Morgana e Feronia

Melusina è “dicotoma” prima e “trina” poi, la sua altra parte, il suo paredro, è Morgana, più famosa e temuta e più legata al ciclo bretone, ma suo complemento ed antitesi.

Melusina e Morgana, sono due dei tre volti della triplice Dea, colei dalla quale sono nati tutti gli altri dei.

Le tre fasi della Luna, le tre fasi della donna, la fanciulla (la Vergine), la madre (Dea Madre propriamente detta), la anziana (la Strega), le tre Marie del culto cristiano…

E il terzo volto? La fanciulla, la Vergine non madre?

La dea primigenia è ravvisabile in tutte quelle divinità legate strettamente alla natura. È l’energia nuova, libera, indipendente e spesso è personificata da una Dea degli animali selvatici come Feronia, la ninfa, la dea dei frutti nascenti, che a Narni vantava un culto del tutto particolare.

Antica dea italica, Feronia, Dea Vergine non soggetta a vincoli matrimoniali, accompagnata dal suo paredro Picus, il sacro picchio, (portatore del fuoco celeste connesso all’energia fecondante), è dea dell’abbondanza, discendente dall’antica dea etrusca Cavtha, “il sole che nasce”, trasfigurata a volte in Persefone, a volte in Giunone vergine. Figura femminile magica sorgente di vita, feconda di messi, legata alla natura, alla fertilità, ai boschi e alle fonti. La dea romana per definizione è una grande Madre, una triplice Dea, per la ciclicità con cui è legata all’uno o all’altro fenomeno della natura, come l’alternanza tra luce e tenebre e tra le stagioni.

Il suo culto privilegia luoghi lontani dai centri abitati, preferendo le zone selvagge ai centri urbani, il suo tempio più sacro è il bosco, ma “Feronia tutela ‘la natura’, le forze ancora selvagge del mondo dell’incolto, ma per metterle al servizio degli uomini, della loro alimentazione, della loro salute, della loro fecondità” (Dumézil), ponendosi nel punto di passaggio tra colto ed incolto come forza primigenia, ordinatrice del caos. Ad essa infatti si rivolgono gli schiavi che divengono cittadini liberi con la “manomissio”, perché anche qui Feronia segna il passaggio dallo stato selvatico a quello civile, poiché lo schiavo non era considerato un essere umano ma quasi un animale… così come il rituale di Diana Nemorense rende lo “schiavo” che riusciva ad uccidere il “Re dei boschi di Nemi” un uomo libero e a sua volta nuovo Re.

Feronia, donando allo schiavo una nuova vita, assume una dimensione sciamanica, acquistando anche il potere di muoversi tra il mondo dei vivi e quello dei morti, e del controllo sugli elementi naturali.

A questo punto il sillogismo fra Feronia, che è oltretutto anche dea del fuoco, Diana e Morgana, sacerdotessa nella ierogamia delle nozze sacre di Beltaine o nel velo tra i mondi che si assottigliano di Sahmain, entrambe feste del fuoco, è fin troppo facile.

Feronia è sciamana portatrice di nuova vita, come forza primigenia, Morgana è sciamana, traghettatrice di Artù morente nell’aldilà di Avalon, alla fine della vita, come   Anziana, terzo volto della Madre. La triplice Dea ha i suoi tre volti.

Feronia, Fortuna, Diana, Ana Hita, Dana, Anna Perenna, sino alla cristiana Befana e alla Vergine Maria… molte facce della stessa medaglia.

Passando per Morgana e Melusina.

Cambiano i nomi, cambiano i tempi e cambiano le genti, ma non il mito e le sue radici più profonde.

A Narni, un’altra delle festività da rispettare da Statuti (Libro I Capitolo XXVII – Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae) era quella di San Martino, che cade, quasi esattamente con quella dell’antica dea, l’11 novembre il primo il 13 ed il 15 la seconda (comunque a cavallo delle Idi di Novembre). La differenza di due giorni non cambia il cristianizzare usanze pagane attraverso santi di importanza particolare.

La festa di San Martino era una sorta di capodanno (si avvicina anche al Samhain celtico – di nuovo un accostamento col mondo celtico, che avvalorerebbe le ipotesi che la gens narniensis, discenderebbe dalle tribù di derivazione celtica dei Naharci, etimo dal fiume Nahar, il Nera) contadino nel corso del quale si mangiava e beveva (oche e vino) in abbondanza e Feronia è la dea del “sole che nasce” e dell’abbondanza.

San Martino è generoso, divide il suo mantello con un povero, Feronia libera gli schiavi. A San Martino si celebra la festa dei cornuti, eco delle feste pagane. In molte città che lo festeggiano si accendono falò, Feronia è la dea del fuoco… Non può più essere adorata come divinità, ma le sue prerogative rimangono intatte.

Non solo, Feronia a Narni è ancora “presente” grazie alla sua splendida fonte, che per secoli ha rifornito di acqua i narnesi, anche dopo la distruzione del tempio e del bosco sacro di elci che la circondava, (non a caso cari alle “streghe”) noto poi infatti come “Macchia Morta” – il toponimo tuttavia potrebbe riferirsi ad un altro sito del comitato narnese –

Fra li altri tempii che esistevano in Narni, dalla superstizione dei gentili applicati alle false deità, eravi quello del luco e fonte di Feronia in oggi con nome alterato detto quel sito Ferogna. Ivi probabilmente, come in altri luoghi, eravi il tempio e la statua della dea Ferocia…. essendovi anche presentemente un marmo in quel fonte in cui è scolpita una grande fiamma, forse l’insegna di quella antica vanità”. E aggiunge: “La verità si è che quella fonte avendo transito per miniere stimate è di un’acqua molto salubre e grandemente tenuta in pregio si quanto alla sua rara limpidezza, che la prerogativa che ha di facile digestione”. I primi cristiani di Narni dovettero certo abbattere il tempio e distruggere il sacro bosco, perché questo d’allora in poi si chiamò macchia morta, cioè non esistente, come rilevasi da un documento di donazione fatta al Monastero di Farfa, da Berardo figlio del q. Rolando, nobil’uomo del contado narnese e da Maria sua consorte, riportato dall’ illustre storico G. Eroli”

Manoscritto Cotogni

Idest omnia quae ego habeo infra comitatum narniensem, intus civitatem, vel de foris excepto petiam unam terrae ubi dicitur macc1a mortua, quae vocatur Ferone…”

Gregorio di Catino, Regestum Farfense

Quod non fiat iniuria, vel offensa mulieribus euntibus ad fontes.

Item statuimus, quod nullus verbo, vel facto dicat, vel faciat iniuram, vel offensam mulieribus, quae ad fonts aquarum in civitate Narniae, Feroniae, et canali Forminae pro acqua portanda in eundo, stando, vel redeundo, et qui contrafecerit solvat pro banno duplum eius poenae, quae continentur in statuto de simili maleficio, et cum multitudo mulierum occurrit ad ipsos fontes, vel ad aliquem ipsorum pro aqua sumenda, viri inter ipsas non debeant se immescere, nisi starent ad ipsum fontem pro aqua sumenda pro eorum necessitate, vel dominorum suorum, vel alicuius, in cuius servitio essent, et qui contrafecerit puniatur vice qualibet in CL solidis cortonensibus.

Proviso, quod parentes teneant filias suos impuberes, qui ad dictos fontes aliquam laesionem, vel levem infestationem non faciant, et hoc dominus Vicarius faciat per civitate Narniae publice bandiri, et possit imponere poenam, et bannum XX solidorum cortoniensium, et de praedictis Vicarius omni mense inquirere teneantur.

Non sia fatto oltraggio od offesa alle donne, che vanno alle fontane.

Inoltre stabiliamo che, nessuno, con parole o fatti dica o faccia un’ingiuria o un’offesa alle donne, che [si recano] alle fontane delle acque nella città di Narni, di Feronia e del canale della Formina per prendere l’acqua, nell’andata, durante la sosta o al ritorno.

Chi non osserverà tale norma, paghi come condanna il doppio di quella pena che è contenuta nello statuto per un simile delitto, e quando un gran numero di donne si reca alle medesime fontane o a qualcuna delle medesime per raccogliere l’acqua, gli uomini non debbano perdersi tra le medesime, se non stessero alla medesima fontana, per raccogliere l’acqua, per la necessità loro o dei padroni di qualcuno, di cui sono al servizio. Chi non osserverà tale norma, sia punito per ogni volta di 40 soldi cortonesi.

Resta inteso che, i parenti controllino i loro figli impuberi, in modo che non facciano qualche guasto o lievi danni alle fontane, e che il Vicario provveda e questo sia annunciato pubblicamente dal banditore per la città di Narni, e possa imporre una pena e condanna di 20 soldi cortonesi, e il Vicario sia tenuto, ogni mese, ad indagare sui predetti.

Liber III, cap.CXLIII Statuta illustrissimae civitatis Narniae

Quod fiat quaendam via possessionem hospitalis Sancti Jacobi a strata romana uscque in viam Feroniae

Item statuimus, quod per possessionem hospitalis Sancti Jacobi, per quam est quaedam via, perquam non patest commodo iri a strata romana in viam Feroniae, quod a dicta strada romana usquie in dictam viam Feroniae per locum magis commudum fiat quaedam via, per quam iri commode, et rediri possit expensis adiacentium ipsi viae.

Et notarius viarum ipsam viam fieri faciat expensis dictorum adiacentium, et eligi faciat duos massarios, qui declarant adiacentes, et distrubuant inter eos pecuniam necessariam pro ipsa via, et adiacentes intelligantur omnes, qui per dictos massarios fuerint declarati.

Sia costruita una via attraverso la proprietà dell’ospedale di San Jacopo, dalla strada romana fino alla via di Feronia.

Parimenti, poiché attraverso la proprietà dell’ospedale di San Jacopo, in cui vi è una sola via, per la quale non si può comodamente andare dalla Strada romana alla via di Feronia, stabiliamo che dalla detta Strada romana fino alla detta via di Feronia per un luogo più comodo sia costruita una via, per la quale si possa andare e ritornare comodamente, a spese dei confinanti della medesima via.

E il notaio delle strade, faccia costruire quella via a spese dei detti confinanti, e faccia eleggere due massari, che stabiliscano chi siano i confinanti, e ripartiscano tra loro il costo necessario per la medesima via, e come confinanti siano intesi tutti quelli, che saranno dichiarati dai detti massari.

Libro I Cap. LXX Statuta illustrissimae civitatis Narniae

Colpisce l’attenzione la moltitudine di persone che si recassero alla fonte, tanto da far costruire una strada comoda per arrivarvi, dalla strada romana, quasi come se vi arrivassero anche da fuori, dal Lazio, terra dove il culto di Feronia era partito, arrivando addirittura in Austria (S. Peter) e dove era maggiormente sentito.

E tanto da tener separate le donne dagli uomini, quasi come se la memoria di antichi riti pagani, permeasse ancora la fonte, indulgendo troppo alla tentazione.

Suggestioni, ma tali da avvalorare ancor più l’origine matriarcale, legata alla terra, alla Madre Terra, della società narnese, dove Feronia, la vergine, Melusina, la madre, Morgana, l’anziana, si sovrappongono a creare la Dea Bianca di Graves. Da Dana a Ecate, da Diana alla Vergine Maria, in suggestioni senza tempo, legate ai cicli vitali dell’uomo e della natura. Talmente forti, in una Narni sempre ghibellina, sempre in rivolta contro la Chiesa, che appare impossibile quindi che nella medievale urbe non attecchissero fiorenti le molteplici leggende portate verosimilmente, oltre che da giullari e pellegrini, dalle truppe bretoni e francesi che nel tardo medioevo infestavano l’Italia e la bassa Umbria…

Feronia è stata e sarà legata per sempre a Narni alla sua sacra fonte, Melusina ad un luogo, una “silva” presso S’Urbano, Morgana, e il ciclo bretone, da Artù a Lancillotto, ad un “miraggio”, ed alla storia scritta dai narnesi, nei loro stessi nomi. Da Lancellotto, Cardoli e Lucantoni, a Ginevra Arca e Morgante Cardoli, inconsapevoli di portare nel nome un universo di storia, di conoscenze, di popoli e nazioni, contribuendo così ad espanderlo, in un continuo movimento e mutazioni di miti e leggende che invece di morire continuano a permanere ed evolversi nei secoli. Inconsapevoli di rimanere in primis esseri viventi legati direttamente alla natura che ne governa l’essere con i suoi cicli e le sue stagioni che tornano vichianamente a riproporsi nei corsi e i ricorsi, ma che finiscono per rimanere immutate a se stesse, fonte inesauribile di armonia e conoscenza.

Ma ancora una volta, anche questa è un’altra storia….

Patrizia Nannini