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Il Natale, i doni e i giochi…sembra una storia semplice

Dagli antichi festeggiamenti in onore di Saturno ai rituali moderni del Natale

Molti sono i retaggi dei festeggiamenti dedicati a Saturno dai Romani, che possiamo ritrovare nei nostro Natale moderno: doni, frutta secca, giochi d’azzardo e molto altro.

La data del Natale è inesatta

«I Romani stabilirono la festa del Natale del Sole non nel giorno esatto della conversione solare, ma nel giorno in cui il ritorno del sole, dal sud al nord, appare agli occhi di tutti. Nell’ignoranza in cui si trovavano ancora delle leggi scoperte dai Caldei e dagli Egizi, e condotte alla loro perfezione da Ipparco e Tolomeo, si fondarono sulle testimonianze sensibili e sulle semplici apparenze, imitati poi dai loro successori che, come ho già detto, hanno adottato questo punto di vista».

Dalla festa del dio-Sole a Natale in un decreto

Così l’imperatore Giuliano (331-363), l’ultimo dichiaratamente pagano, spiegava la festa del 25 dicembre, il Natalis Solis, una delle più sentite e partecipate celebrazioni del mondo romano che il suocero Costantino, dopo la sua conversione, attraverso un decreto, trasformò nella festa della nascita di Gesù. A Roma al Sol Invictus era stato consacrato un tempio da Aureliano in una data non tramandata precisamente dalle fonti ma attestata alla  fine dicembre del 274, facendo del dio-Sole la principale divinità del suo impero e, come altri prima di lui, fu raffigurato con una corona a raggi. Si presume che a lui risalga la festa solstiziale del Dies Natalis Solis Invicti, “Giorno di nascita del Sole Invitto”. La scelta di questa data poteva rendere più importante la festa, in quanto la inseriva, concludendola, sulla festa romana più antica, i Saturnali.

Saturno, l’origine misteriosa di un dio

Questi festeggiamenti in onore di Saturno sono noti per gli eccessi, per lo scambio dei ruoli sociali, per i doni soprattutto ai bambini, per le abbuffate a tavola, il gioco d’azzardo e una pronunciata licenziosità dei costumi…ma cosa significava esattamente tutto questo? E cosa rappresentava Saturno per i romani? Ma soprattutto, chi era?

Per gli stessi antichi l’origine del dio era difficile da stabilire; Varrone faceva derivare il nome Saturnus da sero/ satum (seminare) e della stesso opinione erano Festo, Lattanzio, Sant’Agostino e Macrobio. Cicerone da satura o saturare ma a livello linguistico bisogna piuttosto accogliere una derivazione dall’etrusco Satre che per effetto della latinizzazione restituisce l’onomastica in –arnus,-urnus, –erna (Volturnus, Mastarna, Saserna). Conferma di ciò si ha da un famoso reperto archeologico noto con il nome di Fegato di Piacenza, dove un dio Satre compare nella 14°regione, tra due regioni ctonie, la 13° dedicata agli dei Mani e la 15°a Veiove, un dio appartenente al mondo infero.

Saturno quindi apparteneva al mondo dei morti e per questo quando gli si rendeva omaggio bisognava farlo in modo adeguato: lui pretendeva vittime in dono!

I romani non si erano sottratti del tutto ai desideri divini ma quando potevano, con il giusto escamotage, cercavano di eludere l’obbligo di uccidere, soprattutto i più piccoli.

Ciò dipendeva dal mito collegato all’arrivo del culto di Saturno in area laziale e dai rituali che ne erano derivati e, secondo Macrobio, solo Ercole, passando per l’Italia, insegnò il modo di aggirare il volere del dio: offrire degli oscilla di terracotta a imitazione della figura umana e dei ceri; da qui si sviluppò la festa dei Saturnalia e l’usanza di offrire in dono statuine e ceri/torce .

Saturno e gli eccessi a lui dedicati

Sappiamo che il ciclo dei festeggiamenti comprendeva almeno sette giorni, dal 17 al 23 dicembre. Vi risultavano quindi compresi, oltre agli stessi Saturnalia del 17, gli Opalia del 19, i Sigillaria del 20, i Divalia in onore di Angerona del 21 e i Larentalia, in onore di Acca Larenzia madre dei Lari,del 23. C’erano poi i Compitalia, una festa mobile ma fortemente legata ai Larentalia che cadeva tra gli ultimi giorni di dicembre ed i primi di gennaio. E’ chiaro che è tutto un ciclo strettamente legato al solstizio d’inverno.

Proprio durante i Compitalia avveniva lo scambio delle Maniae, piccole bambole che si appendevano alle porte delle case per onorare i morti e Macrobio ce ne svela il significato vero: «anticamente si immolavano dei bambini a Mania, madre dei Lari, usanza che fu interrotta da Bruto, primo console, il quale ordinò di sostituire le teste di bambini con teste di papavero». Sappiamo anche che durante i Compitalia si appendevano sulle porte tante statuine quanti erano gli abitanti di una casa: si offriva quindi una bambola per riscattare una vita umana; più tardi essi divennero dei semplici giocattoli, delle frivolezze che ci si scambiava in dono. Il commercio di queste bambole era assai attivo, e pare addirittura che il prolungamento dei Saturnalia con i Sigillaria, della durata di 7 giorni, si spiegasse in una certa misura con la volontà di favorirlo. A Roma ci furono dei negozi specializzati, dei veri e propri mercatini, prima nel Portico di Agrippa, nel Campo Marzio, e quindi nelle terme di Traiano sul Celio. Col tempo ci si donarono non solo bambole, ma un’infinità di oggettini di modico prezzo. Leggi speciali addirittura indicavano il prezzo massimo che era lecito spendere per fare i doni più importanti.

Le divinità a cui si rendeva omaggio nel periodo dei Saturnalia erano tutte poste idealmente e fisicamente (almeno come sede del culto), nei luoghi critici di confine di due mondi, tra la morte e la rinascita del sole e tra il mondo dei morti e quello dei vivi.

La fine dell’anno e il disordine cosmico

Tutti i passaggi implicano una crisi e la fine dell’anno è un periodo di disordine cosmico che deve essere esorcizzato. L’uomo vive nel timore di vedere esaurite le forze che lo circondano, nel timore per esempio che il sole si spenga definitivamente nel solstizio invernale, che il grano non rinasca. La vegetazione ha dei momenti di estinzione apparente che lo turbano. La forza sacra operante nei raccolti va accresciuta, rigenerata. E allora si devono pregare i morti, perché i morti hanno sotto la loro giurisdizione il seme seppellito e anche i raccolti ammassati nei granai, alimento dei vivi per tutto l’inverno. Ma i morti, come i semi, potenzialmente aspettano di rinascere. Per questo si accostano ai vivi specie nei momenti in cui la tensione vitale della collettività raggiunge il massimo.

A questa si aggiunge il vigore della fiamma delle torce e delle candele che va in soccorso al sole nel momento in cui questo è più debole proprio nel periodo del solstizio d’inverno.

L’importanza del gioco d’azzardo

Durante i festeggiamenti una parte importante la svolgeva il gioco d’azzardo, soprattutto quello legato ai dadi ed ha un carattere fortemente ctonio (funerario) e legato al ciclo della natura.
Erodoto racconta la storia di un re egizio che, sceso nel regno dei morti, gioca a dadi con Demetra, la dea del grano. Interessante è un altro racconto dello stesso relativo alla invenzione stessa dei dadi. Sarebbero stati i Lidii a inventare questo gioco allorché, colpiti da una carestia, un giorno mangiavano e il successivo giocavano a dadi per distrarsi e scordare la fame. E probabile che Erodoto abbia qui banalizzato un contenuto simbolico molto più complesso. Il dado è espressione del gioco intrapreso dai mortali con le potenze della profondità. La semenza viene considerata come la posta, e si gioca nella speranza di vincere un buon raccolto. Il contadino che ha finito di seminare non ha più da lavorare. Costretto all’inerzia, al lavoro non può che subentrare l’azzardo, l’alea di una scommessa ingaggiata con la natura.

In definitiva è questa l’essenza dei Saturnalia, da un lato è la celebrazione del lavoro della semina e del riposo che la succede ma dall’altra è necessaria per sistemare il rapporto tra i vivi e i morti perché in quella società e in quei tempi questo rapporto doveva giocarsi come una delicata “crisi sacrale” che doveva assolutamente risolversi a favore dei vivi.

I saturnalia quasi un carnevale

Quindi, in definitiva, i Saturnalia, spesso accostati per vari aspetti al carnevale, altro non sono una grandiosa “festa dei morti”, ma allora perché sono più famosi per lo scambio dei ruoli tra servi e padroni e per i doni ai bambini? Perché queste due categorie non essendo pienamente integrate nella società dei vivi, da un punto di vista dei rapporti sociali, rappresentano “gli altri”, cioè i morti e conviene festeggiarli.

Nella nostra società sono ancora molti i retaggi di questo antichissimo e complesso sistema di festeggiamenti anche se sono mutati i significati e gli intenti ma…quante candele accenderemo a Natale? Quanti doni scambieremo, quanta frutta secca, quindi idealmente morta, mangeremo? Quante volte lanceremo i dadi sperando che il futuro sia migliore? Buon Natale e “Io Saturnalia”, come dicevano i nostri antenati.

Eleonora Mancini 

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