Melusina e Morgana

Miti e leggende del Medioevo: Melusina e Morgana

Non è facile sintetizzare secoli e secoli di tradizioni orali, di consuetudini trasformate in leggende, di antropologismi che han creato i miti, di paesi che han creato leggende, di uomini che han creato storia, di donne divenute leggenda… Tutti sono stati e sono tutt’ora oggetto di studio. Innumerevoli libri son stati scritti. Innumerevoli storie da raccontare… e questa è un’altra storia…

Melusina è “dicotoma” prima e “trina” poi, la sua altra parte, il suo paredro, è Morgana, più famosa e temuta e più legata al ciclo bretone, ma suo complemento ed antitesi.

Melusina è “magia” donata ad un mortale, con uno scambio di promesse che finisce alla rottura di un patto con l’allontanamento della stessa, Morgana è “magia” ceduta in cambio di un’impresa ad un mortale che finisce per pagarla scomparendo con essa nel mondo ultraterreno.

Melusina è dunque, secondo la classificazione di Laurence Harf-Lancner, la fata amante portatrice di felicità, Morgana, è la fata che trascina nell’altro mondo il proprio amante o sposo umano, quindi fata dell’infelicità. Anche se poi, la felicità melusiniana, come già detto, non si libera completamente dal male originale e rimane sempre in bilico tra essere umano e animale diabolico.

Morgana, quindi, nonostante venga dalla stessa matrice di Melusina, (il nome significa “Nata dal Mare” e non a caso nel Roman de Melusine è la sorella di Presine, la madre di Melusina) è stata per questo quasi sempre vista con l’accezione negativa, rimando confinata nel mito, non scendendo a contorni più umani, identificabili in persone o luoghi, divenendo leggenda.

Morgana, per il mito arturiano è la sorellastra di re Artù, figlia di Igraine ed il suo primo marito duca di Cornovaglia, la fata, l’incantatrice per eccellenza, tanto da dare il proprio nome ad un effetto ottico che fa apparire le figure sospese. Come Melusina è molto discussa per la sua ambiguità, ora positiva, ora cupa ed oscura, comunque connessa all’energia lunare, portatrice di conoscenza in quanto herbaria, astronoma e astrologa, consigliera del re, ammaliante e seducente. Il medioevo maschio non poteva che considerarla diabolica, in senso assoluto, per i più.

La differenza sostanziale con Melusina è che Morgana non è “materna e dissodatrice” (J. Le Goff) Morgana è il potere, Morgana porta con se Artù ad Avalon alla fine, quindi vince, rendendosi così ancor più pericolosa agli occhi degli uomini, Melusina alla fine invece fugge disperata, divenendo una vittima, redimendosi e diventando più simile alle donne comuni.

Eppure e infatti, entrambe sono assimilabili al culto ancestrale della dea Madre, legate agli elementi naturali, portatrici di fecondità e prosperità.

Nonostante l’avvento del Cristianesimo abbia demonizzato i vecchi dei e contemporaneamente “cristianizzato” ove possibile le vecchie usanze, i riti più ancestrali, legati alla terra che scandisce ancora il tempo e la vita stessa del medioevo, finiscono per fondersi fra il sacro ed il profano, ma permangono profondi nell’essere dell’uomo e soprattutto della donna (figlia di Eva, portatrice di peccato) che in essi trova il rifugio nel quale essere se stessa e non solo il simbolo del male. Nella natura, le donne sono i primi medici non riconosciuti della storia (fino a Paracelso), conoscitrici delle erbe, e dei rimedi naturali, del cammino delle stelle e dell’andamento delle stagioni… “… Per questo motivo, per le religioni, la Donna è madre, nutrice e custode. Gli dei sono come gli uomini: nascono e muoiono con la donna. Regine, maghi di Persia, Circe maliarda, sublime Sibilla, non sono altro che il frutto di una metamorfosi: a colei che tramandò le virtù delle piante e il cammino delle stelle, che porgeva oracoli al mondo prostrato, mille anni dopo, le si dà la caccia come fosse una belva selvatica; è inseguita, umiliata, lapidata, piegata sui carboni ardenti…” (Cecilia D’Abrosca, antropologa culturale)

Melusina e Morgana, attraverso Circe, Diana, Sibilla, sono il frutto medievale della metamorfosi, due dei tre volti della triplice Dea, colei dalla quale sono nati tutti gli altri dei.

Le tre fasi della Luna, le tre Marie del culto cristiano, le tre fasi della donna, la fanciulla (la Vergine) la madre (Dea Madre propriamente detta), la anziana (la Strega).

Melusina è il volto medievale della Dea Madre, Morgana della Strega, l’Anziana che traghetta il mortale verso l’ultraterreno.

Ultraterreno che a Narni vanta una particolare incursione nel “terreno”, episodio alquanto singolare, scovato da Claudio Magnosi nel “Gran Dizionario Infernale, ossia Esposizione della Magia” libro ormai raro, edito a stampa nel 1870.

Si da per certo, in quanto “la verità è attesta dai leggendari, persone degne di fede, come ognuno sa” che nel secolo XI, una moltitudine di anime, tutte vestite di bianco, passassero sotto la città, viste da tutti, per andare alla “Nostra Donna di Farfa” ad espiare i peccati prima di poter ascendere al Paradiso…

Un miraggio collettivo dunque, una delle tante masnade Hellequin che Walter Map, chierico gallese alla corte di Enrico II Plantageneto, nel De nugis curialium (1182-1193), paragona, chiamandola familia Herlethingi, alla corte plantageneta, proponendosi di tracciarne un vero e proprio mito d’origine, avente fondamenta nelle origini celtiche della Gran Bretagna. Agli inizi del XIII secolo, anche Gervasio di Tilbury infatti, compone l’opera ”Otia imperialia” (1211), destinata sempre al diletto di Enrico II e comprendente una numerosa raccolta di mirabilia che attestano la presenza dell’esercito dei morti ovunque, dalla Catalogna alla Sicilia. Proprio da qui, a partire dal XII secolo, per influenza della cavalleria normanna, si diffonde in Italia la leggenda arturiana. Avalon, trova la sua trasposizione locale nell’Etna, sin dall’antichità considerato l’ingresso agli inferi e che, in epoca coeva, altri autori paragonavano al purgatorio. Ivi, la Caccia Selvaggia, la Masnada Hellequin, diviene “familia Arturi”.

Successivamente nel 1276, in una scena del “Jeu de la feuillée” di Adam de le Hale, messo in scena, non a caso, in occasione del Calendimaggio o di altra festa ciclica stagionale a carattere propiziatorio, è rappresentato il convito delle fate, ove un suono di campanelli annuncia l’approssimarsi della masnada di Arlecchino (che poi diverrà la maschera universalmente conosciuta)… Arriveranno fra gli altri, Croquesot il corriere-buffone e la fata Morgana seguita da altre due fate, Arsilla, buona e benefica, e Magloria, cattiva e dispettosa.

Morgana diviene quindi la trasfigurazione medievale della irlandese“Morrigan”, ossia “La Grande Regina”, Dea della morte che assume la forma di un corvo, e “Le Faye” (Il Fato), nonché della italica dea lunare Diana.

Diana, dea dei boschi, della caccia, è la dea principale (Diana Nemorense – 13 agosto) del ferragosto (Feriae Augusti), momento in cui si concentravano molte feste pagane come i Nemoralia o festa delle torce, i Portunalia, i Consualia, etc., che celebravano la fertilità della terra.

Anche dopo l’editto di Tessalonica, 380 d.C., che bandisce tutti gli dei ed i riti pagani, veniva invocata per proteggere le partorienti, per ottenere guarigioni e benedizioni, per invocare la fertilità dei campi la notte del 6 gennaio, nonostante fosse stata trasformata in vecchia megera e in signora delle streghe, lucifera figlia del demonio.

Nell’impossibilità di sopprimerla, la dea Diana trasmuta quindi, incorporandone tutta l’iconografia, la simbologia e i significati, in Maria, l’Assunta in Cielo.

Come Diana, Maria è vergine, come Diana, Maria è una rappresentazione lunare, come Diana, Maria è vergine-madre, e come Diana, Maria viene invocata per proteggere le partorienti, salvarsi, guarire…

A Narni il culto della Vergine Maria è il più sentito dopo quello del patrono Giovenale. Il Libro I Cap, XXVII – Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae, De Festivitatibus Custiodendis, obbliga al rispetto di tutte le festività ad Ella dedicate, non solo, particolari onori le erano concessi, come la consegna di un palio alla chiesa di S. Maria Maggiore ma soprattutto una processione “cum ceri accesi”, alla vigilia della festa di mezzagosto. I ceri alla vigilia di San Giovenale, unico parallelo in tutte le festività narnesi, venivano consegnati spenti alla Chiesa, la cera era assai cara, ed oltre a costituire un simbolo di vassallaggio dei Castelli e di importanza delle corporazioni, avrebbero poi illuminato la Cattedrale. Perché lo sperpero allora di tale patrimonio per quest’altra importante festa?… La processione, non era vincolata alle rigide regole delle corporazioni, è lecito desumere vi partecipassero, in coda, distanti anche le donne, altrimenti escluse dalle cerimonie ufficiali delle Arti.

Probabilmente il ricordo ancestrale, forte, dei Nemoralia, dei tre giorni alle idi di agosto della Festa delle torce, in onore della dea lucifera Diana, (passando per le quattro feste del fuoco legate ai momenti stagionali e lunari della quali è sacerdotessa Morgana) è stato duro da scalzare, tanto da cristianizzarlo in un momento solenne ed importante, associandovi contemporaneamente il simbolico significato di protezione dai demoni che figure come Diana e Morgana ormai rappresentavano per antonomasia.

De palijs offerendi per commune infrascriptis ecclesijs

Item statuimus, quod Vicarius dictae civitatis ad honorem, et reverentiam Onnipotenti Dei, et gloriosissimae Mariae semper virginis matriseuis, et beatorum Iuvenalis martyris, et Cassij episcoporum, et aliorum sanctorum, et sanctarum Dei offerat, et offerri faciat infrascriptis ecclesijs videlicet ecclesiae beati Juvenalis in die festivitatis ipsius in mense maij unum pallium sericum.

Et unum aliud ecclesiae Sancta Mariae Majoris loci Fraci Praedicatorum in die festivitatis ipsius de mense augusti.

Et unum aliud ecclesiae Sancti Augustini loci Fratrum Heremitarum in die festivitatis ipsius.

Quae pallia sint valoris infrascriptae quantitatis, videlicet.

Pallium pro ecclesia Beati Juvenalis quatuor florenorum de auro, et alia residua tria valoria XII librarum cortonensium pro quolibet, et hoc fiat expensis dicti Communis de pecunia Camera narniensis, et camerarius dictae Camerae procuret ante tempus, quod ipsa pallia habantur.

Palii da offrire dal Comune alle chiese sottoelencate

Stabiliamo che il Vicario della Città, ad onore e reverenza di Dio Onnipotente, della gloriosissima Maria sempre Vergine sua madre, dei beati Vescovi Giovenale e Cassio, e degli altri Santi e Sante di Dio, offra e faccia offrire alle seguenti:

Alla chiesa del Beato Giovenale, nel giorno della festività dello stesso nel mese di maggio un palio in seta.

Un altro alla chiesa di Santa Maria Maggiore del convento dei frati minori, nel giorno della festività della stessa nel mese di agosto.

Un altro alla chiesa di S. Francesco del convento dei frati eremitani, nel giorno della festività dello stesso.

Questi pali siano del valore seguente:

Il palio per la chiesa del Beato Giovenale di quattro fiorini d’oro, e per le altre tre chiese del valore di 20 libbre cortonesi per ciascuno, e questo sia fatto a spese del Comune narnese, e il camerario della Camera provveda che si abbiano i medesimi palii prima del tempo.

Liber I, cap. CVIII Statuta illustrissimae civitatis Narniae

De honore fiendo ecclesiae virginis Mariae in festa ipsius de mense augustii

Item statuimus ad specialem reverentiam virginis glorosiae matris Christi, quod dominus Vicarius dictae civitatis teneantur, et debeat juramento in vigilia festivitatis ipsius virginis de mensis augusti ire apud ecclesiam ipsius virginis loci Fratrum Praedicaturum, et secum ducere consiliaros Concili populi, et Communis, qui consiliarij una cum ipso dominoVicario ire debeant ad ipsam ecclesiam quilibet cum unum cereo, vel candela in manu accensa, et omnes, et singuli artifices, seu de artibus dicta civitatis videlicet, quaelibet ars per se faciat, et deferat unum cerum, vel plures, et hominibus dictarum artium videbitur, qui cerei portantum accensi, ut alij singuli homines vadant cum candelis accensis cum alijs hominibus universaliter ad dicta ecclesiam, et ipsi ecclesiae offerant es illo cero in dicta ecclesia, et de ipsis artibus intelligantur esse judices, et medici, et notarij, et qui contrafacerint ire nolentes, solvant pro banno, dicta Camerae C solidus cortonenses.

Et haec omnia publice banniantur per ipsam civitatem, ne quis valeat ignorantiam allegare.

Adijcimus, quod mane sequenti die festivitatis, ipse domnus Vicario faciat deferri ad ipsam ecclesia pallium, de quo supra sit mentio in hoc statuto, et si in hoc fuerit negligens perdat de suo salario XXV libras cortonenses.

Adijcimus quod si aliquis religiosus esset ibi suspectus, ad petitionem officij tales suspecti debeant amoveri, quod si non fecerint perdant dictum pallium, et totumid, quod deberant accipere a communepro elemosyna vigores praesentis statuti.

Del rendere onore alla chiesa della Vergine Maria nella festa della stessa

Stabiliamo, per particolare riverenza della Vergine gloriosa madre di Cristo, che il Vicario della città debba e sia tenuto a recarsi, sotto giuramento, nella vigilia della festività della stessa Vergine nel mese di Agosto, presso la chiesa della stessa Vergine del convento dei frati predicatori, e condurre con sé i consiglieri del Consiglio del popolo e del Comune, e questi consiglieri, insieme al Vicario, debbano andare a quella chiesa ciascuno con un cero o con una candela accesa in mano, e tutti e ciascuno degli artigiani, o delle arti della città, vale a dire, qualsiasi arte, per proprio conto faccia e porti un cero, o più, se gli uomini delle dette arti lo riterranno opportuno; e questi ceri siano portati accesi, e gli altri uomini vadano isolati, con le candele accese, con gli altri uomini, tutti insieme in quella chiesa, a alla stessa chiesa li offrano in quella sera nella detta chiesa, e delle medesime arti siano intesi essere i giudici, i medici, e i notai.

Coloro che avranno trasgredito, non volendo andare, paghino per sanzione alla Camera 100 soldi cortonesi e tutte queste disposizioni siano bandite pubblicamente per la città, affinché nessuno possa addurre a discolpa l’ignoranza.

Aggiungiamo che, la mattina del giorno della festività, il Vicario faccia portare il palio nella chiesa, di cui si fa menzione in questo statuto, e se in questo sarà stato negligente, perda 25 libbre cortonesi del suo salario.

Aggiungiamo che, se vi fosse presente qualche religioso sospetto, a richiesta dell’ufficio, i tali sospetti debbano essere allontanati, e se non avranno fatto ciò, perdano il detto palio, e tutto quello che, in virtù del presente statuto, dovrebbero ricevere in elemosina dal Comune

Liber I, cap. CX Statuta illustrissimae civitatis Narniae

Una civitade posta dunque sotto la duplice protezione del Santo Patrono Giovenale e della Vergine Maria, (la cattedrale intra moenia, prima cattedrale di Narni era S. Maria Maggiore, sorta sul tempio di Minerva, altra divinità femminile) retaggio di una società fortemente legata alla Madre, verosimilmente matriarcale, proveniente da una cultura antecedente a quella romana, antichissima, che affonda le radici nel Paleolitico, dove il Vescovo Giovenale iniziò la sua opera di evangelizzazione, lottando contro le radicate credenze pagane che tanto facilmente tendono a sovrapporre miti e divinità. Dalla Dea Madre a Diana, tramite Morgana e da Diana a Maria Vergine.

Talmente forte il legame con la Dea, col terzo volto della Dea, la primigenia Madre terra, da conservarne intatti divinità e simboli, senza nemmeno cristianizzarne i nomi…

… ma anche questa è un’altra storia…

Patrizia Nannini