narni, oltre a balestra e arco era la “pallottoliera” sorta di balestra che lancia gli “stromboli” ossia, palle di ferro.

Tra le armi in asta in uso ai pavesari e alla fanteria compaiono armi di derivazione contadina quali  falcione, mandaria, falcastro, rovaria, spiedo e la clavarena o chiaverina più idonea al lancio. Per le armi bianche, sempre in uso alla fanteria, il coltello “malizioso”che provoca ferite profonde e il coltello “ de perhide.

Discorso a parte meritano la spada e lo stocco. La spada usata prevalentemente per fendenti, si perfezionò nello stocco più efficace nel penetrare tra gli spazi di difese sempre in evoluzione. Quest’ultimo di importazione angioina, presente per la prima volta alla battaglia di Benevento nel 1266,  per l’alto costo di fabbricazione, era utilizzato solo dalla classe magnatizia.

Accanto alle truppe propriamente cittadine, che probabilmente fornivano all’esercito la maggior parte degli specialisti, una grossa quota di uomini era data dal contado. La prevalenza di queste truppe particolari, come marraioli, picconatori, palaioli, segatori, si nota, nel suo insieme, per l’uso di zappe, pale ecc. use al guasto del territorio nemico e ad opere di difesa e accampamento.

Sarebbe un errore pensare che il ruolo delle truppe ausiliarie si limitasse soltanto ad un impegno di supporto. Sappiamo che queste truppe, nel mezzo della mischia, si distinguessero per far cadere il cavaliere recidendo le cinghie della sella o trascinandolo a terra mediante falcioni, roncole o uncini. Come accadde, secondo cronache del tempo, a Guglielmo il Maresciallo a Drincourt, postosi in salvo dopo aver visto morire l’animale, o Filippo Augusto a Bouvines  disarcionato da “ uncines et lanceis gracilibus “ o ancora, quando, un “ vulgus “ armato di forconi mando’ a terra e uccise il maresciallo Riccardo, nel 1234, dove “ il quadrupede , sempre piu’ enervatus“ resistette allo sventramento e al dissanguamento fino a quando gli furono tranciate le zampe a colpi di scure, e solo allora Riccardo non potè più stare in sella e fu’ trafitto previo sollevamento dell’usbergo.

Il furore, poteva indurre ad abbattere i cavalieri perfino afferrandoli con le mani o a pugni, quest’ultimi presumibilmente rafforzati dalle protezioni metalliche dei meglio equipaggiati. Era chiaro a tutti che cadere da cavallo in combattimento comportasse normalmente gravi rischi e che l’animale era spesso più vulnerabile del cavaliere. Ne poteva conseguire la riluttanza a ingaggiare combattimenti rischiosi per la cavalcatura, di cui, come abbiamo visto, si aveva una concezione anche patrimoniale. Non è solo l’epica a deplorare la morte di tanti cavalli di gran pregio!

 Gli appartenenti all’oste comunale, godevano negli statuti comunali, del diritto di una sorta di  risarcimento ed assistenza. Nel libro I° cap. CCXII si stabilisce che… “ qualsiasi cittadino povero o contadino della città,  percosso, impedito o mal ridotto, in battaglia, masnada, o scorreria a cavallo al servizio del Comune di Narni, sia aiutato per le spese mediche, con i beni del Comune, e per la vita dello stesso, per una quantità di 200 libbre cortonesi”.

Con alti e bassi, dovuti alla mutevolezza della sorte, lo schema può ritenersi costante nel tempo, perlomeno fino a quando la crisi demografica, economica, sanitaria che attraverso tutto il trecento non impose cambiamenti definitivi. A Narni l’autonomia comunale cessò con la “ reconquista albornoziana “ a datare dalla metà del Trecento da quando, almeno, il Rettore del Patrimonio del Beato Pietro in Tuscia, impone il “ focatico “ di 200 libbre di denari paparini al Comune e la sottrazione amministrativa e giurisdizionale, di castelli  assoggettati o volontariamente sottomessi. E poi la Rocca e poi gli Statuti….

Marco Carlini