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In questa pagina raccogliamo tutte le news relative alla Corsa all’Anello di Narni ed a tutti gli argomenti ed eventi ad essa collegati.

Gli ordini dei mendicanti a Narni nel Medioevo

Ricostruire la storia dei mendicanti è impresa ardua

Questo racconto si snoda sulle tracce degli ordini mendicanti a Narni nel Medioevo tra frati Francescani, predicatori Domenicani ed eremiti di Sant’Agostino.

Ricostruire una storia degli ordini mendicanti a Narni dal XIII al XV è impresa assai ardua a causa della carenza documentale.

Frati minori, predicatori ed eremiti, che di norma in Italia, soprattutto centrale, rappresentarono un terminale importante della vita civile e istituzionale, sembrarono tuttavia non lasciare tracce considerevoli a Narni, facendo pensare ad un inconsueto marginalismo.

La stessa documentazione invece farebbe emergere il protagonismo di altre entità quali il Capitolo della Cattedrale ed i gruppi canonicali, rafforzando l’ipotesi di movimenti mendicanti che non riuscirono ad imporsi “politicamente” in città.

Frati Minori

Il passaggio, la predicazione e alcuni miracoli di Francesco sono attestati fin dalle prime biografie del Santo (Tommaso da Celano nel 1228-1229), sintomo di una devozione popolare e di una memoria del passaggio del poverello d’Assisi, ma certamente non utilizzabile come prova di una presenza di frati dentro le mura cittadine, mentre è attestata la loro presenza allo Speco a Sant’Urbano che probabilmente accolse San Francesco intorno al 1213.

La prima attestazione di una presenza urbana o quantomeno vicina ad essa è datata intorno al 1246 quando attraverso le vicende dei beati Matteo e Berardo da Narni si evince l’esistenza di una comunità di frati narnesi. Intorno al 1259 tale comunità sembrava ben radicata e con numerosi attriti con le autorità cittadine, soprattutto relativamente alla gestione del proprio patrimonio immobiliare, tanto che la lettera di papa Alessandro IV per evitare molestie ai frati minori da parte delle amministrazioni locali, incluse anche Narni.

Ulteriore conferma dell’esistenza di questo insediamento è la presenza amministrativa della Custodia Narnese nell’ambito della Provincia di San Francesco segno inequivocabile della presenza di una chiesa ed un convento a capo della partizione amministrativa interna dell’ordine.

Il primo documento ufficiale che conferma tale presenza è del 1278 che attesta presso San Francesco una chiesa fin dal 1270.

Certo la vicenda del Beato Matteo, morto in odore di santità, ma con un culto quasi inesistente in città fanno pensare ad una difficile penetrazione nel tessuto cittadino e di una mancata interazione con le istituzioni locali. Se poi si pensa che non ebbero maggiore fortune e devozioni popolari nel ‘300 le vicende di frate Matteo Prosperi e del Beato Valentino tale pensiero può essere ben confermato.

Sul finire del XIV secolo la presenza di due vescovi dell’ordine dal 1367 al 1373 Guglielmo con ampi poteri di inquisitore contro la dissidenza interna e Iacopo Zosimi da Siena (o Giacomo Tolomei) dal 1377 al 1383, mostrano come nella grande divisione interna tra osservanti e conventuali, probabilmente in città prevalse la seconda strada.

Frati predicatori

Come per i frati minori i primi documenti ufficiali che attestano la presenza domenicana in città portano come data il 1270 quando il Capitolo della Provincia Romana Domenicana conferisce all’insediamento narnese lo statuto di Convento.

L’individuazione della Chiesa urbana nell’ex Santa Maria Maggiore è del 1304 quando papa Benedetto XI (primo papa domenicano) conferma la cura pastorale della chiesa (ex cattedrale della città) all’ordine tutelandole le prerogative rispetto all’arciprete e ai canonici. Inoltre, cosa molto importante, nello stesso periodo vennero incamerati dai frati anche altri beni limitrofi confiscati dal Papato a “Eretici”.

Significativa fu la scelta dei Domenicani di non edificare una chiesa ex novo, ma di ereditare la vecchia cattedrale e di “conquistarla” contrapponendosi al Capitolo della Cattedrale.

Comunità Ecclesiastica locale che si oppose non poco nel 1260 alla nomina di un frate a vescovo del domenicano Orlando (o Rolando) di Civitella a cui contrapponevano il locale Rinaldo da Miranda eletto come da tradizione dal Capitolo della Cattedrale e presentato al Papa per la conferma (mai avvenuta), facendo emergere quanto potente fosse in città. Tale vicenda suscitò al Papa l’idea di una ribellione violenta e quasi ereticale (cioè filoimperiale), per cui Narni fu indagata dal Vescovo di Spoleto che ne intimo l’obbedienza a Roma.

Importante è che fu anche l’unico ordine che investì culturalmente in città allestendo gli studia logica (1309) e di arti (1311), unico esempio di centri scolastico-culturali degli Ordini mendicanti in città, ulteriore sintomo di come gli stessi non investirono risorse, forse proprio per l’impossibilità di inserirsi nella vita civile cittadina.

Gli Eremiti di Sant’Agostino

Ordine istituito ufficialmente solo nel 1256 con l’accorpamento di sette gruppi preesistenti, vide in Narni una presenza di tale vocazione già nel 1245 (gli eremiti di Brettino) come dimostrano alcuni lasciti da parte di laici di Amelia, compresa una chiesa abbandonata, al procuratore del convento degli Agostiniani di Narni.

Pur non essendo presenti documenti che lo confermino, la nascita dell’attuale complesso agostiniano si fa risalire alla donazione da parte del vescovo Orlando della Chiesa di Sant’Andrea della Valle (benedettina) all’ordine il 28 maggio 1266, indizione XI, con l’atto di Gaifero, notaio apostolico, in cui i preti Gafagio e Angelo, rinunciarono alla cura delle anime che esercitavano nella chiesa di Sant’Andrea della Valle a favore del Vescovo che, a sua volta, nello stesso giorno affidò tale chiesa e tutte le pertinenze e soprattutto la cura delle anime (con la conseguente raccolta delle decime) al priore degli Eremitani al costo di una libbra di cera nel giorno di Sant’Andrea.

La presenza è però comunque confermata a fine ‘200 dalla grande quantità di frati agostiniani narnesi che ricoprirono incarichi di prestigio nell’ordine al di fuori della Città, ulteriore indizio di come le menti migliori furono “esportate” in realtà dove i frati ebbero più spazio “politico”.

Fu proprio il XIV secolo l’anno di maggiore prestigio ed espansione degli agostiniani che si eressero negli anni della crisi a baluardo filo romano e protagonisti della restaurazione pontificia post avignonese.

Il finire del 1300 a Narni vide l’ordine con molte turbolenze, da una parte con dissesto finanziario, dall’altro con una notevole espansione edilizia. Nel 1388-89 sono costretti a vendere numerosi beni per saldare i debiti ed espandere il convento e la chiesa e sul finire del secolo a compiere la considerevole opera pittorica che vide come protagoniste le maggiori botteghe artistiche locali.

Il culmine del potere agostiniano in città si raggiunse alla metà del 300 con il vescovato di Agostino Tinacci (1343-1367) nominato da Clemente VI e stretto collaboratore dell’Albornoz nella reconquista papale del patrimonio di San Pietro.

Sascha Manuel Proietti


BIBLIOGRAFIA
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Maledetti doni

Nella Narni Medievale erano vietate le strenne di capodanno, mance in denaro considerate doni maledetti.

Perché una bizzarra norma vietava lo scambio di doni in denaro?

Scorrendo gli Statuti narnesi del 1371, non è insolito imbattersi in qualche norma che ad un esame superficiale, può sembrare bizzarra se non addirittura inesplicabile. Questo è il caso di una disposizione contenuta nel III Libro “Super maleficijs & Criminalibus causis”: Capitolo LXXXVIII: “Quod nulla persona det manciam de pecunia alicui in anno novo, seu kalendis mensis januarij”.    

Perché i legislatori narnesi della fine del XIV secolo si preoccuparono di condannare, assimilandolo ad un crimine, un gesto che ai nostri occhi può sembrare del tutto innocuo? Nella versione italiana degli Statuti, il nostro concittadino Raffaello Bartolucci, tradusse così questa norma: “Inoltre stabiliamo che nel nuovo anno, cioè nel giorno delle calende del mese di gennaio, nessuna persona dia la mancia in denaro a qualche ragazzo o ad altra persona. E nessuna persona al tempo del carnevale, da 15 giorni prima della fine del carnevale, dia alla figlia o nipote o pronipote o sorella o ad altra persona, la merenda o qualche cibo cotto o crudo. E il trasgressore sia punito per ogni volta in 10 libbre cortonesi e questa pena di fatto sia attribuita e applicata al Comune di Narni, e qualsiasi possa accusare e denunciare il trasgressore e si stia al giuramento del denunciante o dell’accusante, e abbia metà della sanzione, gli si dia credito, e questo capitolo sia annunciato dal banditore”.

Una norma a matrioska

Questa norma statutaria è una sorta di matrioska, nella quale si nascondono temi e problematiche tipiche dell’epoca di riferimento: la festa “mobile” del Capodanno, i riti leciti e proibiti in occasione di particolari festività, ma anche la diffusa tendenza dei legislatori medievali a incoraggiare e remunerare coloro che oggi definiremmo con malcelato disprezzo “delatori”, ai quali veniva dispensata metà della sanzione imposta ai trasgressori. Una storia dentro l’altra che per economia di spazio, non è possibile esaurire in un solo racconto.

Soffermiamoci allora sulla prima parte della disposizione: Item statuimus, quod in anno novo, seu die kalendarum mensis januarij nulla personam det manciam alicui in pecunia peurorum, vel alteri personae.

Il dio Giano e il Capodanno spostato a Gennaio

Il mese di gennaio (Ianuarius per i latini), deve il suo nome a Giano, il dio dei due volti: fine e principio, passato e presente, morte e vita; le Kalendis mensis januarii delle quali si occupa la norma degli Statuti, corrispondono al nostro attuale Capodanno. Nel 1371 dunque, a Narni si era già imposta la pratica di far coincidere l’inizio dell’anno con il primo giorno di gennaio.

La precisazione non è del tutto inutile se si considera che nella seconda metà del Trecento, la data d’inizio anno era ancora difforme in molti Paesi europei e in alcune zone d’Italia, malgrado l’introduzione, nel 46 a.C., del calendario giuliano, che aveva di fatto spostato il Capodanno dal primo marzo al primo di gennaio. Soltanto nel 1691, per volere di Innocenzo XII, la data fu uniformata e adottata in tutti quei Paesi che introdussero il calendario gregoriano.  

Nonostante l’avvento del cristianesimo e la abolizione delle solennità romane con l’editto di Tessalonia del 380 d.C., in tutte le festività ereditate dal passato, sopravvive ancora oggi una forte componente pagana. La Chiesa cattolica fece “sue” le solennità celebrate in onore delle divinità romane, depurandole del significato originario, ma in alcuni casi, non riuscì ad estirparne anche i riti. Tra queste festività, il Capodanno è probabilmente la ricorrenza nella quale la Chiesa si è imposta con maggiore fatica: le usanze pagane sono sopravvissute attraverso i secoli, e se nei Paesi storicamente cattolici hanno nel tempo perduto vigore, in altri si tramandano ancora oggi.  L’ aspetto è piuttosto evidente nella laicissima Francia dove, seppur in maniera minore rispetto al passato, si osserva ancora l’usanza di dare mance a portieri e domestici nel giorno di Capodanno. Questi doni in denaro sono chiamati étrennes, termine che rimanda inequivocabilmente alle strenne romane del primo giorno dell’anno.

L’origine Romana delle strenne e lo scambio dei doni

Le calende per il nuovo anno erano dedicate a Strenia (o Strenua), divinità forse di origine sabina, simbolo di prosperità, salute e buona fortuna, tanto da essere raffigurata con una cornucopia in mano. In quel giorno i Romani, in segno di buon augurio e di purificazione, si scambiavano rami di verbena raccolti nel boschetto sacro dedicato alla dea. La verbena, consacrata alle divinità femminili, al pari dell’alloro era considerata arbor felix. Oltre a questi rami, chiamati strenae dal nome della dea, si offrivano in dono cibi dolci come datteri, miele, noci e fichi secchi, allo scopo di augurare dolcezza nel nuovo anno, ma anche mance in denaro per auspicare ricchezza materiale.
Nel tempo i donativi persero probabilmente il loro significato originario, assumendo la forma di mance offerte a scopo clientelare per ingraziarsi i favori o la fedeltà dei donatari (si pensi agli odierni doni aziendali in occasione del Natale).
Il Capodanno, assorbito dalla religione cristiana nelle celebrazioni post-natalizie, divenne una solennità consacrata dalla Chiesa alla Circoncisione di Gesù, secondo quanto testimoniato dal Vangelo di San Luca (II, 21): “Passati gli otto giorni, in capo ai quali il bambino doveva essere circonciso, gli fu posto il nome di Gesù, com’era stato indicato dall’Angelo, prima che fosse concepito nel grembo di sua madre”. Tuttavia, la ricorrenza della Circoncisione non suscitò mai una particolare attrattiva sul popolo, che continuò a celebrare le calende di gennaio come la Festa del Nuovo anno, con danze, canti, strenne e cortei mascherati.

La Chiesa osteggia lo scambio dei regali, ma i Cristiani conservarono i riti donativi pagani

La partecipazione dei Cristiani alle festività pagane delle Calende di gennaio fu sin da subito condannata dalla Chiesa: già nel II secolo, Tertulliano osservava che queste celebrazioni, insieme ai Saturnalia di dicembre e ai Matronalia   di marzo, erano più occasioni sociali che religiose e venivano seguite per semplice convenzione sociale. Nel 585 ca., il Concilio di Auxerre stabilì che “alle Calende di gennaio non è consentito travestirsi da giovenca o da cervo, come pure seguire il costume diabolico di scambiarsi doni”. D’ altra parte la Chiesa ha lungamente osteggiato lo scambio di regali, dal momento che il cristianesimo è fondato sul massimo dei doni possibili: il sacrificio di Cristo che offrì la sua vita per la salvezza degli uomini. Ancor più, lo scambio reciproco di strenae, era considerato opposto all’idea di carità, cioè del donare disinteressatamente. Agli inizi del VI secolo, San Cesario di Arles ammoniva: “Vi ho detto, non date strenne, ma date ai poveri. Ora mi si obietta: “quando do strenne, a mia volta ne ricevo”. Ma secondo la promessa del Signore, se darete ai poveri riceverete cento volte tanto”.

Alla luce di queste considerazioni, appare evidente che a Narni, territorio del Patrimonio di San Pietro, i legislatori dovettero esprimersi conformemente alle direttive ecclesiastiche.
Il divieto imposto dalla norma degli Statuti, assume maggior chiarezza se si legge un passo di Gaetano Moroni in “Dizionario di erudizione storico ecclesiastica da San Pietro sino ai nostri giorni”: “Il Boccaccio fa dare ad alcuno il buon anno e le buone calende (1) e il Passavanti parla della buona mancia delle calende.

Le strenne, o calende di gennaio, a Roma era un giorno di festa e di licenziosità in onore di Giano e di Strenia, dea dei donativi. La festa era stata istituita da Tazio, re dei Sanniti. Nel primo giorno dell’anno nuovo, il popolo portava un ramo di verbena tolto da un boschetto nei dintorni di Roma e consacrato a Strenia. I rami di verbena erano considerati di buon augurio e in questo giorno ognuno faceva doni agli amici, a clienti, ai padroni, i vassalli ai principi, i gentiluomini agli imperatori. Quantunque i cristiani aborrissero il culto di Giano e di Strenia, tuttavia conservarono i riti dei donativi, i giochi e i banchetti. Diversi Concili condannarono tali abusi e molti zelanti Vescovi procurarono di estirparli, per cui abbiamo molti sermoni contro le feste delle Calende di gennaio. Anzi fu persino comminata la scomunica ai colpevoli, onde la Chiesa fece delle Calende di gennaio un giorno di digiuno e di orazione”.

(1) Boccaccio, Giornata III, n. 8, fa dire a Ferondo:
“di che io priego Iddio, che vi dea il buon anno e le buone calendi, oggi e tuttavia”.

Boccaccio

E’ curioso notare che le parole di Jacopo Passavanti, citate dal Moroni a titolo di buon esempio, furono poi riprese per opposti motivi, nel XVIII secolo da Girolamo Tartarotti il quale, nel tentativo di demolire le credenze intorno alle streghe, spesso alimentate proprio da dotti superstiziosi, le inserì nella sua opera “De congresso notturno delle Lammie”:

l’andar cercando la buona mancia nelle calende, il primo dì dell’anno nuovo, vanità e grave peccato fu creduto anche da Jacopo Passavanti”.

Girolamo Tartarotti

Il giusto prezzo da pagare

La disposizione statutaria presa in esame, rappresenta uno dei tanti esempi della volontà dei legislatori dell’epoca, di utilizzare il diritto per correggere comportamenti e stili di vita privati dei cittadini. L’applicazione dello strumento della multa, che di fatto sanava la disobbedienza, ricalcava il modello religioso di remissione dei peccati “a tariffa”. Se per la Chiesa il prezzo del perdono era spesso rappresentato da una dieta a pane e acqua, per uno o più giorni a seconda della gravità del peccato, il mancato rispetto di una norma comunale era sanzionato con una precisa somma di denaro. Va da sé che questo sistema, apparentemente volto alla moralizzazione dei cittadini, consentiva di rimpinguare abbondantemente le casse comunali, perché andava a sommarsi alle gabelle ordinarie e a tutte quelle multe imposte per reati di tutt’altro genere.

Verrebbe quasi da dire che le strenne di Capodanno, almeno per le casse cittadine, erano in realtà “benedetti doni”.

Mariella Agri

Corsa, parla il nuovo assessore Tiziana Pacciaroni

NARNI 2 gennaio 2021 – L’Associazione Corsa all’Anello, nell’augurare buon anno, comunica che il 31 dicembre scorso il sindaco Francesco De Rebotti ha nominato il nuovo assessore alla Corsa all’Anello. Si tratta di Tiziana Pacciaroni, architetto narnese molto conosciuto nell’ambito della festa dedicata a San Giovenale.

 “Quando mi è stato comunicato che mi sarebbe stata assegnata la delega della Corsa all’Anello – ha spiegato il neo assessore – mi sono un po’ spaventata. Poi, riflettendoci, ho accettato con grande entusiasmo perché è senza dubbio molto stimolante. Sono pronta a collaborare con tutti nella massima trasparenza, cercando di fare il meglio per Narni e per la festa. Quello che proporrò, tra le prime cose, sarà di cercare di far conoscere la Corsa all’Anello ad un panorama più ampio, uscendo dai confini nazionali, magari attraverso un’intensificazione del già ben strutturato programma culturale. Cercherò di essere collaborativa al massimo, di vagliare ogni idea e progetto e di aprire il confronto a tutti. Il mio modus operandi sarà questo. Faccio parte di una lista civica e ovviamente per me sarà fondamentale il rapporto con la collettività, di cui mi farò portavoce. Anche, ovviamente nell’ambito della Corsa all’Anello. Lavorando tutti insieme per un unico obiettivo, ci darà una spinta in più per il futuro. Ovviamente sarà molto importante la comunicazione, per me un aspetto fondamentale, che permetterà di far conoscere tutto ciò che avviene nell’ambito della Corsa all’Anello, in maniera corretta e trasparente”.

Il nuovo assessore subentra a Silvia Bernardini che nell’agosto scorso aveva rassegnato le dimissioni da assessore della giunta narnese per potersi candidare alle amministrative del Comune di Ussita, che poi in autunno ha vinto, diventando il nuovo sindaco della città in provincia di Macerata. Tiziana Pacciaroni, oltre alla delega della Corsa all’Anello, avrà quelle della sicurezza urbana – dissesto idrogeologico, polizia municipale, edilizia scolastica e pubblica, progetti formativi delle scuole, innovazione, digitalizzazione, semplificazione amministrativa, politiche giovanili, centri storici minori e frazioni, partecipazione e decentramento e buone pratiche dei Comuni. Accanto a queste deleghe il primo cittadino narnese ha aggiunto quella relativa alla gestione del Digipass. La delega della Protezione Civile, che era dell’assessore Bernardini, è stata invece trasferita al vicesindaco Marco Mercuri.

Certi del buon operato e della collaborazione che senza dubbio caratterizzerà i rapporti con l’associazione Corsa all’Anello, il presidente e tutti i responsabili delle segreterie porgono il loro benvenuto al nuovo assessore.

Il Natale, i doni e i giochi…sembra una storia semplice

Dagli antichi festeggiamenti in onore di Saturno ai rituali moderni del Natale

Molti sono i retaggi dei festeggiamenti dedicati a Saturno dai Romani, che possiamo ritrovare nei nostro Natale moderno: doni, frutta secca, giochi d’azzardo e molto altro.

La data del Natale è inesatta

«I Romani stabilirono la festa del Natale del Sole non nel giorno esatto della conversione solare, ma nel giorno in cui il ritorno del sole, dal sud al nord, appare agli occhi di tutti. Nell’ignoranza in cui si trovavano ancora delle leggi scoperte dai Caldei e dagli Egizi, e condotte alla loro perfezione da Ipparco e Tolomeo, si fondarono sulle testimonianze sensibili e sulle semplici apparenze, imitati poi dai loro successori che, come ho già detto, hanno adottato questo punto di vista».

Dalla festa del dio-Sole a Natale in un decreto

Così l’imperatore Giuliano (331-363), l’ultimo dichiaratamente pagano, spiegava la festa del 25 dicembre, il Natalis Solis, una delle più sentite e partecipate celebrazioni del mondo romano che il suocero Costantino, dopo la sua conversione, attraverso un decreto, trasformò nella festa della nascita di Gesù. A Roma al Sol Invictus era stato consacrato un tempio da Aureliano in una data non tramandata precisamente dalle fonti ma attestata alla  fine dicembre del 274, facendo del dio-Sole la principale divinità del suo impero e, come altri prima di lui, fu raffigurato con una corona a raggi. Si presume che a lui risalga la festa solstiziale del Dies Natalis Solis Invicti, “Giorno di nascita del Sole Invitto”. La scelta di questa data poteva rendere più importante la festa, in quanto la inseriva, concludendola, sulla festa romana più antica, i Saturnali.

Saturno, l’origine misteriosa di un dio

Questi festeggiamenti in onore di Saturno sono noti per gli eccessi, per lo scambio dei ruoli sociali, per i doni soprattutto ai bambini, per le abbuffate a tavola, il gioco d’azzardo e una pronunciata licenziosità dei costumi…ma cosa significava esattamente tutto questo? E cosa rappresentava Saturno per i romani? Ma soprattutto, chi era?

Per gli stessi antichi l’origine del dio era difficile da stabilire; Varrone faceva derivare il nome Saturnus da sero/ satum (seminare) e della stesso opinione erano Festo, Lattanzio, Sant’Agostino e Macrobio. Cicerone da satura o saturare ma a livello linguistico bisogna piuttosto accogliere una derivazione dall’etrusco Satre che per effetto della latinizzazione restituisce l’onomastica in –arnus,-urnus, –erna (Volturnus, Mastarna, Saserna). Conferma di ciò si ha da un famoso reperto archeologico noto con il nome di Fegato di Piacenza, dove un dio Satre compare nella 14°regione, tra due regioni ctonie, la 13° dedicata agli dei Mani e la 15°a Veiove, un dio appartenente al mondo infero.

Saturno quindi apparteneva al mondo dei morti e per questo quando gli si rendeva omaggio bisognava farlo in modo adeguato: lui pretendeva vittime in dono!

I romani non si erano sottratti del tutto ai desideri divini ma quando potevano, con il giusto escamotage, cercavano di eludere l’obbligo di uccidere, soprattutto i più piccoli.

Ciò dipendeva dal mito collegato all’arrivo del culto di Saturno in area laziale e dai rituali che ne erano derivati e, secondo Macrobio, solo Ercole, passando per l’Italia, insegnò il modo di aggirare il volere del dio: offrire degli oscilla di terracotta a imitazione della figura umana e dei ceri; da qui si sviluppò la festa dei Saturnalia e l’usanza di offrire in dono statuine e ceri/torce .

Saturno e gli eccessi a lui dedicati

Sappiamo che il ciclo dei festeggiamenti comprendeva almeno sette giorni, dal 17 al 23 dicembre. Vi risultavano quindi compresi, oltre agli stessi Saturnalia del 17, gli Opalia del 19, i Sigillaria del 20, i Divalia in onore di Angerona del 21 e i Larentalia, in onore di Acca Larenzia madre dei Lari,del 23. C’erano poi i Compitalia, una festa mobile ma fortemente legata ai Larentalia che cadeva tra gli ultimi giorni di dicembre ed i primi di gennaio. E’ chiaro che è tutto un ciclo strettamente legato al solstizio d’inverno.

Proprio durante i Compitalia avveniva lo scambio delle Maniae, piccole bambole che si appendevano alle porte delle case per onorare i morti e Macrobio ce ne svela il significato vero: «anticamente si immolavano dei bambini a Mania, madre dei Lari, usanza che fu interrotta da Bruto, primo console, il quale ordinò di sostituire le teste di bambini con teste di papavero». Sappiamo anche che durante i Compitalia si appendevano sulle porte tante statuine quanti erano gli abitanti di una casa: si offriva quindi una bambola per riscattare una vita umana; più tardi essi divennero dei semplici giocattoli, delle frivolezze che ci si scambiava in dono. Il commercio di queste bambole era assai attivo, e pare addirittura che il prolungamento dei Saturnalia con i Sigillaria, della durata di 7 giorni, si spiegasse in una certa misura con la volontà di favorirlo. A Roma ci furono dei negozi specializzati, dei veri e propri mercatini, prima nel Portico di Agrippa, nel Campo Marzio, e quindi nelle terme di Traiano sul Celio. Col tempo ci si donarono non solo bambole, ma un’infinità di oggettini di modico prezzo. Leggi speciali addirittura indicavano il prezzo massimo che era lecito spendere per fare i doni più importanti.

Le divinità a cui si rendeva omaggio nel periodo dei Saturnalia erano tutte poste idealmente e fisicamente (almeno come sede del culto), nei luoghi critici di confine di due mondi, tra la morte e la rinascita del sole e tra il mondo dei morti e quello dei vivi.

La fine dell’anno e il disordine cosmico

Tutti i passaggi implicano una crisi e la fine dell’anno è un periodo di disordine cosmico che deve essere esorcizzato. L’uomo vive nel timore di vedere esaurite le forze che lo circondano, nel timore per esempio che il sole si spenga definitivamente nel solstizio invernale, che il grano non rinasca. La vegetazione ha dei momenti di estinzione apparente che lo turbano. La forza sacra operante nei raccolti va accresciuta, rigenerata. E allora si devono pregare i morti, perché i morti hanno sotto la loro giurisdizione il seme seppellito e anche i raccolti ammassati nei granai, alimento dei vivi per tutto l’inverno. Ma i morti, come i semi, potenzialmente aspettano di rinascere. Per questo si accostano ai vivi specie nei momenti in cui la tensione vitale della collettività raggiunge il massimo.

A questa si aggiunge il vigore della fiamma delle torce e delle candele che va in soccorso al sole nel momento in cui questo è più debole proprio nel periodo del solstizio d’inverno.

L’importanza del gioco d’azzardo

Durante i festeggiamenti una parte importante la svolgeva il gioco d’azzardo, soprattutto quello legato ai dadi ed ha un carattere fortemente ctonio (funerario) e legato al ciclo della natura.
Erodoto racconta la storia di un re egizio che, sceso nel regno dei morti, gioca a dadi con Demetra, la dea del grano. Interessante è un altro racconto dello stesso relativo alla invenzione stessa dei dadi. Sarebbero stati i Lidii a inventare questo gioco allorché, colpiti da una carestia, un giorno mangiavano e il successivo giocavano a dadi per distrarsi e scordare la fame. E probabile che Erodoto abbia qui banalizzato un contenuto simbolico molto più complesso. Il dado è espressione del gioco intrapreso dai mortali con le potenze della profondità. La semenza viene considerata come la posta, e si gioca nella speranza di vincere un buon raccolto. Il contadino che ha finito di seminare non ha più da lavorare. Costretto all’inerzia, al lavoro non può che subentrare l’azzardo, l’alea di una scommessa ingaggiata con la natura.

In definitiva è questa l’essenza dei Saturnalia, da un lato è la celebrazione del lavoro della semina e del riposo che la succede ma dall’altra è necessaria per sistemare il rapporto tra i vivi e i morti perché in quella società e in quei tempi questo rapporto doveva giocarsi come una delicata “crisi sacrale” che doveva assolutamente risolversi a favore dei vivi.

I saturnalia quasi un carnevale

Quindi, in definitiva, i Saturnalia, spesso accostati per vari aspetti al carnevale, altro non sono una grandiosa “festa dei morti”, ma allora perché sono più famosi per lo scambio dei ruoli tra servi e padroni e per i doni ai bambini? Perché queste due categorie non essendo pienamente integrate nella società dei vivi, da un punto di vista dei rapporti sociali, rappresentano “gli altri”, cioè i morti e conviene festeggiarli.

Nella nostra società sono ancora molti i retaggi di questo antichissimo e complesso sistema di festeggiamenti anche se sono mutati i significati e gli intenti ma…quante candele accenderemo a Natale? Quanti doni scambieremo, quanta frutta secca, quindi idealmente morta, mangeremo? Quante volte lanceremo i dadi sperando che il futuro sia migliore? Buon Natale e “Io Saturnalia”, come dicevano i nostri antenati.

Eleonora Mancini 

Corsa all’Anello, buon Natale con “a cartolina”

Cartoline di buon Natale

NARNI – Cartoline di buon Natale, il cui ricavato andrà in progetti di solidarietà. L’associazione Corsa all’Anello ed i terzieri insieme al Comune di Narni hanno messo in campo l’iniziativa che prevede la messa in vendita delle cartoline natalizie a partire da domenica scorsa.
I proventi della vendita saranno devoluti in particolare al progetto “Dispense solidali” con il quale l’amministrazione provvede da tempo ad acquistare beni alimentari da distribuire alle famiglie in difficoltà.

Le cartoline sono in vendita nelle quattro edicole fra centro storico e scalo e al punto vendita del Digipass di Palazzo dei Priori. La gestione dell’iniziativa è stata affidata alla pro loco.

La Corsa è la nostra identità


“L’apprezzato coinvolgimento di Corsa all’Anello in questa originale iniziativa – ha affermato il responsabile della comunicazione dell’associazione Corsa all’Anello Emiliano Luciani –  dimostra ancora una volta quanto la manifestazione storica possa essere non solo elemento identificativo della nostra identità, ma anche e soprattutto veicolo di coesione sociale. L’idea di dedicare le cartoline della Corsa ai terzieri nasce con l’intento di omaggiare la vera anima della festa: i contradaioli attraverso modi di dire, personaggi e luoghi che speriamo di poter tornare a vivere presto”.  

L’obiettivo è coinvolgere


“Una delle cose importanti è stato il coinvolgimento dei tre terzieri della Corsa all’Anello, ossia Mezule, Fraporta e Santa Maria”, ha spiegato l’assessore a turismo e cultura, Lorenzo Lucarelli. “I contradaioli – ha puntualizzato l’assessore – hanno raccolto le frasi, le parole e i detti da inserire nelle cartoline”. Sempre l’assessore sottolinea che “l’iniziativa ha l’obiettivo di coinvolgere i cittadini soprattutto in questo Natale un po’ particolare per via del covid-19 e delle restrizioni in atto. E’ un modo per far sentire tutti protagonisti e per ribadire la coesione sociale della nostra città”. 

Le metamorfosi di Babbo Natale, da San Nicola a Santa Claus

La vera storia Babbo Natale


Da antico vescovo di Myra a partono di Bari

San Nicola fu vescovo di  Myra (nell’attuale Turchia) durante il  3° secolo,  quindi uno dei primi vescovi cristiani scelti dalla Chiesa dopo l’editto di Costantino.
Della sua vita abbiamo pochissime notizie certe. Nato probabilmente a Pàtara di Licia, in Asia Minore, è come vescovo di Mira che si inizia a parlare di lui,  per aver compiuto un miracolo dopo l’altro.

Come accade alle forti personalità cristiane dei primi secoli, quasi ogni suo gesto è trasfigurato in prodigio, così – ad esempio –  strappa miracolosamente tre ufficiali al supplizio; preserva la città di Mira da una carestia, ecc…   Tra i suoi “miracoli” si rammenta anche un’azione di intermediazione per liberare alcuni ufficiali, per i quali ottenne la grazia dall’imperatore Costantino (al quale poi chiederà anche sgravi d’imposta per la sua città, sempre Mira). Un altro suo miracoloso intervento contro una carestia può essere invece la memoria di un’azione che lo vide a capo dell’organizzazione di soccorso che fece arrivare rifornimenti tempestivi. Si narra pure che abbia placato una tempesta in mare, e resuscitato tre giovani uccisi da un oste che li aveva prima rapinati…

Secondo la vulgata Nicola muore il 6 dicembre, di un anno incerto, ma il suo culto si diffonde velocemente dapprima in Asia Minore (25 chiese dedicate a lui a Costantinopoli nel VI secolo), poi nel resto d’Europa.

A  partire dal 5° secolo abbiamo infatti notizie sempre più frequenti  di  pellegrinaggi alla sua tomba, posta fuori dell’abitato di Mira, mentre – contemporaneamente – moltissimi scritti in greco e in latino esportano il suo culto dal mondo bizantino-slavo all’ Occidente, cominciando da Roma e dal Sud d’Italia.

Dopo la morte le sue spoglie furono portate a Bari e proprio qui inizia  un culto particolare della venerazione di San Nicola, infatti  la religiosità  popolare lo accosta sempre di più al mondo infantile, fino ad essere universalmente  ricordato come benefattore dei bambini e delle ragazze nubili in difficoltà.

Uno dei prodigi che accrescono questa fama di “protettore dell’infanzia” narra di un San Nicola che essendo venuto a conoscenza di  tre povere bambine, a cui le famiglie non potevano assegnare una dote (elemento necessario affinché, divenute grandi, avrebbero potuto sposarsi) e quindi rischiavano di esser vendute come schiave dagli stessi genitori. Allora il vescovo si recò, di nascosto nella notte, fino alla casa delle bambine e posò sulla finestra tre sacchetti pieni d’oro. – Secondo altre leggende invece Nicola depose i soldi in tre scarpe, che poi, col passare dei secoli, diventano  delle “calze” soprattuto nelle raffigurazioni pittoriche.


Oltre sette secoli dopo la sua morte, quando in Puglia è subentrato il dominio normanno, “Nicola di Mira” diventa ufficialmente “Nicola di Bari”, ma ciò  avviene  grazie all’azione predatoria di  62 marinai baresi, i quali  – sbarcati nell’Asia Minore ancora soggetta ai Turchi – arrivarono al sepolcro di Nicola e s’impadronirono dei suoi resti, e con tali Sante spoglie  giunsero a Bari il 9 maggio 1087 e furono accolti in trionfo: ora la città aveva un suo patrono.

L’azione fortemente supportata dalla Chiesa locale fu giustificata dall’opinione che tale furto avrebbe però impedito una razzia “turca” delle stesse spoglie. Dopo la collocazione provvisoria in una chiesa cittadina, il 29 settembre 1089 esse trovano finalmente una sistemazione definitiva nella cripta, già pronta, della basilica che si sta innalzando in suo onore. E’ il Papa in persona, Urbano II, a deporle sotto l’altare.

San Nicola ed i suoi aiutanti: il Krampus ed il servo Ruprecht

Da Bari, attraverso il porto ed i collegamenti marittimi dell’area Normanna col Nord Europa, il Santo inizia ad essere invocato anche come protettore dei marinai: le gomene delle navi spesso sono intarsiate con la sua effige in abiti vescovili e barba lunga.

In quasi ogni città portuale Europea, persino dove c’è solo un porto fluviale, nascono chiese dedicate a San Nicola (persino a Berlino, c’è il quartiere di san Nicola, sebbene il fiume oggi lì nemmeno si vede più), ed i marinai cominciano ad esportare effigi del santo anche oltre oceano.

Durante il Medioevo la sua iconografia resta  semplice, abbastanza aderente alle immagini originali del Vescovo di Myra: magro, con mitra e bastone pastorale, abito bianco, verde  e rosso, dove però il rosso è ancora sporadico…

In Europa, soprattutto nel Nord, oltre le Alpi, il santo curiosamente  inizia ad essere  associato soprattutto ai bambini e quindi alla distribuzione di doni, soprattutto ai bambini buoni, e col tempo gli viene affiancato anche un losco aiutante, che in Germania chiamano Knecht Ruprecht, un mostro a metà strada tra un Troll ed un diavolo (sicuramente un retaggio pagano) il cui dovere invece è quello di  spaventare i bambini cattivi con una frusta!

La festa di San  Nicola (alla vigilia del 6 Dicembre) prende piede principalmente lungo l’arco alpino (in Tirolo, Baviera, Austria), e culmina in una sfilata per le vie del paese. La sfilata solitamente segue questo ordine: in primis sfila lo stesso San Nicolò, a piedi o su di un carro, accompagnato dagli angeli e dal suo servo Davide, che distribuiscono dolci e caramelle ai paesani.

Quei diavoli dei Krampus

A seguire, una masnada di diavoli inferociti, armati di fruste e catene: i krampus. I Krampus sono uomini-caproni scatenati e molto inquietanti che si aggirano per le strade alla ricerca dei bambini “cattivi”. Le loro facce sono coperte da maschere diaboliche e paurose; i loro abiti sono laceri, sporchi e consunti. I Krampus, vagando  per le vie dei paesi, provocano rumori ottenuti da campanacci o corni, che li accompagnano nel tragitto che li porta in giro. L’origine di questa usanza, mantenuta con fiero orgoglio in molti comuni dell’Alto Adige, si perde nella notte dei tempi. Una delle poche cose di cui si è a conoscenza è che probabilmente  è legata al solstizio invernale.

Una leggenda sui Krampus 

L’apparizione di San Nicola tra le Alpi è legata ad un’usanza antichissima:  nei periodi di carestia, i giovani pastori di montagna si travestivano con pellicce formate da piume e pelli, e con corna di animali. Così, irriconoscibili, andavano in giro a terrorizzare gli abitanti dei villaggi vicini, derubandoli delle provviste necessarie per la stagione invernale. Dopo un po’ di tempo, i giovani si accorsero però, che tra di loro vi era un impostore: era il diavolo in persona, che approfittando del suo reale volto diabolico si era inserito nel gruppo rimanendo riconoscibile solo grazie alle zampe a forma di zoccolo di capra.

Venne dunque chiamato il Vescovo Nicola, per esorcizzare l’inquietante presenza. Sconfitto il diavolo, tutti gli anni i giovani, travestiti da demoni, sfilarono lungo le strade dei paesi, non più a depredare ma a portare doni o a “picchiare i bambini cattivi”, accompagnati dalla figura del vescovo che aveva sconfitto il male.

Appena il sole tramonta però  –  ancora oggi – San Nicola lascia la sfilata, lasciando incontrollati i diavoli, che senza inibizioni rispondono colpo su colpo alle provocazioni dei ragazzi e degli adolescenti.

Nella sua trasmigrazione verso il Nord Europa il Santo ha poi  ereditato un altro aiutante dalla tradizione pagana: nella tradizione germanica è infatti presente un servo (Knecht, appunto), vestito di nero, che porta una frusta legata alla cintura ed un  sacco pieno di frutta (mandarini, noci, cioccolata e Lebkuchen) per i bambini.

Lo sbarco di San Nicola nel Nuovo Mondo

E’ stato grazie ai frequenti viaggi dei marinai olandesi (poi inglesi) tra il 17° ed il 18° secolo  che figura di San Nicola giunge in America, dove viene conosciuto con il nome olandese di Sankt Nikolaus, un nome che  però risultava ancora ostico alle orecchie degli abitanti del New England e quindi si iniziò a chiamarlo solo Saint Claus, poi – per una strano fenomeno di mutazione di genere per un aggettivo –  Santa Claus.

La figura resta però ancora marginale, finchè – all’inizio del 20° secolo – l’aspetto moderno di Santa Claus assume la sua forma definitiva grazie alla pubblicazione della poesia “A visit form Saint Nicholas”, più nota con il titolo “La notte di Natale” (The Night Before Christmas), apparsa su un giornale della zona di New York,  The Sentinel,  nel 1823.

In questo racconto Santa Claus viene descritto come un signore un po’ tarchiato che possiede ben otto renne, che per la prima volta acquistano dei nomi: Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder e Blitzen.

Santa Claus e il Marketing

L’evoluzione definitiva dell’immaginario collettivo moderno, dall’etereo San Nicola di Myra, poi  di Bari, al paffuto Babbo Natale del presente avviene solo agli esordi del 20° secolo, grazie alla scelta oculata di una nota bevanda “para-medicinale” che aspirando ad essere venduta ad un pubblico più vasto, verrà pubblicizzata  soprattuto come drink per le feste natalizie (è l’inizio  del marketing moderno) e che sceglie proprio quell’immagine  del 1823, affidandola però alle mani dell’artista Huddon Sundlbom (di origine svedese) che sfrutta le proprie rotondità fisiche e le esalta con i colori delle vesti di San Nicola, aumentando però la porzione di rosso a discapito della bianca veste originale del Vescico medievale. 

Così  le immagini di Santa Claus si sono ulteriormente fissate nell’immaginario collettivo grazie alla sua apparizione nelle pubblicità natalizie della bevanda, al punto che  la popolarità di tale immagine ha fatto sì che si diffondessero varie leggende urbane che addirittura attribuirebbero alla Coca-Cola l’invenzione stessa di Santa Claus.

Dopo la guerra i soldati americani importano in Europa le loro tradizioni, che prendono velocemente piede anche da noi, ed ecco quindi come quel vecchio vescovo turco, magro e quasi ascetico, che nel Medioevo italiano abbandonò il continente a bordo delle navi che andavano a nord, portandosi dietro solo la propria fama di Protettore di bambini e marinai, dopo 1000 anni è finalmente tornato  in Europa come Santa Claus.

Fabio Ronci

Alle origini del Panpepato. Un dolce, una Storia, un mondo

Alle origini del Panpepato. Un dolce, una Storia, un mondo.

Il Panpepato, la “vera” storia del tradizionale dolce Umbro. Un pane arricchito di spezie, pepe e tanta simbologia.

Aglais Tibicina fu la prima che facesse marzapani, calissoni, pignocate, zuccherini, e pane pepato, ma molto diverso di quello che si fa hoggidì a Firenze”: così scriveva Ortensio Lando nel suo “Commentario de le più notabili e mostruose cose d’Italia e altri luoghi di lingua Aramea in Italiana tradotto”, edito a Venezia nel 1548, con ripetute edizioni. Ortensio Lando è lo stesso autore secondo il quale “Abrone da Narni fu il primo che mangiasse bericoccoli, canistrelli e caviadine, guardiani, confortini fatte con zuccaro, cannella, uova fresche e butiro fresco”: dobbiamo credergli. (Contributo di Claudio Magnosi)

Il PaNpepato

Come si deve affermare che il dolce natalizio narnese per eccellenza, è il pampepato. O meglio, paNpepato.
Questa distinzione è fondamentale, perché il paNpepato affonda le sue radici nella storia antica, quando diventa, nel tardo medioevo, il pane arricchito (da frutta secca, spezie e miele) di Natale, quando per festeggiare si univano al pane, simbolo della vita, gli altri elementi simbolo di ricchezza e prosperità, come per ogni “capodanno” che si rispetti, per ogni nuovo inizio. Il panpepato o speziato, è talmente importante, per quanto ricco di simbologia (oltre che di bontà), da diffondersi in tutti i paesi europei, acquisendo caratteristiche particolari e nomi diversi, ma tutti riconducibili alla stessa matrice, a seconda della zona di produzione… Troveremo così a Ferrara, Siena, Anagni, altri panpepati con ricette diverse, a Roma il pangiallo, a Genova il pandolce, a Milano il panettone, ed ancora in Tirolo lo zelten, a Norimberga il lebkuchen, a Gertwiller e Dijon il pan d’epices, nello Shropshire il gingerbread, e così via… Questo piccolo dolce, è diventato nei secoli quasi il simbolo della diversità che unisce, soprattutto nelle atmosfere natalizie.

Ma come nasce quindi la popolarità e la diffusione di questo dolce, all’apparenza “semplice”, rispetto ad altri?.. Sicuramente da lontano.

Alla tavola degli antichi romani erano presenti dolci preparati con latte, uova, frutta secca e vino, dolcificati con acqua melata, vale a dire l’acqua derivante dal risciacquo di recipienti che avevano contenuto miele, fino ad arrivare al melatello, semplice dolce a base di farina acqua melata.

Poi anche i pani speziati a base di miele riportati dall’Oriente dal senese Niccolò de’ Salimbeni nel XII secolo sembra abbiano contribuito, almeno a Siena, alla creazione di ulteriori combinazioni.

Le prime tracce scritte del Panpepato

Infatti, in Italia le prime tracce scritte si hanno da una cronaca del 7 febbraio 1205, nella quale si riporta che le monache del Monastero di Montecelso, nei pressi di Fontebecci (Siena), ricevevano come censo dai coloni “panes piperatos et melatos”, cioè pani elaborati con pepe e miele. Esistevano anche pandolci allo zenzero, e panpepati o pane impepati o pan spaziali, dolci diffusi in Toscana e resi pregiati dalla presenza di pepe, zucchero e spezie assieme a farina di grano, canditi, miele, fichi secchi, marmellata, pinoli. “Panforte” e “pan pepal” figuravano anche, tra molti altri dolci, negli Annali veneziani di fine Duecento. (La cucina medievale: umori, spezie e miscugli. Laura Malinverni).
Il panforte senese infatti nel 1370 figura come  prodotto da esportazione, consumato anche a Venezia durante le festività di Natale.

L’attribuzione ad ambienti monastici è propria anche del panpepato ferrarese, che pone la nascita del proprio dolce nel monastero di clausura del convento del Corpus Domini di Ferrara, nonché del Lebkuchen, che risulta menzionato per la prima volta nel XI secolo nel monastero di Tegernsee, come “phefforceltum”.

Questa matrice comune è dovuta alle spezie, in primis il pepe (tanto che spesso il lemma “pepe” era utilizzato per designare le spezie in generale, così dire pan pepato può anche voler dire pan speziato), minimo comune multiplo di tutte le ricette. Esse, notoriamente costose e pregiate, sono introvabili negli ambienti più poveri, ma usuali in quelli dei monasteri più ricchi e sulle tavole nobiliari.

Le proprietà curative delle spezie

Nel medioevo, oltre ad essere considerate simbolo di ricchezza e ottimi aromatizzanti, alle spezie venivano attribuite anche proprietà curative. Ad esempio lo zenzero, considerato “caldo” per via del suo sapore piccante, veniva proposto come rimedio per i disturbi digestivi, come antinfiammatorio e depurativo. Santa Ildegarda lo consigliava infatti per i fisici indeboliti e come antidolorifico, mentre pepe e cumino, sempre per Ildegarda, erano l’ideale, (mescolati con pimpinella, pan grattato e un tuorlo d’uovo) per combattere la nausea. E dall’unione di zenzero e farina, nasce il primo ginger bread, non ad opera di Ildegarda, che si limita a mettere polvere di zenzero sul pane ma, ancor prima, quasi un secolo, di Gregorio, vescovo armeno, (ancora un ambiente religioso) che invece aggiunge lo zenzero alla farina prima della cottura, esportando poi il biscotto in Francia, in particolare al monastero francese di Pithiviers.

Non stupisce quindi che i panpepati venissero preparati, nei conventi e nelle spezierie (come altre preparazioni definite di credenza), luoghi ove si praticavano principi di medicina, e che per questo motivo la ricetta fosse pressochè inesistente nei primi ricettari, stilati da cuochi che acquistavano direttamente le pietanze per il servizio di credenza.

C’è panpepato e panpepato

A questo punto si potrebbe delineare una doppia tipologia di panpepati.

PRIMA TIPOLOGIA
La prima riconducibile direttamente al pane arricchito con qualsiasi tipo di “condimento”, che potremmo assimilare alle “pizze” medievali, (niente a che vedere con le moderne ovviamente) prodotti di pasticceria che secondo l’accezione del Tanara (1644) sono a loro volta riconducibili a “varie sorti di pane, che ognuno può comporre a suo gusto”, aggiungendo alla pasta del pane “ogn’unto, come grasso, butiro e oglio, indi mandorle, over noci rotte, similmente in queste pizze si può misticar ogni frutto, ogni carne e ogni herba”, come la “pagnotta ovata” bolognese, impastata con zafferano e uva passa. Il tutto trova ampi precedenti nei medievali pan de noci, pantossa e placenta.

Potremmo assimilare a questa categoria il panes piperatos delle monache di Montecelso, il pan speciato, dell’Anonimo Padovano, (fine XV secolo) arricchito di “specie camelline” (1 libbra di cannella, mezza ciascuno di zenzero e di noci moscate, 6 once ciascuno di pepe e di garofani, 4 once ciascuno di galanga e di fusti, e 2 once di zafferano) e generalmente il pan speziato che ancor oggi in Francia ed Inghilterra, imperversa sulle tavole.

SECONDA TIPOLOGIA
La seconda riconducibile alle confetture, anch’esse preparate dagli speziali, come metodo di conservazione della frutta sia secca che fresca. Si tratta di preparazioni che tendono a sottoporre i frutti a trattamenti con zucchero o miele, mirati a protrarne la conservazione. Fanno parte generalmente dell’ultimo servizio di credenza, come il pignoccato, sorta di torrone a base di pinoli, o il nucato, miscuglio di noci, miele e spezie, servizio che insieme al vino speziato, accompagna gli ospiti alla porta. Frutta secca, o spezie rivestite di zucchero, aiutano la digestione e rinfrescano l’alito.

A questa categoria potremmo far appartenere il panpepato di norimberga, il panforte senese, il payn ragoun (pan speziato come traduzione ma richiamante l’italico “pignoccato” nei fatti) inglese, di cui riportiamo la “ricetta” essendo fra le prime a comparire nei ricettari scritti, nella fattispecie nel “The forme of cury” databile intorno al 1390, scritto dai Master-Cooks del re Riccardo II d’Inghilterra”:

“Prendi miele e zucchero di Cipro e chiarificali assieme, e tai bollire a fuoco lento affinché non bruci. Dopo un po’, prendi con le dita una goccia di composto e immergila in un po’ d’acqua e verifica se rimane compatta; togli dal fuoco e aggiungi un terzo di pinoli e zenzero in polvere, mescola finché comincia ad addensarsi, poi versalo su un tavolo bagnato; taglialo e servilo con cibo fritto, sia nei giorni di grasso, sia in quelli di magro.”

Finalmente il punto d’incontro

Poi, ad un certo punto della lunga storia del dolce, in Italia, entrambe andranno a confluire in quella che ancor più tardi, diverrà la versione moderna (1700/1800) del pampepato.

Il punto di unione dovrebbe trovarsi nel basso medioevo, fra trecento e quattrocento, in quanto le ricette che testimoniano questo passaggio cominciano a far capolino nei ricettari circa un secolo dopo, a testimonianza dell’uso ormai radicato. Va sottolineato che la data del 1492 che universalmente sancisce la fine del medioevo, non è uno spartiacque assoluto e varia a seconda delle discipline e delle localizzazioni geografiche. In campo gastronomico, è la cucina cinquecentesca che cancella le tradizioni culinarie medievali delle quali il “Libro de arte Coquinaria” di Mastro Martino, il primo ad aver lasciato un ricettario non anonimo, si configura come transizione verso la cosiddetta cucina moderna. Le sue ricette, pur presentando delle innovazioni, rispetto alle due “tradizioni” a cui fa capo la letteratura gastronomica medievale (la Meridionale e quella dei “Dodici ghiotti” fiorentini), in confronto a quelle della cucina di corte cinquecentesca, mostrano ancora tutto il sapore della “medievalità” a cui attingono. (Enrico Carnevale Scianca –  “La cucina medievale. Lessico, storia, preparazioni”)

Stefano Francesco di Romolo Rosselli, speziale di Firenze, ci lascia intorno al 1593 una ricetta del panpepato fiorentino che ancora è evidentemente figlia della tradizione medievale del pane speziato inteso come “confettura”, che richiama molto, se non fosse infatti per l’omissione delle mandorle il già famoso all’epoca, panforte senese:

PANE INPEPATO AL’USANZA DI FIRENZE

Pigliate conserve di zuche fatte in mele come ti dirò in questo a cap… libbre 300 con la quantità di mele che vi sta bene, che non vole essere troppo perché quanto è più pieno di ochi più è bello [alcuni ci agiungono ranciata libre 25 che è migliore]. Polle sopra fuoco di bracie che si scaldino in una caldaia da lavorare alla tonda: et quando sono ben calde poco più che tiepide che si possa sofrire la mano, gettavi sopra sale libre I1, pepe libre II rimenando sempre con mestatoio e  comincerai a dare la farina a poco a poco sempre menando. Et quando è rasodato alquanto che non si può più menare con il mestatoio, spianalo et abia zafferano nostrale pesto sottile infuso in libre 6 di acqua vite et datoli un poco di calduccio. Di poi gettalo sopra la pasta et 2 hominj galiardj rimenino galiardamente che il zafferano si incorpori bene. Et incorporato et bene menato comincia a dare e resto della farina a poco a poco che tucta si incorpori, che vorrà essere circha libre 200 o poco mancho. Quando la pasta è soda abastanza, alora spiana la faccia et spruzavi su della farina et cuoprilo et lascialo cosi per una ora. Poi comincia a spianarlo et porlo sopra l’asse. Sono alcuni per farlo migliore vi mettano once VIII delle spezie da bericuocoli retro scritto. Avertj che il forno non l’avampi ma lo rasciughi bene.

Mentre da un Manoscritto del Fondo Palatino della Biblioteca di Firenze, contenente un insieme di parti assemblate in epoche diverse, dal XV al XVII secolo, si trova quella che, pur non conoscendone la datazione precisa, (come Mastro Martino) potrebbe essere la ricetta che costituisce la transazione dal panpepato medievale e a quello moderno, attraverso l’unione delle due tipologie di panpepato individuate:

AFFARE PANI IN PEPATI

Recipe mele colato et cotto libre 20., conserva di zucca libre 20. conserva di melangolata libre 15 di poi mescolate ogni cosa insieme et faretegli dare un bollore insieme e quando vi pare ed odi che sia cotto a sutticientia li darai le spetie. pepe once ll. zenzero once ll. sandali rossi pestati sottilmente once 1 ½, noce moscade once 1/2. E tutte queste spetie che sieno ben peste et incorporatele in detta e di poi dategli farina q.s. et faretene buona pasta che sia duretta con il crescento e di poi faretene pagniotte de dua o tre libre et di poi fate pagniotte stenderete di sopra una lasagnia di pasta che voi ci possiate intagliare et fare arme d’ogni sorta e di poi mandategli in forno cotti che sono li tingnerete con un poco di zafferano e di poi ungneteli con un poco di mele lungo chiarito per dare lustro e anchora si può agiugnere in detta compositione noce tagliate. libre 1O buone e cie sono molto buone, le darete inanzi che date la farina.

Il fatto che nel manoscritto vengano citate per la maggior parte ricette di medicina, potrebbe indicare ancora una volta le proprietà terapeutiche attribuite al panpepato.

Le origini Narnesi del Pampepato Umbro

Parliamo di zone di influenza a livello gastronomico, e non solo, dell’Umbria in generale ed anche di Narni stessa, che possono aver dato vita ad un processo di sovrapposizioni di tradizioni e cultura culinaria non indifferenti. Il tutto, fino ad arrivare, passando attraverso la rivoluzione degli ingredienti portati dalle Americhe e della cucina moderna propriamente detta, al panpepato narnese, con una ricetta, ancora una volta delle monache, di San Bernardo dei primi dell’ottocento.

Giovanni Eroli ne riporta in un foglio sciolto del suo “Memoriale per cucina e pasticceria e altro per uso di Giovanni Eroli di Narni, gastronomo dilettante, approvato all’Esposizione Universale del Giappone con diploma di onore e medaglia di ricotta. Nell’anno di Redenzione 1840” semplicemente gli ingredienti, come se il modo di preparazione fosse talmente scontato da non meritarne menzione (come del resto le ricette medievali non recano tracce, se non sporadiche, di come si facessero pasta e pane per quanto fosse uso comune farne):

Nota per fare li pampepati in n. di dodici circa

  • Farina basta un sediciano
  • Noce un sediciano
  • Miele libre 10
  • Pepe libra mezza
  • Sultanina due libbre
  • Garofano soldi 5
  • Candito una lira
  • Per fare il gielo sopra zucchero fioretto
  • Una libbra e mezza di cioccotalla

Da dolce per i ricchi a dolce per tutti

Da dolce per i ricchi, il panpepato è diventato per tutti, tanto da essere definito “dolce della tradizione contadina”, ma che invece conserva una ricchezza di contenuti, degna dei suoi primi antenati e di essere un dolce natalizio, per la simbologia che racchiude e la preziosità dei suoi ingredienti, a tutt’oggi alquanto cari, che vanno ad aggiungersi, in occasione della festività, al companatico.

Il pane è da sempre simbolo di vita, del corpo di Cristo nell’ultima cena, ma da ancor prima, l’utilizzo di un pane votivo durante le festività del solstizio invernale è attestato già presso le popolazioni celtiche ed era anch’esso un pane arricchito con frutta secca e miele, simbolo di abbondanza e ricchezza. Il culto mitraico, fusosi con il Sol Invitcus romano, non a caso trasmutatosi poi in Gesù, praticava un rito di consumazione di pane, vino e acqua.

L’uva passa (la passerina narnese) è simbolo di morte e rinascita, per l’essiccazione e la reidratazione a cui viene sottoposta, la sua importanza a Narni è stata già evidenziata.

Il simbolismo sacro della frutta secca

La frutta secca è da sempre, un simbolo di fortuna, fin dalla Roma antica, dove si spargevano noci in terra per i matrimoni, per il cristianesimo simboli di interiorità e misticismo (grazie alla protezione del guscio). Le noci, le più preziose (a Narni le uniche sottoposte a gabella, pari a 4 denari a rasiere – Lib. I Cap. CLXXI) rappresentano la trinità sacra di corpo, spirito e anima, essendo composte rispettivamente da guscio, mallo, gheriglio, la fecondità e fertilità, per la somiglianza all’organo genitale maschile, nonché uovo filosofico alchemico.
La mandorla è simbolo di morte e resurrezione, dell’uovo cosmico, di saggezza.
Le nocciole sono da sempre legate alla magia e all’ultraterreno, fin dai celti per i quali erano anche simbolo di saggezza, fecondità e preveggenza.
L’arancio e il cedro, la frutta candita più usata, rappresentano ricchezza, fertilità, intraprendenza, sensualità, ma anche perfezione e continuità, grazie alla forma sferica.
Essendo uno dei pochi frutti invernali, erano per molti popoli pagani un simbolo di abbondanza, che bene annunciava la prosperità dei frutti primaverili, simbolismo poi assimilato dalla religione cristiana nei festeggiamenti natalizi di ricchi e potenti prima, e universale poi quando l’industria moderna ha reso le arance accessibili a tutti.
Il miele, sempre per il mitraismo non a caso, veniva usato per purificare insieme al fuoco, ed era simbolo di conoscenza ed elemento prezioso, talmente tanto che gli sciami d’ape erano a protetti (a Narni da statuto non potevano essere vendute, ne esportate ne tanto meno rubate od uccise, pena 25 libbre di cortonesi, e se il miele fosse raccolto indebitamente il colpevole doveva restituire al proprietario dello sciame il doppio del danno  – Lib. III, Cap. CXLVII).
Oltre alle già citate peculiarità, perfino nella Bibbia le spezie sono citate in abbondanza a riprova del loro utilizzo massiccio anche in campo religioso, sia nei riti di adorazione, o di imbalsamazione, fino alla simbologia massima di nutrimento celeste (manna miscelata con semi di coriandolo), associate all’oro, alle pietre preziose e alle perle per la loro rarità, preziosità dell’aroma e segretezza del loro potere magico. (Alex Revelli Sorini)

Pertanto mangiare un panpepato, non è solo degustare un ottimo dolce, ma compiere un vero e proprio gesto sacrale, con la consapevolezza che è lo stesso dei nostri antenati, con il perpetuarsi delle stagioni, delle culture e delle tradizioni, cambiando si un ingrediente o una quantità, ma comunque in perfetta comunione con il resto del creato, qualsiasi sia il nome con cui lo si chiami… quindi, buon panpepato a tutti!

Patrizia Nannini

Lo spirito DiVino di Narni e San Martino

Il vino non è solo una bevanda

Il vino non è solo una bevanda, più o meno pregiata, ma una ricca simbologia carica di significati. Dal sacrificio del sangue di Cristo, alla liberazione sfrenata delle libagioni di Bacco, alla verità di Dioniso (In vino veritas), alla forza e sapienza del mitraismo.

Il vino è compagno dell’uomo fin dalla sua creazione, in tutte le religioni, in particolare in quella Cristiana, dove è bevanda di vita dall’Antico Testamento, (e comunque già conosciuto sia in Egitto che in Israele) che diviene bevanda di salvezza, dopo l’ultima Cena di Cristo, comunque sempre simbolo di gioia, vita, festa, amore. Simbolo che non può non accompagnare S. Martino, in quella sorta di capodanno contadino (echi celtici del Samhain, cristianizzati dalla Chiesa, nei festeggiamenti del Santo) nel quale si celebrano tutte le simbologie di cui il Santo è carico.

S.Martino e l’oca

Martino, fra i santi più onorati del medioevo, fu vescovo di Tours nel IV secolo, è ad oggi celebrato sia dalla Chiesa Cattolica che dalla Ortodossa e Copta. Si ricorda essenzialmente per i miracoli che poi lo legarono ai fenomeni stagionali che ancora oggi lo contraddistinguono. L’aver donato, in pieno inverno metà del suo mantello ad un povero, originando la conversione, ha dato vita alla tiepida invernale “Estate di S. Martino”, premio divino per la rinuncia, l’esser scoperto dalla sua “fuga” dalla carica di Vescovo, alla quale non ambiva, dallo starnazzare delle oche, lo fa sempre accompagnare da un’oca, sia in iconografia, che sulle tavole dell’11 Novembre, giorno a lui dedicato, corrispondente ai suoi funerali a Tours. L’accostamento all’oca potrebbe altresì derivare anche dalle celebrazioni celtiche in cui venivano sacrificate le oche sacre simboli del Messaggero divino, per accompagnare le anime dei defunti nell’aldilà.

S. Martino, un pò “befana” un pò cornuto

Ma il Santo, quasi una “befana”, portava anche doni ai bambini, e nel suo giorno si festeggiavano anche le corna, tanto che il detto è ancora vivo anche dalle nostre zone, cioè che S. Martino è anche la “Festa dei Cornuti”. Ulteriore eco di festività pagane, durante le quali si consumavano i piaceri della carne finendo spesso in adulteri. Ma sopratutto, la festa dei cornuti deriva dalle corna animali, non solo per le fiere che si tenevano nel periodo ma per l’antica connotazione di potere che le circonda, simbolo di luce e di abbondanza. Il “corno dell’abbondanza” della tradizione greco-romana è simbolo di fertilità e felicità ed il primo frutto che esce dal corno è l’uva, della quale ancora oggi contare gli acini a capodanno, è sinonimo di abbondanza futura.

Festeggiare S. Martino a Narni

Fatto sta che anche a Narni la data dell’11 Novembre era assolutamente da festeggiare secondo Statuto, come retaggio della profondità del culto già presente da secoli nel territorio. Ben due chiese sono presenti a Narni e nel territorio limitrofo, agli inizi del millennio.
Quella entro le mura, oggi distrutta, contigua a San Salvato, anch’essa perduta, e quella protoromanica a Taizzano, probabilmente possesso dell’Abbazia di Farfa, come la vicina abbazia di Sant’Angelo in Massa. Entrambe testimoniano le origine antiche e profonde di un culto verso un santo “francese”, primo non martirizzato, definito “europeo” da Sulplicio Severo, gallo-romano di Bordeaux, che ben ha saputo radicarsi infatti in tutta Europa grazie alla sua promozione del monachesimo e lotta agli antichi dei pagani, ponendosi come “antidoto all’arianesimo” franco, dopo il longobardo S. Severino (“Narni, da Odoacre agli Ottoni”, Guerriero Bolli).

Data la forza del culto, è del tutto naturale quindi la cristianizzazione dei miti e delle tradizioni pagane che da sempre accompagnavano i primi giorni di Novembre, dal capodanno celtico Samhain, alle tradizioni contadine legati ai riti di madre Terra, che divengono un tutt’uno con la figura di S. Martino. “Oche, castagne e vino”, citando solo uno solo dei numerosi proverbi che lo vedono protagonista, così come il vino e quanto lo circonda, è un protagonista degli Statuti, forse tra i frutti della terra il più citato, con una serie minuziosa di prescrizioni che ben dimostrano l’attenzione narnese ad esso dedicata.

Il vino e le sue zone di origine

Il vino si lega spesso alla sua zona di origine, in modo così inestricabile da conoscere a volte prima il vino della zona piuttosto che viceversa… Vini esteri famosi ancor oggi, medievali, sono lo Chablis, il Beaune, lo Chateauneuf du Pape, la Malvasia di Monemvasia e i vini Greci in generale, tanto che il nostro Grechetto, famoso quello di Todi, prende il nome proprio dal generico “Greco”. Ed ancora di maggior pregio il vino di La Rochelle, e su tutti il Bordeaux, che grazie ad Alienor d’Aquitaine diviene il vino più esportato d’Europa nel XII secolo. Ma anche in Italia i vini più conosciuti vengono dal Sud, (anche se debite eccezioni si trovano anche al nord con la Ribolla e il Terrano per esempio) e dalle zone centrali, per ovvi motivi climatologici. Così accanto ai moscati di Pantelleria e Lipari e al Primitivo di Manduria, sulle tavole dei Papi e dei potenti, spopolano i vini dell’Italia centrale, come l’Est, Est, Est, che proprio ad un Papa deve il nome e la fama, l’Orvieto, il Montepulciano, la Vernaccia, il Trebbiano, il Sangiovese e il suo parente prossimo… il Ciliegiolo, vitigno che a Narni prosperava e prospera essendo come il Sangiovese, da cui sembra derivasse, cultivar di provenienza ellenica.

La vigna infatti a Narni, quando erano presenti i grappoli, (da aprile al 15 ottobre) era protetta e tutelata, tanto che era prevista una pena per i cacciatori e non che vi portassero i cani, di 100 soldi cortonesi (Lib. III, Cap. XCIV). Grappoli non solo di ciliegiolo, o del suo antenato prossimo, ma anche di passerina, per il ricavo del “raime”, dell’uva passa cioè, che da essa prende direttamente il nome più comune. A Narni dire “passerina” equivaleva a dire “uva passa”. La città ne vantava una produzione talmente importante e di qualità, da essere considerata dal noto mercante di Prato, Francesco Datini, maggior centro di produzione italiano addirittura in concorrenza con la famosa uva di Corinto. (Al Racconto di Claudio Magnosi e Mariella Agri, il rimando per gli approfondimenti)

La gabella per il vino

Quindi è più che normale che a Narni e nel suo contado, si vendesse, rigidamente regolamentato, tutto quello che era prodotto dalla vigna, dall’uva passa appunto, al mosto, l’aceto, il vino, il chiaretto…
Essendo una notevole fonte di reddito, innanzitutto, tutto era sottoposto a gabella.
La gabella per l’uva passa era di 10 denari ogni centinaio (100 libbre) di grappoli (Lib. I, Cap. CLXXI)
La gabella per il mosto al minuto era di 6 denari a salma (soma), mentre all’ingrosso diventava di 2 soldi cortonesi a libbra; per il chiaretto, o nettare cioè il novello quando è il suo tempo, (l’etimologia, potrebbe tuttavia anche suggerire un vino speziato preparato con vino bianco, tanto più che è associato alla parola “nettare” = idromele? O più semplicemente miele, ingrediente che compare comunque spesso nella composizione del vino speziato) di 12 denari a libbra per il venduto, pena 40 soldi cortonesi (Lib. II, Cap. LXXXIII)

La gabella per il vino, che poteva essere venduto o all’ingrosso, o al minuto o a salme, si basava sulla dichiarazione della quantità del vino da vendere, che doveva essere fatta sotto giuramento alla Camera del Comune e al Notaio, ogni volta che ci si accingeva a vendere, direttamente dal proprietario del vino se uomo, se donna invece dal taverniere che avrebbe poi venduto il vino. Il prezzo della gabella veniva deliberato e ordinato dal Consiglio del Popolo all’inizio di ogni mese, tanto che al momento della stesura di questo articolo del Libro I (CCLVIII), si pone il prezzo di vendita di 28 denari a boccale, mentre nel seguente articolo, nel Libro III (LXXX), aggiunto successivamente, sui dettagli delle vendite, il prezzo massimo a boccale diventa di 15 denari.
La discrepanza è giustificata anche dal fatto che il valore delle monete nel frattempo è cambiato, parallelamente al diminuire del potere del comune narnese. “Nel corso del tempo la libbra (lira) si è assimilata al fiorino, battuto a grammi 3,5 circa. Un quarto di fiorino corrisponde all’incirca a cento soldi cortonesi che vanno declassati in denari dal valore ponderale di grammi 1,5. In effetti 150 – 160 grammi d’argento, che sarebbero i cento soldi cortonesi,valgono un più o meno un singolo singolo fiorino di Firenze.” (Studio di Bruno Marone)

La concessione a vendere, l’apodissa, (documento scritto che attesta un atto) rilasciata dal comune deve essere apposta, entro tre giorni, dopo il pagamento della gabella, direttamente sulle botti contenenti il vino da vendere da qualcuno nominato dai Priori dei Terzieri, con due bolle e marcata da due sigilli ordinati dai Sei Signori Eletti. Non era permesso ovviamente riutilizzare la stessa botte con apodissa e sigilli per vendere altro vino, ne tanto meno togliere l’apodissa dalla botte “concessa” per metterla su un’altra. Il controllo veniva effettuato due volte alla settimana dagli emissari del Vicario sulle dichiarazioni effettuate e una volta la settimana sulla fedeltà delle misure dichiarate.

Una solenne “frasca” di vino

Il taverniere, dopo aver ottenuto la dichiarazione in regola con tanto di sigilli, era innanzitutto obbligato ad esporre un’insegna o un ramo d’olivo, dove era la vendita del vino, che poteva anche essere una casa, che in dialetto è divenuto “frasca”, altrettanto sinonimo di solenne ubriacatura! Quindi, oltre a cessare la vendita dopo il terzo suono della campana, e chiudere la taverna al primo suono della campana di notte, aveva l’obbligo di non far portare armi all’interno della propria taverna.
La milizia del Vicario, poteva irrompere in qualsiasi momento, insieme al Notaio, per controllare e punire gli eventuali trasgressori. Per la vendita diretta infine, il taverniere doveva tenere una serie di misure di bicchieri e boccali regolamentate ed approvate per le quali aveva anche limiti di prezzo. Non più di 15 denari a boccale. Il boccale era il petitto, poi veniva il mezzo petitto, la foglietta (un quarto di petitto) e la nummata, bicchiere corrispondente al valore di acquisto al compratore di un denaro, in proporzione forse un quarto di foglietta, che costituiva la misura base. In assenza di nummata, bastava avesse una “misura” corrispondente a quella dichiarata e sigillata.

Il boccale di Siena

A Siena la metadella, cioè il boccale, secondo gli statuti del XIV secolo, confortati dai ritrovamenti archeologici del Carmine di Siena, aveva la capacità di l 1,4 ca, (VIII Congresso Nazionale di Archeologia Medievale – Matera 2018) quindi considerando una capacità analoga per il petitto, la nummata, bicchiere da un denaro, conterrebbe 87,5 ml, praticamente all’incirca come un moderno bicchierino da liquore. Se si attesta per buona la ricerca pubblicata sul British Medical Journal, nella quale si dimostra che “Dal 1700 ad oggi, le dimensioni medie del bicchiere da rosso o da bianco sono cresciute di quasi 7 volte, passando dai 66 ml di capienza di un calice di 300 anni fa ai 449 ml di oggi. Un tipico bicchiere di vino settecentesco ne conteneva la metà rispetto al più piccolo calice disponibile (da 125 ml)”, la proporzione, scevra comunque di qualsiasi valore scientifico, potrebbe avere una qualche possibilità di verosimiglianza, in attesa di dati comprovati.

Similmente a quanto avviene ancor oggi, nelle nostre taverne, molti avventori amavano rientrare nelle proprie abitazioni con un souvenir della serata, vale a dire boccali e bicchieri, ma se colti in fragrante, dovevano pagare amaramente il loro furto, pena di 40 soldi cortonesi, così come chi li abbia deliberatamente rotti o sia andato via senza pagare… e qui le leggi erano a favore del taverniere, la cui parola veniva prima di quella degli avventori. (Lib. III, Cap. LXXX e LXXXI)

E a proposito di osti narnesila loro presenza su una importante via di transito come la Flaminia è certificata da tempo immemorabile, come attesta Sant’Ansovino, vescovo camerinese del IX secolo, che nella sua sosta a Narni si fermò in una locanda in cui incontrò un oste non particolarmente corretto nel proporre il vino, a riscontro delle “Effemeridi sacre di marzo” del 1690. (Contributo di Claudio Magnosi)

Non stupisca quindi che S. Martino sia, ancor oggi, il protettore di albergatori, bottai, cavalieri, mariti traditi, mendicanti, militari, osti, ubriachi e viaggiatori, e che nel suo giorno si assaggi il buon novello, accompagnato da fumanti castagne arrostite.
E non può sfuggire che a Narni dagli anni Novanta si ripropone la Festa della castagna e del vino novello: a volte è bello poter dire che “certe cose non cambiano mai”. Questa è una di quelle volte…

Patrizia Nannini

Dieci denari per cento libbre.

Appunti per una storia dell’uva passa di Narni

1956 Le origini

Nella storia della nostra città, c’è un capitolo ancora tutto da studiare: riguarda un prodotto narnese di tale eccellenza, che nel corso del XIV secolo fu largamente esportato oltralpe. Un capitolo che può iniziare nel 1956, quando la rivista di Economia e Storia, pubblicata a Milano per l’editore Giuffré, riportò un lavoro di Federigo Melis, intitolato “Malaga sul sentiero economico del XIV e XV secolo”, fondato sulle corrispondenze commerciali tra Francesco di Marco Datini, mercante di Prato, e le compagnie, a lui riconducibili, aventi sede in diverse città italiane ed estere.

Il lavoro di Melis

Nel suo lavoro Melis, analizzando il corpus dell’archivio datiniano e soffermandosi sulle lettere, ricostruì il commercio e le rotte mercantili di svariati prodotti dell’agricoltura e dell’artigianato diretti a Malaga o da essa provenienti, e ciò tenuto conto del fatto che il mezzo epistolare era l’unico, nel Medioevo, per la diffusione di notizie di qualsiasi natura. La “piazza” di Malaga, nella quale Datini non ebbe mai interessi diretti, né rappresentanti propri, era comunque nel raggio d’azione del mercante pratese, per mezzo dell’intervento della sua Compagnia di Valenza. Tra gli innumerevoli prodotti dei quali Melis seguì le rotte mercantili, c’era la cosiddetta “fructa”, termine utilizzato nei carteggi datiniani per indicare esclusivamente l’uva passa e i fichi secchi.
Per quanto riguarda l’uva passa, chiamata in molte lettere anche “panza” e “raime”, Melis afferma che “Narni era il maggior centro italiano di produzione di uva passa” e che “L’Italia – l’Adriatico,
Pisa e Genova – era raggiunta dall’uva passa di Levante; ma essa ne era anche produttrice, a Narni e nell’Isola di Pantelleria, con esportazione in Provenza”.

In “Appunti di metrologia mercatile genovese. Un contributo della documentazione aziendale Datini”, Firenze, University Press, 2014, Maria Giagnacovo ribadisce: “Le aziende del pratese importavano da Genova e sulle altre piazze della Penisola la cosiddetta “frutta”, sostantivo utilizzato nei rapporti commerciali fissati nelle carte Datini per indicare i fichi secchi e l’uva passa prodotti nella Penisola iberica e distribuiti soprattutto nelle Fiandre e in Inghilterra.
A queste produzioni, caratteristiche della regione che da Valenza si estendeva fino a Malaga, si affiancavano i fichi secchi provenienti dalla Provenza, da Marsiglia, da Nimes e da Arles, e l’uva passa di Narni, il maggior centro di produzione italiano, dove essa era chiamata “raime”, termine però talvolta impiegato anche per richiamare quella spagnola.

Per l’uva passa di Narni, già esportata in Provenza e che sul mercato
di Genova trova spaccio “a folate”, le carte aziendali offrono dettagliate informazioni sul tipo di imballaggio da preferire per il trasporto via mare. L’azienda Datini di Avignone, che ne aveva chieste a Pisa quattro balle “di quele pichole”, invitando i commissionari ad “avere righuardo che sieno novele e chiare e non sieno muffite”, precisava a scanso di equivoci: “sogliono venire in picchole balete e però farete de le due una e mettere intorno un pogho di paglia e una scharpigliera poi di suso

10 denari per 100 libbre

Negli Statuti di Narni vi è un chiaro riferimento alla produzione di uva passa nei nostri territori.
Nel Capitolo CLXXI del Libro I, al titolo “De gabella colligenda de fructibus a Civibus et Comitanensibus Civitatis Narniae”, sono elencati diversi prodotti agricoli rispetto ai quali, sulla base di pesi o misure specifiche, il Comune esigeva il pagamento di una gabella.

Tra questi, per ogni: “centenario Uvarum passarum 10 den.”, ovvero 10 denari per 100 libbre.
A parte un generico rimando ai “frutti, che si rapportano periodicamente nelle gabelle e un accenno rinvenuto nelle Riformanze comunali del 1531, circa l’offerta di uva passerina agli ospiti di rilievo, questa norma degli Statuti è l’unica conferma negli archivi locali dell’effettiva produzione di uva passa nelle nostre campagne.

Alla ricerca di nuovi documenti

Tenuto conto che i catasti e i documenti economici della Narni tardo medievale sono andati perduti, risulta difficile specificare l’entità della produzione, le dinamiche di esportazione, la precisa localizzazione dei terreni nei quali era coltivata l’uva “narnese” e l’eventuale esistenza di compagnie narnesi e di fondaci nei quali doveva avvenire lo stivaggio del prodotto. Allo stato attuale di questa ricerca dunque, la vastità e l’importanza delle coltivazioni sono testimoniate solo dalle lettere commerciali dell’Archivio Datini. Ciò non esclude che si possano raggiungere altri risultati con un riscontro più approfondito di queste lettere ed estendendo la ricerca ai Registri di contabilità e finanza degli Archivi Storici di Roma.

I Narnesi la chiamavano “Passolina”

A prescindere da ciò, tutte le fonti sono concordi nell’affermare che l’uva passa di Narni aveva acini piccoli, dolci, bianchi, privi di semi ed era chiamata dalla popolazione locale “passerina” o “passolina”, termine che ancora oggi sopravvive nel nostro dialetto.

Del vitigno “narnese” si trovano tracce anche nei secoli successivi al XIV: Sante Lancerio, bottigliere di papa Paolo III, in un minuzioso racconto circa i vini degustati da sua santità durante il viaggio dall’Emilia a Roma, passando per le Marche e per l’Umbria, testimonia che “Narni ha vino cotto et anche qualche vinetto crudo, et qui si fanno uve passoline assai”.
E l’uva passolina, di Narni e di altre località, oltre ad arricchire le tavole, era utilizzata anche in medicina, come si può dedurre dalle “Osservazioni” del celebre Girolamo Calestani, il quale peraltro, verso la metà del Cinquecento, fu farmacista nell’Ospedale di Narni e, tra “i semi necessarii” per uno speziale elencava, appunto, l’uva passa.

Durante lo stesso secolo, Leandro Alberti, in “Descrittione di tutta Italia, nella quale si contiene il sito di essa, l’origine, et le Signorie delle Città et più gli huomini famosi che l’hanno illustrata” (Venezia, 1551), scrive di Narni: “Sono questi colli per maggior parte ornati di viti, olivi, fichi & altri alberi producevoli de frutti. Anche qui veggonsi alcune topie dalle quali pendono, nei tempi idonei, l’uva Passarina (così dagli abitatori del paese nomata quella uva picciola de granelle senza acino), la qual issiccata molto artificiosamente ella è portata a Roma, & è stimata assai preciosamente, tanto quella ch’è condotta di Napoli di Romania. Vero è che quella è negra & quella bianca”. E Antonino da Sangemini, citando l’Alberti, riporta: “Questo Autore parla eziandio vantaggiosamente di quell’uva piccola senza granella dentro e della dolcezza dell’uva moscadella, che in Amelia, Narni, Geminopoli, volgarmente Sangemino, e altrove, è denominata Passarina, e come di cosa rara e stimata, così egli si esprime nella sua Descrizione dell’Italia parlando dell’Umbria e delle sue prerogative”.

L’uva passa di Narni – prodotto D.O.C.

L’uva passa di Narni, che nel Trecento era smerciata soprattutto in Provenza e due secoli dopo era considerata una peculiarità del territorio, alla metà del Seicento trovava riscontro sul mercato romano, dove era stimata al pari di quella proveniente da Corinto e dall’attuale Nauplia. Alla metà del secolo successivo l’uva “narnese” fu anche oggetto di una sorta di contraffazione, almeno stando a quanto si legge in L’Umbria vendicata negli antichi e naturali suoi diritti, Perugia, presso Carlo Baduel e Figli, 1798: “i Mercanti Italiani per lo più con l’Uva di Corinto mescolano certa picciola Uva, detta Passerino, che cresce nelle Campagne di Narni, e non ha acini”. Una pratica che sminuiva il nome di Narni a favore di altri centri di produzione ed un uso di mercato che deteriorava l’immagine della nostra uva, la quale sarà comunque ancora contemplata tra le preminenze locali nella metà dell’Ottocento.

Famosa in tutta Europa

Si hanno notizie dell’uva passa narnese anche in contesto europeo: in “Almanach du Commerce de Paris, des Departiments de la France et des principales Villes du Monde, 1837, Biblioteca Nazionale di Francia, Gallica, si legge: “grand commerce de vins de son territoire et de raisins secs, entre Terni et Narni, culture de l’uva passa, raisins sans pepin, à grains très petits, ressemblant pour la forme et le goùt au raisins dé Corinthe.”

Ciò nonostante, l’uva passa di Narni non figurerà tra le eccellenze presentate all’Esposizione Agraria, Industriale e Artistica del 1861, nella quale si scommetteva sulle diverse tipicità del territorio e quell’assenza sembrerebbe testimoniare l’inarrestabile declino oppure la scomparsa di uno storico “marchio” del quale si è perduta la memoria.

Il vitigno “Narnese” è perduto per sempre o attende solo di essere riconosciuto?

Un marchio, ovvero un vitigno “narnese” che potrebbe essere scomparso nel corso di una devastante invasione di fillossera avvenuta negli ultimi decenni del XIX secolo, anche se questa non è che una mera ipotesi. Forse il vitigno è ancora presente in qualche territorio, laddove tra i “colli sottostanti l’Appennino, nei siti aprici, si fanno vini più puri e bianchi e rossi e moscatelli”, come descrivono gli “Annali di viticultura ed enologia italiana” nel 1876. E attende solo di essere riconosciuto.


Mariella Agri – Claudio Magnosi

(Archivio Datini Prato, Fondaco di Pisa, busta n. 426, inserto 8, codice 303596. Mittenti: Calvi Guiran e Niccolaio di Bonaccorso. Destinatario: Datini Francesco di Marco e Com. Spedita da Avignone a Pisa il 22/9/1384. Arrivata a Pisa il 07/10/1384)

Corsa, bene le assemblee dei terzieri e dell’associazione

NARNI – Lo scorso fine settimana si sono svolte le assemblee generali dei terzieri di Mezule, Fraporta e Santa Maria e l’assemblea dell’associazione Corsa all’Anello (formata dal direttivo della stessa, dai consigli direttivi dei terzieri e dal collegio dei probiviri), in occasione della quale sono stati approvati il bilancio consuntivo 2019 e quello preventivo 2020. In un momento estremamente difficile a causa dell’emergenza covid, tutti i componenti dell’assemblea si sono dimostrati coesi nel raggiungimento degli stessi obiettivi, per il bene della città e della Corsa all’Anello.

“L’assemblea – ha spiegato il presidente dell’associazione Corsa all’Anello Federico Montesi – è stata molto partecipata e propositiva. I bilanci sono stati approvati all’unanimità e sono state gettate le basi per gli stati generali della Corsa all’Anello che si terranno a breve. E’ stata improntata anche la programmazione riguardante le linee guida sull’evoluzione dell’evento. Ci sono ipotesi e progetti da condividere, che rappresentano il futuro della festa. L’evento che si è svolto a settembre, il Festival delle Arti del Medioevo, ha funzionato e siamo molto soddisfatti. Siamo riusciti a mettere in scena una manifestazione compatibile con le restrizioni derivanti dall’emergenza covid, con contenuti inediti, di diversa natura rispetto alla Corsa all’Anello, ma di grande valore. La manifestazione – ha concluso –  era stata poi anticipata dall’edizione digitale di aprile, della quale andiamo ugualmente orgogliosi. Nel panorama delle feste storiche siamo gli unici ad avere offerto i due eventi, di spessore e nel rispetto delle regole. Ora guardiamo al futuro, tutti nella stessa direzione”.

Soddisfazione anche nei terzieri. Nel mese di novembre avrebbero dovuto svolgersi le elezioni per il rinnovo dei comitati. Le cariche, visto il momento di emergenza, sono state prorogate di un anno e le elezioni si terranno a fine 2021.

“I mezulani – ha affermato il capo priore di Mezule Cesare Antonini – hanno dato fiducia per un altro anno all’attuale direttivo e li ringraziamo con tutto il cuore. È una grande assunzione di responsabilità per la grave crisi che ha investito la Corsa all’Anello per l’annullamento dell’edizione 2020 causa covid-19. Per questo siamo già al lavoro per risolvere tutti i problemi che questo tsunami ha causato.  Noi siamo pronti ad affrontare qualsiasi sfida per difendere la nostra passione e i nostri valori e chiediamo il supporto totale del popolo bianconero. Noi ci siamo e anche l’associazione Corsa all’Anello ha mosso passi epocali verso i terzieri. Lanciamo un appello alle istituzioni affinché si metta in campo qualsiasi sforzo per tutelare l’evento principale della città e chiediamo anche in questa sede una profonda riflessione sul futuro della festa in onore di San Giovenale. Stati Generali o no rimettiamoci subito al lavoro per garantire il futuro della Corsa all’Anello”.

“Abbiamo deciso – ha aggiunto il capo priore del terziere Fraporta Giuseppe Ratini – di darci un anno in più. Si è trattato di un grande gesto di responsabilità. Non ce la siamo sentita di lasciare i terzieri in un momento così complicato. Dare un segnale di continuità ci è sembrato il minimo in una situazione di emergenza che si spera possa finire presto. Quello che siamo riusciti ad evincere sia dall’assemblea di terziere che da quella generale è un profondo senso di collettività, di unità di intenti, di comunità. L’associazione Corsa all’Anello è coesa e l’intenzione è quella di mettere in campo progetti in sinergia. Lasciare da parte i protagonismi e lavorare per un unico obiettivo, per la festa e per Narni è l’obiettivo di tutti e ci impegneremo al massimo per raggiungere nuovi traguardi. Ci sono tante idee da mettere in campo e nei prossimi mesi lavoreremo per questo. Il covid, ovviamente ha rappresentato e rappresenta un grave problema, ma da una parte di ha dato anche la possibilità di fermarci e di riflettere sul futuro della festa”.

“La nostra assemblea – ha spiegato il capo priore del terziere Santa Maria Danilo Regis – è stata molto partecipata e quindi ci riteniamo soddisfatti. C’è stato dibattito, condivisione di idee, confronto tra tutti i partecipanti. Siamo arrivati ad una decisione molto importante per il terziere. Abbiamo infatti fatto una proposta che è stata accolta da tutto il direttivo. Da ora in poi le riunioni di comitato di Santa Maria potranno partecipare tutti i contradaioli, non sono i membri del direttivo. Si tratta di un gesto di estrema trasparenza nei confronti di tutti i simpatizzanti del terziere. Vogliamo che tutti possano essere partecipi di quelli che potremmo chiamare comitati allargati, facendo proposte ed esprimendo le proprie idee. Il nostro auspicio è che soprattutto i giovani, che rappresentano il futuro del terziere, possano essere partecipi degli incontri. La volontà è di integrarli il più possibile, in vista di un futuro ricambio. Siamo anche soddisfatti dell’assemblea generale dell’assemblea e delle idee proposte. Siamo pronti ad affrontare il futuro, in estrema unione”.

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