Categoria: News

In questa pagina raccogliamo tutte le news relative alla Corsa all’Anello di Narni ed a tutti gli argomenti ed eventi ad essa collegati.

Cavalli nelle Giostre Medievali

Questa “conversazione” porta con sé una difficoltà già evidente nel coniugare un’argomento così vasto, pur ponendosi limiti temporali e territoriali.

Affrontando il tema per coordinate essenziali, andiamo a considerare soltanto quelle tipologie di cavalli, utilizzati in Italia nelle manifestazioni equestri come tornei, quintane, gare all’anello, pali, inoltre  termini ricorrenti saranno,” forse, si ipotizza, si crede,” perché non tutto è chiaro e condiviso.

Tra la documentazione studiata sui tornei in Italia, il professor Franco Cardini interviene nel merito lasciando la parola a Ludovico Antonio Muratori che dice: “ sappiamo da Ennodio (vescovo di Pavia +521 )  nel panegirico di Teodorico, ( + 451 ) che questo principe, affinchè i soldati e la gioventù non s’avvezzassero all’ozio, istituì finti combattimenti  con i quali teneva in esercizio la loro bravura e si dava al popolo un gustoso spettacolo”.

Abbiamo già in queste poche righe, e in felice sintesi, la compresenza di tutti quegli elementi che andiamo cercando e che ci servono.

Lo stesso Muratori, però, ipotizza che il torneo fosse stato introdotto dai francesi dopo 1266, con la conquista dell’Italia meridionale da parte degli Angioini di Carlo d’Angio, nella battaglia di Benevento che li vide contrapposti agli svevi di Manfredi di Sicilia figlio di Federico II.

Ancora, in un intervento, il professor Duccio Balestracci ricorda che:

“le prime testimonianze italiane di tornei, risalgono a ben prima della spedizione angioina, infatti le cronache pisane della guerra delle Baleari, combattuta tra il 1113 e il 1115, ricordano Ugo Visconti, che morì in quella guerra, del quale si dice che primeggiava fra gli altri cavalieri della sua città in “hastarum ludibus e nei cursibus equorum.  E possiamo fermarci a queste tre ipotesi, rimandando al ulteriori approfondimenti.      

 Ma chi erano i cavalieri? E chi si cimentava in  questi giuochi?

Pur tenendo in grande considerazione il torneo “come simulazione della guerra” descritto efficacemente in “homo ludens” di Huizinga e altrettanto efficacemente troviamo rappresentato in  Guglielmo il Maresciallo” di Georges Duby , si distinguono due manifestazioni che ci interessa raccontare; il palio e la giostra.

Questi giuochi richiedevano una buona forma fisica, un regolare allenamento e un’individuale abilità a maneggiare la lancia. Nelle società comunali la classe più impegnata nel partecipare ai giuochi era sicuramente la classe magnatizia, in genere con titoli nobiliari e ancora più chi in città deteneva una posizione influente.

Fra i tanti, come esempio, Giovanni di Bernardone di Assisi, meglio conosciuto come Francesco , e Durante Degli Alighieri meglio conosciuto come Dante. Giovani rampolli di famiglie arricchitesi spesso con il commercio. Questi due esempi famosi, sappiamo che furono investiti cavalieri tanto da partecipare in questo ruolo, alla guerra tra Assisi e Perugia nello scontro di (Collestrada fine 1100) e alla guerra tra Firenze ed Arezzo a ( Campaldino 1289).

 Torneo e giostra rappresentano, dunque, la valvola di sfogo per una gioventù turbolenta, pericolosamente armata, vogliosa di mettere in mostra la propria grandezza familiare e che, quando non ha una guerra vera da combattere, deve pur dar prova della sola cosa che sa fare: menare le mani. Questi sono i protagonisti!

Dove si svolgono?

In tutta Italia. Nel nord, al centro caratterizzato dalla presenza di un forte ceto borghese nelle società comunali, e al sud normanno – svevo.

Come si svolgono?

Come abbiamo detto, l’abilità a combattere in sella ad un cavallo si acquisisce attraverso alcuni esercizi che possono essere considerati parenti stretti del torneo, si sviluppa allora quella forma di giuoco che consiste nel colpire con la lancia un manichino o nell’infilare la punta stessa della lancia entro un anello sospeso a mezz’aria. Si tratta come si vede, di un esercizio che deve sviluppare nel cavaliere la mira e la sua forza nell’infliggere il colpo di lancia all’avversario.

Le similitudini con il torneo-giostra sono ampie, nel caso della quintana oltre ad evitare di essere disarcionati dal contraccolpo del bersaglio, è importante colpirlo in certe parti, a ciascuno delle quali corrisponde un punteggio. Il giuoco dell’anello è soprattutto un esercizio di mira poiché l’anello da infilzare e da vincere è un cerchio d’argento sostenuto in aria da due corde, a loro volta attaccate ad una fune tesa tra due palazzi. Quintana ed anello si trovano non di rado collegati con il palio dei cavalli.

Il palio si corre ovunque, nelle piccole come nelle grandi comunità, molte sono le occasioni per organizzare un palio, dalla festa patronale, al carnevale, alla festa di una corporazione. Il palio ha bisogno di uno spazio particolare dove potersi svolgere. Occorrono strade ampie e lunghe dove il pubblico possa assistervi in sicurezza. A Genova si corre lungo il mare, a Roma si sceglie quella strada che ancora oggi porta il nome di Corso. A Siena, infine, al palio alla “lunga” si affiancherà un altro palio che ha come protagonisti i cavalli delle contrade che si svolgerà nella piazza del Campo.

Quali erano allora i cavalli che venivano utilizzati nelle manifestazioni descritte. Sappiamo o meglio non sappiamo come venivano classificati i cavalli, al quel tempo genericamente si dividevano in cavalli da guerra, destriero o corsiero, da sella palafreno, da tiro o da soma, ronzino. Presumiamo che per quintana e anello venissero utilizzati cavalli come il destriero o palafreno più maneggevoli ed addestrati. Possiamo anche azzardare che potessero misurare al garrese una misura tra i  150 – 160 cm.

Ma in ordine all’aspetto morfologico ed alla misura al garrese, confrontando le rappresentazioni artistiche di monumenti equestri, e le ipotesi poste, può sorgere il sospetto che qualcosa di non chiaro ci sia.

 Quali sono all’ora  i monumenti in questione ?  

In ordine cronologico:  1350, Cangrande della Scala.   1363 – 1350, Barnabò Visconti.                                 1436 – 1363, Giovanni Acuto. 1450 Erasmo da Narni – 1463, Il Gattamelata. 1480  – 1450, e Bartolomeo Colleoni.

Ora tralasciando Cangrande, che appare in fattezze realistiche e congrue, gli altri sembrano smentire le conclusioni morfologiche ipotizzate, a meno che non assumiamo come convincenti le osservazioni degli specialisti che affermano, nel caso del monumento equestre del Gattamelata, ma valide per tutti, che  “ Donatello realizza un animale massiccio, molto potente, dove facendo un rapido confronto si vede chiaramente che le proporzioni del cavallo sono doppie rispetto a quelle del condottiero, lo scultore  vuole mettere in risalto così, il valore del Gattamelata, il quale con le sue abilità riesce a domare anche cavalli selvaggi e giganteschi.” In sostanza il monumento, più che una rappresentazione realistica, sembra suggerire una rappresentazione politica.

I cavalli che corrono il palio sono invece cavalli selezionati, ricercati nei migliori allevamenti e pagati fior di quattrini. Già a partire dalla metà del Duecento a Padova, nel palio che si corre l’undici di luglio, possono partecipare solo cavalli che non abbiano valore inferiore a 50 lire o libbre e che sono stati stimati da un pubblico ufficiale o da un fiduciario del Podestà. Per il palio di Verona a sua volta, si richiedono esplicitamente cavalli che siano sani e che non abbiano riportato infortuni. Nella città di Narni il palio aveva inizio fuori dalle mura cittadine fino a raggiungere una colonna posta nella piazza principale dove era collocato. Potevano partecipare solo cavalli, erano esclusi giumente e ronzini. I cavalli che partecipano alla corsa, in genere, vengono esaminati in precedenza e, onde evitare brogli o sostituzioni durante lo svolgimento, vengono segnati. A Terni nel Quattrocento, le regole sono severe. Dopo che è stata bandita la corsa, chi vuole partecipare deve recare il proprio cavallo presso il palazzo dei Priori. Là il cancelliere registra l’animale mettendo per iscritto, in un documento, il mantello, segni particolari, il nome del padrone e il soprannome del fantino.  I cavalli migliori, del resto, non si limitano a gareggiare in una sola località ma, al contrario, vengono impegnati nei vari pali che si corrono nelle piazze più importanti. A Terni nel Quattrocento, concorrono cavalli che vengono da tutta l’Italia centrale (Perugia, Foligno, Urbino, Rieti, Roma, Narni, Città di Castello, Todi, Amelia ,ecc.). Frequentemente, i proprietari dei cavalli migliori sono gli aristocratici. Fra quelli che iscrivono i loro al palio di Terni, troviamo i Baglioni, Savelli, Trinci e Malatesta. Possedere cavalli, curarli e indirizzarli alle varie piazze nelle quali si disputa il palio è una occupazione che impegna seriamente e personalmente alcuni di questi personaggi. Lorenzo dei Medici ( 1449 -1492 ) è capace di andarlo a cercare fin dentro le stalle di Ferrante di Aragona (1458-1494 ) re di Napoli che, con i Gonzaga e i Malatesta, risultavano essere i migliori allevatori di cavalli da palio. Le scuderie medicee ospitavano cavalli famosi come: Sfacciatello, Gentile, Gazzellino, e soprattutto la famosa Lucciola, uno dei cavalli, un berbero, più veloci dell’epoca, la metà del Quattrocento. Il costo di uno di loro può attestarsi su cifre ragguardevoli: Lorenzo acquista, un leardo pomellato ( grigio )  di cinque anni per la cifra di 200 fiorini d’oro (700gr.circa).

Come si è visto non compare in nessun caso, salvo Lucciola cavalla berbera, indicazione di razza. Questo perché nei documenti si ha la descrizione del nome, del mantello, del proprietario, e a volte della provenienza. Possiamo dire però che le corse al palio avevano bisogno di cavalli veloci, forti, nevrili che primeggiassero ovunque. Il duca di Mantova nel Quattrocento possedeva 300 cavalli di cui 100 berberi o turchi. Il cavallo, generalmente chiamato arabo si diffonde in Italia, prima con i commerci di Venezia, poi con gli arabi in Spagna, con le crociate ed infine subentra con gli aragonesi .

 In conclusione sui tipi di cavalli :

 sappiamo che, storicamente, l’Italia è stata sempre un crocevia di culture, migrazioni, e scambi grazie alla sua posizione strategica al centro del mediterraneo. Allo stesso modo anche i cavalli hanno subito movimenti, scambi, incroci. Per ricostruire la storia delle razze italiane, in mancanza di documenti, l’uso delle loro caratteristiche morfologiche è insufficiente e oggi con l’utilizzo delle più moderne tecnologiche che si basano su l’analisi genomica è possibile conoscere la loro origine.

Grazie ad uno studio portato avanti da ricercatori italiani della università di Perugia, Pavia e Roma, analizzando circa 400 cavalli è emerso che, la differenza genetica tra le diverse razze è piuttosto bassa e che l’influenza dell’arabo sulle nostre linee materne sia del tutto marginale, confermando il fatto che è soprattutto con l’incrocio di stalloni arabi più che con l’uso di fattrici, che è stato introdotto in Italia sangue arabo.

Quindi nonostante che, da un punto di vista delle caratteristiche morfologiche le diverse razze italiane si differenzino fra loro anche considerevolmente, da un punto di vista genetico hanno molto in comune. Sono derivate dall’introduzione di cavalli nel nostro paese che provenivano dall’Asia e dall’Europa e, solo nel caso che questi cavalli si siano trovati a isolarsi dal resto della popolazione a causa di barriere geografiche, si è riusciti ad individuare anche una chiara separazione genetica.

Tra le razze esaminate la maggiore variabilità genetica è stata individuata nel Maremmano e nell’ Anglo Arabo Sardo mentre il valore più basso nel Monterufolino

( Toscana Pisa ).

Marco Carlini

Dal Medio – Evo all’Olio Evo, la cultura medievale dell’olio a Narni

“…Madonna Gentile di Somarello donò al monastero una croce d’argento dorato con bottoni d’argento, un oliveto con molino situato sotto l’ospedale e vicino ai beni di S. Bernardo e di S. Francesco, desiderando la testatrice che si rivedessero bene i confini dell’oliveto posto tra S. Bernardo e S. Maria[1]

(Memoria di frate Andrea Jucoli di Narni, priore del convento di S. Maria Maggiore, riferita all’anno 1379 riportata dal Brusoni nel manoscritto “Documenti sopra la città di Narni”, del sec. XVIII).

Questa semplice annotazione, porta ad una miriade di considerazioni.

Ben due oliveti, possiede la donna (e già questo aprirebbe un’ampia discussione sulla situazione femminile nel medioevo) addirittura con mulino.

Possedere un mulino, sopratutto ad acqua, nel medioevo è un po’ come possedere una grande azienda con i macchinari che consentono di sostituire la manodopera. Nato comunque prima di Cristo (il più antico esempio di mulino ad acqua figura intorno al 18 a. C. a Cabira, nel Ponto), si diffuse lentamente, sia a causa del costo elevato quando la manodopera costava poco più di zero, che dell’installazione in zone specifiche (fiumi, che oltretutto non subissero secche o gelate) che non tutti potevano avere, e non ultime le numerose guerre. Di conseguenza tutti i mulini ad acqua erano di origine signorile e molti dipendevano da monasteri. Non a caso, il mulino oggetto di testamento è situato tra i beni di Chiese che erano, e sono, disposte sul versante che scende degradando sul Narico (il Nera riportato negli Statuti)… Probabilmente la pressione sull’acquisizione del bene è tale da far decidere la testatrice a cedere il mulino, anche se dopo la sua morte, in cambio della revisione dei confini dell’altro oliveto. Perché anche possedere un oliveto è sinonimo di ricchezza, molta ricchezza.

La coltivazione dell’olivo, e conseguentemente la produzione dell’olio, segue le sorti dell’impero romano, il cui sistema alimentare era fondato sulla “triade di valori produttivi e culturali che quelle civiltà avevano assunto a simbolo della propria identità” (“La fame e l’abbondanza. Storia dell’alimentazione in Europa” M. Montanari, 1997) composta da cereali, vite, olivo.

Roma diffuse in tutto il suo impero, dove ovviamente le condizioni lo permettevano, la coltivazione dell’olivo così come il consumo dell’olio. Parimenti, con la sua caduta entrambi andarono scemando in tutta Europa.

Ma anche per altri motivi. Vero è che i barbari che affondarono l’impero, nello stesso modo portarono le proprie usanze alimentari che non conoscevano l’olio, ma solo grassi animali come il burro e il lardo che lo soppiantarono, ma non è vero, che la cucina romana non conoscesse anche l’uso ed il consumo dei grassi animali, come la “succidia”, carne salata, sorta di precorritrice della famosa “carbonata” di Mastro Martino, vale a dire lardo o meglio ancora pancetta cotta.

L’uso dei grassi animali prevalse quindi su quello dell’olio, per due motivi, sia perché era molto più facile ed economico il loro reperimento, sia perché culturalmente l’olio veniva identificato con la civiltà romana. Paradossalmente però proprio quest’ultimo punto lo portò pian piano a “risorgere”. Olivo ed olio, vennero a questo punto indistricabilmente associati al Cristianesimo, sia nei riti che nella simbologia, ritrovando importanza man mano che la religione si diffondeva. Sempre più olivi vennero piantati in prossimità delle Chiese, per avere la Palma Benedetta e per ricavare l’olio, che non solo era indispensabile per i giorni di magro, che tanto influenzavano la dieta monastica e non solo, ma anche per essere usato nei riti e nell’illuminazione.

Gli oliveti abbandonati, rifiorirono nelle zone dove erano più facili da gestire, nelle regioni dal clima e territorio più propizi, in Italia centrale e in Liguria, dove era forse la cultura più prospera e remunerativa.

L’olio rimase comunque un prodotto per classi agiate e ambienti monastici, nelle classi inferiori veniva usato solo in ricorrenze particolari, sottolineandone in tal modo, la ricchezza. Teofilo Folengo, tra i principali esponenti della poesia maccheronica, ancora nel 1500 descrive il contadino Picada che versa l’olio a piccole gocce nell’insalata dalla fiaschetta tenuta da parte per le grandi occasioni…[2]

E’ facile pensare allora quanta ricchezza possa essere stata prodotta dalla Narni del tardo medioevo. Il versante collinare sul Nera pullula di oliveti, come testimonia la Memoria del Priore di S. Maria Maggiore, la riva del fiume di mulini, ampiamente dimostrati dagli Statuti dei quali qualche traccia è presente ancor oggi, la presenza del porto di Stifone, per la veicolazione dei prodotti, tramite le caratteristiche “sandalae”  (G. Bolli), con scafo  a fondo piatto e lunghezza limitata,[3],sono una testimonianza inconfutabile della ricchezza del mercato dei prodotti dei mulini narnesi. Ricchezza che giungeva a Roma, dal Nera al Tevere, lungo quella splendida “strada” di acqua utilizzata a lungo nei secoli…

Olio, farine, carta, panni, funi, tegole e mattoni, canapa… Già nel medioevo ai piedi di Narni, sorgeva quella che potremmo definire un’”industria fiorente”!

Non a caso gli articoli che gli Statuti dedicano all’Arte dei Molendini, sono i più numerosi e dettagliati in assoluto, a dimostrazione dell’importanza dell’Arte (che merita un “Racconto delle Pergamene” specifico). In essi si normano le misure per la struttura del mulino, il salario dei mugnai, i controllori del rispetto delle norme ed i loro salari, il divieto di corruzione, la volontà di protezione e di incremento dell’Arte con la garanzia dell’incolumità di chi andava a macinare ed il divieto di andarvi in altre località, soprattutto la nemica Terni, nonché la volontà di disciplina delle norme riguardanti cause dell’Arte perché ancora troppo indefinite ed infine, fra le tante altre, l’esenzione, parziale o totale, denotante un’importanza pressoché unica in tutti gli Statuti, dalle norme per due particolari mulini, Polletra e Cerasae….[4]

Uno in particolare riguarda esclusivamente il “mulino per le olive”, cioè l’articolo CXXXVI del Libro III:

Inoltre stabiliamo che, nessuna persona permetta che l’acqua delle olive esca, o fluisca, o scorra per qualche via pubblica della città di Narni, ma quello del quale è il mulino, o il locale del Molino faccia, e curi, a sue spese, di mandare la medesima acqua sotto terra, e la ricopra in modo tale, che non appaia sopra la via. Quello, che abbia trasgredito, paghi alla Camera, come condanna, 100 soldi cortonesi, e chiunque possa denunciare ed accusare i trasgressori, e gli sia dato credito.

Aggiungiamo che, qualche tintore, o proprietario del mulino delle olive non possa fare defluire il pastato, o l’acqua del vascello, o delle olive sopra la terra, presso qualche Porta, dove si riscuote la gabella, né presso la stessa Porta a 15 pedali. E sulle cose predette, e qualcuna delle predette si stia alla parola, e alla relazione dell’ufficiale del signor Vicario, e si abbia per piena prova.

Si evince facilmente che i frantoi, o “mulini per le olive” erano presenti anche in città e in numero considerevole se è sorta la necessità di limitarne la defluizione delle acque di scarico. L’olio era la ricchezza di ogni casa, tanto che molte ne avevano di propri, con spinta da uomo o animale, o al massimo di vicinato, tanto che ancora oggi se ne possono trovare nelle abitazioni, denotando ancora una volta, una notevole prosperità diffusa.

Ne emerge anche un’altra nozione circa il modo di lavorazione che sembra non differire da quanto noto… il pastato potrebbe corrispondere alla nostra sansa e l’acqua del vascello quella di scolatura e ripulitura dei fiscoli.

E quindi, una volta ottenuto l’olio?…

Gli Statuti non riportano ricette gastronomiche ovviamente, ma sicuramente danno un’immagine di quanto il prodotto sia caro alla città.

L’Articolo LII del Libro III vieta ai pizzicagnoli, di fare incetta, per la rivendita di formaggio, uova, polli, uccelli e altra cosa commestibile, all’infuori di pane, sale, olio, fichi secchi, carni e pesci salati, pena 40 soldi cortonesi. La prima associazione è quella di bene di prima necessità, data la comunanza a pane e sale, non sfugge tuttavia l’accostamento anche a fichi secchi e pesce e carne salata, cibo indispensabile in caso di assedio, e in questo caso l’olio avrebbe anche la funzione di “arma da difesa”, anche se visto il notevole costo, appare più probabile l’utilizzo in sua vece di acqua bollente.

L’olio era inoltre usato nella lavorazione della cera per torce, candele e quant’altro, anche se non avrebbe dovuto. L’articolo CXXIV del Libro III, vieta infatti l’utilizzo della morchia dell’olio mischiata alla cera.

In una sorta di tema tanto caro al medioevo quale la “Battaglia fra Carnasciale e Quaresima” insomma, l’olio in tavola, potrebbe essere il simbolo del mondo alla Rovescia, una volta simbolo di Quaresima, per la religione, così come burro e lardo lo sono per l’abbondanza tipica del Carnasciale, e subito dopo simbolo del Carnasciale, per la ricchezza che lo relega solo alle classi più abbienti, mentre le povere si devono accontentare dei grassi animali. Nella religione è simbolo sacro, benedizione divina, sapienza, amore, elezione divina e Spirito Santo. Per la società indubbiamente simbolo di ricchezza, tanto che ancora esiste il detto popolare, “Chi vuol fare invidia al suo vicino pianti l’olivo grosso e il fico piccolino”. Sicuramente a Narni, dove ancora è forte la tradizione e l’amore per l’olio “buono”, l’olio è tutto ciò, ed anche di più. E’ simbolo che posto sulla porta della taberna, autorizza l’oste a vendere vino, ma è addirittura “il” Simbolo della Città, rappresentandola alla Prima Esposizione Nazionale del Regno d’Italia nel 1861. (Contributo di Claudio Magnosi). E’ “Storia”.

Patrizia Nannini


[1] E. Martinori, Cronistoria Narnese, Editoriale Umbra, Terni, 1987.

[2] E.Carnevale Schianca, “La cucina medievale – Lessico, storia, preparazioni”, Florencia, Leo S. Olschki, 2011.

[3] M. T. Caciorgna, La ricchezza scorre a fiumi, Articolo tratto da Medioevo n. 9, Settembre 1999.

[4]LIBRO I.

Cap. I. Dei Molinari e dei Molini, e dell’ordine dei Molinari.

Cap. II Della molitura, la quale debbono ricevere i Molinari in grano, che macinano.

Cap. L. Degli screzi, e questioni da terminare tra i Comproprietari, Proprietari dei Mulini e coloro che hanno le proprietà in Fluminata.

Cap. CXVI Che coloro che vengono a Narni per macinare vengano salvi e sicuri.

LIBRO II

Cap. XXVIII Della riparazione di qualche Casa, Mulino, o Edificio comune tra alcuni comproprietari.

Cap. LVIII Che da qualsiasi dei Molini diventati inservibili non sia pagata la dativa.

LIBRO III.

Cap. LIV. Che nessuno tagli legna, o guasti le macine di qualche Molino.

Cap. CXXXVI. Dell ‘acqua dei mulini delle olive che non fluisca per la città di Narni.

Cap. CXXXIX. Che nessuno cittadino, o Comitatense vada a macinare ad altri mulini, se non a quelli dalla città di Narni.

Cap. CLV. Che nessuna persona vada, o mandi a macinare a Terni.

Corsa, il 5 settembre si disputerà la giostra equestre

NARNI – L’Associazione Corsa all’Anello ha ufficializzato la disputa della Corsa all’Anello al Campo de li Giochi domenica 5 settembre alle 18. La gara equestre, quindi, si farà ed i cavalieri dei terzieri di Mezule, Fraporta e Santa Maria torneranno in campo per battersi e conquistare l’ambito anello di argento. Dopo due anni di fermata, a causa dell’emergenza covid – 19, torna quindi una delle giostre equestri più belle d’Italia, clou della manifestazione “Secondo Aevo” che inizierà il 27 agosto con tanti eventi.

E sabato 10 luglio inizierà il percorso che porterà all’attesa gara equestre del 5 settembre, con le visite ai cavalli delle tre scuderie. Ogni terziere potrà sottoporre alle visite 6 cavalli (18 complessivi) e quest’anno, per aggiungere un importante tassello alla cura ed all’attenzione che sia le scuderie, sia l’Associazione Corsa pongono nei confronti dei cavalli, verrà effettuato un prelievo di sangue a sorteggio ad un cavallo per terziere, valido come test antidoping. La commissione veterinaria è stata confermata e sarà formata dal professore dell’Università di Perugia Marco Pepe, dalla veterinaria della Fitetrec Stephanie Rouge e dal dottor Guido Castellano.

 Si procederà, poi, con tre prove ufficiali prima della giostra equestre che si terranno al Campo de li Giochi. La prima si terrà domenica 8 agosto alle 17, la seconda sabato 21 agosto alle 17 e la terza venerdì 3 settembre alle 17.

 “E’ una grande soddisfazione – ha affermato il presidente dell’Associazione Corsa all’Anello Federico Montesi – poter finalmente tornare con la Corsa al campo. Il mio ringraziamento va ai terzieri per aver ripreso in pieno le attività ed aver mantenuto in vita ed in piena efficienza le scuderie, nonostante tutte le difficoltà legate all’emergenza covid – 19”.

 “Siamo indubbiamente molto felici – hanno spiegato i responsabili della segreteria tecnica dell’Associazione Corsa all’Anello Filippo Miliacca e Giovanni Cipiccia – del ritorno in campo de cavalieri che dopo lungo tempo torneranno a disputare la Corsa all’Anello. La possibilità di correre è davvero preziosa e rappresenta un ritorno alla normalità che attendevamo da tempo. Il Campo de li Giochi è stato già sottoposto a manutenzione e nelle prossime settimane verrà preparato sia per le prove che per la gara equestre, in modo tale che potrà presentare le migliori condizioni possibili per la disputa della Corsa. Per quanto riguarda il numero dei posti a dispisizione e la vendita dei biglietti – hanno concluso –  verranno date a breve tutte le comunicazioni necessarie, seguendo il corso dell’emergenza covid e dei decreti del governo ad essa collegati”.

L’appuntamento è quindi per il 27 agosto con Secondo Aevo che si concluderà il 5 settembre con la Corsa all’Anello. E finalmente sarà di nuovo “Cavalli agli stalli”.

Narni e gli Ospitalieri di San Giovanni

Narni e gli Ospitalieri di San Giovanni

Una Croce maltese

In cima alla parete, ove posa la cattedra, si praticò una fenditura a foggia di croce maltese”: è l’inciso con il quale Giovanni Eroli nel 1898 (Descrizione delle chiese di Narni), parlando della chiesa di santa Maria di Visciano o santa Pudenziana, apriva spazi infiniti sulla presenza dei Gerosolimitani, ovvero di quei monaci e cavalieri di san Giovanni di Gerusalemme, – poi di Rodi e di Malta -, che un tempo erano nella Terra di Narni.
Quindi di quegli Ospitalieri di San Giovanni che per disciplina si dedicavano ai malati e ai pellegrini che transitavano per la ‘strada romana’, e il cui presidio non era distante dalla chiesa di Visciano.

L’Ospedale di Plaiano

Infatti, partendo da Visciano, superato il castello di Borgaria fino alla via Flaminia, a salire verso Itieli, un tempo si incontrava l’Hospitale de Narnia cum Cappella sancti Thomae, et omnibus suis pertinentis (Collectio Bullarum), ovvero la chiesa di San Tommaso con tutti i suoi beni che nel 1158, sotto papa Adriano IV, era sottoposta al Capitolo Vaticano.
Dalla località in cui sorgeva, la chiesa era detta di san Tommaso “de Plaiano”, oggi Piaiano, termine che può rispondere a “Plojano” indicato nel 1224 in una lettera di papa Onorio III ai canonici di Narni.

In seguito era anche indicata l”“ecclesia sancti Nicolay de Narnia cum hospitale, que antiquitus dicebatur ecclesia sancti Thome”, a definire la chiesa di san Nicola che in passato era detta di san Tommaso, come ricostruito da Mirko Stocchi ne “Il Capitolo Vaticano e le ‘ecclesiae subiectae’ nel Medioevo”, Edizioni Capitolo Vaticano, 2010.

Ne risulta che sia l’antico titolo di san Tommaso che quello più recente di san Nicola identificavano la stessa struttura, che tuttavia sarà meglio nota come Ospedale, ossia Casa, Custodia o Commenda di san Tommaso di Plaiano.

Un complesso di fabbricati e di terreni individuato tra i due attuali poderi di Piaiano, non lontano dalla via Flaminia, in una vasta estensione che forse si allineava ai ‘ruderi di san Nicola o san Niccolò‘, e ai resti di un perduto acquedotto (Cartografia IGM, – Contributo di Marco Bartolini). La fontana di San Nicolò, che si incontra lungo la via per Itieli, per il sito e nella denominazione può testimoniare quella struttura, che poté vedere il perugino Giacomo Mansueti, vescovo di Narni dal 1232 al 1260, e cavaliere gerosolimitano, o di Rodi, come da scrittura di Ferdinando Ughelli, in “Italia Sacra”, edita nel 1643.

La Commenda

Nel 1373 la Custodia di Plaiano fu sottoposta a verifica per ordine di papa Gregorio XI, al pari di altri Case dell’Ordine di san Giovanni, delle quali ha trattato Anthony Luttrell nel 1985, nel noto “The Hospitallers around Terni e Narni 1333-1373”, che si legge nel Bollettino Deputazione Storia Patria per l’Umbria. Tuttavia quella ispezione non dovette subire esiti negativi, infatti nel 1420 la struttura risultava operativa, e al momento era guidata dal commendatario Francesco Menici (L. Araldi, l’Italia nobile, 1722 – Altri), il quale agiva in piena autonomia.

Indipendenza che comunque doveva confrontarsi con un territorio in cui insistevano altri Ospedali; e purtroppo scontrarsi con un riposizionamento interno all’Ordine che vantaggiava la Commenda di Orte.
Per cui nel 1453 “Sancti Thome de Narnea” era tra quelle sedi che dipendevano dalla Precettoria ortana di san Matteo, o san Masseo (Luttrell-  AA.vv -Contributo di Emanuele Orrù): in tal modo si certificava l’avvenuta decadenza della Casa di Narni, la cui Commenda poteva in ultimo interpretarsi come un insieme di beni da sottoporre a profitto e a tassazione.

Giacomo Bonriposi

Il passaggio nell’orbita ortana, che nei fatti spegneva l’Ospedale narnese, si verificò durante il periodo in cui il perugino “Giacomo dei Mansueti fu Cavaliere dell’Ordine Gierosolimitano, e l’anno 1436 hebbe la Commenda di s. Luca in Perugia, con titolo di Arcipriore, la quale resse molti anni, e poi meritò essere promosso al Vescovato di Narni, con particolare allegrezza di quel popolo, che havea piena notizia della sua esemplare bontà e Religione”. Come scriveva nel 1648 Cesare Crispolti, in “Perugia Augusta”, confondendo però il casato di Giacomo, che rispondeva alla famiglia dei Bonriposi (Ughelli -Brusoni, msc. Bibl. Narni).

Giacomo Bonriposi, vescovo di Narni dal 1418 al 1455, svolse incarichi per i papi Martino V ed Eugenio IV, e nella città natale fu Commendatario degli Ospitalieri di san Giovanni nella chiesa di san Luca, mostrando così la sua ‘Religione’ giovannita a Perugia e a Narni.

Altre Custodie degli Ospitalieri di san Giovanni a Narni

Nella diocesi di Narni tracce di quella Osservanza, individuate tra i secoli XII e XV, si possono leggere in un’area più estesa, a iniziare dalla chiesa di santo Stefano sulla via di Collescipoli: Pietro Lunel, vescovo di Gaeta e visitatore apostolico la considerò “ordinis Sancti Ioannis Jerosolimitani” (Archivio Vescovile, 1571). Di quello stesso Ordine della chiesa di san Simeone nel territorio di Narni, di cui non si colgono altri elementi di riscontro.

Circa la presenza dei Cavalieri di Gerusalemme sono da verificare anche quei “segni” che si incontrano nel centro di Narni, e che attestano accoglienza e protezione, come la raffigurazione della Madonna del popolo o della Misericordia, caratterizzata da una particolare croce, che appare nella chiesa di san Francesco. E come l’affresco di san Giorgio, quale cavaliere crociato nell’atto di sconfiggere il drago, che si vede nella ex chiesa di santa Maria Maggiore, o san Domenico.

Una spada nella roccia

Dati storici e suggestioni a chiudere un racconto sulle presenze gerosolimitane, e in particolare sugli Ospitalieri di San Giovanni che furono di stanza a Narni e che “rivivono” nella strada per Itieli, verso la fontana di san Nicolò. Mentre nel circolare sentiero del Censo, che fronteggia l’abitato itielese, inaspettatamente appare una spada nella roccia, a evocare quelle Fraternite di monaci cavalieri che sapevano declinare l’assistenza e la difesa in armi.

La spada, inserita in tempi recenti, dimostra lo spirito di Itieli, che sa recuperare le antiche memorie.
Così come sa immegersi nel passato la chiesa di santa Pudenziana, che oggi accoglie una ripresentazione di Cavalieri crociati a custodia del luogo, quasi a proseguire una missione che forse non si è mai fermata da quando “si praticò una fenditura a foggia di croce maltese”.

Claudio Magnosi

Il Corteo Storico Medievale a Narni

Fiore all’occhiello della nota rievocazione storica Umbra

F.I.G.S. il bollino di garanzia delle rievocazioni storiche italiane

Il Corteo Storico Medievale di Narni è uno dei fiori all’occhiello della Corsa all’Anello.

I giochi che, come Narni, fanno capo alla Federazione Italiana Giochi Storici, rappresentano le migliori e più antiche tradizioni popolari del nostro Paese. Si tratta di eventi davvero straordinari e unici nel loro genere.
Nella ricostruzione dell’ambientazione storica che si sviluppa per ciascun gioco, vi è la massiccia partecipazione attiva di persone di ogni ceto sociale senza distinzione alcuna, con cittadini ed ospiti particolari che diventano attori creando scenografie irripetibili altrove.
Eventi che costituiscono una ricchezza enorme, autentici giacimenti culturali da coltivare e sviluppare razionalmente[1].

Gli elementi essenziali per ambire ad iscrivere una rievocazione storica alla F.I.G.S. sono essenzialmente tre:

  • avere un profilo sportivo sotto forma di competizione
  • costumanti che generalmente sfilano in un corteo storico medievale
  • in ultimo, una capacità allestitiva di scene, situazioni, ambientazioni, rappresentazioni teatrali.

Questi sono gli ingredienti principali della ricetta che crea la festa, la quale ha bisogno però di un elemento ulteriore che le faccia assumere una legittimazione definitiva. Quel tocco in più è la dimensione “storica” di un passato attentamente scelto e «opportunamente selezionato» tra i tanti passati possibili[2] potremmo dire con le parole di Hobsbawm[3] e, quasi sempre, nel centro Italia è l’età medievale.

Il grande Corteo Storico Medievale di Narni

Nel caso di Narni, all’interno di tutto il programma della Festa, il grande corteo storico Medievale del sabato che precede la Corsa all’Anello è sicuramente l’evento che attrae il maggior numero di spettatori.
Ammassati sulle  transenne, opportunamente collocate lungo le vie e piazze principali, creano lo spazio dove va in scena il corale travestimento a scopo rituale, composto da oltre mille costumanti.
Credo possa essere esteso il ragionamento sviluppato da Laura Bonato sulla pratica del cosplay[4] anche ai cortei storici, sebbene differenti siano i modelli di riferimento cui si tende. Se requisito importante del cosplayer (colui che si traveste) è rendere riconoscibile il suo personaggio agli occhi di un soggetto altro, è necessario stabilire a priori un campo di gioco comune dove osservatore e osservato condividono gli stessi modelli e, nell’ambito di un contesto territoriale e sociale definito l’utilizzo di determinati simbologie, colori, suoni, permette un riconoscimento.

A differenza di altri momenti della festa che hanno un carattere più “intimo” nella vita di un  terziere ( le tre parti in cui è divisa la città) come il battesimo o la messa per i defunti oppure la cena detta “propiziatoria” che ogni rione consuma pochi giorni prima dell’inizio dei festeggiamenti e dove si invocano insieme la fortuna e il santo, il passaggio di un terziere nel grande corteo storico medievale di Narni è al contrario il momento massimo dell’esporsi, del mostrarsi agli altri e per poterlo fare è necessario distaccarsi dalla moltitudine del pubblico e differenziarsi da questo attraverso un atto di “vestizione”, attraverso abiti adatti, per diventare conte, cavaliere, dama, uomo d’arme…

Il riferirsi all’atto di incarnare il personaggio come una ‘vestizione’ (e non un generico ‘vestirsi’) evidenzia un cambiamento di abito che è formale, che è un mutare di habitus; evoca cioè un passaggio rituale (si pensi alla vestizione del torero, del sacer­dote…) che rischia di essere inesistente o non percepibile nell’immaginario contemporaneo del carnevale banalizzato e infantilizzato di oggi.
Come dire che gli attori delle rievocazioni, dosando i termini, riconoscono rilievo ceri­moniale, ethos rituale alle loro azioni, specialmente a quelle che li trasforma­no nell’alterità desiderata. E proprio perché questo incarnarsi in un’alterità va preso sul serio mi pare generico, riduttivo, tautologico qualificarlo come ‘coin­volgimento emotivo’. Se invece lo accostiamo alle mutazioni, alle metamorfosi che il carnevale istituisce, gli riconosciamo una densità psicoculturale specifi­ca, che la storia e i contesti diversi si peritano di far variare.[5]

“Vestiti”, seguendo un preciso ordine di “apparizione stabilito dal responsabile del corteo di ogni terziere, si può tornare dov’è la folla, ma non tra folla stessa, in uno spazio preciso, stabilito e ritagliato, in uno spazio liminale dove si è sospesi tra realtà e finzione, dove non c’è contatto con chi assiste al passaggio del corteo, perché cercare con lo sguardo volti conosciuti o rispondere anche solo con sorrisi accennati a una voce che chiama o che fa un complimento, è sanzionato, e fa perdere punti sulla valutazione dell’esibizione.

Tra la folla si torna solo alla fine, il giorno dopo, quando lo stesso corteo dopo aver accompagnato al campo dei giochi i cavalieri giostranti, torna in piazza, con o senza l’anello che era il palio, per assistere alla lettura del bravio[6] e, se ha ottenuto un punteggio superiori agli altri, viene premiato.

Si rintraccia la sequenza che Arnold Van Gennep all’inizio del secolo scorso aveva postulato nei riti di passaggio[7], di iniziazione e stagionali: la separazione, la transizione e la riaggregazione.

Quando l’abito fa il monaco: la simulazione imperfetta del corteo storico medievale

Ognuno dei partecipanti al corteo storico medievale nel momento che indossa uno degli abiti creati in sartoria, assume, anche se per un tempo limitato, uno status diverso, un’identità lontana appartenuta a qualcuno realmente vissuto centinaia di anni fa e di questo si diventa il simulacro: non è proprio “quella persona” si è solo simile, somigliante, un mezzo per simularla, eppure l’archetipo c’è e può ispirare, può ostendere la sua forza e il suo potere, può essere oggetto di venerazione e di ammirazione. Ma il simulacro, privo della vitalità originaria, sarà sempre una imitazione imperfetta.

L’esercito dei “simulacri in costume”

Per comprendere il valore di questo esercito di simulacri in costume è necessario l’utilizzo di alcune classi concettuali che aiutano nella interpretazione del rapporto tra questi e il loro pubblico:
la “devozione”; il significato dell’immagine del simulacro “vestito”; la visione e l’uscita in corteo.

Nella letteratura etnografica il terminedevozioneè quello più utilizzato per indicare il legame, l’attaccamento esistente tra il simulacro sacro e i fedeli mentre nella tradizione antropologica che fa capo a Durkheim e Radcliffe-Brown, lo stesso legame consiste in sentimenti sociali che tengono insieme individui e gruppo.
Questo sentimento comune è sostenuto e alimentato da pratiche rituali e, in una società secolarizzata, si manifesta anche in direzione di oggetti “non identificabili in termini religiosi, mistici o ultraterreni, ma verso le sfere di intimità della vita quotidiana”[8], come l’assistere, per chi è cresciuto nella cultura della Corsa o delle feste similari, ad un evento aspettato e onirico, come è la sfilata del Corteo Storico.

Il corteo, seppur in lento movimento, restituisce una immagine muta e fissa, atemporale seppure porta ad un tempo altro e preciso, maggio 1371, e assurge a “monumento di stabilità” e proprio per queste sue caratteristiche costringe i fedeli/pubblico a fermarsi e guardarlo e, il manifestarsi del corteo si trasforma da presenza in possesso: chi lo osserva si appropria della sua “immagine” che quasi perfetta è lì e immediatamente non c’è più bisogno di cercare “quel tempo mitico” perché , attraverso il corteo, è presente e vissuto.

La gestualità dei costumanti

I gesti che si compiono per la preparazione di un costumante, ma più ancora di una costumante, non sono dissimili da quelle necessari alla vestizione di una effige come una Madonna destinata al culto[9]: come un manichino, per sua natura impossibilitato a muoversi, così chi deve “mettersi nei panni” di un uomo in armi o di una dama, da soli non riuscirebbero mai a vestirsi e per venire in aiuto ad essi squadre intere di sarte e aiutanti addette alla preparazione dei costumanti entrano in campo per attivare quel processo di trasformazione possibile solo in un contesto rituale fatto di spazi, ambienti e tempi giusti, quelli del calendario festivo. Diventare un dispositivo-simulacro quindi ha bisogno di fattori attivatori che, come nella vestizione delle madonne[10], si identificano con figure femminili.

L’atto della vestizione è un vero “rituale”

La vestizione delle effigi sacre, come quella dei costumanti, rappresenta un momento della ritualità e delle pratiche di “devozione” che riguardano importanti aspetti culturali, di ambito storico-artistico, storicoreligioso e antropologico. Come per le effigi sacre anche la preparazione di un costumante riguarda la storia dell’arte, per la fedeltà storica dei modelli degli abiti e dei gioielli ricostruiti sulla base di fonti iconografiche, o la cultura materiale, per la qualità dei materiali utilizzati soprattutto in campo tessile.

Questi elementi dell’apparato scenico assumono forti valenze nel campo estetico e in quello simbolico

Se infatti il culto di un’immagine sacra costituisce un fatto di interesse pubblico, anche la vestizione, pur se effettuata in privato o alla presenza di pochi “specialisti del sacro”, rappresenta un’operazione pubblica, della quale occorre rendere conto al popolo dei fedeli.[11]

La relazione fra costumanti e pubblico nel corteo storico medievale di Narni

Lo stesso vale per la relazione esistente tra i costumanti di ogni terziere in corteo ed il proprio pubblico di fedeli. Infatti attraverso le vesti, gli ornamenti e le strategie coreografiche utilizzate per dare risalto e spettacolarità, ogni terziere ed anche l’importante gruppo rappresentativo delle autorità cittadine, cerca di costituire un ideale estetico capace di sottolineare la propria superiorità. L’utilizzo di vesti con stoffe ricercate, ricami preziosi, gioielli dalla fattura pregevole, l’utilizzo di rapaci e mute di cani esibiti in corteo sono anche indicatori della capacità economica di ogni gruppo in corteo.

Fondamentale è l’importanza dello “sguardo” di chi contempla il passaggio dei simulacri che deve essere condizionato da una imprescindibile connotazione culturale: questo deve vedere, riconoscere e selezionare ciò che è in quel contesto è significante, perché già appartiene al suo patrimonio culturale.

Le immagini, oggetti che formalizzano un atto visivo, scaturiscono, dunque, dalla tensione (potenza) analogica dello sguardo e dalla carica connotativa estesa dei processi culturali complessivi, presenti sulla scena sociale.[12]

Eleonora Mancini


[1] http://www.feditgiochistorici.it/italiano/default.asp

[2] Il corsivo è per  sottolineare la particolare situazione per cui  nonostante si abbiano in abbondanza fonti materiali,  scritte e reperti archeologici che testimoniano la ricchezza delle informazioni sul passato dei territori del centro Italia (pre-romane, etrusche, romane) cronologicamente precedenti a quelle dell’età medievale, la scelta del passato “giusto” ricada poi quasi sempre su quella dell’età di mezzo.

[3] E.J.Hobsbawm, Come si inventa una tradizione, in Hobsbawm E.J.,Ranger T.(a cura di), L’invenazione della Tradizione, Einaudi, Torino, 1983, pp.3-17.

[4] La parola cosplay (COS-PLAY) è un’abbreviazione delle parole inglesi “costum” (costume) e “play” (recitare, interpretare). In pratica, è l’arte di interpretare gli atteggiamenti di un personaggio conosciuto indossandone il costume. Il fenomeno è nato in Giappone e se inizialmente prendeva a riferimento
personaggi tratti dai manga o dagli anime ha poi rivolto l’attenzione anche a personaggi di videogames, fumetti, cartoni animati, film, telefilm, libri, pubblicità, band musicali e giochi di ruolo.

[5] V.Padiglione, Possessioni bianche. E se le rievocazioni fossero anche altro? In F. Dei, C. Di Pasquale (a cura di), Rievocare il passato: memoria culturale e identità territoriali, Pisa University Press 2017

[6] Bravio è un termine assimilabile a Palio, indica un premio che viene vinto dal terziere che al termine della festa ha totalizzato il maggior punteggio sommando i punti attribuiti dalla giuria a diversi eventi: corteo storico medievale, giornata medievale, ricostruzione degli ambienti, esibizione dei musici.

[7] A.Van Gennep, I riti di passaggio, Torino, Boringhieri,1981, p.98.

[8] F.Dei, Dalla devozione al patrimonio: note antropologiche sul vestire le Madonne, in A. Capitanio (a cura di),Statue vestite.Prospettive di ricerca, Pisa, Univrsity Press, 2017, pp. 157-158.

[9] Con effige si fa riferimento a manichini completi e rifiniti esclusivamente nelle parti del corpo che sono visibili a rivestimento completato, quindi testa, mani e piedi. Il resto del corpo non destinato alla vista appare modellato senza troppe rifiniture seppur estremamente curato negli aspetti funzionali, come sostegni al corpo e alle vesti, articolazioni degli arti.

[10] Si invita alla lettura del contributo di F.Dei, Dalla devozione al patrimonio, op.cit., p. 157 e E.Silvestrini, Abiti e simulacri, op.cit. p.20.

[11] E.Silvestrini, Abiti e simulacri, p.22.

[12] F.Faeta, Introduzione e “Mirabilis imago”.Simboli e teatro festivo, in Il santo e l’aquilone. Per un’antropologia dell’immaginario popolare nel secolo XX, Palermo, Sellerio,2000,pp.17-58.

Viaggiatori stranieri e pellegrini

Viaggiatori stranieri e pellegrini a Narni dal Medioevo ai Grand Tour

La città di Narni, posta lungo l’ultimo tratto umbro della Via Flaminia,  ha da sempre goduto di una discreta importanza all’interno dei percorsi “Romei”,  tanto che i viaggiatori e pellegrini di ogni epoca hanno eletto la città come ultima tappa del loro viaggio prima di giungere a Roma.

Questa sua relativa vicinanza alla Città Santa ne ha però determinato  anche una certa “marginalità”, prima all’interno dei pellegrinaggi, quindi nella storia del Grand Tour, in quanto i viaggiatori sono fatalmente attratti da Roma – che ormai dista meno di 100 miglia – e quindi tendono a non fermarsi a lungo all’interno delle mura cittadine, desiderosi invece di giungere a San Pietro nel più breve tempo possibile.

L’immagine di Narni è legata indissolubilmente al suo Ponte d’Augusto – specialmente tra il 17° ed il 19° secolo – un’ opera imponente che ancora oggi testimonia del passato imperiale della Narnia romana: poeti, scrittori, artisti (il Corot, tra i più noti) lo hanno descritto, dipinto, raffigurato nei secoli, e praticamente ogni viaggiatore lo cita all’interno delle sue memorie di viaggio.

La sola visita al ponte però non comporta la salita verso il borgo, spesso ammirato solo dal basso, dal fiume Nera, e quindi la città medievale sfugge all’attenzione dei viaggiatori moderni.   

Il tipico viaggiatore del Grand Tour europeo è infatti attratto dalle antichità classiche, dalle tracce di Roma, dal fascino del marmo (come scrive Goethe), e tende a tralasciare gli scenari “gotici” delle città umbre, troppo simili a quelli nordici da cui è fuggito…

Il sacello del Santo: un’attrazione per pellegrini e viagiatori

La storia però non è sempre stata così: nel medioevo Narni accoglie viaggiatori, stranieri, mercanti, e persino i pellegrini Romei, che vengono appositamente  ad ammirare la cattedrale locale,  attratti dal Sacello del Santo Patrono Giovenale, a cui la religiosità popolare ha attribuito miracoli sin dalla metà del 6° secolo, come ci testimonia il Liber Pontificalis, redatto all’epoca di Papa Virgilio (537-55).[1]
Nell’alto medioevo questo culto si estende, e diverse sono le chiese che vengono dedicate al Santo, tra cui quella a Rieti (nel 792) e a Magliano Sabina (nel 817)[2].
Il Sacello di San Giovenale verrà però depredato dal marchese Adalberto di Toscana nell’anno 878, e le spoglie del Santo (insieme a quelle dei Santi Cassio e Fausta) saranno portate a Lucca, per ritornare a  Narni solo nel 880, grazie all’intercessione del Pontefice Giovanni VIII.
Il viaggio delle spoglie verso “casa” seguirà l’itinerario della Via Francigena, lungo la quale nasceranno altri luoghi di culto dedicati al Santo, che  – secondo la tradizione popolare – saranno benedetti proprio dai miracoli operati dalle stesse spoglie.
La notorietà del Santo quindi è bene attestata lungo l’alto medioevo, ma cresce nei secoli a venire, fino ad essere “normata” persino negli Statuti cittadini, il corpus di leggi che regolano la vita di Narni in ogni aspetto per tutto il medioevo, e che saranno rivisti ed adeguati nel 1371, dopo il ritorno della città nell’alveo dello Stato Pontificio.

La fortuna di essere lungo la via Flaminia

La città, propio grazie all’antica strada consiliare Flaminia,  si trova quindi naturaliter lungo uno dei  percorsi che i pellegrini scelgono per muoversi verso  Roma provenendo dalla costa orientale d’Italia, un cammino che si intensificherà a partire dal 16° secolo, grazie alla fama del Santuario di Loreto, che diverrà una delle tappe fondamentali dei nuovi pellegrini e dei viaggiatori del Grand Tour.

La presenza di viaggiatori e pellegrini nel Medioevo è quindi ancora legata alla prossimità di Roma, e come tale il loro passaggio e la loro sosta in città viene – per così dire – regolamentata persino negli  Statuti cittadini.

Viaggiatori, studenti e pellegrini possono sostare ed essere accuditi nei vari “Hospitales e nelle strutture religiose della città, protetti e senza correre  il rischio di essere attaccati dagli indigeni, così almeno possiamo leggere tra le righe dei vari capitoli statutari che trattano la loro presenza.

Accoglienza e incoming nella Narni medievale

Nella Narni medievaleoltre alle diverse Tabernaei viaggiatori possono chiedere ospitalità  nei locali appartenenti ai vari monasteri, oppure dormire presso l’Ospedale di San Giacomo (Hospitalis Sancti Jacobi), posto  lungo il tratto interno della Flaminia, nel Terziere di Sopra, di cui ancora oggi sono visibili gli  imponenti resti.[3]

A tale struttura – per pellegrini, viaggiatori, ma anche per i  narnesi, con particolare attenzione alle bambine orfane ed ai malati – sono dedicati molti capitoli negli Statuti: il Cap. LXI del libro I ne regola la gestione, tramite un Rettore indipendente, laico e benestante; nel Cap. LXX si raccomanda invece di costruire una strada nuova che colleghi l’ospedale alla strada romana nei pressi della strada di Feronia, ciò affinché sia più comodo  per i pellegrini giungere alla loro meta senza passare per strade private confinanti.  Questo capitolo ci testimonia quindi indirettamente della “vivacità” di questo percorso, che rischia di essere “ingolfato” dai passanti.

L’ospedale di San Giacomo funziona anche – come già accennato – da rifugio per  le bambine orfane e le madri singole: nel Cap. CCXVIII del Libro I si stabilisce che  il palazzo adiacente all’ospedale deve essere adibito a rifugio per  le bambine orfane, le quali potranno vivere qui fino all’età del matrimonio. Il Comune devolve delle elemosine per questo scopo, anche se le bambine potranno filare la lana per guadagnare qualche introito extra.

Questo è ciò che succede dentro le mura cittadine, ma la strada che percorrono viaggiatori e cittadini passa anche al di fuori del borgo, quindi il  Comune è tenuto a sistemare e “mattonare” le vie d’accesso più comuni, tra cui la Via Flaminia nei pressi di Porta delle Arvolte (l’attuale Porta Ternana), come stabilito nel Cap. LXXXVII del Libro I, così come spetta al Vicario della città la pulizia dei fossi e dei vicoli per facilitare il passaggio dei forestieri.

Dal punto di vista dell’accoglienza – come accennato sopra – Narni dispone di molte Taverne ed alcune Locande (la distinzione sta nel fatto che mentre la taverna serve solo cibo e bevande, la Locanda offre anche un giaciglio…), ma i pellegrini possono essere ospitati anche in casa di privati cittadini, o nelle sedi degli ordini religiosi.

Il Cap. XXXV del Libro III affronta addirittura il caso della morte di un pellegrino  in casa altrui: nel caso in cui questo non avesse fatto testamento, il padrone di casa dovrà custodire i suoi  beni – comunicandolo al Vicario – per due mesi, in attesa che un erede legittimo li richieda per se’; passato questo periodo i beni saranno  dati ai poveri.

I pellegrini o i viaggiatori che intendono invece alloggiare nelle taverne non dovranno portare armi in città, ma dovranno lasciarle in custodia al locandiere, così come stabilito dal Cap. LXXIII del Libro III.

Oltre a preoccuparsi della salute e del ricovero dei viaggiatori “di passaggio”, spesso diretti a Roma, Narni è ospitale anche nei confronti degli studenti, alla cui cura è dedicato il Capitolo CXIV del libro I degli  Statuti; questo tipo di ospiti sono molto apprezzati dalla Comunitas, in quanto accrescono il prestigio culturale e partecipano alla vita cittadina. 
I suddetti studenti godono infatti del privilegio dell’incolumità, e la loro sicurezza viene garantita dalle autorità al pari di quella dei locali. Hanno diritto ad un alloggio e ad un contributo in denaro di 25 soldi cortonesi l’anno per mantenersi agli studi in città.

Come traspare da questi pochi esempi, il tema del viaggio, della permanenza e della sicurezza in città è presente sin dal Medioevo, a testimonianza dell’attenzione che le autorità locali prestano ai forestieri, che – con il passare dei secoli – transiteranno sempre più numerosi lungo la Flaminia, attratti tra i due poli religiosi classici del Grand Tour nascente: Loreto e Roma.

Fabio Ronci


[1] Pani Ermini Letizia, da: San Giovenale: la Cattedrale di Narni  nella Storia dell’Arte – Atti del convegno; Pg. 86 – Ed. Centro Studi Storici  Narni 1998

[2]Pani Ermini Letizia, ibid.

[3] L’ospedale si trovava lungo l’attuale via XX Settembre, di fronte alla chiesa di S. Agnese.

La Corsa all’Anello torna con tanti eventi dal 27 agosto al 5 settembre 2021

NARNI 26 maggio 2021 – La Corsa all’Anello tornerà alla fine dell’estate, dal 27 agosto al 5 settembre, con “Secondo Aevo”, una manifestazione che unirà storia, radici ed innovazione tra eventi della tradizione, conferenze, workshop ed eventi gastronomici in un programma ricco di contenuti che verrà presentato a breve.

La festa sarà “viva e sicura”, come sottolineano dall’Associazione Corsa all’Anello che sta lavorando all’evento con grande entusiasmo per riconsegnare ai contradaioli ed ai turisti un evento per così dire “fisico”, seguendo ovviamente tutte le norme di sicurezza dettate dall’emergenza covid. Dopo una lunga attesa, infatti, la Corsa all’Anello tornerà in campo con gli eventi in presenza che si affiancheranno a quelli digitali ma che vogliono riportare la festa nelle piazze della città.


Una ripartenza attesa, suggellata da tanti eventi che uniranno la parte digitale, che nell’edizione intitolata “Primo Aevo” ha riportato un grande successo di pubblico, con quella in presenza, grazie all’organizzazione di manifestazioni che segneranno il ritorno della festa in centro storico con gli eventi della tradizione, nel rispetto della sicurezza di tutti i partecipanti.


Il tutto sarà accompagnato dall’aspetto formativo, seguendo il percorso iniziato lo scorso anno e continuato ad aprile con i laboratori legati al mondo medievale, che continueranno anche in occasione di “Secondo Aevo” con nuovi interessanti workshop.


Insomma dal 27 agosto al 5 settembre, non mancherà nulla: la Corsa all’Anello 2021 tornerà con tantissimi eventi, affondando ancora una volta le sue radici nella tradizione ed aggiungendo l’innovazione legata al digitale. Come affermano dall’Associazione Corsa all’Anello: “Torniamo a vivere la storia”.
E dopo lo stop dovuto alla pandemia, la promessa diventerà una splendida realtà.

L’Università nel Medioevo: In Arte Veteri

Dallo studium all’università nel Medioevo a Narni

1305: inaugurazione dello studium Domenicano Narnese

Nell’anno del Signore 1305, veniva inaugurato in Narni, nel convento dei Domenicani, lo studiumin Arte Veteri”, da servire per l’educazione del clero, nonché, per i laici che si dedicavano alle lettere ed alle scienze. Il Diaccini riporta la notizia nel suo scritto, “Per il solenne ingresso di Mons. Cesare Boccolieri”, Vescovodi Terni e Narni, nella diocesi di Narni nel 1921, semplicemente stringandola con queste poche parole che racchiudono un concetto di ben più ampio respiro.
La prima università a Narni, apre dunque i battenti nel basso medioevo, a pieno diritto quindi, si può parlare di universitas, con tutta l’articolazione delle più note e più grandi sue antecedenti, quali appunto Bologna, ma anche Roma, Napoli, Modena, Vicenza, Padova, Vercelli e Macerata (altre importanti, ancor oggi, università italiane, sono successive a quella narnese, come Perugia, Firenze, Pisa, Lucca, Siena, Torino, Parma).

Evoluzione dell’università dall’antichità al medioevo

Il percorso di studi dall’antichità al medioevo era distinto in tre gradi:

  • elementare, dove si imparava a leggere, scrivere e far di conto;
  • medio, dove con il grammaticus si approfondiva lo studio della lingua latina e s’imparava quella greca; si studiava la letteratura di queste due lingue e le prime nozioni di storia, geografia, fisica e astronomia ed infine
  • il superiore dove si studiava la retorica, l’eloquenza, l’arte cioè di costruire discorsi per gli usi più vari (giudiziari e politici innanzitutto), partendo dallo studio del diritto, della storia dell’eloquenza, della filosofia.

La differenza fra l’universitas e lo studium

Lo studium generale nel Medioevo (aperto a tutti, non il solo studium) indicava l’istituto dedicato all’insegnamento superiore, intendendo sia che convenivano a studiare nell’Università studenti da ogni paese, sia che i titoli che tali studia conferivano erano riconosciuti ovunque, mentre l’universitas, era l’organizzazione corporativa che faceva funzionare lo studium garantendone l’autonomia, non contenendo necessariamente nel suo seno tutte le attività ad esso connesse, che pur controllava.
Nei secoli XI e XII, il termine latino universitas designava qualsiasi comunità organizzata e dotata di un proprio statuto giuridico. Le università dei maestri e degli studenti erano affiancate dalle universitates di persone accomunate da uno stesso mestiere, sviluppi spontanei, dati dalla medesima necessità.

La nascita dell’Università, intesa come luogo di formazione intellettuale, avviene infatti a Bologna a cavallo fra alto e basso Medioevo, dall’iniziativa degli studenti, in massima parte laici, che si riunivano in società al fine di pagare un maestro.

Dalle arti liberali alle arti meccaniche

Le facoltà, quattro in tutto, erano soprattutto suddivisioni amministrative dello studium, connesse all’attività didattica, ed erano ordinate gerarchicamente nei diversi rami del sapere:

la facoltà di “Artes”, ove si insegnavano le arti liberali, preparava alle tre facoltà superiori di “Teologia”, “Diritto canonico e civile” e “Medicina.

Le arti liberali, sette
, a loro volta, erano divise dagli autori antichi come Varrone, Marziano Capella, Cassiodoro, fra trivium dette “sermocinales“ (grammatica, dialettica e retorica) per lo studio letterale e quadrivium (matematica, geometria, musica e astronomia) per lo studio scientifico, distinzione, questa, mantenuta per tutto il medioevo, anche dopo aver perso in gran parte il suo valore pedagogico.

Le arti liberali invece affermano definitivamente nell’alto medioevo la loro supremazia su quelle meccaniche.Le arti tecniche sono dette meccaniche ossia falsificatrici, perché l’attività dell’uomo artefice si appropria della percezione delle forme che imita dalla natura. Le sette arti liberali sono così chiamate, perché richiedono animi liberi, cioè non impediti e ben disposti (infatti tali arti perseguono penetranti indagini sulle cause delle cose), ovvero perché nell’antichità soltanto gli uomini liberi, cioè i nobili, si dedicavano ad esse, mentre i plebei e coloro che non avevano avuto rappresentanti delle proprie famiglie nelle cariche pubbliche, si occupavano delle arti tecniche con la competenza del loro lavoro” (Ugo di San Vittore (1096 ca.-1141), Didascalicon)

Le arti meccaniche erano delle vere e proprie tecniche manuali, specializzatesi nel tempo in mestieri.
Comprendevano infatti: la prima era la tessitura; la seconda comprendeva ogni sorta di artigianato, e dunque la meccanica, la metallurgia, l’architettura; la terza era la nautica, la quale includeva anche il commercio.
Quattro arti, invece, avevano a che fare con il corpo umano: ed erano l’agricoltura, la caccia, la medicina, il teatro.
Medicina e Architettura, che originariamente facevano parte delle arti liberali, vennero spostate nel secondo gruppo da Marziano Capella nel “De nuptiis Philologiae et Mercurii”, riducendo così a sette le nove arti liberali, trasmettendo il modello degli studi umanistici alla cultura medievale.

La medicina merita un ruolo chiave a parte, dimostrando la mancanza di discriminazione, tutta tardo medievale, tra le arti liberali e le arti meccaniche, tanto da godere della stessa dignità delle arti liberali, insidiandone anzi il primato. Nel preambolo degli statuti della facoltà di medicina di Montpellier (1239) essa viene paragonata a una stella che di quelle arti illuminava il firmamento. Una visione inutilmente contrastata da Petrarca. Coluccio Salutati dovette fare ricorso ad Averroè per affermare la superiorità della Giurisprudenza sulla Medicina.
(Luisa Bussi. Intorno alla storia delle Università medievali)

Le arti meccaniche rimasero comunque appannaggio di corporazioni chiuse, mentre le Università si distinsero per il grado di apertura e di eguaglianza, cosa probabilmente dovuta all’obiettivo manifestamente occupazionale delle arti meccaniche, opposto alla nobiltà di quelle liberali. (Rüegg W. (a cura di): “A History of the University in Europe”)

Di fatto, comunque, in molte università del Duecento v’erano solo due o tre facoltà, ed in particolare fino alla fine del Trecento, i papi osteggiarono la moltiplicazione della facoltà di teologia, per garantirne il monopolio all’università di Parigi, “lampada splendente nella casa del Signore”, tanto che, perfino Bologna, la prima ad essere fondata in tutto il mondo (XII sec.), ebbe la sua facoltà di teologia solo nel 1364 (J. Verger, Le Università nel medioevo)

Nascita ed evoluzione dell’Università a Narni nel Medioevo

A Narni, gli Statuti del 1371, riportano nel libro I cap. CXIV, la notizia che i maestri che venivano ad insegnare nella città, fossero protetti più dei normali cittadini, tanto che, chi recava loro offesa doveva pagare il doppio rispetto alla stessa offesa recata ad un narnese, ma soprattutto, recano, inconsapevolmente, il messaggio di quanto fosse importante il centro culturale narnese, semplicemente con l’elenco dei maestri che rientravano nella categoria “protetta”. Viene da credere che lo Studium inaugurato nel 1305 sia già divenuto Studium generale…

Maestri di arti liberali, che denotano la presenza del primo grado superiore di istruzione, ma anche giureconsulti, medici, fisici e chirurghi, che denotano la presenza del secondo grado superiore di istruzione, il più alto in assoluto… praticamente erano presenti in Narni nel 1371, anno di riconferma degli Statuti, tutte le facoltà, tranne quella di teologia, o almeno non nominata dagli Statuti, cosa che potrebbe essere spiegata dall’interesse comunale di laicizzare lo Studium.

A pieno diritto quindi, si può parlare di universitas, con tutta l’articolazione delle più note e più grandi sue antecedenti, quali appunto Bologna, ma anche Roma, Perugia, Napoli, Modena, Vicenza, Padova, Vercelli e Macerata (altre importanti, ancor oggi, università italiane, sono successive a quella narnese, come Firenze, Pisa, Lucca, Siena, Torino, Parma).
Sulla sua importanza, fanno ancora capire gli Statuti, sempre nello stesso capitolo, citando il fatto che, i sex domini electi, (autorità magna della città) erano tenuti a fare il possibile per procurare alla città due maestri di grammatica o altra scienza che richiamino con la loro fama, studenti da altri luoghi e conferiscano prestigio all’immagine del comune, mentre a coloro che venivano a Narni per accrescere il loro sapere era garantito il privilegio della sicurezza “sia nel venire, nello stare e nel tornare” assieme i loro accompagnatori ed eventuali visitatori.
Non solo, il cap. CXIV, illustra anche come, a pari di altre universitas, quella narnese, dopo esser nata sotto l’egida della chiesa, sia stata sottoposta ad un tentativo di laicizzazione da parte del comune, ansioso di asservirla al proprio potere. E’ prevista infatti una somma annua in denaro, pari a XXV libbre di cortonesi, da parte dei sex domini electi, per permettere l’alloggiamento degli scolari, tra l’altro obbligatorio, per poter integrare l’affitto dovuto, a patto che tale alloggio non risulti essere presso persona religiosa.

Le autorità cittadine, tendevano, infatti, ad aumentare la componente laica fra maestri e scolari, (soprattutto in Italia e nella Francia meridionale), tanto che, alla fine degli studi, erano sempre più numerosi coloro i quali intraprendevano carriere laiche, come testimonia il disinganno tradito da papa Urbano V, “D’accordo, non diventeranno ecclesiastici tutti quelli di cui curo l’educazione: molti sceglieranno un ordine monastico o il clero secolare, altri resteranno nel mondo e saranno padri di famiglia ma, qualunque sarà la loro condizione, gli sarà sempre utile l’aver studiato, dovessero pure esercitare un lavoro manuale”, riferendosi agli studenti mantenuti dalla Santa Sede (Citazione riportata da B. Guillemain, La Cour pontificale d’Avignon (1309-1376)).

Non paghe, le magistrature narnesi infatti, stabiliscono anche che, i massimi esponenti dello Studium, sia Magistri che “laureati”, vale a dire i medici (insieme agli speziali) ed i maestri di grammatica, siano esenti da ogni custodia, dal servizio militare a piedi o a cavallo, per le necessità e la salute di uomini ed infermi, confermandone l’importanza fondamentale per il Comune.
Potevano perfino tenere aperta la bottega nei giorni festivi ed andare impunemente per la città, qualora gli ammalati ne avessero bisogno (Cap. CCXXIII – Libro I). Ma qui più che al prestigio, l’esenzione era dovuta alla necessità. Raramente le leggi comunali non erano (all’epoca) realmente dovute ad un effettivo bisogno.
Ne emerge però a questo punto rinforzata l’immagine dei magistri grammatices, che godevano comunque dell’esenzione alla custodia, pur non essendo il loro, un servizio vitale a livello fisico.

Narni centro di formazione per la rievocazione storica

E le magistrature di oggi in fondo non sono così diverse da quelle di ieri, almeno quelle che rappresentano le magistrature medievali nell’ambito della Corsa all’Anello.
Sta rinascendo ad oggi lo Studium “In Arte Veteri”, nell’accezione delle Arti Meccaniche e perché no, magari in futuro, anche delle arti liberali della Rievocazione.
Un “Università” (nel senso aggregativo del termine, per la riunione di studenti, da ogni dove) del Medioevo ricostruito, per i rievocatori (e non) che nasce dalla Storia, per la Storia.

Un Ars gratia Artis, per continuare a vivere “con un piede nel passato. E lo sguardo dritto e aperto nel futuro”.

Formella appartenente all’arca dello scultore Giovanni da Legnano (1320 ca – 1383) esposta nel Museo Civico Medievale di Bologna.
Rappresenta alcuni studenti nell’atto di seguire e trascrivere le lezioni del maestro.

Patrizia Nannini

Primo Aevo, tutti i numeri dell’edizione digitale

NARNI 7 maggio 2021 – Ventuno dirette, 30 video, oltre 350mila click al sito, 10mila visualizzazioni instagram con un più di 300 per cento di interazioni, 156mila persone raggiunte in facebook (tutte in organica) con 13mila interazioni tra like, commenti e condivisioni e 74mila minuti di visualizzazione video. Sono questi i numeri di Primo Aevo, edizione digitale 2021 della Corsa all’Anello che si è tenuta dal 29 aprile al 3 maggio in streaming su tutti i canali ufficiali della Corsa all’Anello. Un grande successo, che apre le porte a nuove idee e progetti.

“L’edizione digitale – ha affermato il presidente dell’Associazione Corsa all’Anello Federico Montesi –  è stata un successo e senza dubbio andrà affiancata con i suoi contenuti all’edizione tradizionale. Il risultato ottimo è sotto gli occhi di tutti, così come il fatto che Primo Aevo abbia abbracciato una fetta molto ampia di pubblico e tutto il mondo della Corsa all’Anello, con la partecipazione attiva dei terzieri. Tanti eventi in digitale, non dimenticando i forni e le taverne aperte per l’asporto ed i fuochi d’artificio finali. E’ senza dubbio un’esperienza da ripetere”.

“La Corsa all’Anello – ha aggiunto il responsabile della comunicazione dell’Associazione Corsa Emiliano Luciani –  per questa edizione è stata ancora una volta obbligatoriamente ‘a distanza’,  secondo appuntamento in questa modalità, ma dopo il successo della pionieristica edizione del maggio scorso non potevamo che realizzare una ‘special edition’ capace di uscire completamente dagli schemi e di costituire la solida base per l’organizzazione degli eventi in presenza futuri. Al di là di ogni previsione siamo riusciti a dar vita alla più grande rievocazione storico – medievale riconvertita in digitale dell’Umbria e forse d’Italia. Un evento totalmente in streaming che ha posto al suo centro l’universo della storia medievale analizzandolo a 360 gradi, attraverso la formazione, con i workshop e la presentazione dei futuri corsi, con momenti dedicati alla cultura, alla divulgazione scientifica, al mondo della cucina medievale, all’attualità e al futuro del nostro evento, affrontando e indagando la storia, la tradizione, la cultura medievale e il loro potenziale sociale.

Ricchissima l’agenda – ha continuato –  che abbiamo proposto per i cinque giorni dell’evento, uno studio televisivo con una programmazione giornaliera ricca e varia, 21 dirette e più di 30 contenuti video originali dedicati al Santo Patrono Giovenale e alla storia medievale, appuntamenti di formazione su numerosi temi tra cui la cucina, le cornamuse, la drammaturgia e momenti riservati alla presentazione di ricerche storiche accompagnate da un buon vino e molto altro. Questo è stato Primo Aevo – ha concluso il responsabile –  dove abbiamo approfondito, divulgato, raccontato la nostra festa e la nostra storia e gettato le basi per una piattaforma che potrà arricchire e affincare la festa tradizionale rendendola più completa e senza alcuna barriera”.

“Abbiamo presentato un prodotto di grande pregio – ha commentato il responsabile della segreteria coreografica dell’Associazione Corsa Sandro Angelucci –  che ha fatto conoscere a tutti le ricchezze che la Corsa all’Anello racchiude. Il percorso è stato avviato e bisogna continuare sulla stessa strada per continuare a crescere. Non bisogna abbassare il tiro, ora che è stato fatto il salto di qualità. I contenuti dell’edizione digitale non escludono tutti gli eventi della festa tradizionale. Anzi, ne sono il valore aggiunto e sono diventati indispensabili. E’ stata per noi una grande soddisfazione essere arrivati addiruttura oltreoceano consolidando i rapporti con il consolato di Miami, così come i complimenti ricevuti dai docenti dei workshop e dagli ospiti illustri che ci hanno incoraggiato ed elogiato, facendoci rendere conto che possiamo realmente diventare un punto di riferimento nelle rievocazioni storiche”.

“Il successo di Primo Aevo – ha concluso l’altra responsabile della segreteria coreografica Patrizia Nannini –  ci dà nuovi impulsi ed energia per il futuro. Siamo molto soddisfatti del programma, delle conferenze con ospiti davvero illustri, dei contributi di livello fatti dai terzieri, dei workshop che hanno avuto iscritti da tutta Italia e che continueranno nei prossimi mesi. C’è stata davvero tanta qualità in tutti gli eventi e le edizioni di questi due anni, culminate con Primo Aevo ci hanno fatto crescere. Partendo dalla tradizione, abbiamo avuto la possibilità di confrontarci, di progettare per il futuro, di migliorarci, di formarci. E senza dubbio tutto ciò rappresenterà un grande valore aggiunto per la Corsa all’Anello”. 

Alla scoperta del “Corsa all’Anello Virtual Village”

NARNI – Stiamo facendo gli ultimi preparativi, quelli che ci porteranno sino a giovedì 29 aprile, a inaugurare il nostro Corsa all’Anello Virtual Village. Direttamente dal nostro sito sarà possibile accedere al nostro Virtual Village, costruito per mitigare gli effetti di questa nostra voglia di Corsa all’Anello.

Una volta creato il nostro avatar, potremo: interagire con altri utenti, scoprire i luoghi della Corsa, entrare nella taverna dei terzieri (da cui, grazie all’esposizione dei menù, si potranno effettuare prenotazioni per l’asporto!), sederci in una poltroncina di una sala cinematografica e goderci le visioni che offre la Corsa.
E addirittura vivere l’emozione di partecipare, in prima persona, a una Corsa on line.

Non un videogame con score e classifiche, ma una piattaforma che valorizza la nostra voglia di stare insieme e aspettare quel tempo in cui ci si potrà di nuovo sfidare e abbracciare.

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