Categoria: I Racconti delle Pergamene

Rubrica di approfondimenti tematici e divulgativi sulla storia di Narni…e non solo!!

Alle origini del Panpepato. Un dolce, una Storia, un mondo

Alle origini del Panpepato. Un dolce, una Storia, un mondo.

Il Panpepato, la “vera” storia del tradizionale dolce Umbro. Un pane arricchito di spezie, pepe e tanta simbologia.

Aglais Tibicina fu la prima che facesse marzapani, calissoni, pignocate, zuccherini, e pane pepato, ma molto diverso di quello che si fa hoggidì a Firenze”: così scriveva Ortensio Lando nel suo “Commentario de le più notabili e mostruose cose d’Italia e altri luoghi di lingua Aramea in Italiana tradotto”, edito a Venezia nel 1548, con ripetute edizioni. Ortensio Lando è lo stesso autore secondo il quale “Abrone da Narni fu il primo che mangiasse bericoccoli, canistrelli e caviadine, guardiani, confortini fatte con zuccaro, cannella, uova fresche e butiro fresco”: dobbiamo credergli. (Contributo di Claudio Magnosi)

Il PaNpepato

Come si deve affermare che il dolce natalizio narnese per eccellenza, è il pampepato. O meglio, paNpepato.
Questa distinzione è fondamentale, perché il paNpepato affonda le sue radici nella storia antica, quando diventa, nel tardo medioevo, il pane arricchito (da frutta secca, spezie e miele) di Natale, quando per festeggiare si univano al pane, simbolo della vita, gli altri elementi simbolo di ricchezza e prosperità, come per ogni “capodanno” che si rispetti, per ogni nuovo inizio. Il panpepato o speziato, è talmente importante, per quanto ricco di simbologia (oltre che di bontà), da diffondersi in tutti i paesi europei, acquisendo caratteristiche particolari e nomi diversi, ma tutti riconducibili alla stessa matrice, a seconda della zona di produzione… Troveremo così a Ferrara, Siena, Anagni, altri panpepati con ricette diverse, a Roma il pangiallo, a Genova il pandolce, a Milano il panettone, ed ancora in Tirolo lo zelten, a Norimberga il lebkuchen, a Gertwiller e Dijon il pan d’epices, nello Shropshire il gingerbread, e così via… Questo piccolo dolce, è diventato nei secoli quasi il simbolo della diversità che unisce, soprattutto nelle atmosfere natalizie.

Ma come nasce quindi la popolarità e la diffusione di questo dolce, all’apparenza “semplice”, rispetto ad altri?.. Sicuramente da lontano.

Alla tavola degli antichi romani erano presenti dolci preparati con latte, uova, frutta secca e vino, dolcificati con acqua melata, vale a dire l’acqua derivante dal risciacquo di recipienti che avevano contenuto miele, fino ad arrivare al melatello, semplice dolce a base di farina acqua melata.

Poi anche i pani speziati a base di miele riportati dall’Oriente dal senese Niccolò de’ Salimbeni nel XII secolo sembra abbiano contribuito, almeno a Siena, alla creazione di ulteriori combinazioni.

Le prime tracce scritte del Panpepato

Infatti, in Italia le prime tracce scritte si hanno da una cronaca del 7 febbraio 1205, nella quale si riporta che le monache del Monastero di Montecelso, nei pressi di Fontebecci (Siena), ricevevano come censo dai coloni “panes piperatos et melatos”, cioè pani elaborati con pepe e miele. Esistevano anche pandolci allo zenzero, e panpepati o pane impepati o pan spaziali, dolci diffusi in Toscana e resi pregiati dalla presenza di pepe, zucchero e spezie assieme a farina di grano, canditi, miele, fichi secchi, marmellata, pinoli. “Panforte” e “pan pepal” figuravano anche, tra molti altri dolci, negli Annali veneziani di fine Duecento. (La cucina medievale: umori, spezie e miscugli. Laura Malinverni).
Il panforte senese infatti nel 1370 figura come  prodotto da esportazione, consumato anche a Venezia durante le festività di Natale.

L’attribuzione ad ambienti monastici è propria anche del panpepato ferrarese, che pone la nascita del proprio dolce nel monastero di clausura del convento del Corpus Domini di Ferrara, nonché del Lebkuchen, che risulta menzionato per la prima volta nel XI secolo nel monastero di Tegernsee, come “phefforceltum”.

Questa matrice comune è dovuta alle spezie, in primis il pepe (tanto che spesso il lemma “pepe” era utilizzato per designare le spezie in generale, così dire pan pepato può anche voler dire pan speziato), minimo comune multiplo di tutte le ricette. Esse, notoriamente costose e pregiate, sono introvabili negli ambienti più poveri, ma usuali in quelli dei monasteri più ricchi e sulle tavole nobiliari.

Le proprietà curative delle spezie

Nel medioevo, oltre ad essere considerate simbolo di ricchezza e ottimi aromatizzanti, alle spezie venivano attribuite anche proprietà curative. Ad esempio lo zenzero, considerato “caldo” per via del suo sapore piccante, veniva proposto come rimedio per i disturbi digestivi, come antinfiammatorio e depurativo. Santa Ildegarda lo consigliava infatti per i fisici indeboliti e come antidolorifico, mentre pepe e cumino, sempre per Ildegarda, erano l’ideale, (mescolati con pimpinella, pan grattato e un tuorlo d’uovo) per combattere la nausea. E dall’unione di zenzero e farina, nasce il primo ginger bread, non ad opera di Ildegarda, che si limita a mettere polvere di zenzero sul pane ma, ancor prima, quasi un secolo, di Gregorio, vescovo armeno, (ancora un ambiente religioso) che invece aggiunge lo zenzero alla farina prima della cottura, esportando poi il biscotto in Francia, in particolare al monastero francese di Pithiviers.

Non stupisce quindi che i panpepati venissero preparati, nei conventi e nelle spezierie (come altre preparazioni definite di credenza), luoghi ove si praticavano principi di medicina, e che per questo motivo la ricetta fosse pressochè inesistente nei primi ricettari, stilati da cuochi che acquistavano direttamente le pietanze per il servizio di credenza.

C’è panpepato e panpepato

A questo punto si potrebbe delineare una doppia tipologia di panpepati.

PRIMA TIPOLOGIA
La prima riconducibile direttamente al pane arricchito con qualsiasi tipo di “condimento”, che potremmo assimilare alle “pizze” medievali, (niente a che vedere con le moderne ovviamente) prodotti di pasticceria che secondo l’accezione del Tanara (1644) sono a loro volta riconducibili a “varie sorti di pane, che ognuno può comporre a suo gusto”, aggiungendo alla pasta del pane “ogn’unto, come grasso, butiro e oglio, indi mandorle, over noci rotte, similmente in queste pizze si può misticar ogni frutto, ogni carne e ogni herba”, come la “pagnotta ovata” bolognese, impastata con zafferano e uva passa. Il tutto trova ampi precedenti nei medievali pan de noci, pantossa e placenta.

Potremmo assimilare a questa categoria il panes piperatos delle monache di Montecelso, il pan speciato, dell’Anonimo Padovano, (fine XV secolo) arricchito di “specie camelline” (1 libbra di cannella, mezza ciascuno di zenzero e di noci moscate, 6 once ciascuno di pepe e di garofani, 4 once ciascuno di galanga e di fusti, e 2 once di zafferano) e generalmente il pan speziato che ancor oggi in Francia ed Inghilterra, imperversa sulle tavole.

SECONDA TIPOLOGIA
La seconda riconducibile alle confetture, anch’esse preparate dagli speziali, come metodo di conservazione della frutta sia secca che fresca. Si tratta di preparazioni che tendono a sottoporre i frutti a trattamenti con zucchero o miele, mirati a protrarne la conservazione. Fanno parte generalmente dell’ultimo servizio di credenza, come il pignoccato, sorta di torrone a base di pinoli, o il nucato, miscuglio di noci, miele e spezie, servizio che insieme al vino speziato, accompagna gli ospiti alla porta. Frutta secca, o spezie rivestite di zucchero, aiutano la digestione e rinfrescano l’alito.

A questa categoria potremmo far appartenere il panpepato di norimberga, il panforte senese, il payn ragoun (pan speziato come traduzione ma richiamante l’italico “pignoccato” nei fatti) inglese, di cui riportiamo la “ricetta” essendo fra le prime a comparire nei ricettari scritti, nella fattispecie nel “The forme of cury” databile intorno al 1390, scritto dai Master-Cooks del re Riccardo II d’Inghilterra”:

“Prendi miele e zucchero di Cipro e chiarificali assieme, e tai bollire a fuoco lento affinché non bruci. Dopo un po’, prendi con le dita una goccia di composto e immergila in un po’ d’acqua e verifica se rimane compatta; togli dal fuoco e aggiungi un terzo di pinoli e zenzero in polvere, mescola finché comincia ad addensarsi, poi versalo su un tavolo bagnato; taglialo e servilo con cibo fritto, sia nei giorni di grasso, sia in quelli di magro.”

Finalmente il punto d’incontro

Poi, ad un certo punto della lunga storia del dolce, in Italia, entrambe andranno a confluire in quella che ancor più tardi, diverrà la versione moderna (1700/1800) del pampepato.

Il punto di unione dovrebbe trovarsi nel basso medioevo, fra trecento e quattrocento, in quanto le ricette che testimoniano questo passaggio cominciano a far capolino nei ricettari circa un secolo dopo, a testimonianza dell’uso ormai radicato. Va sottolineato che la data del 1492 che universalmente sancisce la fine del medioevo, non è uno spartiacque assoluto e varia a seconda delle discipline e delle localizzazioni geografiche. In campo gastronomico, è la cucina cinquecentesca che cancella le tradizioni culinarie medievali delle quali il “Libro de arte Coquinaria” di Mastro Martino, il primo ad aver lasciato un ricettario non anonimo, si configura come transizione verso la cosiddetta cucina moderna. Le sue ricette, pur presentando delle innovazioni, rispetto alle due “tradizioni” a cui fa capo la letteratura gastronomica medievale (la Meridionale e quella dei “Dodici ghiotti” fiorentini), in confronto a quelle della cucina di corte cinquecentesca, mostrano ancora tutto il sapore della “medievalità” a cui attingono. (Enrico Carnevale Scianca –  “La cucina medievale. Lessico, storia, preparazioni”)

Stefano Francesco di Romolo Rosselli, speziale di Firenze, ci lascia intorno al 1593 una ricetta del panpepato fiorentino che ancora è evidentemente figlia della tradizione medievale del pane speziato inteso come “confettura”, che richiama molto, se non fosse infatti per l’omissione delle mandorle il già famoso all’epoca, panforte senese:

PANE INPEPATO AL’USANZA DI FIRENZE

Pigliate conserve di zuche fatte in mele come ti dirò in questo a cap… libbre 300 con la quantità di mele che vi sta bene, che non vole essere troppo perché quanto è più pieno di ochi più è bello [alcuni ci agiungono ranciata libre 25 che è migliore]. Polle sopra fuoco di bracie che si scaldino in una caldaia da lavorare alla tonda: et quando sono ben calde poco più che tiepide che si possa sofrire la mano, gettavi sopra sale libre I1, pepe libre II rimenando sempre con mestatoio e  comincerai a dare la farina a poco a poco sempre menando. Et quando è rasodato alquanto che non si può più menare con il mestatoio, spianalo et abia zafferano nostrale pesto sottile infuso in libre 6 di acqua vite et datoli un poco di calduccio. Di poi gettalo sopra la pasta et 2 hominj galiardj rimenino galiardamente che il zafferano si incorpori bene. Et incorporato et bene menato comincia a dare e resto della farina a poco a poco che tucta si incorpori, che vorrà essere circha libre 200 o poco mancho. Quando la pasta è soda abastanza, alora spiana la faccia et spruzavi su della farina et cuoprilo et lascialo cosi per una ora. Poi comincia a spianarlo et porlo sopra l’asse. Sono alcuni per farlo migliore vi mettano once VIII delle spezie da bericuocoli retro scritto. Avertj che il forno non l’avampi ma lo rasciughi bene.

Mentre da un Manoscritto del Fondo Palatino della Biblioteca di Firenze, contenente un insieme di parti assemblate in epoche diverse, dal XV al XVII secolo, si trova quella che, pur non conoscendone la datazione precisa, (come Mastro Martino) potrebbe essere la ricetta che costituisce la transazione dal panpepato medievale e a quello moderno, attraverso l’unione delle due tipologie di panpepato individuate:

AFFARE PANI IN PEPATI

Recipe mele colato et cotto libre 20., conserva di zucca libre 20. conserva di melangolata libre 15 di poi mescolate ogni cosa insieme et faretegli dare un bollore insieme e quando vi pare ed odi che sia cotto a sutticientia li darai le spetie. pepe once ll. zenzero once ll. sandali rossi pestati sottilmente once 1 ½, noce moscade once 1/2. E tutte queste spetie che sieno ben peste et incorporatele in detta e di poi dategli farina q.s. et faretene buona pasta che sia duretta con il crescento e di poi faretene pagniotte de dua o tre libre et di poi fate pagniotte stenderete di sopra una lasagnia di pasta che voi ci possiate intagliare et fare arme d’ogni sorta e di poi mandategli in forno cotti che sono li tingnerete con un poco di zafferano e di poi ungneteli con un poco di mele lungo chiarito per dare lustro e anchora si può agiugnere in detta compositione noce tagliate. libre 1O buone e cie sono molto buone, le darete inanzi che date la farina.

Il fatto che nel manoscritto vengano citate per la maggior parte ricette di medicina, potrebbe indicare ancora una volta le proprietà terapeutiche attribuite al panpepato.

Le origini Narnesi del Pampepato Umbro

Parliamo di zone di influenza a livello gastronomico, e non solo, dell’Umbria in generale ed anche di Narni stessa, che possono aver dato vita ad un processo di sovrapposizioni di tradizioni e cultura culinaria non indifferenti. Il tutto, fino ad arrivare, passando attraverso la rivoluzione degli ingredienti portati dalle Americhe e della cucina moderna propriamente detta, al panpepato narnese, con una ricetta, ancora una volta delle monache, di San Bernardo dei primi dell’ottocento.

Giovanni Eroli ne riporta in un foglio sciolto del suo “Memoriale per cucina e pasticceria e altro per uso di Giovanni Eroli di Narni, gastronomo dilettante, approvato all’Esposizione Universale del Giappone con diploma di onore e medaglia di ricotta. Nell’anno di Redenzione 1840” semplicemente gli ingredienti, come se il modo di preparazione fosse talmente scontato da non meritarne menzione (come del resto le ricette medievali non recano tracce, se non sporadiche, di come si facessero pasta e pane per quanto fosse uso comune farne):

Nota per fare li pampepati in n. di dodici circa

  • Farina basta un sediciano
  • Noce un sediciano
  • Miele libre 10
  • Pepe libra mezza
  • Sultanina due libbre
  • Garofano soldi 5
  • Candito una lira
  • Per fare il gielo sopra zucchero fioretto
  • Una libbra e mezza di cioccotalla

Da dolce per i ricchi a dolce per tutti

Da dolce per i ricchi, il panpepato è diventato per tutti, tanto da essere definito “dolce della tradizione contadina”, ma che invece conserva una ricchezza di contenuti, degna dei suoi primi antenati e di essere un dolce natalizio, per la simbologia che racchiude e la preziosità dei suoi ingredienti, a tutt’oggi alquanto cari, che vanno ad aggiungersi, in occasione della festività, al companatico.

Il pane è da sempre simbolo di vita, del corpo di Cristo nell’ultima cena, ma da ancor prima, l’utilizzo di un pane votivo durante le festività del solstizio invernale è attestato già presso le popolazioni celtiche ed era anch’esso un pane arricchito con frutta secca e miele, simbolo di abbondanza e ricchezza. Il culto mitraico, fusosi con il Sol Invitcus romano, non a caso trasmutatosi poi in Gesù, praticava un rito di consumazione di pane, vino e acqua.

L’uva passa (la passerina narnese) è simbolo di morte e rinascita, per l’essiccazione e la reidratazione a cui viene sottoposta, la sua importanza a Narni è stata già evidenziata.

Il simbolismo sacro della frutta secca

La frutta secca è da sempre, un simbolo di fortuna, fin dalla Roma antica, dove si spargevano noci in terra per i matrimoni, per il cristianesimo simboli di interiorità e misticismo (grazie alla protezione del guscio). Le noci, le più preziose (a Narni le uniche sottoposte a gabella, pari a 4 denari a rasiere – Lib. I Cap. CLXXI) rappresentano la trinità sacra di corpo, spirito e anima, essendo composte rispettivamente da guscio, mallo, gheriglio, la fecondità e fertilità, per la somiglianza all’organo genitale maschile, nonché uovo filosofico alchemico.
La mandorla è simbolo di morte e resurrezione, dell’uovo cosmico, di saggezza.
Le nocciole sono da sempre legate alla magia e all’ultraterreno, fin dai celti per i quali erano anche simbolo di saggezza, fecondità e preveggenza.
L’arancio e il cedro, la frutta candita più usata, rappresentano ricchezza, fertilità, intraprendenza, sensualità, ma anche perfezione e continuità, grazie alla forma sferica.
Essendo uno dei pochi frutti invernali, erano per molti popoli pagani un simbolo di abbondanza, che bene annunciava la prosperità dei frutti primaverili, simbolismo poi assimilato dalla religione cristiana nei festeggiamenti natalizi di ricchi e potenti prima, e universale poi quando l’industria moderna ha reso le arance accessibili a tutti.
Il miele, sempre per il mitraismo non a caso, veniva usato per purificare insieme al fuoco, ed era simbolo di conoscenza ed elemento prezioso, talmente tanto che gli sciami d’ape erano a protetti (a Narni da statuto non potevano essere vendute, ne esportate ne tanto meno rubate od uccise, pena 25 libbre di cortonesi, e se il miele fosse raccolto indebitamente il colpevole doveva restituire al proprietario dello sciame il doppio del danno  – Lib. III, Cap. CXLVII).
Oltre alle già citate peculiarità, perfino nella Bibbia le spezie sono citate in abbondanza a riprova del loro utilizzo massiccio anche in campo religioso, sia nei riti di adorazione, o di imbalsamazione, fino alla simbologia massima di nutrimento celeste (manna miscelata con semi di coriandolo), associate all’oro, alle pietre preziose e alle perle per la loro rarità, preziosità dell’aroma e segretezza del loro potere magico. (Alex Revelli Sorini)

Pertanto mangiare un panpepato, non è solo degustare un ottimo dolce, ma compiere un vero e proprio gesto sacrale, con la consapevolezza che è lo stesso dei nostri antenati, con il perpetuarsi delle stagioni, delle culture e delle tradizioni, cambiando si un ingrediente o una quantità, ma comunque in perfetta comunione con il resto del creato, qualsiasi sia il nome con cui lo si chiami… quindi, buon panpepato a tutti!

Patrizia Nannini

Maddalena e le altre

La prostituzione nel medioevo

“La donna pubblica è, nella società, ciò che la sentina è sulla nave, e la cloaca nel palazzo. Togli la cloaca e tutto il palazzo diventerà fetido e marcio”. (Tommaso D’Aquino, De regimine principum)

Maddalena da Narni querelata dalla cortigiana e modella di Caravaggio

In “Caravaggio assassino. La carriera di un Valenthuomo fazioso nella Roma della Controriforma”, Donzelli, 1994, gli autori, Riccardo Bassani e Fiora Bellini, riportano la seguente notizia: nel 1599, Fillide Melandroni, famosa cortigiana e modella del Caravaggio, querelò Maddalena di Narni, prostituta a Roma, a causa di una lite degenerata. Tra le accuse, Fillide pose l’accento sul linguaggio volgare di Maddalena, la quale faceva parte di quella cerchia di ternani e narnesi che gravitavano nell’ambiente di Michelangelo Merisi.

Si trattava dei fratelli Tomassoni, uomini d’arme di piccola nobiltà, originari di Terni, che gestivano nel Rione Campo Marzio l’organizzazione e il controllo di un giro di cortigiane destinate ad una clientela scelta di gentiluomini, cardinali e nobili e di Girolomano Crocicchia, un sarto originario di Narni, che contribuì, insieme ad altri amici a trarre il pittore dal carcere di Tor di Nona, prestando la propria garanzia personale e pagando la cauzione fissata in 10 scudi.

La narnese Maddalena

La narnese Maddalena, cortigiana nella Roma rinascimentale è, al pari di altre delle quali si è perduto il nome, una testimonianza della tendenza alla migrazione dalla propria città di origine di donne che esercitavano l’arte del “meretricare”. La povertà di nascita oppure acquisita a seguito di una vedovanza, o ancora le violenze sessuali subite da serve e da donne di umili origini che non avevano una famiglia che le sostenesse, veicolavano le donne verso il mondo della prostituzione. Nella maggior parte dei casi era la fame dunque o l’impossibilità di maritarsi perché sprovviste di dote o non più vergini, a spingerle al meretricio.

“Donne cortesi” a Pistoia, “putas” in Castiglia, “mammole” a Ferrara, “bagasse” e “filles perdue” nel Sud della Francia, le meretrici, termine di chiara derivazione latina, si distinguevano il pubbliche e segrete, laddove le seconde, seppure vivevano nel costante timore di essere denunciate da “boni cives et honeste mulieres”, non erano costrette a sottostare alle leggi vigenti. Mantenevano perciò una sorta di autonomia e potevano anche scegliere, nel tempo, di abbandonare la professione per rifarsi una vita, possibilità assolutamente preclusa alle prostitute pubbliche.

Legislazione medievale e prostituzione

I legislatori medievali utilizzavano una precisa formula per definirle: “corpus suum libidini praebet pro prestio, lucro et questu”, laddove la parola “questu” indicava la specifica ricerca del guadagno attraverso il commercio sessuale, allo stesso modo con il quale si indicava, allora come oggi, il gesto di elemosinare: andare questuando.

Le disposizioni contenute negli Statuti narnesi sono poche e non offrono la possibilità di comprendere appieno le reali condizioni di vita delle meretrici pubbliche a Narni. Purtroppo, la dispersione e distruzione degli archivi storici conseguente al sacco dei Lanzichenecchi, ha generato un vuoto incolmabile per i lavori di ricerca. Sappiamo tuttavia che le pene previste per i reati di stupro e tentato stupro variavano a seconda dello status sociale della vittima. Si trattava in ogni caso di reati perseguibili solo in caso di querela, presentata, beninteso, non dalla donna violata ma dal marito, o padre o fratello carnale o da un altro consanguineo o parente uomo fino al secondo grado.

La pena capitale era comminata solo a coloro che avevano stuprato una vedova, una vergine o una donna sposata, mentre il tentato stupro era punito con una semplice pena pecuniaria di 200 libbre cortonesi. Nel caso in cui la vittima fosse stata una donna di cattiva reputazione, la somma era ridotta alla metà e, qualora si fosse trattato di una pubblica meretrice, non si comminava alcuna pena.

Nei secoli XIII e XIV, le donne pubbliche furono sottoposte a restrizioni ed obblighi sia per quanto riguardava i luoghi che potevano frequentare, sia in materia di abbigliamento. La situazione mutò parzialmente alla fine del XIV secolo e nel XV, quando le municipalità iniziarono a progettare e a realizzare spazi riservati e veri e propri postriboli, ma segni e distinzioni non scomparvero del tutto.

A Narni era fatto divieto alle meretrici di dimorare presso i monasteri e altri luoghi religiosi a meno di 10 case, alla pena di 100 soldi cortonesi e qualora qualcuna non fosse stata in grado di pagare la somma, veniva sottoposta alla fustigazione pubblica. Il meretricio non poteva essere praticato dal mercoledì santo fino a Pasqua e nel giorno di San Marco e, in ogni caso, le prostitute potevano andare per la città soltanto il sabato e fino all’angolo del Palazzo del Vicario e per il Palazzo Comunale (lontano dunque dai luoghi pubblici). Al di fuori del giorno stabilito ed oltre i confini fissati, erano punite con una pena di 20 soldi cortonesi.

Le disposizioni statutarie di Narni si conformavano a quelle stabilite anche nel resto d’Italia, dove si tendeva a proibire l’accesso delle prostitute nei centri cittadini e nelle vie che conducevano alle porte della città, e ciò nell’intento di non mostrare, a quanti venivano da fuori, lo spettacolo indecente di donne che mettevano in vendita il proprio corpo.

Una questione di look

L’abbigliamento imposto alle prostitute pubbliche (inteso come vero e proprio segno distintivo), variava a seconda dei luoghi. Rispetto a Narni purtroppo non si hanno notizie, ma sappiamo ad esempio che a Perugia si trattava di una striscia di panno rosso cucita sulla spalla destra, lunga tre dita e larga uno. A Venezia era prescritto un fazzoletto giallo legato al collo, mentre a Padova un cappuccio rosso. Alcune città aggiungevano ai segni distintivi particolari di natura infamante, come l’altissimo copricapo dotato di due corna lunghe almeno mezzo piede, inventato dal duca Amedeo VIII di Savoia, oppure il sonaglio da falcone applicato su una spalla a Siena. A Firenze il sonaglio andava invece applicato su un particolare cappuccio che copriva la testa. Queste due ultime prescrizioni rimandano al segno distintivo imposto ai lebbrosi: una campanella che serviva ad annunciare il loro passaggio.

Per quanto sottoposte a forme di controllo e di restrizione, le meretrici, sia pubbliche che segrete, facevano comunque parte della comunità ed in alcuni casi partecipavano anche a particolari celebrazioni, soprattutto quelle concernenti le feste in onore dei Santi Patroni. Seppure non si hanno notizie della eventuale presenza di prostitute narnesi alla corsa del palio per San Giovenale, sappiamo che in altre città italiane la loro partecipazione non era desueta: nel salone d’onore di Palazzo Schifanoia a Ferrara, nel ciclo degli affreschi dei mesi, fu rappresentato anche il palio annuale che comprendeva, oltre alla nobile gara di corse dei cavalli, anche quella degli asini, degli ebrei e delle prostitute. Per restare nei confini della nostra Regione, a Foligno, durante la metà del Quattrocento, le donne pubbliche correvano in occasione del palio di San Feliciano dalla porta del Governatore fino al palazzo dei Priori. La prostituta che arrivava per prima, doveva afferrare e riportare indietro gli oggetti lì depositati: un mannello di canapa, una libbra di pepe e due fasci di porri. E’ evidente che, in ogni caso, si trattava di tradizioni imposte alle meretrici al solo scopo di umiliarle pubblicamente ancora una volta.

Ciò nonostante, l’atteggiamento della  società e della Chiesa nei loro confronti rimaneva decisamente ambiguo, la prostituzione era condannata ma anche tollerata perché considerata necessaria: a veicolare “l’insopprimibile urgenza della lussuria maschile”, a contrastare gli stupri perpetrati ai danni di donne oneste e a combattere “comportamenti contro natura”. “Sodomita del diavolo”, dice San Bernardino quando si scaglia contro gli omosessuali. Fu per tale motivo che i legislatori di molti Paesi europei, fra Tre e Quattrocento, si convinsero di poter trovare un rimedio opportuno attraverso il consolidamento o la creazione di postriboli pubblici. Con il tempo fu però evidente che la soluzione posta in essere non aveva portato alcuna utilità: il commercio di donne, la corruzione di giovani serve e schiave e gli stupri ai danni di donne “onorate” continuavano, mentre i bordelli avevano iniziato a palesare il loro vero volto di luoghi inquieti, nei quali circolava gente di infima condizione, impegnata spesso in traffici illeciti e risse.

Mariella Agri

Morgana e Feronia

Melusina è “dicotoma” prima e “trina” poi, la sua altra parte, il suo paredro, è Morgana, più famosa e temuta e più legata al ciclo bretone, ma suo complemento ed antitesi.

Melusina e Morgana, sono due dei tre volti della triplice Dea, colei dalla quale sono nati tutti gli altri dei.

Le tre fasi della Luna, le tre fasi della donna, la fanciulla (la Vergine), la madre (Dea Madre propriamente detta), la anziana (la Strega), le tre Marie del culto cristiano…

E il terzo volto? La fanciulla, la Vergine non madre?

La dea primigenia è ravvisabile in tutte quelle divinità legate strettamente alla natura. È l’energia nuova, libera, indipendente e spesso è personificata da una Dea degli animali selvatici come Feronia, la ninfa, la dea dei frutti nascenti, che a Narni vantava un culto del tutto particolare.

Antica dea italica, Feronia, Dea Vergine non soggetta a vincoli matrimoniali, accompagnata dal suo paredro Picus, il sacro picchio, (portatore del fuoco celeste connesso all’energia fecondante), è dea dell’abbondanza, discendente dall’antica dea etrusca Cavtha, “il sole che nasce”, trasfigurata a volte in Persefone, a volte in Giunone vergine. Figura femminile magica sorgente di vita, feconda di messi, legata alla natura, alla fertilità, ai boschi e alle fonti. La dea romana per definizione è una grande Madre, una triplice Dea, per la ciclicità con cui è legata all’uno o all’altro fenomeno della natura, come l’alternanza tra luce e tenebre e tra le stagioni.

Il suo culto privilegia luoghi lontani dai centri abitati, preferendo le zone selvagge ai centri urbani, il suo tempio più sacro è il bosco, ma “Feronia tutela ‘la natura’, le forze ancora selvagge del mondo dell’incolto, ma per metterle al servizio degli uomini, della loro alimentazione, della loro salute, della loro fecondità” (Dumézil), ponendosi nel punto di passaggio tra colto ed incolto come forza primigenia, ordinatrice del caos. Ad essa infatti si rivolgono gli schiavi che divengono cittadini liberi con la “manomissio”, perché anche qui Feronia segna il passaggio dallo stato selvatico a quello civile, poiché lo schiavo non era considerato un essere umano ma quasi un animale… così come il rituale di Diana Nemorense rende lo “schiavo” che riusciva ad uccidere il “Re dei boschi di Nemi” un uomo libero e a sua volta nuovo Re.

Feronia, donando allo schiavo una nuova vita, assume una dimensione sciamanica, acquistando anche il potere di muoversi tra il mondo dei vivi e quello dei morti, e del controllo sugli elementi naturali.

A questo punto il sillogismo fra Feronia, che è oltretutto anche dea del fuoco, Diana e Morgana, sacerdotessa nella ierogamia delle nozze sacre di Beltaine o nel velo tra i mondi che si assottigliano di Sahmain, entrambe feste del fuoco, è fin troppo facile.

Feronia è sciamana portatrice di nuova vita, come forza primigenia, Morgana è sciamana, traghettatrice di Artù morente nell’aldilà di Avalon, alla fine della vita, come   Anziana, terzo volto della Madre. La triplice Dea ha i suoi tre volti.

Feronia, Fortuna, Diana, Ana Hita, Dana, Anna Perenna, sino alla cristiana Befana e alla Vergine Maria… molte facce della stessa medaglia.

Passando per Morgana e Melusina.

Cambiano i nomi, cambiano i tempi e cambiano le genti, ma non il mito e le sue radici più profonde.

A Narni, un’altra delle festività da rispettare da Statuti (Libro I Capitolo XXVII – Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae) era quella di San Martino, che cade, quasi esattamente con quella dell’antica dea, l’11 novembre il primo il 13 ed il 15 la seconda (comunque a cavallo delle Idi di Novembre). La differenza di due giorni non cambia il cristianizzare usanze pagane attraverso santi di importanza particolare.

La festa di San Martino era una sorta di capodanno (si avvicina anche al Samhain celtico – di nuovo un accostamento col mondo celtico, che avvalorerebbe le ipotesi che la gens narniensis, discenderebbe dalle tribù di derivazione celtica dei Naharci, etimo dal fiume Nahar, il Nera) contadino nel corso del quale si mangiava e beveva (oche e vino) in abbondanza e Feronia è la dea del “sole che nasce” e dell’abbondanza.

San Martino è generoso, divide il suo mantello con un povero, Feronia libera gli schiavi. A San Martino si celebra la festa dei cornuti, eco delle feste pagane. In molte città che lo festeggiano si accendono falò, Feronia è la dea del fuoco… Non può più essere adorata come divinità, ma le sue prerogative rimangono intatte.

Non solo, Feronia a Narni è ancora “presente” grazie alla sua splendida fonte, che per secoli ha rifornito di acqua i narnesi, anche dopo la distruzione del tempio e del bosco sacro di elci che la circondava, (non a caso cari alle “streghe”) noto poi infatti come “Macchia Morta” – il toponimo tuttavia potrebbe riferirsi ad un altro sito del comitato narnese –

Fra li altri tempii che esistevano in Narni, dalla superstizione dei gentili applicati alle false deità, eravi quello del luco e fonte di Feronia in oggi con nome alterato detto quel sito Ferogna. Ivi probabilmente, come in altri luoghi, eravi il tempio e la statua della dea Ferocia…. essendovi anche presentemente un marmo in quel fonte in cui è scolpita una grande fiamma, forse l’insegna di quella antica vanità”. E aggiunge: “La verità si è che quella fonte avendo transito per miniere stimate è di un’acqua molto salubre e grandemente tenuta in pregio si quanto alla sua rara limpidezza, che la prerogativa che ha di facile digestione”. I primi cristiani di Narni dovettero certo abbattere il tempio e distruggere il sacro bosco, perché questo d’allora in poi si chiamò macchia morta, cioè non esistente, come rilevasi da un documento di donazione fatta al Monastero di Farfa, da Berardo figlio del q. Rolando, nobil’uomo del contado narnese e da Maria sua consorte, riportato dall’ illustre storico G. Eroli”

Manoscritto Cotogni

Idest omnia quae ego habeo infra comitatum narniensem, intus civitatem, vel de foris excepto petiam unam terrae ubi dicitur macc1a mortua, quae vocatur Ferone…”

Gregorio di Catino, Regestum Farfense

Quod non fiat iniuria, vel offensa mulieribus euntibus ad fontes.

Item statuimus, quod nullus verbo, vel facto dicat, vel faciat iniuram, vel offensam mulieribus, quae ad fonts aquarum in civitate Narniae, Feroniae, et canali Forminae pro acqua portanda in eundo, stando, vel redeundo, et qui contrafecerit solvat pro banno duplum eius poenae, quae continentur in statuto de simili maleficio, et cum multitudo mulierum occurrit ad ipsos fontes, vel ad aliquem ipsorum pro aqua sumenda, viri inter ipsas non debeant se immescere, nisi starent ad ipsum fontem pro aqua sumenda pro eorum necessitate, vel dominorum suorum, vel alicuius, in cuius servitio essent, et qui contrafecerit puniatur vice qualibet in CL solidis cortonensibus.

Proviso, quod parentes teneant filias suos impuberes, qui ad dictos fontes aliquam laesionem, vel levem infestationem non faciant, et hoc dominus Vicarius faciat per civitate Narniae publice bandiri, et possit imponere poenam, et bannum XX solidorum cortoniensium, et de praedictis Vicarius omni mense inquirere teneantur.

Non sia fatto oltraggio od offesa alle donne, che vanno alle fontane.

Inoltre stabiliamo che, nessuno, con parole o fatti dica o faccia un’ingiuria o un’offesa alle donne, che [si recano] alle fontane delle acque nella città di Narni, di Feronia e del canale della Formina per prendere l’acqua, nell’andata, durante la sosta o al ritorno.

Chi non osserverà tale norma, paghi come condanna il doppio di quella pena che è contenuta nello statuto per un simile delitto, e quando un gran numero di donne si reca alle medesime fontane o a qualcuna delle medesime per raccogliere l’acqua, gli uomini non debbano perdersi tra le medesime, se non stessero alla medesima fontana, per raccogliere l’acqua, per la necessità loro o dei padroni di qualcuno, di cui sono al servizio. Chi non osserverà tale norma, sia punito per ogni volta di 40 soldi cortonesi.

Resta inteso che, i parenti controllino i loro figli impuberi, in modo che non facciano qualche guasto o lievi danni alle fontane, e che il Vicario provveda e questo sia annunciato pubblicamente dal banditore per la città di Narni, e possa imporre una pena e condanna di 20 soldi cortonesi, e il Vicario sia tenuto, ogni mese, ad indagare sui predetti.

Liber III, cap.CXLIII Statuta illustrissimae civitatis Narniae

Quod fiat quaendam via possessionem hospitalis Sancti Jacobi a strata romana uscque in viam Feroniae

Item statuimus, quod per possessionem hospitalis Sancti Jacobi, per quam est quaedam via, perquam non patest commodo iri a strata romana in viam Feroniae, quod a dicta strada romana usquie in dictam viam Feroniae per locum magis commudum fiat quaedam via, per quam iri commode, et rediri possit expensis adiacentium ipsi viae.

Et notarius viarum ipsam viam fieri faciat expensis dictorum adiacentium, et eligi faciat duos massarios, qui declarant adiacentes, et distrubuant inter eos pecuniam necessariam pro ipsa via, et adiacentes intelligantur omnes, qui per dictos massarios fuerint declarati.

Sia costruita una via attraverso la proprietà dell’ospedale di San Jacopo, dalla strada romana fino alla via di Feronia.

Parimenti, poiché attraverso la proprietà dell’ospedale di San Jacopo, in cui vi è una sola via, per la quale non si può comodamente andare dalla Strada romana alla via di Feronia, stabiliamo che dalla detta Strada romana fino alla detta via di Feronia per un luogo più comodo sia costruita una via, per la quale si possa andare e ritornare comodamente, a spese dei confinanti della medesima via.

E il notaio delle strade, faccia costruire quella via a spese dei detti confinanti, e faccia eleggere due massari, che stabiliscano chi siano i confinanti, e ripartiscano tra loro il costo necessario per la medesima via, e come confinanti siano intesi tutti quelli, che saranno dichiarati dai detti massari.

Libro I Cap. LXX Statuta illustrissimae civitatis Narniae

Colpisce l’attenzione la moltitudine di persone che si recassero alla fonte, tanto da far costruire una strada comoda per arrivarvi, dalla strada romana, quasi come se vi arrivassero anche da fuori, dal Lazio, terra dove il culto di Feronia era partito, arrivando addirittura in Austria (S. Peter) e dove era maggiormente sentito.

E tanto da tener separate le donne dagli uomini, quasi come se la memoria di antichi riti pagani, permeasse ancora la fonte, indulgendo troppo alla tentazione.

Suggestioni, ma tali da avvalorare ancor più l’origine matriarcale, legata alla terra, alla Madre Terra, della società narnese, dove Feronia, la vergine, Melusina, la madre, Morgana, l’anziana, si sovrappongono a creare la Dea Bianca di Graves. Da Dana a Ecate, da Diana alla Vergine Maria, in suggestioni senza tempo, legate ai cicli vitali dell’uomo e della natura. Talmente forti, in una Narni sempre ghibellina, sempre in rivolta contro la Chiesa, che appare impossibile quindi che nella medievale urbe non attecchissero fiorenti le molteplici leggende portate verosimilmente, oltre che da giullari e pellegrini, dalle truppe bretoni e francesi che nel tardo medioevo infestavano l’Italia e la bassa Umbria…

Feronia è stata e sarà legata per sempre a Narni alla sua sacra fonte, Melusina ad un luogo, una “silva” presso S’Urbano, Morgana, e il ciclo bretone, da Artù a Lancillotto, ad un “miraggio”, ed alla storia scritta dai narnesi, nei loro stessi nomi. Da Lancellotto, Cardoli e Lucantoni, a Ginevra Arca e Morgante Cardoli, inconsapevoli di portare nel nome un universo di storia, di conoscenze, di popoli e nazioni, contribuendo così ad espanderlo, in un continuo movimento e mutazioni di miti e leggende che invece di morire continuano a permanere ed evolversi nei secoli. Inconsapevoli di rimanere in primis esseri viventi legati direttamente alla natura che ne governa l’essere con i suoi cicli e le sue stagioni che tornano vichianamente a riproporsi nei corsi e i ricorsi, ma che finiscono per rimanere immutate a se stesse, fonte inesauribile di armonia e conoscenza.

Ma ancora una volta, anche questa è un’altra storia….

Patrizia Nannini

Melusina e Morgana

Miti e leggende del Medioevo: Melusina e Morgana

Non è facile sintetizzare secoli e secoli di tradizioni orali, di consuetudini trasformate in leggende, di antropologismi che han creato i miti, di paesi che han creato leggende, di uomini che han creato storia, di donne divenute leggenda… Tutti sono stati e sono tutt’ora oggetto di studio. Innumerevoli libri son stati scritti. Innumerevoli storie da raccontare… e questa è un’altra storia…

Melusina è “dicotoma” prima e “trina” poi, la sua altra parte, il suo paredro, è Morgana, più famosa e temuta e più legata al ciclo bretone, ma suo complemento ed antitesi.

Melusina è “magia” donata ad un mortale, con uno scambio di promesse che finisce alla rottura di un patto con l’allontanamento della stessa, Morgana è “magia” ceduta in cambio di un’impresa ad un mortale che finisce per pagarla scomparendo con essa nel mondo ultraterreno.

Melusina è dunque, secondo la classificazione di Laurence Harf-Lancner, la fata amante portatrice di felicità, Morgana, è la fata che trascina nell’altro mondo il proprio amante o sposo umano, quindi fata dell’infelicità. Anche se poi, la felicità melusiniana, come già detto, non si libera completamente dal male originale e rimane sempre in bilico tra essere umano e animale diabolico.

Morgana, quindi, nonostante venga dalla stessa matrice di Melusina, (il nome significa “Nata dal Mare” e non a caso nel Roman de Melusine è la sorella di Presine, la madre di Melusina) è stata per questo quasi sempre vista con l’accezione negativa, rimando confinata nel mito, non scendendo a contorni più umani, identificabili in persone o luoghi, divenendo leggenda.

Morgana, per il mito arturiano è la sorellastra di re Artù, figlia di Igraine ed il suo primo marito duca di Cornovaglia, la fata, l’incantatrice per eccellenza, tanto da dare il proprio nome ad un effetto ottico che fa apparire le figure sospese. Come Melusina è molto discussa per la sua ambiguità, ora positiva, ora cupa ed oscura, comunque connessa all’energia lunare, portatrice di conoscenza in quanto herbaria, astronoma e astrologa, consigliera del re, ammaliante e seducente. Il medioevo maschio non poteva che considerarla diabolica, in senso assoluto, per i più.

La differenza sostanziale con Melusina è che Morgana non è “materna e dissodatrice” (J. Le Goff) Morgana è il potere, Morgana porta con se Artù ad Avalon alla fine, quindi vince, rendendosi così ancor più pericolosa agli occhi degli uomini, Melusina alla fine invece fugge disperata, divenendo una vittima, redimendosi e diventando più simile alle donne comuni.

Eppure e infatti, entrambe sono assimilabili al culto ancestrale della dea Madre, legate agli elementi naturali, portatrici di fecondità e prosperità.

Nonostante l’avvento del Cristianesimo abbia demonizzato i vecchi dei e contemporaneamente “cristianizzato” ove possibile le vecchie usanze, i riti più ancestrali, legati alla terra che scandisce ancora il tempo e la vita stessa del medioevo, finiscono per fondersi fra il sacro ed il profano, ma permangono profondi nell’essere dell’uomo e soprattutto della donna (figlia di Eva, portatrice di peccato) che in essi trova il rifugio nel quale essere se stessa e non solo il simbolo del male. Nella natura, le donne sono i primi medici non riconosciuti della storia (fino a Paracelso), conoscitrici delle erbe, e dei rimedi naturali, del cammino delle stelle e dell’andamento delle stagioni… “… Per questo motivo, per le religioni, la Donna è madre, nutrice e custode. Gli dei sono come gli uomini: nascono e muoiono con la donna. Regine, maghi di Persia, Circe maliarda, sublime Sibilla, non sono altro che il frutto di una metamorfosi: a colei che tramandò le virtù delle piante e il cammino delle stelle, che porgeva oracoli al mondo prostrato, mille anni dopo, le si dà la caccia come fosse una belva selvatica; è inseguita, umiliata, lapidata, piegata sui carboni ardenti…” (Cecilia D’Abrosca, antropologa culturale)

Melusina e Morgana, attraverso Circe, Diana, Sibilla, sono il frutto medievale della metamorfosi, due dei tre volti della triplice Dea, colei dalla quale sono nati tutti gli altri dei.

Le tre fasi della Luna, le tre Marie del culto cristiano, le tre fasi della donna, la fanciulla (la Vergine) la madre (Dea Madre propriamente detta), la anziana (la Strega).

Melusina è il volto medievale della Dea Madre, Morgana della Strega, l’Anziana che traghetta il mortale verso l’ultraterreno.

Ultraterreno che a Narni vanta una particolare incursione nel “terreno”, episodio alquanto singolare, scovato da Claudio Magnosi nel “Gran Dizionario Infernale, ossia Esposizione della Magia” libro ormai raro, edito a stampa nel 1870.

Si da per certo, in quanto “la verità è attesta dai leggendari, persone degne di fede, come ognuno sa” che nel secolo XI, una moltitudine di anime, tutte vestite di bianco, passassero sotto la città, viste da tutti, per andare alla “Nostra Donna di Farfa” ad espiare i peccati prima di poter ascendere al Paradiso…

Un miraggio collettivo dunque, una delle tante masnade Hellequin che Walter Map, chierico gallese alla corte di Enrico II Plantageneto, nel De nugis curialium (1182-1193), paragona, chiamandola familia Herlethingi, alla corte plantageneta, proponendosi di tracciarne un vero e proprio mito d’origine, avente fondamenta nelle origini celtiche della Gran Bretagna. Agli inizi del XIII secolo, anche Gervasio di Tilbury infatti, compone l’opera ”Otia imperialia” (1211), destinata sempre al diletto di Enrico II e comprendente una numerosa raccolta di mirabilia che attestano la presenza dell’esercito dei morti ovunque, dalla Catalogna alla Sicilia. Proprio da qui, a partire dal XII secolo, per influenza della cavalleria normanna, si diffonde in Italia la leggenda arturiana. Avalon, trova la sua trasposizione locale nell’Etna, sin dall’antichità considerato l’ingresso agli inferi e che, in epoca coeva, altri autori paragonavano al purgatorio. Ivi, la Caccia Selvaggia, la Masnada Hellequin, diviene “familia Arturi”.

Successivamente nel 1276, in una scena del “Jeu de la feuillée” di Adam de le Hale, messo in scena, non a caso, in occasione del Calendimaggio o di altra festa ciclica stagionale a carattere propiziatorio, è rappresentato il convito delle fate, ove un suono di campanelli annuncia l’approssimarsi della masnada di Arlecchino (che poi diverrà la maschera universalmente conosciuta)… Arriveranno fra gli altri, Croquesot il corriere-buffone e la fata Morgana seguita da altre due fate, Arsilla, buona e benefica, e Magloria, cattiva e dispettosa.

Morgana diviene quindi la trasfigurazione medievale della irlandese“Morrigan”, ossia “La Grande Regina”, Dea della morte che assume la forma di un corvo, e “Le Faye” (Il Fato), nonché della italica dea lunare Diana.

Diana, dea dei boschi, della caccia, è la dea principale (Diana Nemorense – 13 agosto) del ferragosto (Feriae Augusti), momento in cui si concentravano molte feste pagane come i Nemoralia o festa delle torce, i Portunalia, i Consualia, etc., che celebravano la fertilità della terra.

Anche dopo l’editto di Tessalonica, 380 d.C., che bandisce tutti gli dei ed i riti pagani, veniva invocata per proteggere le partorienti, per ottenere guarigioni e benedizioni, per invocare la fertilità dei campi la notte del 6 gennaio, nonostante fosse stata trasformata in vecchia megera e in signora delle streghe, lucifera figlia del demonio.

Nell’impossibilità di sopprimerla, la dea Diana trasmuta quindi, incorporandone tutta l’iconografia, la simbologia e i significati, in Maria, l’Assunta in Cielo.

Come Diana, Maria è vergine, come Diana, Maria è una rappresentazione lunare, come Diana, Maria è vergine-madre, e come Diana, Maria viene invocata per proteggere le partorienti, salvarsi, guarire…

A Narni il culto della Vergine Maria è il più sentito dopo quello del patrono Giovenale. Il Libro I Cap, XXVII – Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae, De Festivitatibus Custiodendis, obbliga al rispetto di tutte le festività ad Ella dedicate, non solo, particolari onori le erano concessi, come la consegna di un palio alla chiesa di S. Maria Maggiore ma soprattutto una processione “cum ceri accesi”, alla vigilia della festa di mezzagosto. I ceri alla vigilia di San Giovenale, unico parallelo in tutte le festività narnesi, venivano consegnati spenti alla Chiesa, la cera era assai cara, ed oltre a costituire un simbolo di vassallaggio dei Castelli e di importanza delle corporazioni, avrebbero poi illuminato la Cattedrale. Perché lo sperpero allora di tale patrimonio per quest’altra importante festa?… La processione, non era vincolata alle rigide regole delle corporazioni, è lecito desumere vi partecipassero, in coda, distanti anche le donne, altrimenti escluse dalle cerimonie ufficiali delle Arti.

Probabilmente il ricordo ancestrale, forte, dei Nemoralia, dei tre giorni alle idi di agosto della Festa delle torce, in onore della dea lucifera Diana, (passando per le quattro feste del fuoco legate ai momenti stagionali e lunari della quali è sacerdotessa Morgana) è stato duro da scalzare, tanto da cristianizzarlo in un momento solenne ed importante, associandovi contemporaneamente il simbolico significato di protezione dai demoni che figure come Diana e Morgana ormai rappresentavano per antonomasia.

De palijs offerendi per commune infrascriptis ecclesijs

Item statuimus, quod Vicarius dictae civitatis ad honorem, et reverentiam Onnipotenti Dei, et gloriosissimae Mariae semper virginis matriseuis, et beatorum Iuvenalis martyris, et Cassij episcoporum, et aliorum sanctorum, et sanctarum Dei offerat, et offerri faciat infrascriptis ecclesijs videlicet ecclesiae beati Juvenalis in die festivitatis ipsius in mense maij unum pallium sericum.

Et unum aliud ecclesiae Sancta Mariae Majoris loci Fraci Praedicatorum in die festivitatis ipsius de mense augusti.

Et unum aliud ecclesiae Sancti Augustini loci Fratrum Heremitarum in die festivitatis ipsius.

Quae pallia sint valoris infrascriptae quantitatis, videlicet.

Pallium pro ecclesia Beati Juvenalis quatuor florenorum de auro, et alia residua tria valoria XII librarum cortonensium pro quolibet, et hoc fiat expensis dicti Communis de pecunia Camera narniensis, et camerarius dictae Camerae procuret ante tempus, quod ipsa pallia habantur.

Palii da offrire dal Comune alle chiese sottoelencate

Stabiliamo che il Vicario della Città, ad onore e reverenza di Dio Onnipotente, della gloriosissima Maria sempre Vergine sua madre, dei beati Vescovi Giovenale e Cassio, e degli altri Santi e Sante di Dio, offra e faccia offrire alle seguenti:

Alla chiesa del Beato Giovenale, nel giorno della festività dello stesso nel mese di maggio un palio in seta.

Un altro alla chiesa di Santa Maria Maggiore del convento dei frati minori, nel giorno della festività della stessa nel mese di agosto.

Un altro alla chiesa di S. Francesco del convento dei frati eremitani, nel giorno della festività dello stesso.

Questi pali siano del valore seguente:

Il palio per la chiesa del Beato Giovenale di quattro fiorini d’oro, e per le altre tre chiese del valore di 20 libbre cortonesi per ciascuno, e questo sia fatto a spese del Comune narnese, e il camerario della Camera provveda che si abbiano i medesimi palii prima del tempo.

Liber I, cap. CVIII Statuta illustrissimae civitatis Narniae

De honore fiendo ecclesiae virginis Mariae in festa ipsius de mense augustii

Item statuimus ad specialem reverentiam virginis glorosiae matris Christi, quod dominus Vicarius dictae civitatis teneantur, et debeat juramento in vigilia festivitatis ipsius virginis de mensis augusti ire apud ecclesiam ipsius virginis loci Fratrum Praedicaturum, et secum ducere consiliaros Concili populi, et Communis, qui consiliarij una cum ipso dominoVicario ire debeant ad ipsam ecclesiam quilibet cum unum cereo, vel candela in manu accensa, et omnes, et singuli artifices, seu de artibus dicta civitatis videlicet, quaelibet ars per se faciat, et deferat unum cerum, vel plures, et hominibus dictarum artium videbitur, qui cerei portantum accensi, ut alij singuli homines vadant cum candelis accensis cum alijs hominibus universaliter ad dicta ecclesiam, et ipsi ecclesiae offerant es illo cero in dicta ecclesia, et de ipsis artibus intelligantur esse judices, et medici, et notarij, et qui contrafacerint ire nolentes, solvant pro banno, dicta Camerae C solidus cortonenses.

Et haec omnia publice banniantur per ipsam civitatem, ne quis valeat ignorantiam allegare.

Adijcimus, quod mane sequenti die festivitatis, ipse domnus Vicario faciat deferri ad ipsam ecclesia pallium, de quo supra sit mentio in hoc statuto, et si in hoc fuerit negligens perdat de suo salario XXV libras cortonenses.

Adijcimus quod si aliquis religiosus esset ibi suspectus, ad petitionem officij tales suspecti debeant amoveri, quod si non fecerint perdant dictum pallium, et totumid, quod deberant accipere a communepro elemosyna vigores praesentis statuti.

Del rendere onore alla chiesa della Vergine Maria nella festa della stessa

Stabiliamo, per particolare riverenza della Vergine gloriosa madre di Cristo, che il Vicario della città debba e sia tenuto a recarsi, sotto giuramento, nella vigilia della festività della stessa Vergine nel mese di Agosto, presso la chiesa della stessa Vergine del convento dei frati predicatori, e condurre con sé i consiglieri del Consiglio del popolo e del Comune, e questi consiglieri, insieme al Vicario, debbano andare a quella chiesa ciascuno con un cero o con una candela accesa in mano, e tutti e ciascuno degli artigiani, o delle arti della città, vale a dire, qualsiasi arte, per proprio conto faccia e porti un cero, o più, se gli uomini delle dette arti lo riterranno opportuno; e questi ceri siano portati accesi, e gli altri uomini vadano isolati, con le candele accese, con gli altri uomini, tutti insieme in quella chiesa, a alla stessa chiesa li offrano in quella sera nella detta chiesa, e delle medesime arti siano intesi essere i giudici, i medici, e i notai.

Coloro che avranno trasgredito, non volendo andare, paghino per sanzione alla Camera 100 soldi cortonesi e tutte queste disposizioni siano bandite pubblicamente per la città, affinché nessuno possa addurre a discolpa l’ignoranza.

Aggiungiamo che, la mattina del giorno della festività, il Vicario faccia portare il palio nella chiesa, di cui si fa menzione in questo statuto, e se in questo sarà stato negligente, perda 25 libbre cortonesi del suo salario.

Aggiungiamo che, se vi fosse presente qualche religioso sospetto, a richiesta dell’ufficio, i tali sospetti debbano essere allontanati, e se non avranno fatto ciò, perdano il detto palio, e tutto quello che, in virtù del presente statuto, dovrebbero ricevere in elemosina dal Comune

Liber I, cap. CX Statuta illustrissimae civitatis Narniae

Una civitade posta dunque sotto la duplice protezione del Santo Patrono Giovenale e della Vergine Maria, (la cattedrale intra moenia, prima cattedrale di Narni era S. Maria Maggiore, sorta sul tempio di Minerva, altra divinità femminile) retaggio di una società fortemente legata alla Madre, verosimilmente matriarcale, proveniente da una cultura antecedente a quella romana, antichissima, che affonda le radici nel Paleolitico, dove il Vescovo Giovenale iniziò la sua opera di evangelizzazione, lottando contro le radicate credenze pagane che tanto facilmente tendono a sovrapporre miti e divinità. Dalla Dea Madre a Diana, tramite Morgana e da Diana a Maria Vergine.

Talmente forte il legame con la Dea, col terzo volto della Dea, la primigenia Madre terra, da conservarne intatti divinità e simboli, senza nemmeno cristianizzarne i nomi…

… ma anche questa è un’altra storia…

Patrizia Nannini

De Palio currendo in Festo Beati Juvenalis

L’altra corsa del  medioevo narnese

I capitoli IV e V  del primo libro degli Statuti narnesi indicano, rispettivamente, le modalità di effettuazione del Palio e della Corsa all’Anello, eventi che si tenevano tradizionalmente in onore del Santo Patrono Giovenale nel mese di Maggio.

E’ noto che la riscrittura degli Statuti Narnesi del 1371 è una conseguenza diretta del riordino legislativo che avvenne in tutto lo Stato Pontificio grazie alle cosiddette Costituzioni Egidiane, promulgate a Fano nel corso di un apposito parlamento, convocato il 29 aprile 1357, su ordine del cardinale Egidio Albornoz, legato e vicario generale dello Stato Pontificio, e su incarico del pontefice Innocenzo VI (1352-1362). Queste Constitutiones  (rimaste in vigore dal 1357 fino al 1816) fornivano, di fatto, un nuovo assetto legislativo all’intero Stato Pontificio, rivedendo le legislazioni precedenti, ponendo ordine all’enorme materiale a disposizione, ed eliminando  quelle ormai obsolete.

Dallo  studio dei documenti locali sappiamo infatti che un insieme di leggi e regolamenti “Comunali” doveva esistere da molti secoli; la presenza di strutture “autonome”, (che preannunciano la nascita di un vero e propio Comune) si fa risalire addirittura al 9° secolo:  nell’anno 846 – ad esempio –  la città doveva già disporre di proprie milizie regolari, visto che i soldati narnesi furono mandati in aiuto di Roma durante l’assedio dei Saraceni.

Altri documenti ci testimoniano poi dell’importanza della Diocesi di Narni già dal 10° secolo, visto che i Castelli del Comitatus narniensis erano legati al Capitolo della Cattedrale da rapporti  di tipo “feudale” in quanto pagavano tasse ed oneri  in misura diversa, secondo la loro grandezza.

Le autorità civili sembrano invece assestarsi in città più tardi, a partire dal 12° secolo, quando abbiano notizia dell’elezione dei boni homines, o consoli, ovvero le prime autorità locali elette dal popolo. E risale al 1143 il primo documento ufficiale di sottomissione di un castello (Miranda) tramite  il suo Comes (Transaricus) che “…conferma e sottomette alla potestà ed al dominio della città di Narni ed al suo popolo maggiore e minore..” le sue terre. Questo atto è trascritto in una pergamena ed è considerato la prima testimonianza dell’esistenza del Comune narnese, indipendente, autorizzato a stringere patti, alleanze, controllare dazi e pedaggi, ed accogliere donazioni da terze parti.

Dal 13° secolo (come testimonia il “Fondo diplomatico dell’archivio storico” di Narni) il Comune pubblica atti e decisioni che poi vengono trascritte in un “Liber Statutorum”.

Interessante – sotto questo punto di vista – è la trascrizione di alcune sentenze di condanna contro malfattori e criminali nello stesso Libro: nell’anno 1286 per una sentenza di condanna emessa dal “Comune e  popolo di Narni” contro un traditore della città si richiede esplicitamente che la sentenza “…venga trascritta nel libro degli statuti e in due grosse pergamene da affiggersi un nel Palazzo Comunale e l’altra nella Chiesa di San Giovenale…”.

La revisione degli Statuti del 1371 quindi accorpa e sistema tutti i vecchi provvedimenti, spesso anche di carattere transitorio,  che sono stati emessi dal Comune a partire (almeno) dal 13° secolo, suddividendoli in tre libri: il primo elenca provvedimenti di varia natura, attinenti alla vita quotidiana, religiosa, all’urbanistica, ed all’economia;  il secondo è dedicato alle cause civili, ed  il terzo a quelle penali.

L’ordine in cui appaiono i diversi provvedimenti sembra casuale, per cui i primi due articoli del libro  I° si occupano dei Mugnai e dei mulini (una delle maggiori fonti di ricchezza del Comune), per  poi essere seguiti da un terzo capitolo che si occupa invece della riparazione delle strade cittadine. Da ciò si evince che  – almeno per ciò che riguarda il primo libro – le leggi non sembrano seguire un ordine stabilito (a parte alcuni punti in cui  due o tre capitoli consecutivi si occupano della stessa materia…) ed è quindi interessante che il 4° ed il 5° capitolo degli Statuti presentino subito le due gare equestri organizzate per la Festa del Santo Patrono Giovenale, prima ancora di elencare tutte le feste religiose da “preservare” (lista che appare invece molto più  avanti, ai capitoli 28 e 210) nel Comune.

L’importanza della Corsa del Palio (capitolo 4) e dell’Anello (capitolo 5) è quindi palese: il legislatore / riordinatore delle leggi si premura di inserire subito la codifica delle due celebrazioni, con l’intento di “fissare” sulla carta un evento ormai tradizionale, dettandone per sempre regole e limiti.

Che Il Palio e l’Anello fossero i due eventi maggiori all’interno dei festeggiamenti narnesi è cosa nota da tempo, sebbene la prima testimonianza scritta (codificata, appunto) degli eventi risalga proprio alla stesura di questi Statuti, mentre precedentemente il rapporto tra il Comitatus ed il Santo è rappresentato esclusivamente dalla consegna dei Ceri. 

In alcuni documenti risalenti al 13° secolo si citano infatti i castelli che devono rendere omaggio al Comune nel giorno di San Giovenale recando dei ceri alla tomba del Santo (un’usanza tipica in molte città italiane, retaggio di un simbolico atto di vassallaggio), come nel caso del castello di Tarano che nel 1283 si pone sotto la potestà di Narni, e promette di portare ogni anno, il 3 Maggio, 40 libre di crea nuova.

La faccia “civile” della Festa appare quindi ben codificata nei “nuovi” Statuti cittadini  solo a partire dal 1370. Eppure la regolamentazione delle due manifestazioni equestri indica implicitamente  – soprattutto nel capitolo dedicato alla Corsa all’anello – una tradizione più antica: nel 5° capitolo, il testo recita infatti: “…omnes volentes currere ad anulum, debeant stare ab angulo Ecclesae Sancti Salvati, infra versus Fontem et posto anulo in loco solito…”, quindil’anello viene messo “nel solito luogo” un fatto noto evidentemente a tutti, così che il legislatore non ritiene utile dare ulteriori spiegazioni.

Il Palio è essenzialmente una corsa di fantini, simile a centinaia di altre  che si tengono sul territorio italiano sin dall’alto Medioevo, e che non implica un richiamo “militare”, di addestramento alle armi come succede invece per l’Anello.

E’ una corsa libera, presumibilmente a pelo, in cui i concorrenti devono percorrere un certo tratto di strada (anche extra urbano) per giungere ad un luogo dove è stato fissato il Drappo, il Palio appunto, che sarà assegnato al primo cavaliere che riuscirà a portarselo via.

Anche in questo caso – così come per l’Anello – la comunità ebraica della città è obbligata a pagare per “sovvenzionare”  i divertimenti dei “gentili”: una tassa di soggiorno e permanenza a cui sono sottoposte più o meno tutte le comunità ebraiche nel medioevo in Italia.  Anche nella vicina Terni, ad esempio, gli ebrei sono tenuti  a pagare il Palio che si corre in città il Lunedì di Pasqua, come testimoniano i documenti redatti nel 1427. 

A Narni i patti tra la comunità ebraica ed il Comune sono parte integrante degli Statuti, ed il capitolo 142 del libro I° specifica anche la somma da pagare: 4 fiorini d’oro per l’acquisto del Palio e dell’anello.

La corsa al Palio è aperta a tutti, locali e forestieri (contrariamente a ciò che viene per l’Anello, i cui cavalieri devono anche appartenere ai 3 Terzieri cittadini), e l’unica condizione è quella di partecipare con un buon cavallo, escludendo quindi  ronzini, giumenti (cavalli da soma) o cavali da traino (“ad vecturam” secondo la dicitura originale).

Il Vicario, o il suo Socius Miles (l’ufficiale che affianca il Vicario nelle funzioni militari) dovranno recarsi insieme ai currentes presso la Chiesa di S.Andrea in Lagia, e qui l’ufficiale dovrà controllare che ci siano almeno due cavalieri, per far sì che la gara  sia valida, e quindi dovrà metterli in fila, uno dietro l’altro, pronti per la partenza.

Mentre la storia della Corsa all’anello  è stata oggetto di grande interesse nel tempo, intorno alla Corsa del Palio ci sono ancora alcune curiosità che non sono state completamente chiarite, nostra intenzione è proprio quella di proporre alcune spiegazioni plausibili e nuovi spunti di riflessione che riguardano anche l’evoluzione urbanistica della nostra città.

La prima curiosità riguarda  proprio  il luogo di partenza della corsa: la chiesa di S.Andrea in Lagia; così  infatti recitano gli Statuti: “…Miles, seu socius Domini Vicarij […] accedere debeat ad Sanctum Andream in Lagia, cum volentibus ad palium currere, et ipsis adscriptis ibidem si fuerint saltem duo; ipsos citra et juxta Lagiam stare facet seriatim…”, quindi chiunque vorrà correre il Palio dovrà posizionarsi presso la Lagia (al di qua e presso la Lagia, secondo il testo) pronto per partire  verso Narni.

La chiesa di S. Andrea in Lagia all’epoca era posizionata lungo la Flaminia, ed il toponimo Lagia col tempo si è trasformato in Laia, il nome del lungo corso d’acqua che scorre lungo la Sabina per arrivare a Narni, dividendo la diocesi della Sabina da quella narnese.

Prima dell’ubicazione della chiesa è interessante notare che l’idronimo Lagia è un termine comune che indica spesso propio un corso d’acqua – cosa che ci è testimoniata anche dal volume “Sabina sagra e profana” di Francesco Paolo Sperandio, pubblicato nel 1790, e che raccoglie vari documenti inerenti la storia della Sabina nel corso dei secoli.

Qui, nella riproduzione di una breve  di Papa Clemente XII del 1708, nel chiarire i confini della regione, appare la seguente frase: “…terminum divisorium diocesis Sabinae, a diocesis Narniensis, esse quondam foveam seu fossa qui vulgariter dicitur la Laja…” (ringrazio Claudio Magnosi per la fonte storica).
Il termine latino fovea può essere tradotto come fossa, buca, ma anche antro (di una grotta), mentre il Du Cange suggerisce un’ulteriore significato al termine Lagia: semita, ovvero sentiero, viottolo, ma anche solco (del terreno).

Da tutto ciò si evince quindi la diruta chiesa di S. Andrea si trovava presso il torrente Lagia, e che questo toponimo può riferirsi sia ad una fossa che ad un corso (d’acqua o nel terreno in questo caso), ma dove era esattamente la chiesa?

Fino qualche anno fa’ – quando la vegetazione non aveva ancora modificato parte del territorio circostante  – i resti di un’arco di fattezze medievali erano ancora visibili proprio lungo il corso più accessibile del torrente, vicino la strada Flaminia. Oggi purtroppo la struttura sembra completamente occultata (o forse fagocitata) da altre costruzioni moderne, ma chi ha memoria può testimoniare della sua presenza, e quindi avvalorare la presenza della chiesa propio juxta Lagiam – come recitano gli statuti.

A questo punto abbiamo stabilito – con una certa sicurezza – il punto di partenza del Palio: dalla chiesa di S.Andrea,  lungo la vecchia Strada consolare, i fantini corrono verso Narni, risalendo la strada principale, un percorso abbastanza aspro e sicuramente non breve: quasi tre chilometri risalendo la Flaminia – che all’epoca era probabilmente in sterrato e piena di impedimenti – con gli spettatori assiepati lungo il percorso, pronti a  tifare o a cercare di ostacolare i fantini con ogni mezzo.

L’articolo degli statuti infatti mette in guardia gli eventuali “guastatori”:

…nullus de civitate Narniae, vel aliunde faciat aliquod impedimentum, seu obstaculum ad poena X librarum cortoniensium…”.

L’abitudine di ostacolare i fantini lungo il percorso era infatti pratica comune nelle feste popolari: anche nella corsa del Bravio di Terni (di cui abbiamo parlato sopra) c’è infatti un simile richiamo, quando si specifica che “nessun cittadino, di qualsiasi  condizione, sia abitante del comitato o anche forestiero e di qualsiasi sesso, osi o presuma dare o provocare qualche impedimento in qualsivoglia modo ai cavalli mentre corrono il bravio, sotto pene pecuniarie o personali…”.

Una volta giunti in città, il primo tra i currentes che riuscirà “toccare” il Palio, lo avrà come premio. Il fatto che il vincitore debba solo toccarlo è legato anche alla sua posizione: il Palio “…stare debeat supra Petronum, ubi est affixa catena, et qui primus attigerit, acque pervenerit ad ipsum Petronum ipsum Palium tradatur et detur per illum tenentem…”.

Ora, due sono le curiosità che sorgono dalla lettura di questo brano, e la prima riguarda proprio la modalità di attribuzione del Palio: il primo cavaliere che pervenerit (ovvero giungerà) o attigerit (toccherà) il Palio lo avrà in premio. Questa procedura si ripete anche nei sopraccitati documenti ternani del 1427, anche  in quel caso infatti “..il bravio verrà concesso al cavallo che primo sarà arrivato col fantino sopra di lui e il cui fantino avrà toccato quello..”.  L’annotazione sul fantino che dovrà arrivare sul suo cavallo fa pensare che – come avviene ancora oggi a Siena – potevano esserci anche cavali scossi, che avrebbero potuto arrivare prima degli altri, ma senza  ricevere il premio.

La seconda curiosità riguarda invece il termine Petromum: per molto tempo si è ipotizzato che questa parola indicasse genericamente una pietra, o un cumulo di pietre, su cui veniva issato il Palio. Sulla sua ubicazione in città non c’è mai stata un’ipotesi generalmente accettata, ma chiaro è che la linea dell’arrivo doveva trovarsi nel centro cittadino, come già accade in altre realtà simili (sempre per citare il caso di Terni la corsa finiva nella piazza delle Colonne “…sulla colonna dove viene misurato il grano..”, oggi Piazza del popolo).

Oggi proponiamo qui un’altra ipotesi: il termine Petronum  appare infatti in altri contesti urbani in Italia ed all’estero, spesso collegato ad un luogo dove si amministra la giustizia, un arcaismo che dal latino passa al Provenzale, e da qui torna nell’uso comune anche nell’Italia Comunale.

Come spesso accade per i vocaboli presenti negli Statuti del 1371, molti termini legali sono il frutto della contaminazione tra una radice tardo latina e la sua evoluzione nel volgare, per cui la lingua latina degli statuti redatti tra 13° e 14° secolo in Italia risente di questa necessità di arrivare ad un pubblico più ampio, non è ancora volgare (come sarà, invece, in parte dei più tardi statuti Ternani) ma non è più latino classico.

Ecco quindi che un termine come Petronum non è semplicemente traducibile come “cumulo di pietre”, ma si collega ad altre  tradizioni: nell’ambito francese medievale, ad esempio, il  termine Perron (proprio dal latino  petronus) indicava proprio la colonna presso cui i sovrani usavano ricevere  i loro vassalli, di norma posta di fronte al palazzo del potere, ed infatti di fronte a molti municipi c’era una simile colonna  dove si amministrava la giustizia, ovvero si leggevano le sentenze e si eseguivano le punizioni.

A  Liegi – ad esempio – il petronus (i.e. Perron) divenne il nome stesso di una scala sormontata da una colonna, presso cui venivano letti i decreti pubblici e si eseguivano alcune sentenze.

In altri luoghi, soprattutto nell’Italia subalpina, ed in ambito francofono, il perron era infatti una sorta di tribunale “open air”, municipale o comitale, presso cui si svolgeva parte dell’attività legislativa.

La particolarità del petronun narnese però è anche la presenza di una “catena” (cit. “…ubi est affixa catena..”), sopra la suddetta colonna, e quindi – osservando le strutture presenti in Piazza dei Priori – l’occhio non può che cadere sulla “gogna”, la parte centrale del Palazzo dei Priori, dove sono ancora ben visibili i segni degli anelli per le catene ed addirittura i solchi lasciati nella pietra riconducibili alla posizione assunta dal condannato.

Tra l’altro la forma originaria della tipica gogna è quella di una colonna, a cui è fissato un collare di ferro per mezzo di una catena.

A questo punto possiamo ipotizzare che il petronum narnese, su cui viene issato il palio che i cavalieri dovranno toccare, non sia altro che il tronco di colonna che oggi si trova all’interno del loggiato di Palazzo dei Priori (forse spostato qui per preservarlo dalle intemperie del tempo, in un passato  più recente) proprio dietro la colonna centrale, e che – curiosamente – somiglia molto ad un cippo usato per le decapitazioni che oggi è  ospitato all’interno della cattedrale di Salerno (anche per questa informazione ringrazio Claudio Magnosi), e a sua volta analogo ad altri manufatti simili in Italia ed in Europa.

Ora abbiamo alcune certezze in più riguardo al Palio narnese, e con questo intervento speriamo di aver soddisfatto anche qualche curiosità, e  di averne stimolato altre, in relazione alla gara ed all’assetto urbano della città medievale nei suoi spazi comuni.

Fabio Ronci

Vino ed acqua di Feronia nella Mensa dei canonici

De cereis

La cerimonia della consegna dei ceri, che il 2 maggio fa rivivere una pagina di storia narnese nel luogo e con le figure di un tempo, ricorda che fra i tributi che i soggetti dovevano per la festa di san Giovenale la cera rivestiva un ruolo importante. Tuttavia la reverenza verso il Capitolo dei canonici si manifestava anche in altri momenti del calendario liturgico, e con alcune modalità trascritte da Carlo Stefano Bocciarelli in “Cathedralis Narniensis Ecclesiae”, edita a Narni nel 1720; e da altri studi. Dai quali, tralasciando i versamenti in cassa, dai soldi agli oboli, dagli scudi ai “carolenos”, si può cogliere un aspetto meno noto della Mensa dei canonici, -ovvero i beni e i frutti che ne costituivano il patrimonio-, partendo da un testo che riguarda il pane.

Panectas

Pane che due volte l’anno la chiesa di san Lorenzo, “posita in Civitate Narniae prope Ecclesiam Cathedralem et muros canonicae”, -della quale rimane soltanto la dizione sant’Alò in via del Campanile-, doveva offrire al Capitolo della Cattedrale in numero di dodici pagnotte a Natale, ed altrettante a Pasqua, per un totale di 24 “panectas”.

La pratica di distribuire pani, non necessariamente legata a un’imposta, si riscontrava anche in altre chiese: a Roma san Biagio in via Giulia era “detto della Panetta, overo Pagnotta, perché nel giorno della festa si distribuisce il pane” (De Rossi, Ritratto di Roma, 1612). E accanto ai pani, nella Mensa del Capitolo canonicale, e in quella del vescovo, si potevano aggiungere dei pesci.

Pisces

Che erano nella Mensa già nel 1227, quando papa Gregorio IX in una bolla rivolta ai canonici di Narni confermava il “redditum centum piscium, quem habetis in Castro Modii”. Moggio, nella giurisdizione di Rieti e in diocesi di Narni, ogni anno per san Giovenale, o per l’Ascensione, doveva ossequiare la Cattedrale con “centum pisces”, ed altrove cento libbre di pesci. I quali, per facilitare il computo, non dovevano essere avvolti dalle foglie di salca, o salga, un’erba prossima al fiume Velino, utilizzata per tale scopo (Ceroni, Latina gens, 1939).

Circa la distribuzione si animò una lite tra il vescovo Raimondo Castelli e il Capitolo dei canonici, appianata intorno al 1662, quando “ebbe luogo una convenzione sulle cento libbre di pesce che il castel di Moggio deve contribuire annualmente, una parte al vescovo e due al capitolo”, come riassumeva Gaetano Moroni nel “Dizionario di erudizione storico ecclesiastica”, al 1857.

In un’ideale vicinanza tra i pani di san Lorenzo e i pesci di Moggio avrebbero trovato spazio la consistenza di un buon vino e la leggerezza di un’acqua che sfiorava il mito.

De bono vino, cum aqua de Feronia

E così accadeva: l”“Ecclesia parrocchialis S. Jacobi sita in dicta Civitate Narniae in suburbio”, il 25 luglio festa dell’Apostolo, oltre ad offrire cera e denaro, era invitata ad ospitare quattro canonici con quattro famigli e, “se piacerà”, a dissetarli con “de bono vino, cum aqua de Feronia”. E in un territorio con vigne e ricco di sorgenti, non povevano mancare un buon vino e quell’acqua che nella fonte di Feronia racconta un antichissimo culto, celebrato da poeti quali Pannonio e tramutato nel detto popolare “Chi beve l’acqua di Ferogna non parte più da Narni”, (Eroli, Miscellanea, 1858).

La perduta chiesa, che insisteva sull’attuale via XX Settembre, definita anche al titolo dei santi Filippo e Giacomo, condivideva con l’“Ecclesia S. Mariae de Visciano”, poi nota come santa Pudenziana, l’onere di ristorare una parte del Capitolo. Infatti anche quest’ultima chiesa, che possedeva alcuni vigneti già nel 1129 (Bolla di Onorio II), alla ricorrenza di santa Maria in agosto doveva invitare quattro canonici e altrettanti famigli, ma non era tenuta ad offrire loro vino ed acqua di qualità.

Additio

Dei tributi analizzati, scanditi nelle pergamene e confluiti nell’“Additio miscellanea” in “Cathedralis Narniensis Ecclesiae” del citato canonico Bocciarelli, ai nostri giorni si nutre una corretta memoria solo per i pesci di Moggio, evocati nel rito dei ceri alla Vigilia del Santo, a differenza del pane, del vino e dell’acqua di Feronia che cadevano in altre festività, legate a chiese non più esistenti.

Così nella diocesi di Narni, mentre in quella di Rieti, “certe regalie di alcuni Castrati in tempo di Carne, e di Pesci in tempo di Vigilie, e di Quaresima, e di certa quantità di Pane e di Vino”, rivolte ad alcuni conventi, nel 1438 avevano generato una lite tra quelle fraternite e diverse parrocchie, poi risolta dal “Dilecto filio Abbati Monasterij S. Angeli in Massa extra muros Narnien”, su incarico di papa Eugenio IV (L.Torelli, Secoli agostiniani, 1680).

Claudio Magnosi

In questa notte di mezza estate

Seta moneta

le donne di Gaeta

che filano la seta

la seta e la bambace

a me non mi piace

mi piace San Giovanni

che batte le castagne

le batte forte forte

da far tremar le porte

le porte son d’argento…

Chi non conosce questa vecchia filastrocca?

La memoria corre lontana e ci riporta a quando eravamo bambini e alle voci delle mamme e delle nonne che, cantandola, ci dondolavano sulle gambe.

Mamme e nonne non sapevano che ci stavano raccontando una delle storie più antiche del mondo. Perché ne parliamo proprio oggi?Perché tra martedì 23 e mercoledì 24 giugno sarà la notte di San Giovanni.

Notte di magia e di girotondi, di anime inquiete e aspettative, durante la quale i frutti e le erbe diventano malefici o purificatori e tutto può accadere…è la notte del climax del tempo balsamico, per questo alcuni di noi prepareranno l’acqua odorosa per lavarsi e rigenerarsi l’indomani, altri saranno  impegnati  a cogliere i

malli delle noci per preparare il Nocino migliore, mentre, i più superstiziosi metteranno una scopa di sagina fuori della porta di casa per evitare l’ingresso delle streghe…

questa è la notte più magica dell’anno!

La religione si fonde con la superstizione, insieme diventano tradizione, ma va bene così, sono tutti aspetti della nostra cultura che, attraverso i Santi Giovanni, il Battista (24 giugno) e l’Evangelista (27 dicembre) ha ancora bisogno di aprire le porte del Tempo per dar inizio al declino e all’ascesa del cammino solare.

Dall’alba dei tempi le chiavi delle porte erano appartenute a Giano, divinità infatti solare, che ha lasciato il compito di sorvegliare i “varchi solstiziali” a due santi speciali, quelli con la vicinanza fonetica più stringente.

Janus/Joannes, un binomio perfetto e necessario per accompagnare gli uomini dalla religione arcaico romana a quella cristiana in un mondo dove la vita, i ritmi e l’agricoltura erano dettati dalla stagionalità e dalla luce del sole.

Tutto questo era già tradizione almeno sette secoli fa, ce lo raccontano gli Statuti (Libro III, Cap.LXXXVII) “Nessuna persona nella festa del Beato Giovanni o in altra festa vada la corona”.

La corona non era di fiori ma di teste d’aglio, serviva ad allontanare il Maligno, aveva quindi la funzione di protezione contro il male ed il peccato ma serviva anche ad allontanare i dolori.

Se il divieto esisteva  è evidente che la pratica di festeggiare il santo così adornati doveva essere abbastanza diffusa e comune, ma da dove proveniva questa abitudine?

Difficile dire con certezza in quali tempi si sia formata questa mentalità magica e tra quali genti avesse più forza. Nei lunghi secoli dalla tarda antichità all’alto medioevo il territorio narnese, come tutta la penisola, aveva conosciuto una forte “carica sacrale” che la magia poi perderà nei secoli successivi. A portarla erano

stati soprattutto i Longobardi, ce lo raccontano due singolari e suggestivi monumenti della loro cultura, gli editti di Rotari (643) e di Liutprano(712).

Nel secondo documento soprattutto si percepisce in modo più chiaro un’idea della magia legata d’istinto alla nozione di natura, di forza, di valore, di dominio lecito o illecito; un passo è illuminante: “Nessun campione presuma, accingendosi al combattimento, di avere con se erbe malefiche o altre cose simili, ma soltanto le armi convenienti..”.

Gli elementi vegetali della natura quindi sono considerati armi, dotate di forza e di capacità di agire, esattamente come l’aglio delle corone di San Giovanni…uno dei santi più cari proprio ai Longobardi..ma sono solo tracce, deboli, affascinanti del tempo

Con il viso profumato dall’acqua odorosa o con un bicchierino di Nocino…

Buon San Giovanni a tutti !

Eleonora Mancini

La leggenda di Melusina

Miti e leggende del Medioevo: Melusina

Elinas, re di Albania (Scozia, nell’antico gaelico), durante una battuta di caccia, si innamora della bellissima Presine.
I due si sposano ma alla condizione che l’uomo non assista al parto degli eventuali figli. Alla rottura del patto, Presine fugge in Avalon con le tre figlie: Melusina, Melior e Palestina, le quali, scoperto il tradimento paterno dopo anni, decidono di punirlo. Presine però ama ancora Elinas, quindi rinchiude Melior e Palestina e condanna Melusina a trasformarsi in serpente alato ogni sabato.
Melusina incontra Raimondino, figlio del conte di Forez e nipote del conte di Poitiers.

Nella storia ciclica che si ripete, i due si sposano scambiandosi una duplice promessa: lei porterà in dote ricchezza e una lunga e potente dinastia, lui non dovrà mai vederla di sabato. Entrambi onorano la parola, e solo dopo anni, spinto dalle maldicenze, Raimondino spia la donna scoprendo il suo segreto…  “Ah, très fausse serpente!“, le dice, e lei vola via disperata. Melusina tornerà segretamente a Lusignano solo di notte, per accudire i suoi figli più piccoli.

La tradizione orale

I miti e le leggende nascono entrambi dalla tradizione orale, acquistando forza e contemporaneamente perdendo configurazioni storiche e geografiche nel tempo, prima di assumere una forma scritta.

Il mito trae la sua ragion d’essere nelle figure divine che vi compiono azioni sovrannaturali, mantenendo pur sempre elementi di verità e religiosità, astraendosi dal contesto temporale.

La leggenda, invece, pur assumendo contorni sacrali e misteriosi rimane più legata al contesto spazio-temporale, nonché umano; parte da un fatto reale, poi passa di bocca in bocca, di paese in paese, assumendo via via connotazioni sempre più fantastiche, ma nelle quali ciascuno si può riconoscere.

Melusina è mito e leggenda insieme, “invenzione” squisitamente medievale.

Come mito, affonda le sue radici all’origine del tempo, associata al pesce, all’acqua fecondatrice inizio di vita ed al serpente, simbolo di fertilità, astuzia e conoscenza.

Da Babilonia alla Bibbia, dai rituali dionisiaci alle tribù indiane, il serpente, nelle società patriarcali, ha sempre accompagnato la donna sul sentiero del male, donandole la conoscenza.

Come leggenda, prende vita nell’alto medioevo, quando al mito si cominciano ad associare personaggi e luoghi, in Francia prima e specificamente poi, nel Poitou, legata ad una donna che è essa stessa leggenda, Aliénor d’Aquitaine.

La tradizione orale sulle fate, diviene in Francia prima che altrove, letteratura, raccogliendo caratteri sia dal miracoloso cristiano, che dal sovrannaturale magico demoniaco, dipingendo creature ora buone ora demoniache a seconda del messaggio che l’autore vuole comunicare.
Walter Map nel De nugis curialium e Gervasio di Tilbury, negli Otia Imperialia, dotti chierici alla corte aglo-normana del XII secolo, ne restituiscono l’accezione demoniaca, negativa, che con il crescere del cristianesimo accompagnerà queste figure fino all’associazione sistematica alla parola “strix”, strega.

Da Riccardo Cuor di Leone a Aliènor

Henri II d’Inghilterra, (secondo marito di Aliénor d’Aquitaine, che in lei ha sempre visto un altro capo di stato di altre vedute, quindi una nemica), come riferito dal chierico gallese Giraud de Berri, amava raccontare la leggenda della contessa d’Anjou, ulteriore versione della storia, sostenendo che i suoi stessi antenati venivano quindi dal demonio.
Non solo, nel romanzo in versi su Riccardo Cuor di Leone, in Inghilterra, si arriva ad identificare Aliènor con la contessa, demonizzandola.

Nel Poitou, invece, terra colta, patria di Aliénor, di cui ella è stata mecenate e grande duchessa, (non ha mai ceduto i suoi diritti sull’Aquitaine a nessuno), l’accezione è benevola e legata alla parola “fata”… Aliénor, la donna due volte regina, finisce per incarnare la leggenda, per la similitudine fra i racconti sulla fata e la sua stessa vita… entrambe bellissime, ammalianti, portano allo sposo una immensa dote, il potere e una progenie numerosa, ma entrambe finiscono per rivelarsi agli occhi dello sposo diverse da quello che sembravano.
I Lusignano, vassalli dei duchi di Aquitania, legano il proprio nome a questa leggenda, nella tradizione orale.

Jean d’Arras nel 1392 fa ancor di più, narra per Jean de Berry, discendente degli estinti Lusignano, la nascita della sua dinastia nel Roman de Melusine.

La fata ora ha un nome, e la leggenda di Melusina ormai consegnata alla storia.

Correrà veloce, di bocca in bocca, di paese in paese, arrivando anche a Narni, dove la suggestione è tale da chiamare col suo nome una località.

Le origini del toponimo “Caste Melusine”

Il toponimo “Caste Melusine” compare in un documento datato 19 febbraio 1532, redatto presso la residenza magnificorum dominorum priorum, attestante che, tali Hieronimus Philippi, Lucas alias Lucaresse Antonii del castello di Sant’Urbano, chiesero ai priori della città di Narni Gabrielus quondam Loduvici Fieschi, Marinangelus quondam Bernardini e Cardulus de Cardulis, la lettera patente scritta in carta bambacina con la quale i vecchi priori avevano concesso una bandita al castello di Sant’Urbano. La lettera si trovava presso i suddetti priori in carica nel 1532 e nell’ordinare al cancelliere comunale di produrne una copia dell’originale redatta nel 1520 apportarono delle aggiunte.

Il testo della lettera patente copiata e consegnata agli uomini di Sant’Urbano è riportata di seguito.

1520, Narni

I priori della città di Narni Iacubus Piermartini, Iohannes Baptista Francisci Iuliani, Virgilius Mascus, Felix Olivieri e il sindaco Robertus Pacis, concedono agli uomini di Sant’Urbano che ne avevano fatto richiesta, il permesso di fare una bandita nelle loro pertinenze per la conservazione degli animali dentro i seguenti confini: usque ad confinia et confines castri Vasciani comitatus eiusdem et Morrones seu monte a capite et via a pedem et castellum usque at collem Agliole e i aggiunta se intenda dicta bandita ultra dicti confini fino alli cataoni et le cose de Lario et fino alla valle Pergula et fino allo Morrone Pezuto et fino alla via che va a San Pancratio et fino allo piano delle Caste Melusine, rispettando i vecchi capitoli cioè : i buoi possono entrare nella bandita il giorno di San Francesco del mese di ottobre; le altre bestie vaccine e cavalline possono entrarvi il giorno di tutti i Santi, e in aggiunta, che un mese dopo la detta festa possano entrarvi le bestie pecorine e si paghino 6 quattrini per la capra e 5 per la percora; per il pascolo nella bandita si paghino 2 baiocchi per i buoi aratori, 4 per le vacche e 7 per le bestie cavalline; se le bestie verranno trovate a pascolare in tempo diverso da quello stabilito si paghino 8 baiocchi di giorno e il doppio di notte; i soldi ricavati dalle pene dovranno essere utilizzati per le riparazioni delle mura di Sant’Urbano; nessuno può tagliare la legna nella bandita e per e per tutte le denunce delle trasgressioni si deve dare piena fede al guardiano deputato.

Actum Narnie in Palatio solite residentie magnificorum dominorum priorum, de voluntate sopradictorum dominorum priorum.

Ego Michelangelus Ascani de Arronibus de Narnia publicus et imperiali auctoritate notarius et nunc cancellarius reformationum dicte magnifice communitatis Narnie, dictas supra patentas litteras quasi in toto laceratas cum suis predictis capitulis et additionibus premissis, iussu dictorum magnificorum dominorum priorum esidentiam ac etiam numeri cernite civium commune et consensu dicto die XIX mensis februarii et millesimo quingentesimo et trigesimo secundo currente et hic transcripti, copiavi et fideliter de originalibus ipsis exemplavi.

Testimoni: Antonius e Petrus Antonius di Collescipoli.

Non è facile sintetizzare secoli e secoli di tradizioni orali, di consuetudini trasformate in leggende, di antropologismi che han creato i miti, di paesi che han creato leggende, di uomini che han creato storia, di donne divenute leggenda… Tutti sono stati e sono tutt’ora oggetto di studio. Innumerevoli libri son stati scritti. Innumerevoli storie da raccontare…

Patrizia Nannini

In taberna quando sumus

Le hanno chiamate Hostarie. E passi. Entri e ti trovi in un medioevo palpabile, per quanto approssimativo. Ambienti che viaggiano, ormai, oltre i mille anni. Incannucciati e laterizi, mattoni di riuso e materiali di spoglio. Va bene. Siedi su rustici sgabelli. Fanciulla che si avvicina. Ha in mano carte: il mangiar del giorno. “Bianco o Rosso”, “Blu” rispondo “ragazza mia, se non so cosa mangerò, come faccio a dirti?”. E’ poco più che bambina, arrossisce leggermente compunta, mia moglie mi guarda alla verme. “Su, dai, portalo rosso che fa sangue”. Anche lei, giovane, sa che la diceria è una sciocchezza e sorride. Equilibrio ristabilito. “Voglio braciola e salsicce”. Lei “Vabbè, avrei optato per i fagioli con le cotiche ma tant’è…andiamo sul leggero.

               Mangiamo sotto il livello di una chiesa benedettina. Ha 1028 anni quest’anno. Un tizio donò un monastero che era lì e loro, i farfensi, ne fecero una chiesa-capolavoro. Il portale di destra, scanso equivoci, ci misero due aquile. Cornu evangeli. Il loro abate, Berardo Ascarello, aveva affermato, nel bel mezzo della lotta per le investiture, che la prima obbedienza si deve a Cesare e la seconda a Dio “Perché nel Vangelo sta scritto -Date a Cesare…e dopo è aggiunto -E date a Dio…quel che è di Dio”.Così l’abate fissò le precedenze e le raffigurò nel portale di sinistra (ma di destra per chi officiasse) della chiesa. Imperatore e “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Questi era in principio…” e non come da traduzione di Umberto Eco!

               Arrivano le salsicce ma prima ascolto il vino. Brilla tremulo, vermiglio nella controluce dell’oscillante lampada. Riempie il gotto di terracotta. Traditoro quant’altri mai. Tiene un buon mezzo e sei portato a tirarlo giù di botto. Ma di botto in botto,poi le gambe reggono sempre peggio. C’è anche la braciola. Ancora soffrigge appena tolta della brace ardente.Mangi assorto:”Dove ti sei cacciato?” fa lei che sa bene come questa città rapisca troppo spesso la mia presenza.

E’ che sotto quella chiesa c’è una cisterna romana. In perfetta efficienza. Sta alla fine di una chiesa sotterranea, esattamente sotto la prima ma orientata in senso inverso, ove certe sere piovose non entra nessuno ed il silenzio ovatta. Te ne stai lì e senti gocciare. Lento. Prima, terza, sesta, nona, vespero e compieta. Poi, Prima et Secunda vigilia e….il monachello passava con la lucerna, nelle gelide notti invernali, per vedere se qualche giovane confratello continuasse il sonno. Trovava il miserello e gli passava la lucerna. Finito l’uffizio chi aveva in mano il lume rimaneva digiuno il giorno dopo. Al monastero si mangiava una sola volta al giorno. Quindi digiuno lunghissimo tranne se fosse stata estate, nella quale si mangiavano due pasti al giorno. Altri tempi!

               Arrivano nuovi commensali. L’hostaria si riempie. Ragazzi . Mangiano. Poi comincia un gioco per sbronze: si chiama Filomena. Intreccia prontezza di lingua e sveltezza di braccia. Se sbagli bevi. E più bevi, più ti sbagli. Finisce in sbornia com’è normale.

La chiesa ha capitelli che ammoniscono contro il peccato. La gola è peccato. E, nell’ultimo capitello di destra, che sarebbe poi di sinistra per l’officiante, c’è un’intreccio di diavoli peccatori che promuove angoscia. Alla luce delle tremolanti candele sembrano serpenti vivi. Lato epistulae. Si può rimediare. La richiesta di perdono (in quanti modi, nei secoli, è mutata la confessione!) riguarda anche i peccati di gola. In quell’angolo oscuro di Narni avvengono anche peccati di carne. Gli angeli sorridono, le aquile girano la regale testa e i demoni bestemmiano; sanno che Dante ha detto bugia quando ha spedito loro Paolo e Francesca. Mai pervenuti, laggiù ma si sa, i fiorentini mentono per la gola.

Si esce e piove autunno. E pensi al volvere irresistibile delle stagioni. Quanti amici, quante gioie, quante storie hanno intrecciato le vicende sotto il portico animato dai leoni ormai smozzicati dall’uso. Sale lentamente una nebbia nell’anima. E fino a quando, fino a quando non svanirai anche tu nella presenza e nella memoria? Prima, terza, sesta, nona, vespero e compieta…

Bruno Marone

Cassio e l’invenzione del Medioevo narnese

San Giovenale è il protettore di Narni.

Cassio pure.

Giovenale è stato vescovo di Narni.

Anche Cassio.

Giovenale non era narnese.

Forse neanche Cassio.

Giovenale è un uomo del IV secolo, Cassio del VI.

Tra i due ci sono circa 180 anni, un tempo durante il quale il mondo dell’occidente romano è cambiato. E dopo ancora tante volte sarebbe cambiato. Nel tempo umbri, etruschi e sabini a due passi, romani, goti, bizantini, longobardi, franchi, pure i saraceni… tutti hanno lasciato qualcosa in questo fazzoletto di terra. Il mondo medievale è quello che oggi chiameremmo un melting pot, ne sono testimonianza i nomi che abbiamo dato alle cose, tutta la toponomastica che utilizziamo,  i santi che preghiamo oggi e quelli che gli antenati concittadini hanno venerato in passato, anche la cucina e le superstizioni appartengono alle stratificazioni sociali e culturali di cui noi oggi siamo il prodotto. E ci piace. Tanto. Talmente tanto che da più di 50 anni ripetiamo “li riti e li giochi” in onore di San Giovenale.

I giochi sicuramente no ma i riti, Cassio, li officiava quotidianamente presso la sepoltura del predecessore probabilmente anche monumentalizzandola  in occasione della sistemazione delle mura urbiche delle quali, in qualità di vescovo, per una legge emanata da Giustiniano nel  530, aveva la cura.

Cassio è un uomo di fede e di azione in città.

Giovenale è un santo dentro le mura e diventa un tutt’uno con la cinta di difesa, facendo scudo col suo corpo alla città stessa. L’immagine è potente e segue logiche e ideologie di derivazione bizantina e Cassio è probabilmente l’artefice di una operazione ideologica e culturale che ha determinato il futuro della comunità religiosa e civile narnese.

Prova ne è l’articolo degli statuti dove si riportano le modalità dello svolgimento dei festeggiamenti ancora nel XIV° secolo, prova ne è l’esistenza,  oggi, nel XXI° secolo, delle stesse pratiche. Ma oggi lo facciamo utilizzando un tempo altro, guardiamo Giovenale attraverso il filtro della nostra precedente “vita mediavale” e Narni ha un “medioevo tutto suo”, in parte fatto di ricerca storica, in parte frutto di fantasia, sperimentalismo, memorie personali e collettive, saperi esperti e improvvisazioni e tanto di più.

Come tre specchi che si guardano  VI° XIV° e XXI° secolo si riflettono a vicenda e rimbalzano le immagini all’infinito… anche in questo anno strano in cui tutto e diverso, dove piazze e vicoli hanno qualcosa di metafisico e tutto ci mancherà, dal vento che muove le bandiere all’odore della pizza dei forni.

Eppure il banditore è uscito. Cassio sorride.

Eleonora Mancini

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