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Categoria: I Racconti delle Pergamene

Rubrica di approfondimenti tematici e divulgativi sulla storia di Narni…e non solo!!

Il Corteo Storico Medievale a Narni

Fiore all’occhiello della nota rievocazione storica Umbra

F.I.G.S. il bollino di garanzia delle rievocazioni storiche italiane

Il Corteo Storico Medievale di Narni è uno dei fiori all’occhiello della Corsa all’Anello.

I giochi che, come Narni, fanno capo alla Federazione Italiana Giochi Storici, rappresentano le migliori e più antiche tradizioni popolari del nostro Paese. Si tratta di eventi davvero straordinari e unici nel loro genere.
Nella ricostruzione dell’ambientazione storica che si sviluppa per ciascun gioco, vi è la massiccia partecipazione attiva di persone di ogni ceto sociale senza distinzione alcuna, con cittadini ed ospiti particolari che diventano attori creando scenografie irripetibili altrove.
Eventi che costituiscono una ricchezza enorme, autentici giacimenti culturali da coltivare e sviluppare razionalmente[1].

Gli elementi essenziali per ambire ad iscrivere una rievocazione storica alla F.I.G.S. sono essenzialmente tre:

  • avere un profilo sportivo sotto forma di competizione
  • costumanti che generalmente sfilano in un corteo storico medievale
  • in ultimo, una capacità allestitiva di scene, situazioni, ambientazioni, rappresentazioni teatrali.

Questi sono gli ingredienti principali della ricetta che crea la festa, la quale ha bisogno però di un elemento ulteriore che le faccia assumere una legittimazione definitiva. Quel tocco in più è la dimensione “storica” di un passato attentamente scelto e «opportunamente selezionato» tra i tanti passati possibili[2] potremmo dire con le parole di Hobsbawm[3] e, quasi sempre, nel centro Italia è l’età medievale.

Il grande Corteo Storico Medievale di Narni

Nel caso di Narni, all’interno di tutto il programma della Festa, il grande corteo storico Medievale del sabato che precede la Corsa all’Anello è sicuramente l’evento che attrae il maggior numero di spettatori.
Ammassati sulle  transenne, opportunamente collocate lungo le vie e piazze principali, creano lo spazio dove va in scena il corale travestimento a scopo rituale, composto da oltre mille costumanti.
Credo possa essere esteso il ragionamento sviluppato da Laura Bonato sulla pratica del cosplay[4] anche ai cortei storici, sebbene differenti siano i modelli di riferimento cui si tende. Se requisito importante del cosplayer (colui che si traveste) è rendere riconoscibile il suo personaggio agli occhi di un soggetto altro, è necessario stabilire a priori un campo di gioco comune dove osservatore e osservato condividono gli stessi modelli e, nell’ambito di un contesto territoriale e sociale definito l’utilizzo di determinati simbologie, colori, suoni, permette un riconoscimento.

A differenza di altri momenti della festa che hanno un carattere più “intimo” nella vita di un  terziere ( le tre parti in cui è divisa la città) come il battesimo o la messa per i defunti oppure la cena detta “propiziatoria” che ogni rione consuma pochi giorni prima dell’inizio dei festeggiamenti e dove si invocano insieme la fortuna e il santo, il passaggio di un terziere nel grande corteo storico medievale di Narni è al contrario il momento massimo dell’esporsi, del mostrarsi agli altri e per poterlo fare è necessario distaccarsi dalla moltitudine del pubblico e differenziarsi da questo attraverso un atto di “vestizione”, attraverso abiti adatti, per diventare conte, cavaliere, dama, uomo d’arme…

Il riferirsi all’atto di incarnare il personaggio come una ‘vestizione’ (e non un generico ‘vestirsi’) evidenzia un cambiamento di abito che è formale, che è un mutare di habitus; evoca cioè un passaggio rituale (si pensi alla vestizione del torero, del sacer­dote…) che rischia di essere inesistente o non percepibile nell’immaginario contemporaneo del carnevale banalizzato e infantilizzato di oggi.
Come dire che gli attori delle rievocazioni, dosando i termini, riconoscono rilievo ceri­moniale, ethos rituale alle loro azioni, specialmente a quelle che li trasforma­no nell’alterità desiderata. E proprio perché questo incarnarsi in un’alterità va preso sul serio mi pare generico, riduttivo, tautologico qualificarlo come ‘coin­volgimento emotivo’. Se invece lo accostiamo alle mutazioni, alle metamorfosi che il carnevale istituisce, gli riconosciamo una densità psicoculturale specifi­ca, che la storia e i contesti diversi si peritano di far variare.[5]

“Vestiti”, seguendo un preciso ordine di “apparizione stabilito dal responsabile del corteo di ogni terziere, si può tornare dov’è la folla, ma non tra folla stessa, in uno spazio preciso, stabilito e ritagliato, in uno spazio liminale dove si è sospesi tra realtà e finzione, dove non c’è contatto con chi assiste al passaggio del corteo, perché cercare con lo sguardo volti conosciuti o rispondere anche solo con sorrisi accennati a una voce che chiama o che fa un complimento, è sanzionato, e fa perdere punti sulla valutazione dell’esibizione.

Tra la folla si torna solo alla fine, il giorno dopo, quando lo stesso corteo dopo aver accompagnato al campo dei giochi i cavalieri giostranti, torna in piazza, con o senza l’anello che era il palio, per assistere alla lettura del bravio[6] e, se ha ottenuto un punteggio superiori agli altri, viene premiato.

Si rintraccia la sequenza che Arnold Van Gennep all’inizio del secolo scorso aveva postulato nei riti di passaggio[7], di iniziazione e stagionali: la separazione, la transizione e la riaggregazione.

Quando l’abito fa il monaco: la simulazione imperfetta del corteo storico medievale

Ognuno dei partecipanti al corteo storico medievale nel momento che indossa uno degli abiti creati in sartoria, assume, anche se per un tempo limitato, uno status diverso, un’identità lontana appartenuta a qualcuno realmente vissuto centinaia di anni fa e di questo si diventa il simulacro: non è proprio “quella persona” si è solo simile, somigliante, un mezzo per simularla, eppure l’archetipo c’è e può ispirare, può ostendere la sua forza e il suo potere, può essere oggetto di venerazione e di ammirazione. Ma il simulacro, privo della vitalità originaria, sarà sempre una imitazione imperfetta.

L’esercito dei “simulacri in costume”

Per comprendere il valore di questo esercito di simulacri in costume è necessario l’utilizzo di alcune classi concettuali che aiutano nella interpretazione del rapporto tra questi e il loro pubblico:
la “devozione”; il significato dell’immagine del simulacro “vestito”; la visione e l’uscita in corteo.

Nella letteratura etnografica il terminedevozioneè quello più utilizzato per indicare il legame, l’attaccamento esistente tra il simulacro sacro e i fedeli mentre nella tradizione antropologica che fa capo a Durkheim e Radcliffe-Brown, lo stesso legame consiste in sentimenti sociali che tengono insieme individui e gruppo.
Questo sentimento comune è sostenuto e alimentato da pratiche rituali e, in una società secolarizzata, si manifesta anche in direzione di oggetti “non identificabili in termini religiosi, mistici o ultraterreni, ma verso le sfere di intimità della vita quotidiana”[8], come l’assistere, per chi è cresciuto nella cultura della Corsa o delle feste similari, ad un evento aspettato e onirico, come è la sfilata del Corteo Storico.

Il corteo, seppur in lento movimento, restituisce una immagine muta e fissa, atemporale seppure porta ad un tempo altro e preciso, maggio 1371, e assurge a “monumento di stabilità” e proprio per queste sue caratteristiche costringe i fedeli/pubblico a fermarsi e guardarlo e, il manifestarsi del corteo si trasforma da presenza in possesso: chi lo osserva si appropria della sua “immagine” che quasi perfetta è lì e immediatamente non c’è più bisogno di cercare “quel tempo mitico” perché , attraverso il corteo, è presente e vissuto.

La gestualità dei costumanti

I gesti che si compiono per la preparazione di un costumante, ma più ancora di una costumante, non sono dissimili da quelle necessari alla vestizione di una effige come una Madonna destinata al culto[9]: come un manichino, per sua natura impossibilitato a muoversi, così chi deve “mettersi nei panni” di un uomo in armi o di una dama, da soli non riuscirebbero mai a vestirsi e per venire in aiuto ad essi squadre intere di sarte e aiutanti addette alla preparazione dei costumanti entrano in campo per attivare quel processo di trasformazione possibile solo in un contesto rituale fatto di spazi, ambienti e tempi giusti, quelli del calendario festivo. Diventare un dispositivo-simulacro quindi ha bisogno di fattori attivatori che, come nella vestizione delle madonne[10], si identificano con figure femminili.

L’atto della vestizione è un vero “rituale”

La vestizione delle effigi sacre, come quella dei costumanti, rappresenta un momento della ritualità e delle pratiche di “devozione” che riguardano importanti aspetti culturali, di ambito storico-artistico, storicoreligioso e antropologico. Come per le effigi sacre anche la preparazione di un costumante riguarda la storia dell’arte, per la fedeltà storica dei modelli degli abiti e dei gioielli ricostruiti sulla base di fonti iconografiche, o la cultura materiale, per la qualità dei materiali utilizzati soprattutto in campo tessile.

Questi elementi dell’apparato scenico assumono forti valenze nel campo estetico e in quello simbolico

Se infatti il culto di un’immagine sacra costituisce un fatto di interesse pubblico, anche la vestizione, pur se effettuata in privato o alla presenza di pochi “specialisti del sacro”, rappresenta un’operazione pubblica, della quale occorre rendere conto al popolo dei fedeli.[11]

La relazione fra costumanti e pubblico nel corteo storico medievale di Narni

Lo stesso vale per la relazione esistente tra i costumanti di ogni terziere in corteo ed il proprio pubblico di fedeli. Infatti attraverso le vesti, gli ornamenti e le strategie coreografiche utilizzate per dare risalto e spettacolarità, ogni terziere ed anche l’importante gruppo rappresentativo delle autorità cittadine, cerca di costituire un ideale estetico capace di sottolineare la propria superiorità. L’utilizzo di vesti con stoffe ricercate, ricami preziosi, gioielli dalla fattura pregevole, l’utilizzo di rapaci e mute di cani esibiti in corteo sono anche indicatori della capacità economica di ogni gruppo in corteo.

Fondamentale è l’importanza dello “sguardo” di chi contempla il passaggio dei simulacri che deve essere condizionato da una imprescindibile connotazione culturale: questo deve vedere, riconoscere e selezionare ciò che è in quel contesto è significante, perché già appartiene al suo patrimonio culturale.

Le immagini, oggetti che formalizzano un atto visivo, scaturiscono, dunque, dalla tensione (potenza) analogica dello sguardo e dalla carica connotativa estesa dei processi culturali complessivi, presenti sulla scena sociale.[12]

Eleonora Mancini


[1] http://www.feditgiochistorici.it/italiano/default.asp

[2] Il corsivo è per  sottolineare la particolare situazione per cui  nonostante si abbiano in abbondanza fonti materiali,  scritte e reperti archeologici che testimoniano la ricchezza delle informazioni sul passato dei territori del centro Italia (pre-romane, etrusche, romane) cronologicamente precedenti a quelle dell’età medievale, la scelta del passato “giusto” ricada poi quasi sempre su quella dell’età di mezzo.

[3] E.J.Hobsbawm, Come si inventa una tradizione, in Hobsbawm E.J.,Ranger T.(a cura di), L’invenazione della Tradizione, Einaudi, Torino, 1983, pp.3-17.

[4] La parola cosplay (COS-PLAY) è un’abbreviazione delle parole inglesi “costum” (costume) e “play” (recitare, interpretare). In pratica, è l’arte di interpretare gli atteggiamenti di un personaggio conosciuto indossandone il costume. Il fenomeno è nato in Giappone e se inizialmente prendeva a riferimento
personaggi tratti dai manga o dagli anime ha poi rivolto l’attenzione anche a personaggi di videogames, fumetti, cartoni animati, film, telefilm, libri, pubblicità, band musicali e giochi di ruolo.

[5] V.Padiglione, Possessioni bianche. E se le rievocazioni fossero anche altro? In F. Dei, C. Di Pasquale (a cura di), Rievocare il passato: memoria culturale e identità territoriali, Pisa University Press 2017

[6] Bravio è un termine assimilabile a Palio, indica un premio che viene vinto dal terziere che al termine della festa ha totalizzato il maggior punteggio sommando i punti attribuiti dalla giuria a diversi eventi: corteo storico medievale, giornata medievale, ricostruzione degli ambienti, esibizione dei musici.

[7] A.Van Gennep, I riti di passaggio, Torino, Boringhieri,1981, p.98.

[8] F.Dei, Dalla devozione al patrimonio: note antropologiche sul vestire le Madonne, in A. Capitanio (a cura di),Statue vestite.Prospettive di ricerca, Pisa, Univrsity Press, 2017, pp. 157-158.

[9] Con effige si fa riferimento a manichini completi e rifiniti esclusivamente nelle parti del corpo che sono visibili a rivestimento completato, quindi testa, mani e piedi. Il resto del corpo non destinato alla vista appare modellato senza troppe rifiniture seppur estremamente curato negli aspetti funzionali, come sostegni al corpo e alle vesti, articolazioni degli arti.

[10] Si invita alla lettura del contributo di F.Dei, Dalla devozione al patrimonio, op.cit., p. 157 e E.Silvestrini, Abiti e simulacri, op.cit. p.20.

[11] E.Silvestrini, Abiti e simulacri, p.22.

[12] F.Faeta, Introduzione e “Mirabilis imago”.Simboli e teatro festivo, in Il santo e l’aquilone. Per un’antropologia dell’immaginario popolare nel secolo XX, Palermo, Sellerio,2000,pp.17-58.

L’Università nel Medioevo: In Arte Veteri

Dallo studium all’università nel Medioevo a Narni

1305: inaugurazione dello studium Domenicano Narnese

Nell’anno del Signore 1305, veniva inaugurato in Narni, nel convento dei Domenicani, lo studiumin Arte Veteri”, da servire per l’educazione del clero, nonché, per i laici che si dedicavano alle lettere ed alle scienze. Il Diaccini riporta la notizia nel suo scritto, “Per il solenne ingresso di Mons. Cesare Boccolieri”, Vescovodi Terni e Narni, nella diocesi di Narni nel 1921, semplicemente stringandola con queste poche parole che racchiudono un concetto di ben più ampio respiro.
La prima università a Narni, apre dunque i battenti nel basso medioevo, a pieno diritto quindi, si può parlare di universitas, con tutta l’articolazione delle più note e più grandi sue antecedenti, quali appunto Bologna, ma anche Roma, Napoli, Modena, Vicenza, Padova, Vercelli e Macerata (altre importanti, ancor oggi, università italiane, sono successive a quella narnese, come Perugia, Firenze, Pisa, Lucca, Siena, Torino, Parma).

Evoluzione dell’università dall’antichità al medioevo

Il percorso di studi dall’antichità al medioevo era distinto in tre gradi:

  • elementare, dove si imparava a leggere, scrivere e far di conto;
  • medio, dove con il grammaticus si approfondiva lo studio della lingua latina e s’imparava quella greca; si studiava la letteratura di queste due lingue e le prime nozioni di storia, geografia, fisica e astronomia ed infine
  • il superiore dove si studiava la retorica, l’eloquenza, l’arte cioè di costruire discorsi per gli usi più vari (giudiziari e politici innanzitutto), partendo dallo studio del diritto, della storia dell’eloquenza, della filosofia.

La differenza fra l’universitas e lo studium

Lo studium generale nel Medioevo (aperto a tutti, non il solo studium) indicava l’istituto dedicato all’insegnamento superiore, intendendo sia che convenivano a studiare nell’Università studenti da ogni paese, sia che i titoli che tali studia conferivano erano riconosciuti ovunque, mentre l’universitas, era l’organizzazione corporativa che faceva funzionare lo studium garantendone l’autonomia, non contenendo necessariamente nel suo seno tutte le attività ad esso connesse, che pur controllava.
Nei secoli XI e XII, il termine latino universitas designava qualsiasi comunità organizzata e dotata di un proprio statuto giuridico. Le università dei maestri e degli studenti erano affiancate dalle universitates di persone accomunate da uno stesso mestiere, sviluppi spontanei, dati dalla medesima necessità.

La nascita dell’Università, intesa come luogo di formazione intellettuale, avviene infatti a Bologna a cavallo fra alto e basso Medioevo, dall’iniziativa degli studenti, in massima parte laici, che si riunivano in società al fine di pagare un maestro.

Dalle arti liberali alle arti meccaniche

Le facoltà, quattro in tutto, erano soprattutto suddivisioni amministrative dello studium, connesse all’attività didattica, ed erano ordinate gerarchicamente nei diversi rami del sapere:

la facoltà di “Artes”, ove si insegnavano le arti liberali, preparava alle tre facoltà superiori di “Teologia”, “Diritto canonico e civile” e “Medicina.

Le arti liberali, sette
, a loro volta, erano divise dagli autori antichi come Varrone, Marziano Capella, Cassiodoro, fra trivium dette “sermocinales“ (grammatica, dialettica e retorica) per lo studio letterale e quadrivium (matematica, geometria, musica e astronomia) per lo studio scientifico, distinzione, questa, mantenuta per tutto il medioevo, anche dopo aver perso in gran parte il suo valore pedagogico.

Le arti liberali invece affermano definitivamente nell’alto medioevo la loro supremazia su quelle meccaniche.Le arti tecniche sono dette meccaniche ossia falsificatrici, perché l’attività dell’uomo artefice si appropria della percezione delle forme che imita dalla natura. Le sette arti liberali sono così chiamate, perché richiedono animi liberi, cioè non impediti e ben disposti (infatti tali arti perseguono penetranti indagini sulle cause delle cose), ovvero perché nell’antichità soltanto gli uomini liberi, cioè i nobili, si dedicavano ad esse, mentre i plebei e coloro che non avevano avuto rappresentanti delle proprie famiglie nelle cariche pubbliche, si occupavano delle arti tecniche con la competenza del loro lavoro” (Ugo di San Vittore (1096 ca.-1141), Didascalicon)

Le arti meccaniche erano delle vere e proprie tecniche manuali, specializzatesi nel tempo in mestieri.
Comprendevano infatti: la prima era la tessitura; la seconda comprendeva ogni sorta di artigianato, e dunque la meccanica, la metallurgia, l’architettura; la terza era la nautica, la quale includeva anche il commercio.
Quattro arti, invece, avevano a che fare con il corpo umano: ed erano l’agricoltura, la caccia, la medicina, il teatro.
Medicina e Architettura, che originariamente facevano parte delle arti liberali, vennero spostate nel secondo gruppo da Marziano Capella nel “De nuptiis Philologiae et Mercurii”, riducendo così a sette le nove arti liberali, trasmettendo il modello degli studi umanistici alla cultura medievale.

La medicina merita un ruolo chiave a parte, dimostrando la mancanza di discriminazione, tutta tardo medievale, tra le arti liberali e le arti meccaniche, tanto da godere della stessa dignità delle arti liberali, insidiandone anzi il primato. Nel preambolo degli statuti della facoltà di medicina di Montpellier (1239) essa viene paragonata a una stella che di quelle arti illuminava il firmamento. Una visione inutilmente contrastata da Petrarca. Coluccio Salutati dovette fare ricorso ad Averroè per affermare la superiorità della Giurisprudenza sulla Medicina.
(Luisa Bussi. Intorno alla storia delle Università medievali)

Le arti meccaniche rimasero comunque appannaggio di corporazioni chiuse, mentre le Università si distinsero per il grado di apertura e di eguaglianza, cosa probabilmente dovuta all’obiettivo manifestamente occupazionale delle arti meccaniche, opposto alla nobiltà di quelle liberali. (Rüegg W. (a cura di): “A History of the University in Europe”)

Di fatto, comunque, in molte università del Duecento v’erano solo due o tre facoltà, ed in particolare fino alla fine del Trecento, i papi osteggiarono la moltiplicazione della facoltà di teologia, per garantirne il monopolio all’università di Parigi, “lampada splendente nella casa del Signore”, tanto che, perfino Bologna, la prima ad essere fondata in tutto il mondo (XII sec.), ebbe la sua facoltà di teologia solo nel 1364 (J. Verger, Le Università nel medioevo)

Nascita ed evoluzione dell’Università a Narni nel Medioevo

A Narni, gli Statuti del 1371, riportano nel libro I cap. CXIV, la notizia che i maestri che venivano ad insegnare nella città, fossero protetti più dei normali cittadini, tanto che, chi recava loro offesa doveva pagare il doppio rispetto alla stessa offesa recata ad un narnese, ma soprattutto, recano, inconsapevolmente, il messaggio di quanto fosse importante il centro culturale narnese, semplicemente con l’elenco dei maestri che rientravano nella categoria “protetta”. Viene da credere che lo Studium inaugurato nel 1305 sia già divenuto Studium generale…

Maestri di arti liberali, che denotano la presenza del primo grado superiore di istruzione, ma anche giureconsulti, medici, fisici e chirurghi, che denotano la presenza del secondo grado superiore di istruzione, il più alto in assoluto… praticamente erano presenti in Narni nel 1371, anno di riconferma degli Statuti, tutte le facoltà, tranne quella di teologia, o almeno non nominata dagli Statuti, cosa che potrebbe essere spiegata dall’interesse comunale di laicizzare lo Studium.

A pieno diritto quindi, si può parlare di universitas, con tutta l’articolazione delle più note e più grandi sue antecedenti, quali appunto Bologna, ma anche Roma, Perugia, Napoli, Modena, Vicenza, Padova, Vercelli e Macerata (altre importanti, ancor oggi, università italiane, sono successive a quella narnese, come Firenze, Pisa, Lucca, Siena, Torino, Parma).
Sulla sua importanza, fanno ancora capire gli Statuti, sempre nello stesso capitolo, citando il fatto che, i sex domini electi, (autorità magna della città) erano tenuti a fare il possibile per procurare alla città due maestri di grammatica o altra scienza che richiamino con la loro fama, studenti da altri luoghi e conferiscano prestigio all’immagine del comune, mentre a coloro che venivano a Narni per accrescere il loro sapere era garantito il privilegio della sicurezza “sia nel venire, nello stare e nel tornare” assieme i loro accompagnatori ed eventuali visitatori.
Non solo, il cap. CXIV, illustra anche come, a pari di altre universitas, quella narnese, dopo esser nata sotto l’egida della chiesa, sia stata sottoposta ad un tentativo di laicizzazione da parte del comune, ansioso di asservirla al proprio potere. E’ prevista infatti una somma annua in denaro, pari a XXV libbre di cortonesi, da parte dei sex domini electi, per permettere l’alloggiamento degli scolari, tra l’altro obbligatorio, per poter integrare l’affitto dovuto, a patto che tale alloggio non risulti essere presso persona religiosa.

Le autorità cittadine, tendevano, infatti, ad aumentare la componente laica fra maestri e scolari, (soprattutto in Italia e nella Francia meridionale), tanto che, alla fine degli studi, erano sempre più numerosi coloro i quali intraprendevano carriere laiche, come testimonia il disinganno tradito da papa Urbano V, “D’accordo, non diventeranno ecclesiastici tutti quelli di cui curo l’educazione: molti sceglieranno un ordine monastico o il clero secolare, altri resteranno nel mondo e saranno padri di famiglia ma, qualunque sarà la loro condizione, gli sarà sempre utile l’aver studiato, dovessero pure esercitare un lavoro manuale”, riferendosi agli studenti mantenuti dalla Santa Sede (Citazione riportata da B. Guillemain, La Cour pontificale d’Avignon (1309-1376)).

Non paghe, le magistrature narnesi infatti, stabiliscono anche che, i massimi esponenti dello Studium, sia Magistri che “laureati”, vale a dire i medici (insieme agli speziali) ed i maestri di grammatica, siano esenti da ogni custodia, dal servizio militare a piedi o a cavallo, per le necessità e la salute di uomini ed infermi, confermandone l’importanza fondamentale per il Comune.
Potevano perfino tenere aperta la bottega nei giorni festivi ed andare impunemente per la città, qualora gli ammalati ne avessero bisogno (Cap. CCXXIII – Libro I). Ma qui più che al prestigio, l’esenzione era dovuta alla necessità. Raramente le leggi comunali non erano (all’epoca) realmente dovute ad un effettivo bisogno.
Ne emerge però a questo punto rinforzata l’immagine dei magistri grammatices, che godevano comunque dell’esenzione alla custodia, pur non essendo il loro, un servizio vitale a livello fisico.

Narni centro di formazione per la rievocazione storica

E le magistrature di oggi in fondo non sono così diverse da quelle di ieri, almeno quelle che rappresentano le magistrature medievali nell’ambito della Corsa all’Anello.
Sta rinascendo ad oggi lo Studium “In Arte Veteri”, nell’accezione delle Arti Meccaniche e perché no, magari in futuro, anche delle arti liberali della Rievocazione.
Un “Università” (nel senso aggregativo del termine, per la riunione di studenti, da ogni dove) del Medioevo ricostruito, per i rievocatori (e non) che nasce dalla Storia, per la Storia.

Un Ars gratia Artis, per continuare a vivere “con un piede nel passato. E lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

Formella appartenente all’arca dello scultore Giovanni da Legnano (1320 ca – 1383) esposta nel Museo Civico Medievale di Bologna.
Rappresenta alcuni studenti nell’atto di seguire e trascrivere le lezioni del maestro.

Patrizia Nannini

Un calendario perpetuo per individuare la data della Pasqua

Un calendario perpetuo per individuare la data della Pasqua

Scoperto a Santa Pudenziana, era di pietra

Come si fa a calcolare la data della Pasqua?

Quando cade la Pasqua quest’anno? Come si fa per calcolare Pasqua? Proviamo a fare chiarezza sul calcolo data mobile più celebre di tutte le festività Cristiane.
Per farlo utilizzeremo un’antica tecnologia medievale… un calendario di pietra, riscoperto in una chiesa in Umbria.

L’unicum di Narni

Non ci tratteniamo sull’antica e suggestiva chiesa ( X secolo), che si trova in località Visciano nelle campagne a sud di Narni, se non perché reca una lapide che costituisce un unicum nel mondo cristiano.

E’ nel piedritto della finestrella, a destra di chi osserva dall’esterno, a sinistra di chi allora, quando cioè la chiesa fu eretta, celebrava la messa. Questa cosa ha un’importanza enorme. Che vedremo!

La lapide reca sette righe di segni numerici.
E una scritta conclusiva: PESAC.
“Pesac” significa, in ebraico, Pasqua.
Vanno spiegati i numeri soprastanti. Come si vede vanno da uno a sette. Ma non in sequenza. Nel senso che essa si interrompe, tranne in un caso, ogni quattro cadenze.
Semplice la spiegazione: nell’anno bisestile quella sequenza ha un salto.
Infatti riprende non col numero successivo ma con quello che segue questo. Passa, per esempio, da 4 a 6 e non a 5. Perché? Perché ogni 4 anni c’è il bisestile e la sequenza si interrompe. Vediamo di capire perché.

Un compromesso fra calendario solare e lunare, ecco perché la data della Pasqua è mobile!

Come tutti sanno le festività cristiane sono di due tipi: quelle di derivazioni ebraica, come la Pasqua e le festività a questa collegate, e quelle di derivazione romana come per esempio il Natale e festività collegate.
Il problema è che mentre le festività romane seguono il calendario solare, quelle di derivazione ebraica seguono il calendario lunare.
Ecco perché la Pasqua rimane festa mobile!
Perchè la luna e il sole hanno tempi molto diversi. Il sole ha il percorso annuale di 365/366 giorni, la luna invece, ha una durata di 354 giorni, 8 ore, 48 minuti e 36 secondi. Conciliare questi due percorsi è difficile. Molto.
Il calendario pasquale di santa Pudenziana (meglio, S.Maria) è un tentativo assolutamente geniale.

Senza perdersi in questioni troppo dettagliate funziona cosi.
Il riferimento è il plenilunio seguente l’equinozio di primavera; 20, 21 marzo (data oscillante) se si osserva il primo plenilunio che segue; che, essendo il mese solare di 28 giorni oscilla, ovviamente, dal 21 marzo a 28 giorni dopo. Cioè dal 21 marzo al 18 aprile. Pasqua cade esattamente la prima domenica susseguente al plenilunio che cade immediatamente dopo uno di quei giorni. Ecco perché quella festività oscilla fra il 22 marzo e il 25 aprile.


Che significano quei numeri? Leggendo il calendario di pietra scoprirai la data di Pasqua

Che significano qui numeri?
Che se
in un anno qualunque la
Pasqua cade il giorno dopo un plenilunio, l’anno successivo accadrà il secondo giorno
e l’anno dopo ancora, il terzo giorno dopo la luna piena di primavera e così via.
Salvo il salto del bisestile indicato con la lettera B.
Per un ciclo di 28 anni cui va intercalato, a cadenza, un tre giorni. Proprio per aggiustare i tempi del calendario lunare e solare.
Tutto ciò secondo la cadenza numerica chiaramente esplicita nell’antica iscrizione.

Una curiosità è anche nella scritta PESAC , che significa Pasqua; se si nota ha una cediglia, PE’SAC. E’ Petrus Sacerdos, colui che commissiona l’opera, lo stesso che la firma anche nell’abside, ma in questo caso non con un particolare carattere onciale (che allude al candelabro ebraico) come nell’iscrizione esterna, ma con lettere capitali.


Perché quella lapide è a sinistra di chi celebra?

Perchè è il cornuepistolae, cioè il tempo.
A destra, sempre della finestrella, c’è una lapide liscia. Cornuevangelii, che è l’eternità.
Chi era il committente abate Pietro? L’abate di S. Angelo e s. Benedetto in Massa.
Ma questo è altro racconto.

Chiesa di Santa Pudenziana – Calendario Pasquale perpetuo
Foto: Jacopo Matticari


Bruno Marone

La moneta nel Medioevo e a Narni

La moneta nel Medioevo e a Narni

Monetazione circolante a Narni 1143-1371

Come cambia nel corso del tempo il denaro nel Medioevo e la moneta circolante Narni? Dalla riforma monetaria di Carlo Magno al denaro circolante a Narni intorno al 1371, come cambia il peso, e il valore dei soldi?

Con Carlo Magno dalla moneta aurea all’argento

A.D. 793-794 Con la riforma monetaria di Carlo Magno si ha un radicale cambiamento rispetto alle tradizioni romano- bizantine e longobarde.

Non vengono più coniate le monete auree e viene attuata una riforma monetaria che introduce un monometallismo basato sull’argento.
Il nuovo sistema monetario, adottato in tutto il Regno, è basato su di un unico nominale: il denaro.

Per gran parte del VII sec. I re Franchi avevano coniato soltanto una moneta d’oro, disinteressandosi di quella d’argento, sicché l’unità più piccola circolante era il “Tremis d’oro” dal peso teorico di 1,51 grammi, e l’immagine che se ne ricava non è certo quella di un’epoca favorevole ai piccoli traffici.

La riforma da esso varata impose in tutta l’Europa occidentale un unico sistema destinato a sopravvivere fino alla rivoluzione francese.

Il tasso fisso e il rialzo della libbra

Fondamento del sistema fu la decisione di coniare il denaro con un tasso fisso, che doveva essere rispettato in tutte le zecche.

A partire da una libbra d’argento si dovevano coniare 240 denari.
Il denaro d’argento doveva essere l’unica moneta coniata nell’impero anche se, nelle transazioni si usavano correntemente i multipli del denaro; multipli s’ intende puramente di conto e non corrispondenti a monete effettivamente coniate, come il soldo equivalente a 12 denari.

Ma il provvedimento più importante preso da Carlo, nei primi anni novanta, fu il rialzo del peso del denaro, e dunque della libbra.
Fino ad allora, e da tempo immemorabile, il denaro pesava 1,3 grammi cioè il peso di 20 grani di orzo, secondo il sistema ponderale in uso nell’Europa Romano Germanica.

Carlo Magno decise di passare ad un sistema basato invece sul chicco di frumento, che era ormai il cereale più apprezzato e stabilì che il denaro d’argento dovesse pesare quanto 32 grani di frumento, cioè 1,7 grammi. Poichè dalla libbra si coniavano 240 denari, ciò significò modificare anche il valore della libbra, portandola all’equivalente di 408 grammi.

Siamo rimasti senza spiccioli

Anche con la riforma Carolingia, l’Occidente rimase privo di una moneta veramente spicciola, utilizzabile durante gli scambi quotidiani; il denaro d’argento, la più piccola moneta in circolazione equivaleva nel 794 al prezzo di 12 pani di frumento o a 15 di segale.

Più in generale, chi frequentava il mercato, per comprare o vendere un pollo o una dozzina di uova lo faceva affidamento evidentemente sulla fiducia. Il venditore teneva un conto e si faceva pagare periodicamente.

 In conclusione da una libbra di 408 grammi di argento si ricavavano 240 denari, i cui multipli erano il soldo dal valore di 12 denari e la libbra o, successivamente lira, dal valore di 20 soldi.

Chi batte ( moneta ) per primo “batte” due volte!

Va specificato, che pur essendo fondamentale il valore di questa radicale riforma monetaria, la libbra carolingia non fu adottata proprio dovunque in senso assoluto, dato che in alcune città vennero mantenute altre antiche misure, con oscillazione del valore ponderale.

Ma a partire dagli albori della vita comunale, le città, approfittando della lontananza del sovrano e di alcune concessioni, si impossessano gradualmente della gestione della Zecca ( Lucca Arezzo Milano Venezia Firenze ecc).

Nel fondamentale discorso monetario infatti, entra anche la questione delle regalie, ovvero di quei diritti che erano prerogativa del sovrano, nei confronti delle nuove singole istituzioni cittadine e di quanto l’intenzione di esercitare questo privilegio, fu un elemento di rilievo nel durissimo scontro tra il Barbarossa ed i fieri comuni italiani.

Con l’incremento dei commerci la necessità di avere una moneta, che assolvesse nel modo migliore al commercio, portò alla creazione del “Grosso”, nome dato a molte monete d’argento.
Il primo fu coniato in Italia nel 1172.
Il valore poteva variare da 2 fino a 12 denari; successivamnete nel 1252 Firenze coniò la prima moneta d’oro: “ Il Fiorino”, dal peso di 3,5 grammi.
Seguì a breve tempo Venezia con il “Ducato” e Genova con il “Genovino”, tutti dal peso uguale di 3,5 grammi.
Anche Perugia battè moneta d’oro.

Il continuo modificarsi del valore di cambio fra oro e argento, dovuto alla perdita di argento, portò il denaro ad essere non più moneta ponderale ma fiduciaria o di segno, modificandosi anche nella composizione che divenne in mistura con percentuali sempre maggiori di rame.

Qual era la moneta dominante nel Medioevo a Narni?

Dentro questo scenario: il basso Medioevo, e nel periodo considerato 1143- 1371, la moneta dominante a Narni è il denaro detto “Cortonese”, coniato nell’officina di Cortona tra il 1258- 1289. Nei documenti consultati risulta essere la “Caput Moneta”, sia circolante che di conto.

Anche se per brevi periodi e a seconda dei committenti compaiono anche monete di altre zecche che , cronologicamente riportate, sono:

  • DENARI PAVESI O PAPIENSI  dal 1143
  • DENARI LUCCHESI  dal 1193
  • GROSSI TORONENSI  dal 1284
  • FIORINO D’ORO  dal 1285
  • DENARI PAPARINI  dal 1323
  • DUCATO D’ORO  dal 1355
  • DENARI PERUSINI  dal 1363
  • GROSSO POPOLINO  dal 1371.

Compare anche dal 1198 come unità di conto e di peso dal valore di 240 grammi la “Marca d’argento”.
Ma è il denaro Cortonese che risulta presente quasi ininterrottamente dal 1271 e in maniera preponderante sugli statuti comunali. Questa presenza pressochè continua, sia come circolante che di conto, lascia però dubbi sulla sua esistenza, sia per la breve vita della zecca di Cortona , 1258- 1289, che per la mancata presenza nei tesoretti e ripostigli archeologici.

A Narni nel Basso Medioevo, la moneta Cortonese è mai esistita veramente?

In questa ricerca si è potuto verificare l’impossibilità di acquisire la moneta Cortonese ( la stessa appunto utilizzata a Narni nel basso Medioevo )
La sua assenza nei musei, collezioni private, e case d’asta, la somiglianza e la perdurante sottomissione ai vescovi d’Arezzo e alla loro moneta, fa supporre ad alcuni la sua inesistenza.

Ora sul problema dell’individuazione della moneta Cortonese si sono espressi diversi studiosi di numismatica, fino ad arrivare alla conclusione che il denaro Cortonese, riconoscibile con la scritta “ De Cortona” e raffigurante San Vincenzo patrono della città, potrebbe essere in realtà un falso del XVIII secolo.


Ma è grazie al contributo dello studioso americano Alan Stahl se possiamo finalmente porre fine al problema identificativo del “Cortonese”. Questa moneta infatti, secondo una convincente documentazione, sarebbe da ricercare in alcune particolari tipologie di “Piccioli Aretini” che fino ad ora sono stati considerati come battuti esclusivamente nella zecca di Arezzo.

In conclusione possiamo oggi dire di essere certi di aver individuato una ben specifica tipologia di denaro “ Cortonese”, definito “delle lunette”, battuto per volere del Vescovo aretino Guglielmino degli Uberti nella zecca di Cortona dal 1262 o poco dopo, e riscontrabile tra le diverse varianti di un picciolo aretino presenti nell’XI volume del “C.N.I.” Corpus Nummorum Italicorum numero 33/42 pag 5/6. “ – Alessio Montagano.

Ecco perché una moneta dimostra come lo statuto di Narni sia più arcaico di quanto si creda (Basso Medioevo)

Per la monetazione è necessario chiarire anche il ruolo degli statuti comunali dopo la riforma Egidiana.
Supponiamo quindi che il nuovo statuto, conforme nei passaggi principali alle “Costituzioni Egidiane”, sia stato mantenuto nei valori monetari con le monetazioni in uso nel XIII secolo, ma non più attuali, con l’idea che lo stesso rappresentasse ormai ( 1371) un valore formale, come fosse un riconoscimento, da parte dell’autorità pontificia ad un’aspirazione a disporre di un’autonomia legislativa locale, che trae origine dallo “ius condendi statuta” concesso fin dal 1294 da Bonifacio VIII alle città del patrimonio, e mai venuto meno.

Si spiegherebbe in tal senso, la non necessaria esatta corrispondenza del singolo statuto alle mutate necessità della società comunale.
Se si considera che, nello statuto Amerino del 1346, la moneta di riferimento è la libbra di denari Perugini, quest’ultima a distanza di non più di 3 lustri aveva sostituito la libbra di denari cortonesi, che figurava nel precedente statuto del 1330.

Queste considerazioni portano a sostenere l’arcaicità dello Statuto Narnese, mai modificato, anche se nel libro III, cap. XXIII, compare il “Fiorino” e nel libro II cap LVII il “Popolino”, moneta fiorentina. Aggiustamenti ,questi, dovuti forse a necessità amministrative.

Altro segno dell’arcaicità dello Statuto Narnese si può considerare il riferimento alla Libbra Lucchese, come misura adottata nel libro I cap XXII, e al passo di San Salvato, misura di lunghezza esposta sul portale della demolita Chiesa di San Salvato (  per far posto proprio al Palazzo Comunale). Riferimenti che insieme alla moneta Cortonese posizionano gli statuti, come formulazione, ai primi anni del libero Comune Narnese.

Marco Carlini

FONTI

  • Bruno Marone: Scritti Vari
  • Statuti Illustrissima Citta’ Di Narni
  • Pergamene Dell’archivio Del Capitolo Della Cattedrale
  • Fondo Diplomatico Dell’archivio Storico Comunale Di Narni
  • Alessandro Barbero: “Carlo Magno”
  • Alessia Rovelli: “ Patrimonium Beati Petri- Emissione E Circolazione Monetaria Nel Lazio Settentrionale Sec.Xi-xiv”
  • Ugo Tucci: “Le Monete In Italia”
  • Luca Gianazza: “La Circolazione Monetaria Nel Basso Piemonte Tra Due E Trecento”
  • Girolamo Mancini: “La Moneta Cortonese”
  • Cortona Antica: “Monete Cortonesi Nel Medioevo”
  • Paolo Uccelli: “Storia Di Cortona”
  • Ignazio Orsini: “Storia Delle Monete Di Firenze”
  • Alessio Montagano: “Il Denaro Piccolo Battuto A Cortona Nella Seconda Meta’ Del Xiii Secolo”
  • F.Panvini Rosati: “La Monetazione Comunale In Italia”
  • Magdi A.M.Nassar: “Le Monete Di Arezzo”
  • M. Sbarbaro: “Il Movimento Dei Cambi E Dei Prezzi In Italia Dalla Meta’ Del Duecento Al Primo Cinquecento”
  • C.N.I. Corpus Nummorum Italicorum
  • M.I.R. Monete Italiane Regionali

Gilio Celli di Narni tra Dante Alighieri e i Tolomei di Siena

Gilio Celli di Narni

Tra Dante Alighieri e i Tolomei di Siena

Nell’Anno di Dante                                                                             

Nell’Anno dedicato a Dante è bene rievocare un personaggio di Narni che frequentò figure significative dell’ambiente toscano, e che per altro conobbe lo stesso poeta in una circostanza che è tuttora al centro di studi.
Il suo nome era Gilio o, come si vedrà Egidio Celli, e questa è la sua storia, che inizia a Narni nel maggio nel 1300 e che lo porterà a conoscere Dante e collaborare con i Tolomei di Siena.

Gilio di messere Cello di Narni

Il 7 maggio 1300 il podestà Mino Tolomei di Siena e il “domino Gilio domini Celli de Narnia”, primi ufficiali del comune di San Gimignano, presenziarono l’Assemblea generale convocata per accogliere l’ambasciatore fiorentino Dante Alighieri, il quale chiedeva a quella comunità di concordare l’elezione di un nuovo capitano della Lega tra le città guelfe, trovando tra gli interlocutori il “presente, volente e consenziente il provvido uomo messere Gilio di messere Cello da Narni (Egidio Celli) Giudice delle Appellagioni e sindaco della detta terra”, come traduceva Orazio Bacci in “Dante ambasciatore di Firenze al comune di San Gimignano”, del 1899.

La legazione di Dante, sostenuta anche da “messer Gilio” e supportata dal consigliere Primerano, convinse quella Assemblea, che si espresse con settantatre voti favorevoli e tre contrari, e in conseguenza si avviarono le procedure per rafforzare l’intesa tra le città di parte guelfa alleate con Firenze.

Sul documento di San Gimignano

Il documento che fotografa la vicinanza tra il poeta fiorentino e il giudice di Narni si ricava “Ex libris Reformationum Terrae S. Giminiani tempore D.ni Mini de Tolomeis de Senis Potestatis dicte Terre anno 1299”, e fu noto a Giuseppe Bencivenni Pelli, il quale nel 1759 lo evidenziò nelle “Memorie per servire alla vita di Dante Alighieri ed alla storia della sua famiglia”. Nel 1899 fu rivisitato da Michele Barbi, della Società Dantesca Italiana, che dimostrò l’inesattezza della data del “Liber Reformationum”, che seguiva il calendario nello stile toscano, allineandola al 1300 (Bullettino).

Nella documentazione di San Gimignano, e per solito nelle carte dell’area toscana, il giudice Celli è chiamato Gilio, che è altro modo di indicare Egidio (v. Crescimbeni, Derivazione), nome che appare negli scritti di Narni, e che normalmente si propone nei testi. Qui si riproducono i due termini come registrati negli atti, esponendo tuttavia nel titolo il nome Gilio, nel segno delle citate Riformanze.

Celli di Narni e Tolomei di Siena

La famiglia Celli è accertata a Narni in alcune pergamene del tempo, che riportano il giudice Cello ancora agli anni Ottanta del Duecento, e Peregrino a circa la metà del secolo successivo. E sul finire del 1299 – quindi prima dell’incarico a San Gimignano – incontriamo “Egidius domini Celli” teste in un trattato che vedeva Taverna Tolomei di Siena come mediatore tra Narni e Rieti circa la rocca di Monte Calvo, della quale in ultimo riconosceva l’insistenza nel Reatino e una sudditanza a Narni.  Per cui ogni anno quel castello doveva recare un cero per la Festa di san Giovenale, come riferiva nel 1904 Giuseppe Mazzatinti ne “Gli archivi della storia d’Italia”, e come si legge ne “Il fondo diplomatico dell’Archivio Storico Comunale di Narni”, curato nel 1986 da Annamaria Diamanti e da Carla Mariani.

Di fatto si invocava una pace a garanzia dei pellegrini che avrebbero percorso le vie nell’imminente Giubileo, indetto da papa Bonifacio VIII.

Così a trascrizione del 16 dicembre 1299, il medesimo Taverna Tolomei, che sarà podestà di Narni proprio nel 1300, ricomponeva anche una lite di confini tra la stessa Monte Calvo e Castiglione, – che oggi sono nel comune di Cottanello – sempre con la conferma del nostro Egidio.

Il giudice e la sua città

Il confrontarsi del giudice narnese con i Tolomei di Siena, che sapevano muoversi tra banche e politica, può certo rivelare una condivisione di formule ammininistrative tra Narni e Siena, e in generale con le città della Toscana. Tra le quali Firenze, dove nel 1308 troveremo Gilio nel rilevante ruolo di giudice del podestà, a fede de “I Consigli della Repubblica fiorentina”, trascritti nel 1921 da Bernardino Barbadoro.

“Egidius domini Cellis” operava a Narni nel 1331, quando la comunità si opponeva al Patrimonio di san Pietro in Tuscia, cui era sottoposta, sia per la tassazione applicata che nella vertenza sul possesso di Perticara e di Rocca Carlea. E la testimonianza di Egidio, e di altri notabili, può completare la visione di una città aperta e determinata che, oltre a difendere viabilità e confini, progettava una propria autonomia.  

Ser Pietro di Narni

Il giudice, pur partecipando alla vita politica di Narni, si spendeva quindi in missioni in luoghi talvolta distanti dalla Terra natale, e come lui altri concittadini, richiesti per capacità e competenza, quali “ser Petro de Narnia” che era nel Palazzo comunale di Firenze il 28 febbraio 1316, giorno in cui il vicario angioino Ranieri di Zaccaria di Orvieto sottomise al bando l’esiliato Dante: e questo si legge nella “Storia della vita di Dante Alighieri”, scritta nel 1861 da Pietro Fraticelli.

Con ser Pietro, notaio come recitava il titolo e testimone di quella sentenza, si chiude questa ricerca su Gilio o Egidio Celli “de Narnia”, che collaborò con Mino e Taverna dei Tolomei di Siena, e che il 7 maggio 1300 incontrò l’ambasciatore Dante Alighieri nel Palazzo della comunità di San Gimignano, in un memorabile Consiglio aperto “al suono della campana e a voce del banditore” nell’aula poi denominata “Sala Dante”.

Claudio Magnosi

Il Capitolo della Cattedrale di Narni

Il Capitolo della Cattedrale di Narni

Vero protagonista della vita politica e civile narnese

Quali erano i veri legami fra Capitolo della Cattedrale di Narni e le Istituzioni Comunali?

Vero protagonista della vita politica e civile narnese fu il Capitolo della Cattedrale di Narni che ebbe il ruolo di “gestore” delle cose ecclesiastiche della città in stretto legame con le istituzioni Comunali. Molto probabilmente la maggior parte dei canonici provenivano dalla stessa classe dirigente cittadina che si occupava della cosa pubblica, sinonimo di una prerogativa di autonomia che da sempre aveva contraddistinto la città.

La nascita e la prima ascesa del Capitolo della Cattedrale di Narni

Era nato nel momento della grande riforma gregoriana che cercò di riportare ordine nella confusa situazione ecclesiastica imponendo il primato, rispetto ai monasteri e alle chiese private, della diocesi e del vescovo.

Sul finire del XII secolo una delle chiese più importanti della diocesi di Narni, seppur non ancora cattedrale, era quella di San Giovenale che già dal 1047 aveva avuto la concessione del mundeburdio (protezione) dall’imperatore Enrico III.
Nei primi decenni del secolo contava già 6 chiese e un Ospedale per pellegrini e poveri e dal 1145 del santuario extra moenia e della basilica del Santo Giovenale che da lì a poco sarebbe divenuto il principale culto cittadino.

Una vera lotta di potere fra la chiesa di Santa Maria Maggiore e quella di San. Giovenale

Un potere che sicuramente fu osteggiato dai vari vescovi a capo della Cattedrale di Santa Maria Maggiore e che fu invece visto come ulteriore strumento da parte del ceto dirigente cittadino, anche come strumento per condizionare l’elezione del Vescovo cittadino, soprattutto dopo che la stessa assunse il titolo di cattedrale.

Fin dal 1180 si dotò di uno statuto (bolla approvazione papa Alessandro III) che fissava il numero dei componenti in 24, ma solo pochi anni più tardi Papa Celestino III fu costretto ad annullare un’ordinazione che portava il numero a 56, sintomo di controversie accese tra le forze che si contendevano il controllo del Capitolo della Cattedrale di Narni. Discordia che continuò, tanto che nel 1216 i canonici si trovarono costretti a chiedere ad Onorio III la conferma dello statuto del 1180.

Tutti questi interventi da Roma rappresentano la volontà della sede apostolica di esercitare un certo controllo sull’istituzione, ponendo alcuni limiti (elezione di soli chierici dotti e onesti, vietando i laici e gli ammogliati, di canonici con il consenso del vescovo, o successivamente di evitare influenze esterne) e tentando di inserire al suo interno propri protetti.

Significativo su tutto credo sia l’episodio dello scontro con l’elezione del papale Orlando contro il capitolare Rinaldo del 1260 narrato nelle fonti.

Una parrocchia in grande espansione

Nello stesso periodo, essendo una parrocchia in crescita, si pose la necessità di aumentare i propri possedimenti in città e nel contado (da Taizzano a Capitone, da Perticara a Stroncone, da San Gemini a Finocchieto passando per Otricoli) tanto che nel 1227 le chiese possedute divennero 18 di cui ben 4 entro le mura cittadine, con un patrimonio di decime che divenne considerevole.

Il patrimonio fondiario veniva amministrato attraverso la concessione soprattutto in enfiteusi e livellaria, solitamente per tre generazioni e con pagamenti annui in denaro e prodotti.

Il capitolo conservò gelosamente i propri possedimenti materiali ma anche come amministratori delle anime (e delle decime), imponendo il proprio volere anche sopra alla volontà del Vescovo. E’ il caso del monastero di Sant’Andrea de Monte, per il quale si concedeva da una parte la possibilità di edificare nel proprio territorio, ma impedendo dall’altra che diventasse una chiesa parrocchiale, ma solamente ad uso delle monache, arrivando per dirimere la controversia a richiedere anche l’autorevole parere da parte di uno dei più illustri giuristi del tempo: Oldrado da Lodi (1296).

Intorno al 1369 le proprietà in case, terreni e mulini erano quantificate in 10.900 lire cortonesi.

Riguardo alla nuova cattedrale, i canonici affittarono in enfiteusi i terreni dove sorgerà poi la chiesa, in quella che era una zona strategica per la difesa cittadina, caratterizzata da una scarpata in forte pendenza. Una zona che tornò centrale in un periodo di espansione cittadina verso il monte della Rocca.

Tale possesso dimostra ulteriormente lo stretto legame (forse anche familiare) che intercorreva tra Capitolo della Cattedrale di Narni e Comune, come dimostrano anche i frequenti interventi in qualità di testimoni dello stesso in importanti atti pubblici.

1230: La definitiva affermazione del Capitolo della Cattedrale di Narni

Tappa fondamentale per l’affermazione di ruolo di primo rango in città fu lo spostamento della cattedra vescovile da Santa Maria Maggiore alla Chiesa di San Giovenale avvenuta intorno al 1230 che probabilmente, come ipotizza il ricercatore storico Paolo Pellegrini, fu una concomitanza di propositi dei vari protagonisti politici del tempo in scontro tra loro (Papato, Comune e Vescovo) che trovarono, ognuno, per qualche aspetto, conveniente tale spostamento.

Il Papa (probabilmente Onorio III) perché poté far sentire il suo peso nell’elezione del Vescovo e mantenere in loco attraverso di esso un rappresentante del proprio potere; il Vescovo perché poté avere sotto controllo e compartecipare alla gestione della più potente e ricca chiesa della diocesi; la classe dirigente locale che attraverso il Capitolo vide riconosciuto un ruolo di guida nella comunità, seppur mediato dal controllo papale.

Lo sviluppo della Cattedrale fra lasciti, indulgenze e cappelle private

Per quanto riguarda lo sviluppo della cattedrale numerose sono le testimonianze di lasciti destinati all’erezione di cappelle dal primo decennio del ‘300.

Nel 1322 il Capitolo decise pertanto di dotare la cattedrale di nuove cappelle e, con un atto notarile, si stipulò una convenzione tra esso ed il Comune della Città per la costituzione di un organismo strutturato (6 membri, due per terziere) preposto alla costruzione della tribuna della Chiesa, atto unico nel suo genere.

Fu istituito un vero e proprio progetto di raccolta fondi in cui il capitolo contribuiva con 150 lire cortonesi annue per 10 anni, il Comune con il doppio, che sarebbe stato finanziato con le tasse dei Castelli e delle comunità soggette, oltre che con un fondo cassa iniziale di 400 lire cortonesi. Il tutto gestito e amministrato da un camerario e un soprintendente nominati dal Capitolo ma “revisionati” dall’organismo dei sei Boni Homines comunali.

Inoltre grazie alla bolla inviata da Avignone di Giovanni XXII che concedeva l’indulgenza per i donatori, non mancarono numerosi lasciti, alcuni particolarmente corposi. Basti pensare che nel 1381 la cattedrale contava di 35 cappelle tra cui quelle dell’abside e che a fine del XVI e inizio del XV secolo, videro operare le grandi Botteghe locali e un “rinomato” pintore dal cognome Paulelli.

Sascha Manuel Proietti

BIBLIOGRAFIA

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  • BARTOLUCCI R. (2016). StatutaillustrissimaeCivitatisNarniae. Morphema Editrice, Terni.
  • D’ANGELO E. (2013). Narni e i suoi Santi. Storia, liturgia, epigrafia agiografia. Fondazione CISAM, Spoleto.
  • DAVID E. e al. (2017). Le pergamene dell’archivio del capitolo della cattedrale di Narni (1047-1941). Regesti. Soprintendenza Archivistica e Bibliografica dell’Umbria e delle Marche, Selci lama (PG).
  • GIFFONI F., MOSCA A: (1988). Il trecento a Narni. Aspetti della vita cittadina tratti dagli Statuti del 1371. Galileo, Terni
  • BOLLI G. (2007). La corte degli Ottoni e Johannes pictor optimum a Narni. Grafiche Mari, Narni.
  • NOVELLI S., Nini R. (2010). La chiesa di S.Maria Maggiore e i domenicani a Narni, Morphema Editrice, Terni.
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  • PERISSINOTTO C. (a cura di). (1998). San Giovenale. La cattedrale di Narni nella storia e nell’arte. Tipografia Visconti, Terni.
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  • ONOFRI A. (1993). La nascita del Comune di Narni e le sue istituzioni. Comune di Narni, Terni
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  • MARTINORI E. (1987) Cronistoria Narnese. Comune di Narni, Terni.
  • COTINI G. (s.d.). Guida Turistica della città e territorio di Narni. Centro Studi Storici Narni, Terni.

Narni nella sua prima era cristiana

Narni nella sua prima era cristiana

fra sviluppo urbanistico e spirituale

Il Cristianesimo è il centro urbano

In questo scritto ci proponiamo di analizzare l’evoluzione urbanistica e spirituale della Città Medievale di Narni nella sua prima era Cristiana.

Il cristianesimo è, prima di tutto, centro urbano. Lì è la sede della principale autorità ecclesiale, di lì si parte per la conquista del territorio che non fu né semplice, né pacifica, né indolore, se, ancora nel tardo impero, esistevano sacche di resistenza pagana che mutuarono il loro nome dal fenomeno acristiano (quando non contro) che rimase fino ben oltre l’editto teodosiano, se ne rimane traccia perfino dentro gli statuti medioevali.


La struttura urbanistica classica narnese

La città classica narnese esemplava icasticamente la fondazione della colonia romana e latina. Scandita da un reticolo regolato attorno al cardo e al decumano avendo come centro nodale l’attuale piazza Tredici Giugno, o, se più piace, il lato sinistro di chi guarda la chiesa di S. Domenico, la nuova religione ha ridisegnato luoghi e funzioni di quella struttura urbana. Intanto proprio questa imponente chiesa, era la primitiva cattedrale, titolata a Santa Maria, posta nel bel mezzo della città antica. Il che è rilevante anomalia laddove si consideri la collocazione di tante cattedrali, generalmente poste fuori della cinta urbana romana. Soprattutto perché dipendenti dal motivo della loro fondazione, un martire, che non poteva essere seppellito entro la città, si potrebbe ragionare attorno a questa stranezza narnese che assunse come santo forte San Giovenale, facendolo martire e defensor civitatis, anche se tardi, ma costruendo la prima cattedrale non sul suo sepolcro, come avverrà poi, ma al centro della città. E vedremo quando accadde, cercando, ancora, di capire perché.

Una Vergine al centro dell’urbe romana

Quindi la vergine della dormitio, assunta come primitiva patrona, collocandone il tempio al centro della città antica.
Verosimilmente per merito del vescovo Cassio come sembra attestarci il mosaico rinvenuto entro quella chiesa, ascritto dalla compianta studiosa Pani Ermini, a sesto secolo post. Va altresì sottolineato come tale titolatura fa sicuramente riferimento all’avvenuto concilio di Efeso che fece di Maria la madre di Dio.
E, altra stranezza da esplorare consiste nel trovare per lungo periodo, nonostante il sacello che si fece collocare nell’attuale cattedrale arricchito da bei distici con dedica a se stesso e alla “dolcissima moglie” Fausta, i suoi resti, quel che tornò da Lucca ( dove erano stati portati in seguito al trafugamento dell’850), nella sua cattedrale. In quel momento gestita dai domenicani e mutata di titolatura. Resti di memoria?

L’Affermazione del Cristianesimo

Insomma: magari il cristianesimo irrobustisce, a Narni, relativamente tardi ma, quando lo fa, agisce in pompa magna. C’entra forse anche il culto, qui praticato, di una importante divinità italica? Può darsi, ma quando il vescovo Cassio incontra il re degli Ostrogoti, Totila, la chiesa narnese risulta ben strutturata e giustifica certo il tempio collocato nel bel centro di una città importantissima.

E, a proposito di Totila e dei Goti, giova qui ricordare come, testimone di una probabile presenza ariana, è il tempio, collocato su un lato del foro romano, dedicato al Salvatore. Nel raggio di pochissimi metri fanno da contraltare una chiesa dedicata a San Severino, collocata ove adesso è la ex Cassa di Risparmio e una chiesa dedicata a Martino di Tours posta dietro il palazzo comunale. Quasi a disinnescare, quelle due presenze di santi duramente antiariani, la primitiva titolatura al Salvatore. E questo accadeva quasi sempre in presenza delle chiese ariane d’Italia.
Quando non si cambiava addirittura il titolo.

Ne deriva che la reazione cattolica abbia, poi, scelto, il centro della città per segnare la propria presenza? Non ci sentiamo di escluderlo.

Alla conquista urbana del monte

Accanto, quindi, a queste occupazioni di un nuovo potere che si affermava in modo clamoroso prendendo possesso, praticamente, del centro della città romana, avviene un progressivo utilizzo dell’area antistante il sacello di San Giovenale a fini cimiteriali. A distanza di pochi decenni dalla morte del vescovo Cassio (558) abbiamo l’irruzione longobarda che avrà due considerevoli effetti. L’uno legato alla struttura urbana, l’altro alle nuove dimensioni del territorio della diocesi.
Di quest’ultima parleremo a suo tempo.
Per l’intanto proseguiamo con le variazioni che avvengono nella struttura cittadina e che dimostrano ancora una volta la straordinaria evoluzione urbanistica della Narni Medievale nella sua prima era Cristiana.
E la struttura cittadina ha un serio intervento verso monte, verso piazza Garibaldi, un tempo piazza del Lago che in quel tempo è certo il luogo più fragile, più esposto alle probabili irruzioni dei barbari dalla Sabina. L’altra variazione è la titolatura, nella zona più prospiciente la conca, di una  regio San Valentini, dotata di relativa chiesa, attorno alla quale si addensano non pochi interrogativi in relazione alla collocazione, in età longobarda ed oltre, della salma del santo. Sed de hoc satis: ci si tornerà!

Comunque verso monte Narni predispose una nuova barriera difensiva, avanzata rispetto a quella romana che non racchiudeva, come evidente ,il sacello di Giovenale. Come pure il cimitero che, lì attorno, si era raccolto.
Dopo il 558 , cioè dopo l’arrivo dei longobardi, ma forse anche un poco prima attesa l’appena trascorsa  guerra greco-gotica che pure aveva attraversato questa parte dell’Umbria e segnato, pesantemente  questa città, avvenne l’opera di rafforzamento alla quale abbiamo fatto riferimento.
Il che comportò la rivisitazione completa del posto e ricavò una grande spianata ove venne collocato il primitivo tempio del santo, rispetto al quale poco possiamo dire tranne il rinvenimento delle basi di tre colonne correnti un poco più avanti dell’attuale portico della chiesa. Situazione che venne in evidenza  al momento del rifacimento del manto stradale di tutto il  centro storico e che trova conferma all’interno del palazzo vescovile ove esiste tratto del muro di contenimento. Il che suggerisce l’idea di un portico non sappiamo, certo, come distribuito ma che doveva contenere il pozzo di servizio del tempio venuto alla luce e visibile a monte della nuova cinta urbana. Sarebbe tutto molto più evidente se si potesse venire in possesso dei rilievi prodotti dalla dottoressa Daniela Monacchi purtroppo prematuramente scomparsa.

Il nuovo volto di Narni


Il nuovo quadro dell’assetto cittadino si completa, poi con un’occupazione  di spazi che vanno oltre la porta inferior romana. In effetti abbiamo titoli riferiti a santi bizantini oltre la cinta muraria a nord est: San Vitale, Sant’Apollinare, San Giovanni. Non sappiamo se ci fu allargamento della cinta difensiva. Di certo Porta Polella è opera trecentesca e altrettanto certamente segna la ricomprensione della zona in un contesto urbano certo non recente.

A questo stato di cose contribuì, in modo determinante, la presenza della chiesa narnese che egemonizzava il contesto urbano sia variandone le dimensioni che la destinazione degli spazi.
L’assetto descritto durò ben oltre l’anno mille…  Ecco perché in definitiva è possibile definire il concetto di evoluzione urbanistica e spirituale della Città Medievale di Narni nella sua prima era Cristiana.

Bruno Marone

Gli ordini dei mendicanti a Narni nel Medioevo

Ricostruire la storia dei mendicanti è impresa ardua

Questo racconto si snoda sulle tracce degli ordini mendicanti a Narni nel Medioevo tra frati Francescani, predicatori Domenicani ed eremiti di Sant’Agostino.

Ricostruire una storia degli ordini mendicanti a Narni dal XIII al XV è impresa assai ardua a causa della carenza documentale.

Frati minori, predicatori ed eremiti, che di norma in Italia, soprattutto centrale, rappresentarono un terminale importante della vita civile e istituzionale, sembrarono tuttavia non lasciare tracce considerevoli a Narni, facendo pensare ad un inconsueto marginalismo.

La stessa documentazione invece farebbe emergere il protagonismo di altre entità quali il Capitolo della Cattedrale ed i gruppi canonicali, rafforzando l’ipotesi di movimenti mendicanti che non riuscirono ad imporsi “politicamente” in città.

Frati Minori

Il passaggio, la predicazione e alcuni miracoli di Francesco sono attestati fin dalle prime biografie del Santo (Tommaso da Celano nel 1228-1229), sintomo di una devozione popolare e di una memoria del passaggio del poverello d’Assisi, ma certamente non utilizzabile come prova di una presenza di frati dentro le mura cittadine, mentre è attestata la loro presenza allo Speco a Sant’Urbano che probabilmente accolse San Francesco intorno al 1213.

La prima attestazione di una presenza urbana o quantomeno vicina ad essa è datata intorno al 1246 quando attraverso le vicende dei beati Matteo e Berardo da Narni si evince l’esistenza di una comunità di frati narnesi. Intorno al 1259 tale comunità sembrava ben radicata e con numerosi attriti con le autorità cittadine, soprattutto relativamente alla gestione del proprio patrimonio immobiliare, tanto che la lettera di papa Alessandro IV per evitare molestie ai frati minori da parte delle amministrazioni locali, incluse anche Narni.

Ulteriore conferma dell’esistenza di questo insediamento è la presenza amministrativa della Custodia Narnese nell’ambito della Provincia di San Francesco segno inequivocabile della presenza di una chiesa ed un convento a capo della partizione amministrativa interna dell’ordine.

Il primo documento ufficiale che conferma tale presenza è del 1278 che attesta presso San Francesco una chiesa fin dal 1270.

Certo la vicenda del Beato Matteo, morto in odore di santità, ma con un culto quasi inesistente in città fanno pensare ad una difficile penetrazione nel tessuto cittadino e di una mancata interazione con le istituzioni locali. Se poi si pensa che non ebbero maggiore fortune e devozioni popolari nel ‘300 le vicende di frate Matteo Prosperi e del Beato Valentino tale pensiero può essere ben confermato.

Sul finire del XIV secolo la presenza di due vescovi dell’ordine dal 1367 al 1373 Guglielmo con ampi poteri di inquisitore contro la dissidenza interna e Iacopo Zosimi da Siena (o Giacomo Tolomei) dal 1377 al 1383, mostrano come nella grande divisione interna tra osservanti e conventuali, probabilmente in città prevalse la seconda strada.

Frati predicatori

Come per i frati minori i primi documenti ufficiali che attestano la presenza domenicana in città portano come data il 1270 quando il Capitolo della Provincia Romana Domenicana conferisce all’insediamento narnese lo statuto di Convento.

L’individuazione della Chiesa urbana nell’ex Santa Maria Maggiore è del 1304 quando papa Benedetto XI (primo papa domenicano) conferma la cura pastorale della chiesa (ex cattedrale della città) all’ordine tutelandole le prerogative rispetto all’arciprete e ai canonici. Inoltre, cosa molto importante, nello stesso periodo vennero incamerati dai frati anche altri beni limitrofi confiscati dal Papato a “Eretici”.

Significativa fu la scelta dei Domenicani di non edificare una chiesa ex novo, ma di ereditare la vecchia cattedrale e di “conquistarla” contrapponendosi al Capitolo della Cattedrale.

Comunità Ecclesiastica locale che si oppose non poco nel 1260 alla nomina di un frate a vescovo del domenicano Orlando (o Rolando) di Civitella a cui contrapponevano il locale Rinaldo da Miranda eletto come da tradizione dal Capitolo della Cattedrale e presentato al Papa per la conferma (mai avvenuta), facendo emergere quanto potente fosse in città. Tale vicenda suscitò al Papa l’idea di una ribellione violenta e quasi ereticale (cioè filoimperiale), per cui Narni fu indagata dal Vescovo di Spoleto che ne intimo l’obbedienza a Roma.

Importante è che fu anche l’unico ordine che investì culturalmente in città allestendo gli studia logica (1309) e di arti (1311), unico esempio di centri scolastico-culturali degli Ordini mendicanti in città, ulteriore sintomo di come gli stessi non investirono risorse, forse proprio per l’impossibilità di inserirsi nella vita civile cittadina.

Gli Eremiti di Sant’Agostino

Ordine istituito ufficialmente solo nel 1256 con l’accorpamento di sette gruppi preesistenti, vide in Narni una presenza di tale vocazione già nel 1245 (gli eremiti di Brettino) come dimostrano alcuni lasciti da parte di laici di Amelia, compresa una chiesa abbandonata, al procuratore del convento degli Agostiniani di Narni.

Pur non essendo presenti documenti che lo confermino, la nascita dell’attuale complesso agostiniano si fa risalire alla donazione da parte del vescovo Orlando della Chiesa di Sant’Andrea della Valle (benedettina) all’ordine il 28 maggio 1266, indizione XI, con l’atto di Gaifero, notaio apostolico, in cui i preti Gafagio e Angelo, rinunciarono alla cura delle anime che esercitavano nella chiesa di Sant’Andrea della Valle a favore del Vescovo che, a sua volta, nello stesso giorno affidò tale chiesa e tutte le pertinenze e soprattutto la cura delle anime (con la conseguente raccolta delle decime) al priore degli Eremitani al costo di una libbra di cera nel giorno di Sant’Andrea.

La presenza è però comunque confermata a fine ‘200 dalla grande quantità di frati agostiniani narnesi che ricoprirono incarichi di prestigio nell’ordine al di fuori della Città, ulteriore indizio di come le menti migliori furono “esportate” in realtà dove i frati ebbero più spazio “politico”.

Fu proprio il XIV secolo l’anno di maggiore prestigio ed espansione degli agostiniani che si eressero negli anni della crisi a baluardo filo romano e protagonisti della restaurazione pontificia post avignonese.

Il finire del 1300 a Narni vide l’ordine con molte turbolenze, da una parte con dissesto finanziario, dall’altro con una notevole espansione edilizia. Nel 1388-89 sono costretti a vendere numerosi beni per saldare i debiti ed espandere il convento e la chiesa e sul finire del secolo a compiere la considerevole opera pittorica che vide come protagoniste le maggiori botteghe artistiche locali.

Il culmine del potere agostiniano in città si raggiunse alla metà del 300 con il vescovato di Agostino Tinacci (1343-1367) nominato da Clemente VI e stretto collaboratore dell’Albornoz nella reconquista papale del patrimonio di San Pietro.

Sascha Manuel Proietti


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Maledetti doni

Nella Narni Medievale erano vietate le strenne di capodanno, mance in denaro considerate doni maledetti.

Perché una bizzarra norma vietava lo scambio di doni in denaro?

Scorrendo gli Statuti narnesi del 1371, non è insolito imbattersi in qualche norma che ad un esame superficiale, può sembrare bizzarra se non addirittura inesplicabile. Questo è il caso di una disposizione contenuta nel III Libro “Super maleficijs & Criminalibus causis”: Capitolo LXXXVIII: “Quod nulla persona det manciam de pecunia alicui in anno novo, seu kalendis mensis januarij”.    

Perché i legislatori narnesi della fine del XIV secolo si preoccuparono di condannare, assimilandolo ad un crimine, un gesto che ai nostri occhi può sembrare del tutto innocuo? Nella versione italiana degli Statuti, il nostro concittadino Raffaello Bartolucci, tradusse così questa norma: “Inoltre stabiliamo che nel nuovo anno, cioè nel giorno delle calende del mese di gennaio, nessuna persona dia la mancia in denaro a qualche ragazzo o ad altra persona. E nessuna persona al tempo del carnevale, da 15 giorni prima della fine del carnevale, dia alla figlia o nipote o pronipote o sorella o ad altra persona, la merenda o qualche cibo cotto o crudo. E il trasgressore sia punito per ogni volta in 10 libbre cortonesi e questa pena di fatto sia attribuita e applicata al Comune di Narni, e qualsiasi possa accusare e denunciare il trasgressore e si stia al giuramento del denunciante o dell’accusante, e abbia metà della sanzione, gli si dia credito, e questo capitolo sia annunciato dal banditore”.

Una norma a matrioska

Questa norma statutaria è una sorta di matrioska, nella quale si nascondono temi e problematiche tipiche dell’epoca di riferimento: la festa “mobile” del Capodanno, i riti leciti e proibiti in occasione di particolari festività, ma anche la diffusa tendenza dei legislatori medievali a incoraggiare e remunerare coloro che oggi definiremmo con malcelato disprezzo “delatori”, ai quali veniva dispensata metà della sanzione imposta ai trasgressori. Una storia dentro l’altra che per economia di spazio, non è possibile esaurire in un solo racconto.

Soffermiamoci allora sulla prima parte della disposizione: Item statuimus, quod in anno novo, seu die kalendarum mensis januarij nulla personam det manciam alicui in pecunia peurorum, vel alteri personae.

Il dio Giano e il Capodanno spostato a Gennaio

Il mese di gennaio (Ianuarius per i latini), deve il suo nome a Giano, il dio dei due volti: fine e principio, passato e presente, morte e vita; le Kalendis mensis januarii delle quali si occupa la norma degli Statuti, corrispondono al nostro attuale Capodanno. Nel 1371 dunque, a Narni si era già imposta la pratica di far coincidere l’inizio dell’anno con il primo giorno di gennaio.

La precisazione non è del tutto inutile se si considera che nella seconda metà del Trecento, la data d’inizio anno era ancora difforme in molti Paesi europei e in alcune zone d’Italia, malgrado l’introduzione, nel 46 a.C., del calendario giuliano, che aveva di fatto spostato il Capodanno dal primo marzo al primo di gennaio. Soltanto nel 1691, per volere di Innocenzo XII, la data fu uniformata e adottata in tutti quei Paesi che introdussero il calendario gregoriano.  

Nonostante l’avvento del cristianesimo e la abolizione delle solennità romane con l’editto di Tessalonia del 380 d.C., in tutte le festività ereditate dal passato, sopravvive ancora oggi una forte componente pagana. La Chiesa cattolica fece “sue” le solennità celebrate in onore delle divinità romane, depurandole del significato originario, ma in alcuni casi, non riuscì ad estirparne anche i riti. Tra queste festività, il Capodanno è probabilmente la ricorrenza nella quale la Chiesa si è imposta con maggiore fatica: le usanze pagane sono sopravvissute attraverso i secoli, e se nei Paesi storicamente cattolici hanno nel tempo perduto vigore, in altri si tramandano ancora oggi.  L’ aspetto è piuttosto evidente nella laicissima Francia dove, seppur in maniera minore rispetto al passato, si osserva ancora l’usanza di dare mance a portieri e domestici nel giorno di Capodanno. Questi doni in denaro sono chiamati étrennes, termine che rimanda inequivocabilmente alle strenne romane del primo giorno dell’anno.

L’origine Romana delle strenne e lo scambio dei doni

Le calende per il nuovo anno erano dedicate a Strenia (o Strenua), divinità forse di origine sabina, simbolo di prosperità, salute e buona fortuna, tanto da essere raffigurata con una cornucopia in mano. In quel giorno i Romani, in segno di buon augurio e di purificazione, si scambiavano rami di verbena raccolti nel boschetto sacro dedicato alla dea. La verbena, consacrata alle divinità femminili, al pari dell’alloro era considerata arbor felix. Oltre a questi rami, chiamati strenae dal nome della dea, si offrivano in dono cibi dolci come datteri, miele, noci e fichi secchi, allo scopo di augurare dolcezza nel nuovo anno, ma anche mance in denaro per auspicare ricchezza materiale.
Nel tempo i donativi persero probabilmente il loro significato originario, assumendo la forma di mance offerte a scopo clientelare per ingraziarsi i favori o la fedeltà dei donatari (si pensi agli odierni doni aziendali in occasione del Natale).
Il Capodanno, assorbito dalla religione cristiana nelle celebrazioni post-natalizie, divenne una solennità consacrata dalla Chiesa alla Circoncisione di Gesù, secondo quanto testimoniato dal Vangelo di San Luca (II, 21): “Passati gli otto giorni, in capo ai quali il bambino doveva essere circonciso, gli fu posto il nome di Gesù, com’era stato indicato dall’Angelo, prima che fosse concepito nel grembo di sua madre”. Tuttavia, la ricorrenza della Circoncisione non suscitò mai una particolare attrattiva sul popolo, che continuò a celebrare le calende di gennaio come la Festa del Nuovo anno, con danze, canti, strenne e cortei mascherati.

La Chiesa osteggia lo scambio dei regali, ma i Cristiani conservarono i riti donativi pagani

La partecipazione dei Cristiani alle festività pagane delle Calende di gennaio fu sin da subito condannata dalla Chiesa: già nel II secolo, Tertulliano osservava che queste celebrazioni, insieme ai Saturnalia di dicembre e ai Matronalia   di marzo, erano più occasioni sociali che religiose e venivano seguite per semplice convenzione sociale. Nel 585 ca., il Concilio di Auxerre stabilì che “alle Calende di gennaio non è consentito travestirsi da giovenca o da cervo, come pure seguire il costume diabolico di scambiarsi doni”. D’ altra parte la Chiesa ha lungamente osteggiato lo scambio di regali, dal momento che il cristianesimo è fondato sul massimo dei doni possibili: il sacrificio di Cristo che offrì la sua vita per la salvezza degli uomini. Ancor più, lo scambio reciproco di strenae, era considerato opposto all’idea di carità, cioè del donare disinteressatamente. Agli inizi del VI secolo, San Cesario di Arles ammoniva: “Vi ho detto, non date strenne, ma date ai poveri. Ora mi si obietta: “quando do strenne, a mia volta ne ricevo”. Ma secondo la promessa del Signore, se darete ai poveri riceverete cento volte tanto”.

Alla luce di queste considerazioni, appare evidente che a Narni, territorio del Patrimonio di San Pietro, i legislatori dovettero esprimersi conformemente alle direttive ecclesiastiche.
Il divieto imposto dalla norma degli Statuti, assume maggior chiarezza se si legge un passo di Gaetano Moroni in “Dizionario di erudizione storico ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni”: “Il Boccaccio fa dare ad alcuno il buon anno e le buone calende (1) e il Passavanti parla della buona mancia delle calende.

Le strenne, o calende di gennaio, a Roma era un giorno di festa e di licenziosità in onore di Giano e di Strenia, dea dei donativi. La festa era stata istituita da Tazio, re dei Sanniti. Nel primo giorno dell’anno nuovo, il popolo portava un ramo di verbena tolto da un boschetto nei dintorni di Roma e consacrato a Strenia. I rami di verbena erano considerati di buon augurio e in questo giorno ognuno faceva doni agli amici, a clienti, ai padroni, i vassalli ai principi, i gentiluomini agli imperatori. Quantunque i cristiani aborrissero il culto di Giano e di Strenia, tuttavia conservarono i riti dei donativi, i giochi e i banchetti. Diversi Concili condannarono tali abusi e molti zelanti Vescovi procurarono di estirparli, per cui abbiamo molti sermoni contro le feste delle Calende di gennaio. Anzi fu persino comminata la scomunica ai colpevoli, onde la Chiesa fece delle Calende di gennaio un giorno di digiuno e di orazione”.

(1) Boccaccio, Giornata III, n. 8, fa dire a Ferondo:
“di che io priego Iddio, che vi dea il buon anno e le buone calendi, oggi e tuttavia”.

Boccaccio

E’ curioso notare che le parole di Jacopo Passavanti, citate dal Moroni a titolo di buon esempio, furono poi riprese per opposti motivi, nel XVIII secolo da Girolamo Tartarotti il quale, nel tentativo di demolire le credenze intorno alle streghe, spesso alimentate proprio da dotti superstiziosi, le inserì nella sua opera “De congresso notturno delle Lammie”:

l’andar cercando la buona mancia nelle calende, il primo dì dell’anno nuovo, vanità e grave peccato fu creduto anche da Jacopo Passavanti”.

Girolamo Tartarotti

Il giusto prezzo da pagare

La disposizione statutaria presa in esame, rappresenta uno dei tanti esempi della volontà dei legislatori dell’epoca, di utilizzare il diritto per correggere comportamenti e stili di vita privati dei cittadini. L’applicazione dello strumento della multa, che di fatto sanava la disobbedienza, ricalcava il modello religioso di remissione dei peccati “a tariffa”. Se per la Chiesa il prezzo del perdono era spesso rappresentato da una dieta a pane e acqua, per uno o più giorni a seconda della gravità del peccato, il mancato rispetto di una norma comunale era sanzionato con una precisa somma di denaro. Va da sé che questo sistema, apparentemente volto alla moralizzazione dei cittadini, consentiva di rimpinguare abbondantemente le casse comunali, perché andava a sommarsi alle gabelle ordinarie e a tutte quelle multe imposte per reati di tutt’altro genere.

Verrebbe quasi da dire che le strenne di Capodanno, almeno per le casse cittadine, erano in realtà “benedetti doni”.

Mariella Agri

Il Natale, i doni e i giochi…sembra una storia semplice

Dagli antichi festeggiamenti in onore di Saturno ai rituali moderni del Natale

Molti sono i retaggi dei festeggiamenti dedicati a Saturno dai Romani, che possiamo ritrovare nei nostro Natale moderno: doni, frutta secca, giochi d’azzardo e molto altro.

La data del Natale è inesatta

«I Romani stabilirono la festa del Natale del Sole non nel giorno esatto della conversione solare, ma nel giorno in cui il ritorno del sole, dal sud al nord, appare agli occhi di tutti. Nell’ignoranza in cui si trovavano ancora delle leggi scoperte dai Caldei e dagli Egizi, e condotte alla loro perfezione da Ipparco e Tolomeo, si fondarono sulle testimonianze sensibili e sulle semplici apparenze, imitati poi dai loro successori che, come ho già detto, hanno adottato questo punto di vista».

Dalla festa del dio-Sole a Natale in un decreto

Così l’imperatore Giuliano (331-363), l’ultimo dichiaratamente pagano, spiegava la festa del 25 dicembre, il Natalis Solis, una delle più sentite e partecipate celebrazioni del mondo romano che il suocero Costantino, dopo la sua conversione, attraverso un decreto, trasformò nella festa della nascita di Gesù. A Roma al Sol Invictus era stato consacrato un tempio da Aureliano in una data non tramandata precisamente dalle fonti ma attestata alla  fine dicembre del 274, facendo del dio-Sole la principale divinità del suo impero e, come altri prima di lui, fu raffigurato con una corona a raggi. Si presume che a lui risalga la festa solstiziale del Dies Natalis Solis Invicti, “Giorno di nascita del Sole Invitto”. La scelta di questa data poteva rendere più importante la festa, in quanto la inseriva, concludendola, sulla festa romana più antica, i Saturnali.

Saturno, l’origine misteriosa di un dio

Questi festeggiamenti in onore di Saturno sono noti per gli eccessi, per lo scambio dei ruoli sociali, per i doni soprattutto ai bambini, per le abbuffate a tavola, il gioco d’azzardo e una pronunciata licenziosità dei costumi…ma cosa significava esattamente tutto questo? E cosa rappresentava Saturno per i romani? Ma soprattutto, chi era?

Per gli stessi antichi l’origine del dio era difficile da stabilire; Varrone faceva derivare il nome Saturnus da sero/ satum (seminare) e della stesso opinione erano Festo, Lattanzio, Sant’Agostino e Macrobio. Cicerone da satura o saturare ma a livello linguistico bisogna piuttosto accogliere una derivazione dall’etrusco Satre che per effetto della latinizzazione restituisce l’onomastica in –arnus,-urnus, –erna (Volturnus, Mastarna, Saserna). Conferma di ciò si ha da un famoso reperto archeologico noto con il nome di Fegato di Piacenza, dove un dio Satre compare nella 14°regione, tra due regioni ctonie, la 13° dedicata agli dei Mani e la 15°a Veiove, un dio appartenente al mondo infero.

Saturno quindi apparteneva al mondo dei morti e per questo quando gli si rendeva omaggio bisognava farlo in modo adeguato: lui pretendeva vittime in dono!

I romani non si erano sottratti del tutto ai desideri divini ma quando potevano, con il giusto escamotage, cercavano di eludere l’obbligo di uccidere, soprattutto i più piccoli.

Ciò dipendeva dal mito collegato all’arrivo del culto di Saturno in area laziale e dai rituali che ne erano derivati e, secondo Macrobio, solo Ercole, passando per l’Italia, insegnò il modo di aggirare il volere del dio: offrire degli oscilla di terracotta a imitazione della figura umana e dei ceri; da qui si sviluppò la festa dei Saturnalia e l’usanza di offrire in dono statuine e ceri/torce .

Saturno e gli eccessi a lui dedicati

Sappiamo che il ciclo dei festeggiamenti comprendeva almeno sette giorni, dal 17 al 23 dicembre. Vi risultavano quindi compresi, oltre agli stessi Saturnalia del 17, gli Opalia del 19, i Sigillaria del 20, i Divalia in onore di Angerona del 21 e i Larentalia, in onore di Acca Larenzia madre dei Lari,del 23. C’erano poi i Compitalia, una festa mobile ma fortemente legata ai Larentalia che cadeva tra gli ultimi giorni di dicembre ed i primi di gennaio. E’ chiaro che è tutto un ciclo strettamente legato al solstizio d’inverno.

Proprio durante i Compitalia avveniva lo scambio delle Maniae, piccole bambole che si appendevano alle porte delle case per onorare i morti e Macrobio ce ne svela il significato vero: «anticamente si immolavano dei bambini a Mania, madre dei Lari, usanza che fu interrotta da Bruto, primo console, il quale ordinò di sostituire le teste di bambini con teste di papavero». Sappiamo anche che durante i Compitalia si appendevano sulle porte tante statuine quanti erano gli abitanti di una casa: si offriva quindi una bambola per riscattare una vita umana; più tardi essi divennero dei semplici giocattoli, delle frivolezze che ci si scambiava in dono. Il commercio di queste bambole era assai attivo, e pare addirittura che il prolungamento dei Saturnalia con i Sigillaria, della durata di 7 giorni, si spiegasse in una certa misura con la volontà di favorirlo. A Roma ci furono dei negozi specializzati, dei veri e propri mercatini, prima nel Portico di Agrippa, nel Campo Marzio, e quindi nelle terme di Traiano sul Celio. Col tempo ci si donarono non solo bambole, ma un’infinità di oggettini di modico prezzo. Leggi speciali addirittura indicavano il prezzo massimo che era lecito spendere per fare i doni più importanti.

Le divinità a cui si rendeva omaggio nel periodo dei Saturnalia erano tutte poste idealmente e fisicamente (almeno come sede del culto), nei luoghi critici di confine di due mondi, tra la morte e la rinascita del sole e tra il mondo dei morti e quello dei vivi.

La fine dell’anno e il disordine cosmico

Tutti i passaggi implicano una crisi e la fine dell’anno è un periodo di disordine cosmico che deve essere esorcizzato. L’uomo vive nel timore di vedere esaurite le forze che lo circondano, nel timore per esempio che il sole si spenga definitivamente nel solstizio invernale, che il grano non rinasca. La vegetazione ha dei momenti di estinzione apparente che lo turbano. La forza sacra operante nei raccolti va accresciuta, rigenerata. E allora si devono pregare i morti, perché i morti hanno sotto la loro giurisdizione il seme seppellito e anche i raccolti ammassati nei granai, alimento dei vivi per tutto l’inverno. Ma i morti, come i semi, potenzialmente aspettano di rinascere. Per questo si accostano ai vivi specie nei momenti in cui la tensione vitale della collettività raggiunge il massimo.

A questa si aggiunge il vigore della fiamma delle torce e delle candele che va in soccorso al sole nel momento in cui questo è più debole proprio nel periodo del solstizio d’inverno.

L’importanza del gioco d’azzardo

Durante i festeggiamenti una parte importante la svolgeva il gioco d’azzardo, soprattutto quello legato ai dadi ed ha un carattere fortemente ctonio (funerario) e legato al ciclo della natura.
Erodoto racconta la storia di un re egizio che, sceso nel regno dei morti, gioca a dadi con Demetra, la dea del grano. Interessante è un altro racconto dello stesso relativo alla invenzione stessa dei dadi. Sarebbero stati i Lidii a inventare questo gioco allorché, colpiti da una carestia, un giorno mangiavano e il successivo giocavano a dadi per distrarsi e scordare la fame. E probabile che Erodoto abbia qui banalizzato un contenuto simbolico molto più complesso. Il dado è espressione del gioco intrapreso dai mortali con le potenze della profondità. La semenza viene considerata come la posta, e si gioca nella speranza di vincere un buon raccolto. Il contadino che ha finito di seminare non ha più da lavorare. Costretto all’inerzia, al lavoro non può che subentrare l’azzardo, l’alea di una scommessa ingaggiata con la natura.

In definitiva è questa l’essenza dei Saturnalia, da un lato è la celebrazione del lavoro della semina e del riposo che la succede ma dall’altra è necessaria per sistemare il rapporto tra i vivi e i morti perché in quella società e in quei tempi questo rapporto doveva giocarsi come una delicata “crisi sacrale” che doveva assolutamente risolversi a favore dei vivi.

I saturnalia quasi un carnevale

Quindi, in definitiva, i Saturnalia, spesso accostati per vari aspetti al carnevale, altro non sono una grandiosa “festa dei morti”, ma allora perché sono più famosi per lo scambio dei ruoli tra servi e padroni e per i doni ai bambini? Perché queste due categorie non essendo pienamente integrate nella società dei vivi, da un punto di vista dei rapporti sociali, rappresentano “gli altri”, cioè i morti e conviene festeggiarli.

Nella nostra società sono ancora molti i retaggi di questo antichissimo e complesso sistema di festeggiamenti anche se sono mutati i significati e gli intenti ma…quante candele accenderemo a Natale? Quanti doni scambieremo, quanta frutta secca, quindi idealmente morta, mangeremo? Quante volte lanceremo i dadi sperando che il futuro sia migliore? Buon Natale e “Io Saturnalia”, come dicevano i nostri antenati.

Eleonora Mancini 

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