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Categoria: I Racconti delle Pergamene

Rubrica di approfondimenti tematici e divulgativi sulla storia di Narni…e non solo!!

Giostre Medievali e Rievocazioni Storiche d’Italia

Giostre Medievali e Rievocazioni Storiche d’Italia

Rievocazioni storiche e giostre medievali: caratteristiche della nostra identità

L’Italia è nota per le sue giostre medievali, nella bella stagione che sta volgendo al termine, in molte realtà cittadine, si è tornati a programmare e realizzare quelle rievocazioni storiche che sono tanto apprezzate e caratteristiche dell’identità europea.
 Tra queste sicuramente sono molto suggestive le tante che culminano con giostre cavalleresche o comunque varie forme di esibizione di destrezza da parte di binomi formati da un cavallo ed un abile cavaliere.

L’origine militare delle giostre medievali

È noto come, aldilà dell’immaginario dei tornei in cui gareggiavano i nobili, molte di queste giostre medievali fossero nate in seno a quegli esercizi preparatori all’arte militare che nel medioevo coinvolgevano ed interessavano un certo numero di uomini di altri ceti, che anche in tal modo, testavano la loro capacità nel difendere la propria comunità. 
Vediamone alcune in particolare, nelle quali possiamo rintracciare delle peculiari connessioni con l’arte bellica.
Due forme di giochi in cui mostrare abilità in sella ad un cavallo erano ad esempio la cosiddetta Quintana e le giostre all’anello.
La prima in genere si riferisce ad una gara in cui un cavaliere lanciato al galoppo cerca di colpire con una lancia una sorta di fantoccio, che in alcuni casi, come ad Arezzo, rappresentava un saraceno, mentre nelle corse all’anello, i cavalieri devono centrare, sempre con una lancia appuntita, una serie di anelli sfidandosi sia in precisione che in velocità.
Quintana e corsa all’anello, come si evince dagli antichi statuti conservati negli archivi di molti di quei floridi e liberi comuni del medioevo, spesso erano comunque entrambe presenti in una stessa realtà, una di seguito all’altra, in occasioni festive importanti e solennità religiose, come ad esempio in onore del santo patrono. 

Le giostre medievali più famose d’Italia – differenze e analogie

Tale compresenza è ancora oggi testimoniata in alcune importanti rievocazioni storiche dell’Italia centrale come Foligno, dove si corre all’anello pur avendo il titolo di quintana.
In effetti però, a Foligno, gli anelli da infilare sono appesi sotto il braccio disteso di una statua che rappresenta il dio Marte.
Ad Ascoli Piceno invece, lo scopo è colpire in vari assalti il bersaglio posto sullo scudo tenuto dal braccio di un fantoccio rappresentante un “moro”. Così a Faenza dove si corre il palio del Niballo nel quale i contendenti si sfidano, partendo da direzioni opposte, a chi colpisce prima un bersaglio posizionato sulle braccia tese della consueta rappresentazione di un guerriero nemico. Simile anche la Giostra dell’Orso di Pistoia, in onore di San Jacopo, dove i fantini devono colpire un bersaglio che rappresenta lo stemma della città.
Anche nella Giostra cavalleresca di Sulmona, si affrontano due sfidanti per volta, l’un contro l’altro, ma in una corsa all’anello. O ancora nella Giostra di Valfabbrica, in Umbria, i cavalieri si sfidano in tornate sia di anello che di quintana.
A Narni, la rievocazione prende proprio il nome di Corsa all’Anello, indicandone chiaramente la tipologia di giostra, ed anche in questo caso si rivela particolarmente avvincente proprio perché si affrontano di volta in volta due cavalieri in una gara che è contemporaneamente influenzata sia dalla mira nell’infilzare l’anello con la lancia che dalla velocità che può far la differenza per la vittoria finale. 

Le lance della Corsa all’Anello di Narni

Da notare che la misura delle lance utilizzate nella più che cinquantennale riproposizione in chiave moderna della Corsa all’Anello di Narni, sia di circa tre metri di lunghezza. Questa misura risulta essere molto simile a quelle utilizzate dalla cavalleria del basso medioevo, come si può ricavare da fonti scritte ed iconografiche dell’Italia centro-settentrionale dalla metà del XIII secolo in avanti. Arrivavano infatti a tale lunghezza per competere con le micidiali lance lunghe che si stavano diffondendo tra le fanterie dell’epoca, che proprio per opporsi ai cavalieri, superavano anche i cinque metri.        
Proprio a Narni, gli statuti medievali, ci raccontano che oltre alla corsa all’anello si svolgeva anche un palio, ossia una corsa di velocità su un percorso che dalla periferia portava verso il centro. 

La differenza con i palii

Non meno diffusi infatti erano i palii, vere e proprie gare di velocità a cavallo, in alcuni casi anche asini e bufali, così denominate perché il premio per il cavaliere che vinceva, era un pregiato drappo di stoffa, il palio o pallio appunto. Erano anche eventi molto coinvolgenti per la popolazione e davvero molto comuni, ma comunque in corrispondenza di celebrazioni per il Santo patrono o altri momenti importanti delle rispettive comunità, come le fiere, le varie festività o particolari eventi eccezionali anche di natura politica. Talvolta si correva anche per motivi ludici e per celebrare vittorie in battaglia e in tal caso anche irridere l’avversario, magari correndo intorno alle mura di una città assediata. 
Tra quelli che si disputano oggi, il più famoso è ovviamente il palio di Siena, conquistatosi un ruolo di riferimento del genere, per l’attaccamento ed investimenti in senso lato della sua comunità ed anche per la sua lunghissima continuità storica. Nel circuito dei giochi storici ce ne sono molte di queste corse, tra i quali il palio di Asti, di Ferrara, di Legnano e tanti altri disseminati in varie regioni d’Italia.

Gli statuti regolavano le giostre medievali

Sempre negli statuti narnesi (libro primo, capitoli IV e V) così come in altri comuni, troviamo diversi dettagli di come dovevano svolgersi queste gare, delle autorità istituzionali che sovrintendevano al loro svolgimento ed in particolare sia il vicario che il responsabile della milizia. Vi sono descritti il valore sia dei pali che degli anelli d’argento così come il fatto che dovessero essere esclusi cavalli usati per lavoro e quindi non adatti alle corse e diverse altre norme. 

Terzieri, sestieri, contrade, rioni…tutti contro tutti!

Rilevante anche il fatto che in molte di queste esibizioni i partecipanti erano divisi per appartenenza a distinte parti delle città, denominate di volta in volta terzieri, sestieri, contrade, borghi, brigate, rioni; ciò ci riporta allo scontrarsi tra fazioni che era molto tipico sia dell’organizzazione militare che anche indicativo di uno spiccato spirito corporativo di quei tempi.
Questo suddividersi in schiere lo troviamo sia per queste corse e giostre medievali a cavallo che per altre forme di giochi più o meno legati ad esercizi militari, come le popolari “battagliole” e le più solenni “armeggerie” a cavallo; attività di natura molto diversa sia per le occasioni in cui si svolgevano che per la diversità di ceti sociali che ne prendevano parte, ma entrambe strettamente legate alle realtà urbane. Forme che via via si affievoliranno verso la fine del medioevo, perché spesso troppo cruente e per il cambiamento dell’arte bellica avviato con le compagnie di ventura.     
Ora molte di queste giostre medievali giunte in vario modo quindi ai nostri giorni, magari in forma di commemorazione o di rievocazione storica, diventano occasione in cui riconoscere l’identità di un territorio, fare aggregazione e divertimento, producendo contemporaneamente cultura e turismo e di conseguenza economia e valorizzazione in senso lato. 

 

Marco Matticari 

Leggi anche: 
Gli statuti medievali narnesi
De Palio currendo in Festo Beati Juvenalis
Cavalli nelle Giostre Medievali

I RACCONTI DELLE PERGAMENE – Approfondimenti di storia medievale     

GIOSTRE, QUINTANE, PALII E RIEVOCAZIONI STORICHE NEL ‘900 – di Roberto Parnetti


Bibliografia:
Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae 
Duccio Balestracci , La Festa in armi
Aldo A. Settia, I mezzi della guerra 
Bruno Marone, Esercizi ed abilità militari in La Corsa all’Anello di Narni 

 

I lussi proibiti alle donne nel Medioevo

I lussi proibiti alle donne nel Medioevo – Sul corpo delle donne

La moda, l’effimero che viene “proibito”

La moda, l’effimero, sono fenomeni niente affatto moderni: l’urgenza per le donne di abbigliarsi per apparire nasce nel Medioevo e in maniera così prepotente, che si ritenne opportuno disciplinare questa tendenza con apposite norme.

Se consideriamo che molte donne sono ancora oggi obbligate ad indossare determinati abiti ed accessori, non possiamo stupirci del fatto che a partire dal XIII secolo e fino alla Rivoluzione francese, furono emanate le cosiddette “Leggi suntuarie”, un insieme di provvedimenti volti a limitare il lusso nell’abbigliamento, nelle concessioni dotali e in alcune occasioni sociali come feste, banchetti e funerali.
L’insieme delle norme è estremamente corposo e può essere approfondito nell’importante lavoro
della professoressa Muzzarelli citato nella bibliografia di riferimento. In questa sede, ci limiteremo ad esporre alcune normative narnesi relative ad abiti, doti e funerali.

Va subito detto che gli scopi dei legislatori erano tutt’altro che univoci: i divieti erano rivolti ad entrambe i sessi, ma in realtà nel Medioevo le limitazioni erano imposte in maniera quasi esclusiva alle donne.

Il lusso vietato, ma non per tutti

Il lusso era sì vietato, ma in base alle diverse categorie sociali, anche e soprattutto allo scopo di rendere immediatamente riconoscibile il ceto di appartenenza. La normativa poteva essere facilmente aggirata: chi denunziava spontaneamente il possesso di abiti contra legem, pagando un’apposita tassa poteva farli registrare e bollare, acquisendo di fatto il diritto di continuare ad indossarli. Tenuto conto che le sanzioni per chi esibiva un abito “vietato” e non denunziato, consistevano in pene pecuniarie elevate (inasprite dalla confisca dell’oggetto del reato e in alcuni casi persino dalla scomunica papale), appare evidente che le leggi suntuarie non colpivano equamente tutti i ceti sociali: i ricchi, semplicemente pagando (la bollatura o la sanzione), potevano abbigliarsi a loro piacimento in barba a qualsiasi divieto.

Un altro aspetto paradossale di queste leggi stava nel fatto che le multe si applicavano anche a coloro che avevano realizzato un abito o un accessorio vietato, sicché sarti, ricamatori e calzolai erano spesso costretti a sborsare somme che superavano di gran lunga il prezzo percepito per il loro lavoro (ferma restando, in molti casi, anche l’applicazione di pene corporali).
Il ricavato delle ammende serviva a rimpinguare le casse cittadine, ma anche le tasche dei denunzianti (una regola che si riscontra in moltissime norme degli Statuti di Narni).

Nel Medioevo c’era chi misurava la lunghezza degli strascichi delle donne

Con l’avvento delle leggi suntuarie, al fianco dei comuni cittadini che si peritavano di denunciare i lussi altrui (per moralità o semplice tornaconto personale), le città si animarono di ufficiali armati di metro, che andavano in cerca di strascichi e maniche fuori misura, “pianelle” e sopralzi eccessivi (tali da poter raggiungere anche un metro e mezzo di altezza), accessori e gioielli proibiti o che eccedevano il limite consentito, stoffe e pellicce vietate e persino colori fuori legge o destinati solo a determinate categorie.

Il campo d’azione di ufficiali e delatori era infinito, ma spesso si concentrava davanti alle chiese: le messe, soprattutto quelle domenicali e nelle festività più importanti, erano un’occasione per sfoggiare abiti sontuosi ed esibire il proprio status sociale. Quest’usanza è sopravvissuta a lungo nelle nostre zone: almeno sino agli anni ’70, soprattutto a Natale e a Pasqua, molte donne si recavano in chiesa con abiti e calzature nuove (a Narni si diceva che s’erano “ripulite” a festa) e le signore abbienti facevano largo sfoggio di pellicce. La pratica sembra essere caduta ormai in disuso, ma è ancora viva nei matrimoni, nelle feste e persino in alcuni funerali.

All’asprezza delle leggi suntuarie, si sommava l’opera di moralizzazione dei tanti predicatori che nel Medioevo si spostavano di città in città scagliandosi contro i cattivi costumi (delle donne, ben inteso).
Ciò che si stigmatizzava nelle prediche non era soltanto il danno economico prodotto da abiti e gioielli lussuosi, ma anche la contraffazione messa in atto dalla perfidia insita nelle donne: applicare imbottiture che facevano apparire in carne quelle troppo magre e indossare calzature vertiginose che rendevano alte quelle basse, significava alterare l’opera di Dio ed ingannare gli uomini circa le proprie reali fattezze.

Cosa dicono gli Statuti Narnesi

Alla vasta storiografia di molte città italiane, capace di illustrare nel dettaglio i divieti, le regole, l’entità delle pene e persino i nomi di molti contravventori, fa da contrappunto la scarsità di notizie riguardo Narni. Poche le norme degli Statuti del 1371 in proposito ed assolutamente assenti in materia di abbigliamento, tanto che per approfondire i divieti relativi agli indumenti e agli accessori è necessario consultare le Riformanze (le cui copie, purtroppo, sono disponibili solo a partire dal XVI secolo).

Al Capitolo XI del Libro Primo, si stabilisce che “nessun erede possa avere per il funerale al lutto di qualche defunto, più di due torce di cera fino a dieci libbre di peso, se sarà stato cavaliere, giudice o canonico: negli altri casi fino a un massimo di cinque libbre per ciascun cero, alla pena di 10 libbre cortonesi per ciascun trasgressore. E il Vicario della città sia tenuto ad inviare uno dei notai con i loro dipendenti e un baiulo, a qualsiasi funerale, per indagare e investigare sulle predette disposizioni, alla pena di 10 libbre cortonesi del suo salario. E nessuno o nessuna possa vestirsi di nero tranne la moglie e due servitori al massimo, alla detta pena”.

Questa norma introduce subito un importante distinguo: il peso delle torce di cera variava in base allo status del defunto: cinque libbre per i comuni mortali, il doppio per cavalieri, giudici e canonici.
I cavalieri appartenevano ad una categoria privilegiata, oggetto di limitazioni/concessioni in molte leggi suntuarie. A Siena, alcune norme dello “Statuto del Donnaio” (nome indubbiamente evocativo), dettavano precise regole riguardanti le cerimonie d’investitura, al fine di limitare lo sfarzo e lo scambio di doni importanti. Per contro, ai cavalieri era però concesso d’indossare farsetti e giubbe di mussolina o di altro tessuto di seta ed era a loro che, una volta defunti, si tributavano onoranze funebri dispendiose e spesso talmente solenni da meritare cronache dettagliate, come ad esempio quella che fu composta per il funerale di Giovanni da Pietramala: il suo corpo fu adagiato in una bara coperta di drappo vermiglio, i chierici della Cattedrale recavano cento doppieri accesi. Il corteo era aperto da “due beccamorti a cavallo”, ciascuno dei quali era seguito da sei famigli vestiti di scuro. Erano presenti quindici cavalli bardati ed altri erano coperti da insegne del comune; seguiva lo stendardo da campo del defunto, mentre il cavallo di Giovanni sfilava precedendo la bara del suo padrone, montato da un soldato che indossava l’armatura, le insegne del condottiero e impugnava il suo bastone di comando. In altre città italiane, subito dopo i cavalieri, venivano contemplati i medici piuttosto che i giudici.
Abbastanza rara è invece l’aggiunta dei canonici contemplata nei nostri Statuti, ma bisogna ricordare che Narni era pur sempre territorio del Patrimonio di San Pietro.
Una costante delle leggi suntuarie è invece la limitazione all’uso dell’abito nero: dopo la peste nera del 1348 ed il conseguente, perpetuo lutto, fu proibito a qualsiasi categoria sociale di vestire a lutto, con la sola eccezione delle vedove.

La seconda norma degli Statuti cittadini è contenuta nel Libro III (Super Maleficijs et Criminalibus causis). Al Capitolo LXVII si legge: “Stabiliamo che, per ciascuna donna da maritare o da dotare non possano essere promessi o dati, come beni mobili dotali, se non questi beni mobili dotale scritti sotto, vale a dire: panni di lana da donna, due letti di panni, un soppedaneo di legno, alla pena di 25 libbre cortonesi, da applicare alla Camera, per chi dà, promette o ottiene o riceve la promessa. E la tale promessa, da qui in poi, non abbia valore né vigore per legge; e per essa non si possa agire o difendere nei tribunali della città di Narni, e nessun notaio faccia scrivere né scriva oltre la detta forma, alla pena di 10 libbre cortonesi, da applicarsi alla Camera. E chiunque possa denunciare e
accusare i trasgressori delle cose predette”.

Un esempio pratico di una dote del XIV secolo, del tutto in linea con le limitazioni fissate dai nostri Statuti, ci viene fornito da un atto notarile stipulato a Narni l’11 marzo 1375 dal notaio Macthiutius Salvatelli. L’atto/quietanza ci informa che “Petrucolus Iohannis Lucarelli rilascia quietanza a Tomas Cecchi Petrignani per la corresponsione della dote di sua sorella Sabecta, promessa a lui in sposa con atto immediatamente precedente. La dote in questione consiste in 600 lire di denari cortonesi, due letti ben forniti di biancheria, una tunica, un mantello ed un tappeto”.

In teoria si potrebbe pensare che le restrizioni riguardo ai beni mobili dotali fossero identiche per ogni ceto sociale, ma nella pratica è evidente che “i panni di lana da donna” non meglio specificati, potevano variare di qualità e numero in base alle disponibilità economiche della famiglia, così come i “due letti di panni”. Anche il valore del “soppedaneo” (cassone per i capi di vestiario che normalmente veniva collocato ai piedi del letto) poteva essere ben diverso a seconda del tipo di legno utilizzato e dei decori.

La dote di Giacoma di messer Antonio Bocarini Brunori di Leonessa, sposa del Gattamelata.

Si pensi ad esempio alla dote di Giacoma di messer Antonio Bocarini Brunori di Leonessa, andata in sposa nel 1410 al Gattamelata. La sua dote era piuttosto esigua: 500 ducati d’oro, ma il suo corredo di nozze era magnifico e contenuto in splendide casse di legno, lavorate con intagli a rilievo, dipinte con arabeschi di fiori e frutti, decorate con storie sacre e profane (soprattutto sponsali antichi), massime morali, versetti della Bibbia, dei Salmi e il Pater noster in latino volgare. Quindi, ancora una volta, semplicemente tacendo i dettagli, la normativa non poneva limiti alle categorie più ricche.

Venendo alle Riformanze, al volume 4, in data 21 gennaio 1537, si legge: “In considerazione della Rovina et danni ch’avemo patiti, riformiamo il vestire delle donne. Statuimo et ordinamo che nessuna donna di qualunque stato, qualità e condizione, se sia tanto narnese che forestiera, essendo maritata e abitando in Narni, possa né debba portare alcuna sorte di veste di broccato, velluto, seta, damasco e altra sorte di drappi, eccetto Ciambellotto del quale ne possono avere una vesta e non di più. (Il Ciambellotto o Camellotto era un tessuto di lana pesante in armatura di tela, fatto con peli di cammello, solitamente usato per abiti invernali). Si prescrive che possano portare tre braccia di drappo di broccato e broccadello in fuora le maniche. Statuimo et ordinamo che le dicte donne come sopra, non possano né debbano portare alcuna sorta d’oro, d’argento, perle né gioielli, né catene, né collane in capo né al collo né al petto né in alcun altro loco, né portare scuffie, corone, centure d’oro ed argento né di perle. Item statuimo et ordinamo che le dicte donne non possano né debbano portare più di tre anelli d’oro o d’argento con quelle pietre che gli piacerà. Nessuna donna che abbia una dote di 100 ducati o di 200 ducati, possa né debba portare sbernia o drappo di nessuna sorte, né vesti di rosato né di pavonazzo, eccetto possa portare maniche di rosato ovvero di pavonazzo. Donna con 300 ducati di dote: non possa e non debba portare vesti di Cabilotto (forse anche qui si intendeva Ciambellotto). Nessuna donna, di qualunque condizione e qualità non possa né debba portare vesti d’alcuna sorte con intagli, ovvero ricami per alcun modo. E se qualcuno non osservasse i presenti Capitoli, acciocché il timor della pena abbia ad osservar, statuimo et ordinamo che qualunque persona contravverà alli sopradetti Capitoli & Riformanze, caschi ipso facto et ipso iure nella pena di Cinquanta ducati e perda tutto quello che indossa contro la forma dei presenti Capitoli. Item statuimo et ordinamo che qualunque persona contravvenga ai sopradetti Capitoli caschi ipso facto nella scomunica papale e non si possa assolvere se non dal Papa, eccetto in articulo mortis. Item statuimo et ordinamo che qualunque sarto, ovvero ricamatore tagliasse ovvero cucisse o ricamasse o intagliasse alcuna sorte di vesti contro la forma dei presenti Capitoli, caschi ipso facto nella pena di venticinque scudi”.

Al primo capitolo si riforma anche la misura delle doti da dare nella città di Narni e nel suo distretto, che debbono limitarsi a 100, 200, 300 o al massimo 400 ducati. A questo proposito “si statuisce e si ordina che nessun padre, né madre, né fratelli, né zii, né alcuna altra persona, possa né debba promettere o dare alcuna cosa tanto in denari, quanto in beni stabili o ancora in mobili, né in nessun altro modo, al di sopra dei limiti anzidetti, quindi non oltre i 400 ducati, in modo che la donna non abbia alcuna cosa che valga oltre la cifra stabilita, eccetto che derivasse da eredità ovvero legati”.

La formula di queste disposizioni è ufficiale: “convocati Magistri D. Prioris ecc, in nome di Dio,
Amen”. Segue la data della stipula e l’elenco nominativo di tutti i convenuti.
Appare chiaro che in quella sede si riformarono norme precedenti che purtroppo sono andate perdute, perché, in particolar modo nella parte riguardante gli abiti e gli accessori vietati, non si fece certo riferimento agli Statuti del 1371, che come abbiamo visto non ne parlano affatto.

Quanto alla dote, furono fissati limiti precisi anche riguardo al valore dei beni dotali mobili, pertanto è difficile capire se anche in questo caso, si riformarono norme precedenti oppure se si trattò di un semplice ampliamento della norma statutaria in materia.
Fatto sta che nel 1537, oltre alla multa e alla perdita dell’abito, a Narni si comminava anche la scomunica papale ed è facile intuire che questa “sanzione” aggiuntiva fosse già presente anche nelle precedenti Riformanze. Allo stesso modo nella nostra città, gli artigiani che avevano realizzato l’abito incriminato, erano tenuti al pagamento di una multa, pari alla metà di quanto dovuto dai reali contravventori.

Il controllo del patrimonio delle donne nel Medioevo

Quanto alle limitazioni in materia di dote, vale forse la pena specificare che il reale intento dei legislatori non era certo arginare il fenomeno del lusso, quanto controllare in maniera efficace i diritti patrimoniali delle donne nel Medioevo.
Alla morte del marito infatti, la dote tornava alla vedova in piena e libera proprietà, ecco dunque che bisognava limitarla, per evitare che le donne possedessero un patrimonio personale importante.
Resta il fatto che la parte più incisiva delle Riformanze narnesi è tutta nel prologo: “in considerazione della Rovina et danni ch’avemo patiti, riformiamo il vestire delle donne”. Segno evidente che i legislatori erano pericolosi misogini terrorizzati dal gentil sesso e da un malinteso cristianesimo. Dispiace dirlo, ma è indubbio che alcuni di loro siano ancora tra noi.

Mariella Agri

Leggi altri: Racconti delle Pergamene – approfondimenti di storia medievale
Consulta gli Statuti di Narni online


Bibliografia di riferimento:

  • Duccio Balestracci, Le armi, i cavalieri, loro: Giovanni Acuto e i condottieri nell’Italia del
    Trecento. Editori Laterza, 2009
  • Raffaello Bartolucci (traduzione a cura di), Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae, Terni, 2016
    E. David, C. Perissinotto, C. Carmi, V. Coronelli (a cura di) – Le pergamene dell’archivio del
    Capitolo della cattedrale di Narni (1047-1941). Regesti, Selci-Lama (PG), 2017
  • Maria Giuseppina Muzzarelli, Le regole del lusso. Apparenza e vita quotidiana dal Medioevo
    all’età moderna. Bologna, Il Mulino, 2020

Le formule magiche nel Medioevo e le donne curiose

Le formule magiche nel Medioevo e le donne curiose

La voce, uno strumento potente

Le donne curiose hanno anche voce ed è questo lo strumento più potente a loro disposizione, anche più delle mani: con queste infatti si possono tagliare e cogliere le erbe medicamentose solo dopo che con la voce si è pronunciato il cantus necessario per in – cantare dove “in” è una particella che esprime “volontà” e “intensità” e “cantare”, derivante da “canere”, cantare, indica l’esprimere un’intenzione, un vaticinio, una magia.
“Formule magiche”, sussurri, litanie, invocazioni accompagnano movimenti e gesti antichi e per ‘funzionare’ devono ripetersi inalterati di nonna in madre in figlia, tutte anelli di una eterna catena.
La voce quindi è il medium attraverso il quale il potere dell’asserzione travalica le frontiere del mondo fantastico per invadere quello sensibile, modificando la realtà.

Nel Medioevo, è credenza comune che con le giuste formule magiche le erbe attivano il loro potenziale curativo e possono intervenire nei processi di guarigione delle malattie attraverso filtri, unguenti, sciroppi..
Il potere dunque è nella parola, il mezzo magico più antico di tutti perché connesso con la credenza che nel verbo risieda un potere misterioso e tremendo capace, per bocca dell’incantatrice, di modificare e plasmare la natura inesorabile delle cose.

Nel Medioevo la legge punisce chi utilizza “formule magiche” o ingiurie

Le parole hanno una forza che deve essere rispettata e temuta, per questo non vanno usate a sproposito. Non meravigli che leggi e norme sanzionavano il loro uso improprio come anche il cap. XXIV del III libro degli Statuti dell’illustrissima città di Narni ricordano:

Nel Medioevo Narnese, chi pronuncia “formule magiche” o parole ingiuriose contro qualcuno doveva pagare una sanzione
“Inoltre stabiliamo che chiunque abbia proferito parole ingiuriose o una parola ingiuriosa a qualcuno, se abbia detto a qualcuno traditore, omicida, ladro, falso, cornuto o parole equivalenti, incorra nella pena di 10 libbre cortonesi per ogni volta, per altre parole ingiuriose sia pena, per ogni volta 40 soldi cortonesi, e per parole
ingiuriose non si applichi la norma della duplicazione delle pene, se le predette parole ingiuriose non siano state rivolte a un cavaliere giudice oppure ad un medico.”

‘ciò che è stato detto’

Lo statuto non cerca solo di favorire la buona educazione quanto cercare di evitare ciò che potrebbe essere nefasto: è nella natura umana creare corrispondenze tra parole e azioni, tra miti e riti.
Fatum significa ‘destino’ e deriva dal verbo latino fari ( dire, parlare), letteralmente si traduce con ‘ciò che è stato detto’, dunque decretato/stabilito. Fas è la cosa lecita perché è stata sancita da una norma già detta.

Attenti a quel che dite…potrebbe succedere davvero!

Eleonora Mancini

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Il veleno nel Medioevo e le donne curiose

Il veleno nel Medioevo e le donne curiose

Qual’era la pena nel medioevo per chi utilizzava il veleno?

Lib.III Cap.XXII
Pena per chi mette il veleno nel cibo e nelle bevande ( nel Medioevo )
(De poena dantis venenum in cibo, vel potu)

“Inoltre stabiliamo che, chiunque nel cibo o nella bevanda, o, in  altro modo, abbia dato il veleno o qualcosa di letale a qualcuno, paghi come condanna 500 libbre cortonesi, e se quello, a cui sia stato dato il veleno, fosse morto per esso, chi lo ha dato sia bruciato con il fuoco, di modo che muoia.
E così diciamo di colui, che abbia fatto dare, e quello che abbia preparato tale veleno, e lo abbia dato consapevolmente, paghi altrettanto, vale a dire 500 libbre, e se quello, a cui sia stato dato il veleno fosse morto, il tale, che lo ha preparato, sia bruciato.”

Dalla cura alla curisità

Il terzo libro degli Statuti narnesi è dedicato ai malefici e ai crimini. Temi scabrosi e scottanti allo stesso tempo. Temi a cui volge facilmente la curiosità.
L’aspetto più inaspettato della parola “curiosità” è il fatto che essa derivi dal latino cura, nel senso di premura, attenzione. Sarebbe quindi “curioso” colui che si cura di qualcosa o qualcuno; noi diamo questo significato a chi vuol sapere, indagare, conoscere. La curiosità, si dice, essere la madre della ricerca ma la ricerca ha bisogno di pratica e applicazione.

Malefici sì, ma scienziati. O, più spesso, scienziate.

E’ forse un preambolo lungo ma è il volo mentale che credo necessario per giungere col pensiero a chi quei veleni letali li preparava davvero, a chi sapeva scegliere, triturare, mischiare, estrarre olii esseziali dalle giuste piante per dare la morte. Malefici sì, ma scienziati. O, più spesso, scienziate.

Erano quasi sempre donne le detentrici di questi saperi pratici ed erboristici, formati dall’alba dei tempi sul campo, nel vero senso del termine, o nei boschi dove abbondano le herbae che rappresentano la base della farmacopea domestica: artemisia, ruta, mirto, menta, verbena, caprifoglio, betonica, malva e salvia. Tutte erbe “buone” e, non stupirà, sono ancora alla base di tanti rimedi detti “della nonna”. Ma la Natura è Madre e Matrigna; dà (per mantenere la salute) e prende (la vita) con le piante dette psicotrope che a volte possono essere letali, come i narcotici e gli allucinogeni che servono per confezionare gli unguenti per il famoso “volo della strega”: belladonna, mandragora, stremonio, canapa, papavero, oppio, giusquiamo, cicuta e aconito.

Non basta però saper scegliere l’erba giusta, bisogna raccoglierla nel momento più propizio che è sempre regolato dalla posizione degli astri che donano, solo in alcuni momenti dell’anno, una speciale e potente carica medicinale agli elementi terrestri, piante o pietre che siano. E ’sempre quando si aprono le porte solstiziali di San Giovanni che il momento “balsamico” giunge e l’esperta Erbaria, colei che raccoglie le erbe, avrà le piante magiche migliori per confezionare i medicamenti: iperico, verbena, artemisia, rosmarino, lavanda ruta, aglio, prezzemolo; tutti finiranno in unguenti, balsami, impiastri o preparati per futuri infusi, decotti e sciroppi con aggiunta di olio, meglio se benedetto. Ad un sapere sacro antico se ne unisce uno nuovo e tutto serve per produrre rimedi dal potere lenitivo, antinfiammatorio, emolliente, per curare le piaghe, le punture di insetti, ferite da morso o da taglio.

Il valore degli u-mani che raccolgono e trasformano

Le erbe sono nelle case come nei monasteri e nei conventi e le stesse mani che le raccolgono e trasformano in medicamento sono le stesse che cucinano, spesso con le stesse erbe ed il cibo giusto, si sa, è la prima medicina per il corpo. 

Le mani delle donne sono mani magiche, grandi sapienze maneggiano e quasi sempre chi sa guarire sa, o capita, che possa provocare anche il suo contrario e a quel punto si è considerate streghe, E per loro c’è il fuoco. 

Lo statuto non dice la parola terribile ma la lascia intendere.

Una donna che sa è una donna curiosa, una donna curiosa è una donna che cura.

Eleonora Mancini

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Narni 1311, l’Offerta dei Ceri 

1879, Memoria della Vigilia

La sera del 2 maggio, Vigilia della Festa di san Giovenale, ‘nell’ora della completa gl’illustrissimi Priori seguiti dal Medico, dal Direttore delle scuole e dai Castaldi in costume movendo dal Palazzo Municipale si recavano in Cattedrale, ed adorata la tomba del Santo, presentavano un’offerta di Ceri e due Palli di seta’. Così annotava nel 1879 Giacinto Nicolai in “Vita e miracoli di s. Giovenale africano”, certificando un antichissimo rito narnese, per la cui origine è necessario entrare nei primi decenni del XIII secolo.

1283, Tra Umbria e Sabina

In quel tempo la consegna di un cero per il Patrono da parte dei castelli soggetti era una prassi comune, e per Narni alcuni autori indicano l’anno 1227 come data iniziale, partendo da una Lettera di papa Gregorio IX indirizzata al Capitolo della Cattedrale. Un documento che in realtà conferma i beni già elencati nel 1139 e nel 1224, e che tuttavia non tratta della consegna dei ceri, pratica comunque attestata nel territorio, e ne è esempio Amelia che nel 1208 ne recava uno a Todi per la festa di san Fortunato (G. Ceci “Todi nel Medioevo”, 1897). 

Di quella usanza si hanno pure riscontri con la Sabina nel 1283, anno in cui Configni e Tarano si obbligavano a portare ceri per san Giovenale, mentre Monte Calvo, oggi località di Cottanello, nel 1299 si impegnava a versare a Narni un cero di tre libbre in denari lucchesi. Ed erano offerte che rispondevano a protocolli individuali, ma forse era giunto il momento di mettere a sistema quella sorta di imposta, e di uniformare le modalità delle consegne. 

1311, L’Offerta dei Ceri

Di fatto, qualche anno dopo, ed esattamente l’8 agosto 1311, il Capitano del popolo Burdonus de Sinerilglo convocò nella chiesa di sant’Agostino un’Assemblea generale per regolamentare l’Offerta dei ceri per la Festa di san Giovenale. Il Console anziano Giovenale Malatesta fu coordinatore della proposta, approvata con 112 voti e quattro contrari, per cui subito si istituì una commissione formata dallo stesso Capitano, dai Consoli e dal Podestà (Archivio capitolare). 

L’intervento fu trascritto dal cancelliere Petrus Andree Jacobi, certamente lo stesso  ‘Petri Andreae de Narnia olim Notarij’ che compare al capitolo 242 del Libro Primo degli Statuti, trascritti nel 1371 (Statuta, 1716). Disposizioni che raccontano la vita della città, soffermandosi anche sulla normativa dei ceri.

1371, Dagli Statuti

Disciplina di cui si può cogliere il senso ai capitoli 210 (De cereis..) e 220 del Libro Primo, che rivelano le terre sottoposte alla giurisdizione di Narni. Un elenco che si completa nelle figure degli Ufficiali comunali e degli Anteposti di quelle Arti che già il primo aprile erano invitate a fabbricare il cero (Primo, cp. 188), che doveva essere di cera bianca, con stoppino di cotone, senza scarto della lavorazione dell’olio, come si ricava dal capitolo 124 del Libro Terzo, che considera la maniera di trattare la cera: ‘de modo laborandi ceram in Civitate Narnia’.

1599, I Ceri perduti e l’Indulto ritrovato

Il rituale dei ceri, nel quale si inserisce il donativo di pesci di Moggio nel Reatino, documentato nel 1227, si è modellato negli anni omettendo alcune realtà, tra le quali  i monasteri di santa Croce, di santa Margherita e di san Luca, nell’abitato di Narni, 

ed il convento di san Giovanni di Lugnola, nell’area di Configni, che recavano ceri ‘in festo s. Juvenalis’ (Bocciarelli).

Quindi ceri dimenticati, al pari dei ‘Palli di seta’ presentati alla Vigilia e nella Festa, ricordati dal Nicolai, che al 3 maggio elencava anche la grazia per un condannato a morte dal Governatore, un Privilegio conferito dai pontefici, e in ultimo da Clemente VIII nel 1599. E probabilmente quella Concessione era sostenuta dalla Compagnia della Misericordia, insediata nella chiesa di san Giovanni, come sembra suggerire un passo delle Riformanze del 17 aprile 1591. 

Oggi la liberazione di un prigioniero è una parte della liturgia dei ceri, proposta dal vescovo Vincenzo Paglia -in diocesi dal 2000 al 2012-, che ha reinterpretato l’antico Indulto come riscatto ‘di uno dei condannati a morte che giacciono in tante prigioni del mondo’ (Omelia, 3 maggio 2002). 

La sera del 2 maggio l’Offerta dei Ceri rivive ogni anno

La cera, indicata nel peso secondo la consistenza finanziaria dell’offerente, nuova e bianca per stato e qualità, era elemento indispensabile nell’esercizio del culto. Aver trasformato quel tributo nella solennità di un rito è merito dell’Assemblea del 1311, mentre si deve alle pergamene del Capitolo dei canonici e dell’Archivio comunale averne mantenuto la memoria, che poi è un tratto della storia del Territorio, -quindi della città e delle frazioni che lo compongono-, rivissuto nel segno del Santo che lo identifica.
Per cui ieri come oggi la sera del 2 maggio,
‘nell’ora della completa gl’illustrissimi Priori…,’.

 

Claudio Magnosi

 LEGGI ALTRI “Racconti delle Pergamene”

 

  1. Diamanti- C. Mariani, Il Fondo diplomatico dell’Archivio storico comunale di Narni, 1986 -“Le pergamene dell’archivio del Capitolo della cattedrale di Narni (1047-1941) Regesti”, per C. Perissinotto, E. David, C. Carmi, V. Coronelli, e per la Sovrintendenza archivista e bibliografica dell’Umbria e delle Marche, Perugia 2017 -C. S. Bocciarelli “Cathedralis narniensis Ecclesiae”, 1720.

La birra in Europa nel medioevo ( Parte 2 )

La birra in Europa nel medioevo

Dalla Cervogia alla Ale:  la birra nell’Europa medievale

La birra in Britannia nel Medioevo

Anche in Britannia nel Medioevo si preparava birra di orzo, aromatizzata con rosmarino e verbena,  ed i conquistatori Romani la bevevano volentieri, una volta che le scorte del loro vino si fossero purtroppo trasformate in un imbevibile aceto… 

I Britanni che volevano vendere la propria birra piantavano davanti alle loro case un palo con dell’edera, per segnalare che erano disponibili al commercio (l’uso ricorda quello della Frasca delle nostre Taverne medievali e moderne) oppure semplicemente per avvisare  i passanti della possibilità di bere birra fresca nel luogo. 

Anche in Inghilterra la birra veniva prodotta e bevuta in grandissime quantità, ma il popolo consumava birra pura solo nelle grandi occasioni; per il resto dell’anno doveva accontentarsi di una birra leggera, ricavata dagli scarti dell’orzo.

Ad ogni contea la sua birra

In ogni contea si produceva un tipo di birra diverso, ed ogni produttore vantava la miglior birra dell’impero, anche se tradizionalmente la migliore era considerata quella del Wessex, nel sud-ovest del regno.

Storicamente i re anglosassoni commemoravano i loro morti in battaglia con lunghi e fastosi banchetti (come ci testimoniano documenti medievali, dal carme Eddico in poi), durante i quali i nomi dei caduti venivano salutati con lunghi brindisi a base di birra. 

Grendel: un mostro che uccideva chi beveva troppa birra

Nel celebre epos anglosassone Beowulf,  l’eroe affronta il  mostro Grendel – che era solito uccidere e mangiare i commensali dei banchetti proprio perchè questi si attardavano troppo a bere. Anche Beowulf  è un grande bevitore di  birra, ma l’eroe ha il dono di non ubriacarsi, mentre gli uomini della sua squadra cadono uno dopo l’altro a terra ubriachi. Ovviamente il malvagio Grendel avrà gioco facile con loro, e così il povero Beowulf sarà costretto a combattere da solo e vincere, uccidendo infine l’odiato mostro. 

Anche in Inghilterra però – come in Germania –  la birra veniva aromatizzata con le spezie più diverse, così, già nel 1200, si scrive il codice di Hywel Dda, con il quale si dettano regole di produzione e di mercato, stabilendo pesanti sanzioni per i contravventori.

Soltanto dopo il 1400 però  comincerà la vera produzione industriale, ed il consumo aumenterà, e quindi nel 1454 Enrico IV concede la prima patente di fabbricazione della storia inglese, alla Brewers’ Company (Corporazione birraria).

Come si sviluppa la storia della birra nel medioevo italiano?  

Anche in  Italia – malgrado la prevalenza storica del vino – alcune popolazioni sub alpine sono contagiate dalla bevanda “barbara”, e forse la prima città dove venne prodotta localmente della birra fu Pavia, essendo capitale longobarda sin dal V° secolo.  Poi furono gli stessi conquistatori longobardi ad insegnare la lavorazione ai locali, forse dopo aver esaurito le loro scorte originali. 

Ma quelle prime produzioni durarono probabilmente solo per il tempo del  dominio longobardo.

Un grande sviluppo al consumo ed alla produzione della bionda bevanda in Italia è invece legato all’imperatore Federico Barbarossa: con lui infatti arriva in Italia la birra vera, quella prodotta dai tedeschi. Tra gli italiani però il consumo di birra stenta a crescere, poiché la bevanda é idealmente collegata al nordico invasore, quindi guardata con sospetto, se non con vero rancore.

La birra del frate

I frati dei conventi invece attribuiscono alla birra poteri medicinali, e quasi ogni Abbazia in Italia produce la sua birra nel medioevo, spesso tramandandone l’uso sino ai nostri giorni.  Ma la birra non viene ancora considerata vera bevanda da tavola, visto che prevalentemente viene ancora  somministrata ai convalescenti come ricostituente, o alle partorienti per produrre più latte, oppure  per lenire altri mali… 

E’ comunque una birra forte, densa, corposa, carica di zuccheri e proteine. Le famose birre d’Abbazia belghe ne conservano tuttora la memoria storica.

Dalla Dea Cerere alla “Cervesa”

Il nome stesso che in Italia si attribuisce alla birra è diverso: Cervogia, (la cui eco oggi resta nel suo nome spagnolo, Cerveza) con probabile derivazione da “cereale”che risale a sua volta da Cerere, la dea romana del raccolto e delle messi, del grano e dell’orzo, la Grande Madre della Terra dalla quale scaturisce la vita.

D’altronde anche nella lingua italiana la birra viene spesso accostata alla vita ed alla “salute” – pensiamo al celebre “Chi beve birra, campa cent’anni”, ma la tradizione letteraria che associa birra e benessere non può che essere profondamente legata alle due lingue madri della bevanda: l’inglese ed  il tedesco infatti abbondano di aforismi e proverbi sull’argomento. Ne vogliamo citare – per concludere questo brevissimo excursus – due, dai personaggi forse più eminenti delle due culture:

Chi beve birra, si addormenta presto; colui che dorme a lungo, non pecca; chi non pecca, entra in Paradiso. Dunque, beviamo birra!” (Martin Lutero)

Una pinta di birra è un pasto da re.” (William Shakespeare).

Fabio Ronci

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La birra in Europa nel medioevo ( Parte 1 )

La birra in Europa nel medioevo

Dalla Cervogia alla Ale:

 

Storia della birra in Europa nel Medioevo. Curiosità, origini ed evoluzione di una delle bevande più conosciute al mondo: la birra.

Da un’antica ballata tedesca

Im Leben ward ich Gambrinus genannt,
König zu Flandern und Brabant.
Ich hab aus Gersten Malz gemacht
und Bierbrauen zuerst erdacht.
Drum können die Brauer sagen,
daß sie einen König zum Meister haben.

(In vita Gambrino fui chiamato / Re delle Fiandre e del Bramante / dall’orzo il malto ho creato / e per primo l’arte di far birra ho inventato / perciò i birrai vantar  potranno  / che per maestro loro un Re ben hanno)

Questi versi sono tratti da una ballata popolare tedesca, che narra di Gambrinus, mitico Re germanico, inventore della birra, e ci dicono già molto del rapporto tra i tedeschi e la loro amata bevanda bionda.

Grato per il dono della birra il popolo germanico pensò  addirittura di santificare il leggendario sovrano,  che infatti per i posteri divenne Sanktus Gambrinus

In realtà molti sono  i dubbi circa la stessa esistenza di questo monarca: secondo la leggenda, sarebbe un contemporaneo di Carlomagno, ma ciò che importa ai tedeschi è che proprio lui sia l’inventore della birra .

Le origini della birra in Europa

La storia ufficiale però segue ben altre strade: la birra in Europa era  infatti già nota ai tempi di Tacito, il quale descriveva con ribrezzo i guerrieri Galli che ne bevevano enormi quantità, definita dallo storico Romano “barbaro vino di orzo”, i cui  effetti sugli uomini erano gli particolarmente sgraditi,  soprattutto quando li vedeva sdraiati su pelli d’orso, intenti ad ubriacarsi indecentemente.   Precedentemente già Catone e Plinio il Vecchio avevano descritto la cervogia, definendola una sorta di bevanda nazionale germanica.

Nel corso del medioevo in Germania  si perfezionerà l’arte di preparare la birra: la bevanda diventa velocemente un elemento basilare anche nella dieta monastica, e le prime birrerie artigianali sono proprio legate ai monasteri benedettini, e proprio tra le mura delle abbazie si comincerà  a conservare la bevanda in un recipiente di rame, al posto del coccio, per  conferire alla birra migliori caratteristiche organolettiche.

Dalla birra “anarchica” Medievale alla regolamentazione 

All’inizio la birra tedesca viene aromatizzata con rosmarino, ginepro, ed altre spezie, e soltanto dal 1270 si inizia ad utilizzare il luppolo, di cui si scopre l’ottimo connubio con il malto d’orzo. Ogni produttore comunque si regola come vuole, secondo il gusto personale o la convenienza economica (il luppolo era spesso roppo costoso a quei tempi, e quindi veniva sostituito…) e quindi il gusto della bevanda rimarrà “anarchico” per lungo tempo.

Solo nel 1516, il celebre editto di Guglielmo IV di Baviera porrà una precisa regolamentazione circa la corretta preparazione della birra, come prescritto nel “Reinhetsgebot“, letteralmente “La legge della purezza”.

Nel documento si stabilisce che: “….d’ora in avanti nelle nostre città, mercati e paesi, non sia usata o venduta alcuna birra con altri ingredienti che non siano solo luppolo, malto d’orzo e acqua…..” e si decidono anche pesanti sanzioni per i contravventori.

  Controlli e sanzioni legate alla birra nel Medioevo 

I controlli contro la contraffazione della bevanda – così come in Italia, per il vino –  erano molto rigorosi: i Notai venivano mandati nei vari luoghi di produzione, o nella Gasthaus dove la birra veniva commercializzata, per verificarne la purezza: spesso il notaio versava  una pinta di birra su una panca di legno e vi faceva sedere il mastro birraio (Braumeister) che l’aveva prodotta. Se, asciugandosi, i calzoni di cuoio del  mastro non rimanevano attaccati alla panca, allora la birra era genuina e non succedeva nulla. Se invece quelli  rimanevano attaccati al legno significava  che la birra era stata aromatizzata con altri materiali, tra cui la resina, ed allora erano  guai! 

Il malcapitato veniva immerso in un pentolone della sua stessa birra, con grossi pezzi di ghiaccio, e l’imbroglione si beccava come minimo una polmonite, ma se il pentolone era pieno di birra bollente, il rischio era quello di morire lessati…

[continua…]

Fabio Ronci

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Santa Maria Maggiore a Narni

Santa Maria Maggiore a Narni

Santa Maria Maggiore in mano all’Inquisizione Domenicana

Avete mai sentito parlare della Chiesa di Santa Maria Maggiore a Narni ?

Verso la fine del gennaio del 1304, da poco la gloriosa cattedrale di Narni, Santa Maria Maggiore
( ndr: oggi nota con il nome di Chiesa di San Domenico ), era transitata agli inquisitori domenicani.  Benedetto XI , succeduto a Bonifacio VIII che aveva subito lo sfregio di Anagni, invio’ al vescovo narnese, forse un tizio di nome Pietro, una nota che riassumiamo piuttosto brevemente.

La Nota di Benedetto XI al Vescovo di Narni

In buona sostanza, esauriti i convenevoli di rito, invitava il presule narnese, suo tramite, a destinare i beni che Santa Romana Chiesa aveva sottratto ad alcuni cittadini, rei “de heretica pravitate” al priore ed ai confratelli “ordine predicatorum”, suggerendogli di attivarsi con strumenti propri della sua carica se qualcuno si fosse opposto a quella sua, papale, disposizione.
Di quei pravi eretici cita anche i nomi: Citroncello di Angelo, Leonardo di Janne, Nicola di Toma, Maffeo di Seapine, Guido di Bartolomeo. I quali, tutti avevano case in prossimità della chiesa di Santa Maria Maggiore e gia’ sede dell’Inquisizione di cui i predetti cittadini avevano goduto le carezze.

L’inquisizione a Narni

Manco a dirlo sia il papa che il vescovo erano domenicani tutti tesi a consolidare nella città la loro inquisitoria presenza che prima con l’Inquisizione e poi col Sant’Uffizio, si protrarrà con alterne, testimoniate fortune,  fino alla fine del settecento.

Quel documento, piuttosto sbrigativo, ci passa alcune non secondarie informazioni.

  • La celerità, intanto, con cui i domenicani avevano provveduto ad espletare la loro inquisitoria funzione, fra l’essersi impadroniti della cattedrale di Narni e l’aver imbastito e portato a sentenza, ben cinque processi.
  • Il fatto che quella gloriosa chiesa, Santa Maria Maggiore, il cui splendore è testimoniato dall’epigrafe di facciata e la fatica della costruzione è ricordata in una scritta  interna e in una bellissima onciale sul talamone di base  del monumentale  ingresso, sia passata, senza colpo ferire, all’ordine dei predicatori in un momento in cui il papato era indubbiamente indebolito e il vescovo narnese era sotto inchiesta.

    La spiegazione ?

Forse risiede proprio in quei cinque così celeri e sbrigativi.
Forse la comunità narnese aveva problemi con l’eresia molto più pressanti di quanto siamo attualmente informati.


Santa Maria Maggiore a Narni

Di Croberto68 – Opera propria, Pubblico dominio

Bruno Marone  e Myriam Korman

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I canonici di Vienne

 

I CANONICI DI VIENNE
e il fuoco sacro a Narni

Il Fuoco e il Tau

Nel Tesoro della Cattedrale di Narni si conserva un busto d’argento di Sant’Antonio abate, ricollegabile alla omonima e perduta chiesa che sorgeva sulla piazza del Lago, oggi Garibaldi.

Un reliquiario del XVII secolo, esposto nel 1974 nella “Mostra di Arredi sacri delle Diocesi di Terni Narni Amelia”, curata da Mario D’Onofrio, sul quale compaiono la Fiamma e il Tau, ossia il ‘Fuoco Sacro’ e la lettera che identifica la Croce. Simboli che suggeriscono la consistenza dell’Ordine ospitaliero di sant’Antonio abate, detto di Vienne, e talvolta di Vienda, dalla città francese in cui era stato fondato nel 1070. Una ‘Religione’ riformata dopo oltre due secoli da papa Bonifacio VIII, e affidata a Canonici che seguivano la regola di sant’Agostino, e che si distinguevano per il Tau cucito sulle vesti.

 

I porci di sant’Antonio

Gli Antoniani di Vienne, che in seguito aprirono diversi ospizi in località di grande transito, come la piemontese Ranverso, furono anche definiti ‘Cavalieri del Fuoco Sacro’, in quanto esperti nel curare la malattia detta ‘Fuoco di sant’Antonio’, per cui avevano facoltà di accudire alcuni maiali tra le mura urbane, al fine di utilizzarne il lardo come medicamento. Ed è noto che tra le mura di Narni non potevano aggirarsi i maiali, ‘eccetto sei porci di Sant’Antonio’, ossia ‘Exceptis Porcis de Sancto Antonio in quantitatem VI’, come si legge negli Statuti del 1371, al 150 del Libro Terzo.

Tuttavia quegli animali dovevano essere muniti di un anello di ferro alle narici, per non devastare il manto stradale con il muso, e della regola ne rispondevano i custodi, passibili di una multa di venti soldi cortonesi.

 

La Precettoria

A dare evidenza ai ‘porci di sant’Antonio’, e ad avvalorare l’esistenza di un Ospedale, Precettoria o Casa, che di quell’uso poteva trarne un vantaggio, si cita una pergamena del 17 novembre 1399, in cui si porta come confine l’Ospedale di sant’Antonio, ossia un suo tenimento in località Alvanecte (Doc. 147 Arch. Capitolare di Narni).

Si ha quindi certezza che sul finire del Trecento a Narni esisteva una Casa ospitaliera antoniana, o Precettoria, retta dai Canonici di Vienne; e si aggiunge che la medesima era soggetta alla Precettoria generale di Firenze, come si ricava da una Lettera del 17 maggio 1412 dell’antipapa Giovanni XXIII, che intendeva appianare alcune questioni verificate in quegli anni di Scisma (Arch. Firenze).

La Casa di Narni, che si configurava nel complesso della chiesa del Lago, dipendeva pertanto da una Precettoria di maggior rilevanza, e a sua volta poteva essere a capo di altri ospizi esistenti nel circondario, come solitamente avveniva in quel sistema.

 

La Confraternita di Sant’Antonio

La Sede toscana diminuì di importanza verso i primi decenni del Cinquecento, e con essa si spegnevano le Precettorie collegate, e quella di Narni, tra le prime nell’elenco del ricordato Giovanni XXIII, era di certo tra le più importanti. E forse fu la sola a proseguire un percorso ricomponendosi in Confraternita, e tanto si desume dal manoscritto Brusoni (II, 1095. Bibl. Narni), che indica l’origine dell’Associazione al 15 aprile 1519, come da convalida, -confirmet et approbet-, di papa Leone X: quel Giovanni dei Medici che nel 1491 era Commendatario della Precettoria antoniana di Firenze (Manni), e poteva ben conoscere la realtà di Narni.

Dove, dalla Casa alla Confraternita si registrava una continuità di luogo e di beni, tra i quali la statua lignea dell’Abate, del 1475, e la tavola di san Giovenale, entrambi del senese Lorenzo di Pietro detto Vecchietta.

Non tutte le Precettorie scomparvero in quel periodo, e molte continuarono solo nella gestione dei patrimoni accumulati con offerte e lasciti. Mentre sulla loro decadenza poté incidere il peso di altri ospizi, come a Narni, dove predominava l”Hospitalis S. Iacobi’ (Statuti, I, 61 e vari), al quale era seguito l’Ospedale della Santissima Trinità, “deputato a curar infermi, ricever peregrini, viandanti, et a certo tempo si trova anco haver allevato li infanti esposti, et maritate alcune zitelle”, come riferiva nell’anno 1571 Pietro Lunel, vescovo di Gaeta e visitatore apostolico (Arch. Dioc.).

 

Segni di Devozione

Comunque sia stato, le rimanenti Case antoniane si protrassero fino al 16 dicembre 1775, quando papa Pio VI abolì l’Ordine, confluito con religiosi e proprietà in quello di Malta.

E della vasta rete di accoglienza che aveva attraversato l’Europa, insistendo anche su Narni, restava appena una memoria nel culto per il “Vertudioso Confessore Santo Antonio de Vienda” (Lauda di Assisi, sec. XIV, in AA-vv.), che essendo anche protettore di animali da tiro, da soma e da trasporto, coinvolgeva diversi strati sociali, dai bifolchi ai mercanti e naturalmente ai cavalieri, per i quali quei quadrupedi erano mezzi indispensabili per il lavoro e per gli spostamenti.

Tra i cavalieri, il Gattamelata, vissuto negli anni in cui operava la Precettoria narnese, si dichiarava devoto del “beatissimo sancto Antonio de Vienda” (Testamento, 1441). Una venerazione espressa anche dai pellegrini che andavano a Vienne, e tra loro Luca Panacta di Nepi, che il 7 aprile 1463, a scrittura del notaio Antonio Lotieri, procedeva “a lo viagio de sancto Antonio de Vienda, lo quale ad esso et ad noi faccia bona gratia et ad omne fedele christiano” (G. Levi, in A.S.R.S.P., VI, 1883).

 

Caffè e Spezieria

Sant’Antonio abate, o di Vienne, era celebrato il 17 gennaio, giorno in cui a Narni si procedeva alla benedizione degli animali, e dalla chiesa si snodava “il solenne e così detto strascino de’ travi”, rituale, forse associato al fuoco, del quale parlava Giovanni Eroli in una Lettera datata 1851 (L’Album, XXIII, 1857).

Inoltre, quasi a rapportarsi alle attività legate un tempo ai ‘porci di sant’Antonio’, si macellavano i maiali, la cui carne era “mangiata dai ‘festaroli’, dai canonici, dai ‘fratelloni’, dai padroni e anche da altri per divozione”, come annotava Gelindo Ceroni in “Castelli umbro sabini”, editi nel 1930.

Alla metà dell’Ottocento, quando Eroli scriveva sulla festa, i locali della chiesa erano già stati reinventati in un Caffè e in una Spezieria, o farmacia. Una trasformazione che attestava il declino della Fraternita, e concludeva l’avventura antoniana di Narni, della quale restano tracce nei documenti e quelle testimonianze d’Arte che oggi si trovano in Cattedrale, e che in origine erano nella chiesa del Lago, dove tutto è iniziato.

 

Claudio Magnosi

Leggi anche l’articolo su Capitolo della Cattedrale

Altre note:

-L.Torelli, Secoli agostiniani, 1678. -Doc. 147 in Le pergamene dell’archivio del Capitolo della Cattedrale di Narni (1047-1941) Regesti. C. Perissinotto, E .David, C. Carmi, V. Coronelli, -Sovrintendenza archivistica per l’Umbria, Perugia 2017.

-Arch. Dipl. di Firenze, Inv. 1913,79- I. Ruffino, Storia ospedaliera antoniana, Effatà 2006. -D. M. Manni, Delle Osservazioni, 1749 – G. Richa, Notizie istoriche delle chiese fiorentine, 1756.

 

Wiki

 

Igiene pubblica e pandemie nel Medioevo

Igiene pubblica e pandemie nel Medioevo

Assonanze fra pandemie del passato e del presente

Da quasi 2 anni ormai, siamo alle prese con una pandemia, causata da una malattia virale probabilmente partita in una remota regione dell’estremo Oriente, agevolata anche dalle precarie condizioni igieniche in cui vengono tenute alcune specie animali e propagatasi poi in tutto il mondo. Tante ci appaiono le assonanze tra il passato e la contemporaneità!

Come si diffondevano le pandemie nel Medioevo?

Una tale descrizione infatti l’avremmo potuta applicare ad eventi già accaduti nella storia dell’umanità, come attestato per esempio, sia nell’Alto che nel Basso Medioevo. La diffusione di queste epidemie era alimentata da vari fattori, quali ovviamente la presenza o meno di certi anticorpi nelle popolazioni, l’alimentazione, il clima, gli spostamenti di particolari categorie di persone come mercanti, pellegrini o uomini d’arme, le condizioni igieniche degli spazi abitativi, lavorativi ed aggregativi in genere.

Lo stesso termine latino virus indicava nel mondo antico una sorta di fluido velenoso e le parole epidemia e pandemia derivano dal greco classico e tramite il sostantivo demos, indicano un contagio esteso a larga parte del popolo. In effetti poi sembra che anche nel medioevo, nelle epidemie più conosciute, ci fosse un rilevante legame tra contagiosità e densità della  popolazione in determinati contesti e periodi.  Dopo l’anno mille, l’aumento demografico e degli scambi commerciali, la crescita delle realtà urbane, le stesse Crociate, portano con sé ovviamente maggiori occasioni di contatti più stretti e scambi tra le persone e di conseguenza maggiore possibilità di accelerare eventuali contagi. Contestualmente si moltiplicano le istituzioni assistenziali per i malati come i lebbrosari e gli ospedali, intitolati ai Santi che simbolicamente proteggevano da specifici malanni. Ne troviamo menzione in diverse fonti, cronache e componimenti del tempo, tra i quali celeberrimo è il Decamerone di Boccaccio, illustre testimonianza dei comportamenti delle popolazioni per salvarsi ed esorcizzare pericolosi contagi.

Il complottismo ai tempi delle pandemie, nel medioevo e non solo

Come spesso accade poi, assistere all’affermazione di un nemico subdolo ed ignoto, può condurre ad additare ed inventare senza prove dei colpevoli, a cercare fantomatici complotti per rassicurarci e dare un volto alle nostre paure; capri espiatori di allora per esempio, furono  spesso gli ebrei, accusati ingiustamente di spargere il contagio.

Il rapporto fra l’igiene pubblico e le pandemie nel medioevo

Ma non mancavano poi, già a quell’epoca, per la necessità di normare le varie attività umane, dei precetti ben chiari da seguire, che pur citando esplicitamente motivazioni di decoro nel limitare sgradevolezze alla vista ed aĺl’olfatto, risultavano utili anche a prevenire il diffondersi di varie pestilenze e pandemie nel medioevo. Ne abbiamo prova grazie anche alle numerose norme di “igiene pubblica” contenute negli Statuti di molte città.  Elenchiamone dunque alcune ricavate proprio dagli Statuti medievali della città di Narni, tramandati fino a noi grazie ad alcune copie successive e suddivisi in 3 libri.

Le norme che qui ci interessano si trovano soprattutto nel primo e nel terzo libro del codice, che semplificando, trattano rispettivamente di materia civile e penale e di conseguenza riportano i divieti e le relative sanzioni.

Ad esempio si stabilisce che nessuno getti sporcizia negli spazi tra le case e nelle pubbliche vie.  Inoltre le vie e le strade, sia della città che dei borghi limitrofi, dovevano essere tenute pulite a cura di coloro che vi abitavano nei pressi. Il giorno destinato a queste attività, era il sabato.

Diversi articoli si occupano delle fontane e dell’acquedotto. Per entrambi, il comune, esercita un particolare controllo, vista la loro importanza per la collettività.  Si trattava quindi di garantire la manutenzione dell’Acquedotto della Formina, realizzato in epoca romana ed in larga parte giunto fino ai nostri giorni, e delle fontane interne alla città ad esso collegate, che dovevano essere pulite almeno una volta al mese in inverno e due volte al mese d’estate. Ciò valeva pure per i fontanili situati in varie contrade del circondario narnese.  Era fatto specifico divieto di lasciare nei pressi delle fontane qualsiasi tipo di immondizia come anche di lavarci i panni o erbe e di immergervi barili o tinozze. Era vietato anche farci il bagno! Capitolo a parte era dedicato al Lacus, una sorta di bacino idrico che si trovava nell’attuale piazza  Garibaldi di Narni, che doveva essere periodicamente svuotato e ripulito a spese del comune e sul quale era severamente vietato gettare qualsiasi tipo di sporcizia. Pure le fogne erano oggetto di regolamentazione negli Statuti cittadini, laddove si ordina che siano adeguatamente coperte.

Attenzione è posta anche al controllo di alcuni particolari prodotti destinati alla vendita. Devono essere controllate le botteghe degli speziali affinché mantengano correttamente la loro preziosa merce e non vendano quella andata a male. A questo proposito erano normati e limitati anche i giorni destinati alla macellazione e vendita delle carni, soprattutto nei mesi più caldi; così come era vietato gettare scarti di animali nelle pubbliche strade e piazze ed era severamente proibito anche portare e vendere carni di animali malati, all’interno della città. I siti dove erano macellate e vendute le carni, dovevano essere tenuti accuratamente puliti ed erano soggetti a frequenti ispezioni delle autorità comunali. Un capitolo stabilisce inoltre che non si debbano tenere i maiali in giro per la città, ad eccezione dei porci di Sant’Antonio, in un numero di sei animali, che dovevano comunque essere trattati in modo compatibile con il decoro pubblico.

La gestione dei contagi

In tema di contagi, al terzo libro degli Statuti narnesi, vi è un capitolo che vieta ai lebbrosi di entrare e circolare in città, punendo anche i guardiani che ne avessero permesso l’ingresso, ad eccezione dei giorni delle principali festività religiose ( Natale, Pasqua, 3 maggio dedicato al patrono Giovenale, nelle feste mariane e in quella di tutti i Santi). Per loro il comune indicava un apposito ospedale e disponeva un contributo economico annuale, togliendogli però eventuali elemosine ricevute entrando illecitamente in città.

Un’ultima riflessione

Come sempre la storia è di grande insegnamento, se sappiamo coglierne le analogie col presente, perché i problemi di oggi potrebbero essere già stati affrontati in qualche forma nel passato e anche creduloni, approfittatori o divulgatori di false novelle, tornano ciclicamente a minare il benessere della comunità.

Marco Matticari


 

Bibliografia

  • Statuta Illustrissimae Civitatis Narniae
  • G. Cosmacini, L’arte lunga, storia della medicina,  Editori laterza 1997
  • M. Bariéty, C. Coury, Tra una peste e l’altra, in “Kos” ,n.33 1987
  • Chiara Frugoni, Paure medievali, epidemie, prodigi, fine del tempo. Il Mulino 2020
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